L’importanza di incontrare Fabio

Ho un amico che si chiama Fabio ed è milanista. Siamo stati (parlo di podismo) compagni di squadra (parlo di differenti profili: lui non dico un Messi, ma un bel Lewandowski; io, un Gabigol con la mononucleosi). Ci siamo incontrati più volte a Pavia e dintorni per le gare o, in maniera del tutto casuale, durante allenamenti in strada o al parco, in pista o sull’alzaia. E ci siamo accorti di una cosa: quando ci siamo visti prima di un derby, ha sempre vinto l’Inter. Dopo le prime due o tre volte che ‘sta cosa si è verificata, prima di un Inter-Milan io ho cercato sempre di allenarmi in zona Fabio, sperando di incontrarlo. E mi piaceva pensare che lui, nei giorni pre-derby, uscisse a correre rasente i muri e con le mani sui coglioni.

Poi Fabio, per lavoro, qualche anno fa è andato ad abitare in Svizzera, e ciao.

Venerdì mattina, alle 10, esco per una corsetta e mi inoltro nel parchetto d’ordinanza. Dopo un quarto d’ora, in fondo a un rettilineo, vedo venirmi incontro – a un ritmo molto superiore al mio, savasandìr – una sagoma amica. E’ Fabio. Ci abbracciamo istintivamente, poi facciamo mente locale. Io esulto come un bambino dell’asilo, lui mi guarda affranto come avesse visto la sua macchina nuova appiattita da un rullo tipo i cartoni di Wile Coyote. Poi abbiamo parlato del più e del meno come due che non si vedevano da un po’, ma è chiaro che la frittata era fatta. Se uno, milanista, che vive in Svizzera, torna a Pavia nel weekend del derby, esce a correre e trova me, beh, si potrebbe anche non giocare.

A quel punto per me i problemi erano solo due, di ordine esoterico e morale.

Scaramanzia. Non potevo dire a nessuno che avevo incontrato Fabio e che quindi la vittoria era certa, per non rompere l’incantesimo.

Onestà intellettuale e lotta all’insider trading. Non potevo rivelare al mondo che l’Inter avrebbe vinto il derby per non mandare in bancarotta società di scommesse legali o bookmaker clandestini.

A dire la verità, non ero nemmeno tanto convinto di scrivere questo post, pensando ai derby dei prossimi vent’anni almeno. Ma la possibilità di trovare Fabio prima di un derby è ormai ridotta al lumicino: non solo lui vive in Svizzera, ma col cazzo che la prossima volta tornerà a trovare i suoi prima di un Milan-Inter. Quindi bòn, ho scritto.

Quanto alla partita, non c’è nulla da dire. Era scritto che avremmo vinto, non voglio fare il fenomeno nè infierire su quei barboni dei cacciaviti. Saluto la capolista e vado a dormire. Ah, solo una cosa: Juve merda.

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L'importanza di incontrare Fabio

Ho un amico che si chiama Fabio ed è milanista. Siamo stati (parlo di podismo) compagni di squadra (parlo di differenti profili: lui non dico un Messi, ma un bel Lewandowski; io, un Gabigol con la mononucleosi). Ci siamo incontrati più volte a Pavia e dintorni per le gare o, in maniera del tutto casuale, durante allenamenti in strada o al parco, in pista o sull’alzaia. E ci siamo accorti di una cosa: quando ci siamo visti prima di un derby, ha sempre vinto l’Inter. Dopo le prime due o tre volte che ‘sta cosa si è verificata, prima di un Inter-Milan io ho cercato sempre di allenarmi in zona Fabio, sperando di incontrarlo. E mi piaceva pensare che lui, nei giorni pre-derby, uscisse a correre rasente i muri e con le mani sui coglioni.

Poi Fabio, per lavoro, qualche anno fa è andato ad abitare in Svizzera, e ciao.

Venerdì mattina, alle 10, esco per una corsetta e mi inoltro nel parchetto d’ordinanza. Dopo un quarto d’ora, in fondo a un rettilineo, vedo venirmi incontro – a un ritmo molto superiore al mio, savasandìr – una sagoma amica. E’ Fabio. Ci abbracciamo istintivamente, poi facciamo mente locale. Io esulto come un bambino dell’asilo, lui mi guarda affranto come avesse visto la sua macchina nuova appiattita da un rullo tipo i cartoni di Wile Coyote. Poi abbiamo parlato del più e del meno come due che non si vedevano da un po’, ma è chiaro che la frittata era fatta. Se uno, milanista, che vive in Svizzera, torna a Pavia nel weekend del derby, esce a correre e trova me, beh, si potrebbe anche non giocare.

