Padelli d'Italia

Così come in un mondo di John e di Paul noi siamo (nella stragrande maggioranza dei casi) degli emeriti Ringo Starr, in un mondo di Handa e Curtois in panca ci vanno i Padelli, perchè è giusto così, per meritocrazia, per selezione tecnica e naturale, oltre che per una secolare convenzione del football – il portiere è uno, si veste diverso, usa le mani, quelle robe lì. Tu magari ne hai tre o quattro, cavoli tuoi, ma in porta ce ne va solo uno, gli altri guardano e aspettano che il titolare si rompa tipo, chessò, un mignolo del cazzo.

Dell’esistenza e del benessere psicofisico dei Padelli – intesi come categoria del pensiero – normalmente ce ne strafottiamo, finchè tipo cede un mignolo al titolare (il titolare che, per restare al nostro caso specifico, una parte del tifo nerazzurro ancora periodicamente sfancula, dicendo che a Julio questo al massimo gli spicciava i guanti, salvo poi farsi la cacca nelle mutande quando il de cuius è, appunto, indisposto, e a rimpiangere quanto è pazzescamente bravo maledetta sfiga di merda). Anzi, peggio: rosi un poco dall’invidia e dall’altrui 730, fantastichiamo di mondi dorati dove nessuno sta meglio di un Padelli e di un Berni (soprattutto Berni), atleti di professione, uomini stipendiati per allenarsi tutti i giorni con dei campioni, andare in trasferta gratis, partecipare alla cena di Natale, firmare autografi, fare selfie, vedere le partite dalla migliore poltrona di San Siro (a bordo campo, ma proprio bordo bordo bordo).

Il problema è che poi chiediamo ai Padelli, quando viene il loro turno all’improvviso, di entrare in campo come se fossero degli Handanovic, tali e quali, nelle sicurezze, nelle movenze, nelle potenzialità, nel timing, in tutto. Chiediamo ai Padelli di essere le perfette controfigure del titolare quando giocano una partita ogni tre anni – se il mignolo non si riassesta, addirittura due, magari tre o quattro -. Chiediamo a Ringo Starr di suonare l’intro di Let it be al posto di Paul che si è rotto un mignolo inciampando sulle scale. “Figa, non suono una tastiera tipo non so, da tre anni”. Ma mentre discuti sei già sul palco, seduto, e John ti sta guardando: “Dai attacca”. “Sono un portiere”. “Massì, facevo per dire”.

Padelli, dopo tre anni di tribuna rossa primissimo sub-anello, finalmente vede il campo e a stretto giro di una settimana lo abbiamo già vivisezionato. Ha salvato il culo non si sa bene come a Udine, poi col Milan è andato un po’ così. Così così. Vabbe’, oggettivamente, sul primo gol pare di vederlo Handa che si protende sulla sinistra e smanaccia comodo il pallone, che cambia traiettoria, passa dietro il culo di Rebic e va in angolo. 0-0

Oh, poi magari corner, Romagnoli, gol. Magari no. Ma queste sono seghe.

Handanovic è molto più forte di Padelli, che infatti è la riserva di Handanovic. Padelli è un signor portiere, altrimenti non sarebbe il secondo dell’Inter, ma non è Handanovic. Handanovic se non si rompe i fottuti mignoli gioca sempre, se se li rompe deve giocare Padelli. Fin qui ci siamo, è una situazione oggettivamente disegnata da qualità personali, talento, doveri contrattuali e posizione Inail.

Quello che umanamente mi è dispiaciuto è vivere – calandomi nei panni di un Padelli qualsiasi – il lunedì post-derby di Padelli, il nostro, l’originale. La mattina legge le pagelle di 10 giornali e legge sempre la stessa cosa, brutta, parecchio, “buco nero”, “disastro”, “Handa dove sei”, robe che incoraggiano, che rincuorano. Nel pomeriggio, poi, legge sul Televideo che l’Inter sta prendendo un altro portiere, un altro Padelli (stessa età, stessa subalternità agli eventi della vita e alle pieghe della carriera, qualche partita giocata in più, certo, ma poi non tantissime), come se il suo provare a essere – finalmente – un John o un Paul puff! fosse una chance già evaporata, ok Pado, basta così, hai giocato il derby, non ti lamentare, a momenti ce lo inculavi, prendiamo Viviamo che forse è meglio, forse.

Ero ad Appiano il giorno che Viviano si fece male nel corso di un allenamento estivo aperto al pubblico, quando ancora aprivano la tribunetta e la gente arrivava a frotte a vedere Milito, Eto’o, Zanetti, Cambiasso, gente così (e Gasperini). Mi ricordo bene il giorno, perchè alla radio avevano appena detto che era morta Amy Winehouse: 23 luglio 2011. Un pomeriggio di festa, entusiasmo, cori per tutti (persino per Gasperini, giuro). Ero con figlie e nipoti attaccato alla recinzione a vedere qualche frammento di Inter post triplete. Partitella, tiro da lontano, Viviano ci va di piede per accompagnare una palla che sfiora il palo, fa un brutto movimento, chiede di uscire. Il giorno dopo apprenderemo che si era rotto il crociato. Fine.

Aveva 25 anni, l’Inter l’aveva già comprato da un pezzo, tre campionati a Brescia, uno in A col Bologna, un marcantonio talentuoso, pareccho. Poteva essere lui l’Handanovic, e invece – per quella inutile scivolata del cazzo – è rimasto un Viviano, cioè un Padelli. Zero presenze da noi, poi una lunga serie di trasferimenti, un ritorno a certi livelli con la Samp, quindi un trasferimento allo Sporting Lisbona dove lo presentano tipo Neuer e invece diventa un Padelli qualsiasi. Che torni da noi alla soglia dei 35 anni a rivestire una maglia che avrebbe potuto essere davvero sua, vabbe’, è suggestivo e fa anche piacere. Ma Padelli?

Il mondo, che forse con i Padelli non è buono (al limite benevolo), con Padelli – lui, l’originale – se va così è pure un po’ cattivo. E un po’ cattivi lo siamo anche noi. Ha sbagliato, va bene, ma in fondo non è successo nulla, no? Con quei tre/quattro che ha davanti, forse un paio di minuti in porta potrei giocarli anch’io, all’occorrenza, senza fare troppi danni. Questo improvviso attacco di panico – perchè ci accorgiamo il 10 febbraio 2020 che abbiamo tre portieri di 34, 35 e 36 anni e che se si rompe il mignolo sbagliato sono cazzi – boh, mi pare un po’ grottesco. Con Padelli in porta abbiamo fatto 6 punti in due partite. Grazie a Padelli, in fondo, abbiamo giocato la partita più esaltante dell’ultimo decennio. E 12 ore dopo prendiamo un altro portiere di 34 anni, quasi 35?

In tutto questo io abbraccio Padelli e gli dico: non te la prendere. E continua a mettere il mattoncino della tua diligenza, della tua serietà, del tuo spirito di gruppo in questa meravigliosa cosa che stiamo costruendo. In questo mondo di John e di Paul, le canzoni della madonna le firmano i John e i Paul, non ci sono cazzi. Gli altri suonano la batteria, accordano le chitarre, montano i riflettori, guidano il camion. Ma poi sull’albo d’oro ci andate tutti insieme, e a me – a noi – è questo che interessa, giuro, non se uno sbaglia un’uscita (se poi vinciamo un derby 4-2 da 0-2). Viva i Padelli di tutto il mondo, l’apostrofo rosa tra le parole “t’avrei ammazzato ma poi abbiamo inculato in Milan e quindi ‘sti gran cazzi”.

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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi. Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio (fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria (casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli (ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e – in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la 2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade – si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio – dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui – finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto, mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte. Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci di non romperle i coglioni.

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Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello

L’immensa, indicibile tristezza per la morte di Kobe Bryant rende stanotte lo psicodramma nerazzurro un po’ ridicolo, com’è inevitabile. E com’è forse giusto che sia. Nel frullatore di emozioni di oggi – le nostre all’ora di pranzo, fino a quelle del mondo intero in serata di fronte alla scomparsa di una giovane leggenda – mettici pure che la Lazio pareggia, che la Juve perde e che il tuo misero punticino con il Cagliari a fine giornata si guadagna il suo perchè. La morte di un immenso campione riporta alla caducità delle cose terrene: il calcio è una faccenda grave ma non seria, le conclusioni si tirano alla fine e i drammi sono altri.