A quel punto per me i problemi erano solo due, di ordine esoterico e morale.

Scaramanzia. Non potevo dire a nessuno che avevo incontrato Fabio e che quindi la vittoria era certa, per non rompere l’incantesimo.

Onestà intellettuale e lotta all’insider trading. Non potevo rivelare al mondo che l’Inter avrebbe vinto il derby per non mandare in bancarotta società di scommesse legali o bookmaker clandestini.

A dire la verità, non ero nemmeno tanto convinto di scrivere questo post, pensando ai derby dei prossimi vent’anni almeno. Ma la possibilità di trovare Fabio prima di un derby è ormai ridotta al lumicino: non solo lui vive in Svizzera, ma col cazzo che la prossima volta tornerà a trovare i suoi prima di un Milan-Inter. Quindi bòn, ho scritto.

Quanto alla partita, non c’è nulla da dire. Era scritto che avremmo vinto, non voglio fare il fenomeno nè infierire su quei barboni dei cacciaviti. Saluto la capolista e vado a dormire. Ah, solo una cosa: Juve merda.

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Burro e Slavia

“Ma che culo ci avete…” No, aspetta, correggo. “Ma che culo ci hanno fatto??” Il messaggio lo invio al mio amico Luca, quello di Praga, che in realtà è casualmente a San Siro a 50 metri da me. Una domanda che gli faccio in qualità di persona informata dei fatti. Luca non solo vive a Praga ed è interista e calciofilo totale, ma con i suoi soci di “Turisti per Praga”, tutti interisti, ha fatto più volte l’abbonamento allo Slavia. Perchè non allo Sparta?, gli avevo chiesto quando ci eravamo conosciuti a Praga. “Perchè lo Sparta è la Juve della Repubblica Ceca, e quindi non ce la possiamo fare”. Ok, torniamo alla domanda di oggi: ma che culo ci hanno fatto?? Risposta di Luca: “Assurdo, mai visto lo Slavia giocare così”.

Ecco, se c’è una scusante per il disastroso debutto dell’Inter in Champions è proprio questa: lo Slavia ha fatto un partitone clamoroso. Detto questo, la stessa considerazione si presta a interpretazioni del tutto negative: se l’Inter ha preso sottogamba la presunta squadra materasso, ha sbagliato di brutto; se l’Inter non è stata in grado di adeguarsi al “livello Champions” – nel caso dello Slavia, una squadra tecnicamente inferiore che si è spesa in un pressing a tratti mostruoso e non ce l’ha fatta vedere per interminabili minuti – possiamo iniziare a preoccuparci; e infine, se questo è stato l’approccio al tanto sbandierato ciclo di ferro delle 7 partite in 23 giorni (Inter-Slavia, a bocce ferme, sembrava la più scontata), beh, prepariamoci alle notti insonni che tanto ci sono care.

La pagella l’ha fatta Conte (“tutti sotto la sufficienza”) ed è ingenerosa quanto basta. Peccato essersi inculati due dei punti che pensavamo di avere già in saccoccia in Champions, ma le quasi-sconfitte salutari è meglio che arrivino presto, quando, appunto, hanno il tempo di rivelarsi salutari. In mondo non è fatto di Lecce, Cagliari e Udinese, ma anche di squadre che ti immagini ciofeche e invece non lo sono. E a squagliarti come burro in padella sei tu, non loro.

Mentre sciamo verso il pullman dell’Inter club Voghera, vengo approcciato da uno che mi dice “Ma tu… ma tu sei Settore!” come se avesse visto Margot Robbie in bikini vendere i cornetti Algida al secondo rosso. Si qualifica: è un mio conterraneo ma vive in Brasile da 14 anni “e ti leggo sempre da là! Settore mio! Non ci posso credere!”. Ma non scrivo più un cazzo, obietto. “Ti leggo anche se non scrivi un cazzo”. Al che mi fermo e gli impongo le mani: “Ego te absolvo, e absolvo anche te, simpatico scudiero”, dico rivolto al suo amico che mi fa: “Grazie di esistere”. Passa uno che evidentemente capta la straordinarietà dell’evento e, nel dubbio, scatta una foto. Lo immagino ora nel buio della sua cameretta chiedersi: “Ma chi cazzo sarà stato?”. Saluto con calore virile la coppia italo-brasiliana e mi dirigo verso il bus. Gli interisti sono migliori. Magari non dello Slavia Praga, ma è stato l’inciampo di una serata un po’ così.