Con il cuore spezzato, parliamo di calcio. Il proverbio di oggi è: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello. Ha arbitrato male? Boh, probabilmente sì, il suo atteggiamento già lo conoscevamo. Non ci ha dato un rigore, questo è certo. Poi? Le ammonizioni c’erano, l’espulsione di Lautaro anche, e il Toro sarà tanto più coglione quante più giornate gli daranno (espulsione e sceneggiata a tempo scaduto, che cagata). Dopodichè direi di fermarci qui, mancano 17 giornate e tante altre cose capiteranno. Capita, per esempio, che tu pareggi (per un autogol sfigato all’inverosimile, tallone più palo, ma vaffanculo) e la butti in tragedia e che poi nelle ore successive le tue avversarie fanno un punto in due, per esempio. Non è tutto già scritto, evidentemente. E se vi piace pensare al complotto, io penso a Mourinho e a come reagiva lui. Nella famosa partita delle manette, ormai quasi 10 anni fa, Inter-Samp, finita 0-0, l’arbitro Tagliavento cacciò fuori Samuel e Cordoba nel corso del primo tempo: Inter in 9, senza i due centrali difensivi. E cosa fece Mourinho? Niente, lasciò dentro tutte le punte, per tutta la partita. Con il gesto delle manette fece esplodere lo stadio e l’Italia intera, ma non tralasciò l’obiettivo di vincere quella partita, anche in 9, senza togliere gli attaccanti.

Ecco, guardiamo alla luna, e non a Manganiello. E guardiamo all’obiettivo che non centriamo più, quello di vincere le partite. Cinque pareggi nelle ultime sette, questa è la luna. Quattro volte in vantaggio e quattro volte raggiunti, questa è la luna. La perdita del controllo della partita per un calo fisico che arriva ormai a orologeria, la quasi totale impossibilità di cambiare le carte in corso d’opera con i cambi: questa è la luna.

Il campionato vero inizierà da domenica prossima, con una squadra che potrebbe uscire rafforzata come non mai dal mercato di gennaio. Con un centrocampista top che ci darà anche soluzioni di tiro dalla distanza e su punizione, con due esterni che ci immaginiamo ben al di sopra della linea di mediocrità su cui eravamo assestati, con una punta esperta (e fisicata) in più a far rifiatare il reparto. Rifiatare sarà uno dei verbi chiave delle ultime 17 partite: una cosa che – tra rosa risicata e infortuni in serie – non ci siamo mai potuti permettere, e si vede.

17 partite sono tante ma, contemporaneamente, non c’è più tempo: tra poco avremo Milan e Lazio a distanza di una settimana, e poco dopo la Juve. Cioè, fra 35 giorni i nostri destini potranno essere già decisi, e quantomeno ben definiti. 17 partite sono tante ma, appunto, non c’è più tempo. Dobbiamo tornare quelli di due-tre mesi fa o saranno cazzi.

Per questo trovo davvero inutile star qui a parlare di Manganiello e del solito presunto complotto plutocalciomediatico nei nostri confronti. C’è un bel modo per andare oltre, ed è quello di vincere. Non lo facciamo più, pur creando quasi sempre tanto (ed è la vera ragione per cui personalmete non mi dispero). Torniamo a farlo, torniamo a chiudere le partite, torniamo a crederci fino all’ultimo secondo. Eravamo primi, ora siamo secondi e virtualmente terzi: ma sempre in cima, nonostante tutto. Riordiniamo le idee, gestiamo le forze e torniamo a vincere. Non maceriamoci nelle presunte ingiustizie: non serve a un cazzo e porta pure male. Torniamo a vincere, e gli altri si fottano.

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Abbastanza in crisi

Per gli appassionati del genere “crisi Inter”, beh, ci siamo. Oddio, non è proprio come una di quelle belle crisacce del recente passato, ma bisogna accontentarsi. Intanto: questa Inter – managgia a lei – nemmeno perde. E quindi che crisi è? Eppure tanto bene non va, avendo pareggiato quattro delle ultime sei mentre, purtroppo, la Juve vinceva le ultime cinque di fila. Risultato: da +2 a -4 in un mese e mezzo, vacanze di Natale comprese, e anche se tutto questo non rappresenta in sè una catastrofe (non solo non abbiamo mai perso, ma in queste ultime sei abbiamo affrontato Roma, Fiorentina, Napoli e Atalanta), ormai non ci sono cazzi: è crisi, punto, rendiamocene conto.

Il pareggio nella partita di Lecce – in quanto, appunto, partita con una piccola – rappresenta il punto più basso del nostro campionato. In assoluto è straordinario che l’Inter canni quasi completamente una partita per la prima volta alla ventesima giornata, ma purtroppo il contemporaneo andamento di Juve e Lazio colora ormai di tinte drammatiche anche i mezzi passi falsi. Non si era mai vista l’Inter, finora, giocare così molle e distratta, creare così poco in attacco, procedere a una velocità mediamente così lontana dai 200 all’ora imposti da Conte come nostro standard di sopravvivenza. Crisi o non crisi, questo è oggettivo.

Perchè tutto questo? Boh. C’è una quota fisiologica di stanchezza, di parabola fisica al culmine dello scollinamento tra prima e seconda parte di stagione. C’è anche – e qui, insomma, ci abbiamo messo del nostro – il dover scontare il clima da commedia dell’assurdo di questo cazzo di mercato in cui vedi un tuo compagno posare con la sciarpa di un’altra squadra e poi tornare a casa, in cui mezza rosa è a sua modo messa in discussione (tra giocatori ormai dismessi, altri destinati alla panca eterna, altri innervositi dai nuovi scenari), in cui i fantasmagorici nuovi arrivi non si realizzano e intanto siamo al giorno 20, le partite passano e l’Inter questa resta.

Fossi meno pigro e meno moralista, sarei andato alla Snai sabato a giocarmi un 20 euro sull’Inter non vincente. Lo si coglieva dal broncio dimesso di Conte in conferenza stampa, così distante dai frizzi e lazzi della partita in Coppa con il Cagliari che ci aveva sorprendentemente restituito la fotografia di una squadra divertente e divertita. Ma era Coppetta, appunto. In campionato, con le responsabilità che crescono, le due avversarie in totale fiducia e il tempo che passa in attesa di un qualcosa che non succede, l’atmosfera si è fatta un po’ più cupa.

Ma è proprio questo che dobbiamo evitare. Al netto di una brillantezza fisica destinata agli alti e ai bassi, è allo spirito che ci ha trascinati in alto e lì ci ha mantenuti che no, non possiamo rinunciare. Per andare a 200 all’ora bisogna essere fisicamente in bolla e soprattutto bisogna crederci, sennò capita di vedere spettacoli modesti come quelli di Lecce. Noi non possiamo limitarci alla normalità, questo è chiaro. Se poi i nostri vertici societari si danno una mossa, tanto di guadagnato. Abbiamo bisogno di certezze. Fosse anche quella che non arriva più nessuno e restiamo quelli di prima. Qui invece è tutto un rimaner sospesi che rischia di far inceppare il più bel giocattolo nerazzurro degli ultimi nove anni.

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A metà strada

Avevo scioccamente riposto qualche aspettativa nella Roma, che mi ha ripagato con due gol (presi) nei primi 10 minuti. Mi piaceva pensare al titolo d’inverno non tanto per quel che vale in sè (poco), quanto nelle responsabilità che poteva darci. Vabbe’, pace, nessuno ci regalerà nulla da qui a maggio. Nell’attesa che alla Lazio svanisca la nuvoletta di Fantozzi al contrario, e che il metabolismo chieda prima o poi il conto ai corpi e alle menti degli atalantini, il duello con la Juve continuerà finchè lo terremo vivo noi, così come abbiamo fatto per l’intero girone d’andata. 14 vittorie, 4 pareggi e una sconfitta, per un totale di 46 punti con un percorso quasi immacolato in trasferta: la scorsa estate ci avremmo messo un milione di firme.