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Conte uno di noi (nonostante noi)

Una sorta di riflesso pavloviano, a distanza ormai di mesi dal loro arrivo, continua a farmi mettere mano al telecomando ogni volta che in video appaiono Conte e (ancora di più) Marotta. “Ehi, chi ha cambiato canale? Stavo guardando l’Inter!”, dico dal divano. Quando realizzo – mi ci vogliono un paio di secondi – che l’Inter sono loro, faccio finta di nulla e vado avanti a guardare. Dopo un’altra manciata di secondi, l’interismo torna a pervadermi e mi resetta la memoria: lui è il mio allenatore, lui è il mio amministratore delegato per l’area sportiva, forza Inter, Juve merda.

Siccome il post sarà dedicato all’argomento “avete rotto i coglioni con ‘sta storia che Conte e Marotta erano/sono gobbi, pensiamo a vincere qualcosa ché non lo facciamo da un po’, santa polenta”, con l’aneddoto di cui sopra volevo chiarire con sincerità la mia posizione: ho ancora le mie teoriche difficoltà ad affrontare serenamente la questione. «Se non ti è chiaro quel che dico e dubiti che sia vero, guarda almeno se non dubiti di dubitarne; e, se sei certo di dubitare, cerca il motivo per cui sei certo. In questo caso senz’altro non ti si presenterà la luce di questo sole, ma la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». Non lo dicono Bernard-Henri Levy o Pierluigi Pardo , ma Sant’Agostino. E un po’ mi ci rivedo. Incontrassi Sant’Agostino per strada gli direi: “Non capisco bene ciò che dici, Maestro, ma intravvedo nelle tue parole il motivo per cui metto mano al controllore remoto del mio apparecchio televisivo”.

Detto questo – tralasciando per brevità Marotta -, Conte è il mio allenatore.

E nelle ultime ore lo sto apprezzando parecchio, e non tanto per le tre vittorie consecutive contro tre squadrette di seconda o terza fascia. Lo apprezzo per il suo comportamento, che per alcuni è stato ipocrita e che invece io giudico esattamente all’opposto, nel segno cioè di una scomoda sincerità.

Iniziamo dal dibattitone sul mancato saltellamento al coro dei tifosi. “Chi non salta juventino è”, e lui non salta. Secondo un sillogismo di puro stampo aristotelico: Conte è gobbo. E invece io dico: Conte è serio. E’ stato tesserato della Juventus per16 stagioni, 13 da giocatore e tre da allenatore. Fa bene a non saltare. Non perchè, secondo il sillogismo, lui è juventino. Ma per una forma di rispetto che si deve a una maglia indossata per 16 anni e a chi ti ha fatto 192 lauti bonifici. Se Zenga o Cambiasso – i primi due che mi vengono in mente – assunti dalla Juve o dal Milan si mettessero a saltellare, noi cosa diremmo?

Con la piccata frase in conferenza stampa a Sarri, poi, Conte ha rapidamente chiuso il cerchio. Se alla Juve porta giustamente rispetto, ne porta un po’ meno all’allenatore che siede in quella che fu la sua panchina e che alla sua prima partita butta lì una serie di piagnistei che a confronto Mazzarri era un fachiro. Che al 15 settembre il gioco sia già così duro, non so come la pensiate voi, ma per me è una bellezza. Conte ha risposto da professionista informato sui fatti. Uno che ha stato 16 stagioni alla Juve dice a Sarri: ma di che cazzo ti lamenti? Uno che è stato 16 stagioni alla Juve ha scelto di non far finta di non sapere che quella, quella che fu anche sua, è la “parte forte”. Lo dice ora che vede il mondo da un’altra angolazione, che è sempre di lusso ma non la migliore. Conte non deve rinnegare 16 anni di Juve, Conte deve portare la sua nuova squadra più in alto possibile. Conte è il mio allenatore, il resto – quando i patti sono chiari – è fuffa.