Ieri Conte, al termine di una delle partite più critiche di questa prima parte di stagione – messi sotto come ci era capitato pochissime volte, un secondo tempo allo sbando tipo a Barcellona o a Dortmund -, ha centrato perfettamente il punto. Abbiamo 11 punti in più dell’Atalanta che ci ha strapazzati e questo dà la dimensione di ciò che abbiamo fatto da agosto a oggi. Allo stesso modo, l’impotenza di dare una svolta alla partita attingendo a una panchina semivuota ci dà l’altra faccia della nostra dimensione, quella di una squadra che ha già ricavato il 100 per cento dalle proprie attuali possibilità e che per andare oltre ha bisogno di qualcos’altro. Abbiamo avuto problemi anche peggiori, negli ultimi due mesi. Ma sabato sera sono bastate le assenze contemporanee di due centrocampisti (Barella e Vecino, quindi uno nemmeno titolare) e di un jolly delle fasce (D’Ambrosio) per mettere Conte nella già sperimentatissima posizione di non poterci fare un cazzo (per tacer di Sanchez, cui l’attuale Politano può giusto pulire le scarpe).

Girano nomi importanti: vediamo cosa succede, con serenità. Oggi siamo uno squadrone a gittata ridotta, che così com’è potrebbe essere costretto a fare scelte dolorose quando gli impegni si affastelleranno. Con due o tre innesti, invece, potremo guardare lontano e dare sostanza all’incommensurabile passo in avanti fatto quest’anno in termini di concretezza, attaccamento all’obiettivo, motivazione, cazzutaggine. Al di là delle scaramanzie, è inutile nascondersi o far finta che vada già bene così. No no. Siamo solo a metà strada, vogliamo divertirci ancora un po’. E il bello è che lo possiamo fare davvero.

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Il generatore di imprese pazzesche di CR7

Ho resistito fino alle 18, poi ho capitolato: ero al supermercato, ho visto nel raccoglitore una copia della Gazza e l’ho presa. Curiosità professionale, sportiva, umana, tecnica e concettuale: come si fa per il secondo giorno consecutivo a parlare su un giornale di un singolo gesto – un colpo di testa – dedicandogli metà della prima pagina e intere pagine all’interno e magnificandolo con trentasette aggettivi diversi, il più modesto dei quali è “spaziale”?

Appoggio la Gazza sul rullo della cassa. Prima pagina, titolo “RonalTo”, anatomia di un gol da marziano”. Didascalia della foto: “Il salto in alto di Ronaldo, 34 anni, mercoledì a Marassi: ha colpito di testa a un’altezza di 2 metri e 56 cm con uno stacco pazzesco di 69 cm”. Poi il titolo che, dopo tante resistenze, ha determinato la mia volontà di acquisto. Intervista a Marco Tamberi, papà e allenatore di Gianmarco: titolo, “Il salto di CR7 regola tempo e spazio”.

Regola tempo e spazio?, rifletto tra me e me mentre fisso la cassiera che mi chiede “Quanti sacchetti vuole?”, e io – in piena grandeur ronaldiana – le rispondo “Uno, no due, anzi tre. Tre!”.

Mi reco quindi in tutta fretta a casa dove non vedo l’ora di aprire la Gazza alle pagine 2 e 3 e leggermi avidamente l’anatomia di un istante in salsa calcistica, lo stacco e il colpo di testa vincente di CR7, un gesto atletico che al confronto Bob Beamon aveva la displasia dell’anca. Apro il giornale e nel fotone centrale compeggia un confronto tra due uomini in volo, Michael Jordan e Cr7. Minchia, mi dico. Ma non avevo ancora letto le due didascalie. Quella di Michael Jordan titola “L’altra leggenda”, lasciando intendere che la leggenda vera è CR7 e che il povero Air è già stato derubricato a vice-leggenda. Il testo: “MJ è alto 13 cm più del portoghese: per i suoi voli leggendari è stato soprannominato His Airness”. Cioè: volava più in alto di CR7 solo perchè più alto di CR7. Passo, con circospezione, alla didascalia di CR7: “Il paragone – CR7 parte da un’altezza di 185 cm, il suo stacco con la Samp ha ricordato Michael Jordan”.

(Strano – senza scomodare quel semidio di MJ – che non abbiano preso come paragone quella schiacciata pazzesca alle Olimpiadi di Sidney di Vince Carter, quando saltò l’avversario sfiorandogli la testa con lo scroto.)

Sotto, la classifica dei migliori colpitori di testa da agosto 2006 a oggi nei 5 maggiori campionati: primo CR7 67, secondo Llorente 58, terzo Aduriz 47, poi Crouch e Gilardino 40.

Ancora più sotto, il risultato del sondaggio on line. Chi è il miglior staccatore di testa della storia del calcio? (Staccatore di testa) (santa madonna) Primo, e che ve lo dico affà? Cristiano Ronaldo, 26%, davanti a Hrubesch 15% e Bierhoff 13%. Staccatore. Miglior staccatore della storia. “Che lavoro fa tuo padre?” “Staccatore” “Ah, figo”.

A destra, finalmente, l’intervista a Marco Tamberi. Increduli che a CR7 non sia stato assegnato d’ufficio il record del mondo del salto in alto togliendolo al povero Sotomayor (che ha passato 2,45 con il culo, non sfiorato i 2,56 con il ciuffo, ma tant’è), quelli della Gazza tentano di farsi dire da un allenatore di salto in alto che l’impresa di CR7 è la più straordinaria di tutti i secoli nei secoli.

Prima domanda: “Le differenze tra i due sport e i due tipi di elevazione sono enormi, però… che impressione fa quel gol?”. Risposta: “Sinceramente, quel salto non mi pare eccezionale da un punto di vista atletico”.

(gelo)

Seconda domanda: “Spieghi al popolo del calcio, per favore”. Risposta: “Guardi, nel basket il canestro è a 3,05 e molti cestisti ci arrivano con la testa. Bruno Bruni, un saltatore in alto che usava la tecnica ventrale, portava tutto il piede oltre l’anello del canestro”.

(gelo) (Bruno Bruni umilia CR7) (rischio licenziamento)

Terza domanda (sudando freddo): “Sì, ma i calciatori?”. Risposta: “Sono convinto che molti possano arrivare a 2,56”.

(gelo) (lieve malore)

Dalla quarta domanda in poi, l’intervistatore e Tamberi trovano un terreno comune, in cui il giornalista cerca di metterla disperatamente sul tecnico e Tamberi, impietosito, lo accontenta inventandosi che il movimento di Ronaldo è complesso, nel senso che a 2,56 ci arriva chiunque, ma magari a 2,56 scegliendo bene il tempo, colpendo bene di testa e segnando magari no, non lo fa proprio chiunque. Alla fine il titolo del pezzo sarà “Più che il volo, è speciale il gesto: così CR7 regola tempo e spazio”, che declinato in una versione meno onanistica sarebbe stato: “Bel gol, ma a 2,56 ci arriva anche mio cugino: piantiamola di farci delle seghe”. Il titolo che avrei fatto io se fossi il direttore della Gazza. Ma non lo sono, peccato.

Mi piange il cuore vedere due giornali ridotti così: il Corriere dello Sport rincorrere lo scandalismo, giocare con il razzismo nei titoli e inventarsi le lettere per andare in culo a un allenatore antipatico; la Gazza dedicare due prime pagine a un colpo di testa di Cristiano Ronaldo, dopo aver dedicato decine e decine di prime pagine a qualsiasi cosa griffata Cristiano Ronaldo, spacciando per oro qualsiasi cosa, persino i gol sbagliati o i Palloni d’oro non presi.

Mi aspettavo, l’anno scorso, che attorno a qualsiasi cosa prodotta da Cristiano Ronaldo (un passaggio, un assist, un autografo a un bambino, una parola in italiano, una scoreggia in ascensore) si potesse scatenare una tempesta mediatica, sia per la caratura del personaggio sia per l’effetto marketing prodotto sul campionato italiano dopo anni di pezze al culo e mezze figure spacciati per campioni. All’inizio quasi mi faceva simpatia. Ma l’eccessivo e continuo zerbinamento di fronte a CR7 già nel giro di qualche mese ha iniziato a sortire l’effetto opposto, l’inevitabile sconfinamento nel ridicolo che però non ha ridotto l’esposizione mediatica di ogni gesto riconducibile all’immensissimo campionissimo porto-juventino.

A un anno e mezzo dall’approdo di CR7 in Italia, siamo ancora a quel punto: i gol sono tutti splendidi, i tiri sbagliati sono indice della sua spaventosa offensività, i vaffanculo a Sarri sono il segnale di una sua intima delusione per non riuscire a dare il massimo, i gol di testa in elevazione sono un miracolo sportivo, fisico, fisiologico e umano. L’avesse segnato Lukaku, la cronaca sarebbe stata “cross da sinistra, Lukaku, colpo di testa, gol!”, ma l’ha segnato CR7 e allora via alle misurazioni tipo Nasa.

CR7 ha segnato un gran bel gol, ovvio, ma non ha riscritto la storia dell’umanità, tutto qui. Perchè solo a scavare sommariamente nei nostri ricordi di interisti vengono fuori cose così

o così

o così

o così

Mentre, secondo la Gazza, ci dobbiamo autoconvincere di aver assistito al secondo gesto più decisivo e più alto della storia dell’uomo dai tempi di Neil Armstrong. E invece CR7 ha solo segnato il più bel gol di testa mai realizzato durante una partita giocata a Marassi di mercoledì pomeriggio. Io sono d’accordo che noi tifosi siamo intellettualmente l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia. Ma non fate i fenomeni, dai, sennò ci verrà il dubbio che tre quarti delle cose che ci dite non sono vere, o un tantinello esagerate.

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Ridotti all’osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Ridotti all'osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Vorrei ma potevo

Più che un “vorrei ma non posso”, è stato un “avrei voluto e avrei potuto”. Se reggesse la consecutio, un “vorrei ma potevo”. E in questo senso fa un po’ male. Usciamo dalla Champions avendo sprecato nell’arco di sei partite il triplo o il quadruplo di quanto non abbiamo sprecato in quindici partite di campionato. I due sanguinosissimi punti persi con lo Slavia in casa e le sconfitte a Barcellona e Dortmund dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo (e a Dortmund sarebbe bastato pareggiare) ci hanno portati a un’ultima partita da dentro-fuori che – tra gol sbagliati, circostanze varie e assenze pesanti – ci ha detto malissimo. La palla non sempre gira come vuoi tu.

E’ finita male, come un anno fa. Nel 2018 siamo riusciti a buttarla via col match point in casa contro una squadra già eliminata e quarta, quest’anno – sbagliando dieci gol – contro una top già qualificata e scesa in campo con una specie di squadra B.

Ecco, il punto è (anche) questo. Con un po’ più di cattiveria sotto porta stasera avremmo festeggiato, pur con sei assenze e mezza per infortunio. Avremmo festeggiato con la nostra rosa imperfetta, con i nostri lungodegenti sul divano, con la nostra squadretta da “gradino sotto” eppure sempre e comunque pericolosa, propositiva, produttiva. Il Barcellona, che tante opportunità ci ha concesso, alla lunga ci ha invece dimostrato cosa ancora ci manca per sederci al tavolo delle grandi: avere una squadra B come la sua, con cui concedersi un turn over estremo e andare a vincere a Milano così, in souplesse, con i gol di una riserva e di un ragazzo del 2002.

Peccato, al netto di ciò che ci manca resta la sensazione di un grande spreco, di un obiettivo che ci sfugge pur essendo sempre stato a portata di mano. E anche di un po’ di sfortuna, perchè paghiamo carissimi i 20 minuti più sconcertanti della stagione, quelli di Dortmund, 20 fottuti minuti che ci escludono da un palcoscenico importante e, comunque, da un sogno. Se ci sono Lipsia, Valencia, Lione e un altro paio di scarse che la sfangheranno domani, potevamo tranquillamente starci anche noi.

Resta, di questa Champions, la clamorosa esplosione di Lautaro. Cinque partite da top player in tutto e per tutto, quest’ultima straripante e piena di delizie tecniche e fisiche. Non è poco. Vabbe’, l’Inter comunque non muore qui, restano un sacco di cose da fare. Rimettiamo insieme la truppa e andiamo. Forza Inter.

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