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Perché è nelle scuole che si combatte il razzismo

Ciao Romelu

Ti scriviamo a nome della Curva Nord, si i ragazzi che ti han dato il benvenuto appena arrivato a Milano.

Ci spiace molto che tu abbia pensato che quanto accaduto a Cagliari sia stato razzismo.

Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un VERO problema.

Capiamo che ciò è quello che possa esserti sembrato ma non è così.

In Italia usiamo certi “modi” solo per “aiutare la squadra” e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliare.

Noi siamo una tifoseria multietnica ed abbiamo sempre accolto i giocatori provenienti da ogni dove sebbene anche noi abbiamo usato certi modi contro i giocatori avversari in passato e probabilmente lo faremo in futuro.

Non siamo razzisti allo stesso modo in cui non lo sono i tifosi del Cagliari.

Devi capire che in tutti gli stadi italiani la gente tifa per le proprie squadre ma allo stesso tempo la gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per “aiutare le proprie squadre”.

Ti preghiamo di vivere questo atteggiamento dei tifosi italiani come una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli non perché ti odiano o son razzisti.

Il razzismo è una cosa completamente differente e tutti i tifosi italiani lo sanno bene.

Quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi inclusi i tuoi e contribuisci a sollevare un problema che qui non c’è o quantomeno non viene percepito come in altri stati.

Noi siamo molto sensibili ed inclusivi con tutti. Possiamo garantirti che tra noi ci son frequentatori di diverse razze e provenienze che condividono questo modo di provocare i giocatori avversari dell’Inter persino quando questi ultimi sono della loro stessa razza o provenienza geografica.

Ti preghiamo di aiutare a chiarire quello che realmente è il razzismo e che i tifosi italiani non sono razzisti.

La lotta al VERO razzismo deve cominciare nelle scuole non negli stadi, i tifosi son solo tifosi e agiscono in modo differente allo stadio e nella vita reale.

Stai certo che quello che dicono o fanno a un giocatore di colore avversario non è quello che direbbero o farebbero nella vita reale.

I tifosi italiani non saranno perfetti ma sebbene comprendiamo la frustrazione che ti possono creare certe espressioni, queste non sono utilizzate a fini discriminatori.

Ancora una volta …

BENVENUTO ROMELU

(Curva Nord, post pubblicato sulla pagina Facebook “L’urlo della Nord” il 3 settembre 2019)


(traduzione di Settore)

Ciao Romelu

Benvenuto in Italia. Gli italiani non sono razzisti, noi non siamo razzisti, nemmeno quei pecorai del Cagliari sono razzisti. Il problema, quello vero, è che tu sei negro.

E’ meglio che mettiamo in chiaro le cose subito, alla seconda giornata. Ci siamo accorti che non sei un negro di quelli normali, che stanno zitti, pedalano, giocano la loro partita, fanno un selfie e via. No, tu sei un negro fortissimo (questo ci va bene) e purtroppo (che noia!) sei uno di quei negri orgogliosi di essere negri.

Questo, oggettivamente, è un problema.

Ora, come distinguere se la gente ti ulula perchè sei fortissimo, perchè stai tirando un rigore o perchè sei negro?

Questo, oggettivamente, è un altro problema. Ma noi ti proponiamo una soluzione, che dovresti aiutarci a divulgare proprio in quanto negro progressista. Dimentica questa stronzata del razzismo: noi non lo siamo, gli italiani non lo sono, nemmeno quei quattro inculapecore con l’anemia mediterranea lo sono. Noi vogliamo solo aiutare la nostra squadra: dai, ma come ti salta in mente di pensare che siamo razzisti? Anzi, farti il verso della scimmia mentre tiri un rigore è un segno dell’enorme rispetto che l’Italia intera nutre nei tuoi confronti: hanno paura di te e ululano. Ti rispettano e ululano. Capisci?

Certo, tu ci dirai: ma perchè mi fanno il verso della scimmia invece di insultarmi o disturbarmi o distrarmi in maniera, come dire, normale? Non sarà mica che siete razzisti?

E no, Romelu, noi non siamo razzisti. Noi siamo un paese accogliente, una tifoseria accogliente, una curva accogliente. Il problema è che tu sei negro. Grande, grosso, fortissimo e negro. Cioè, se eri bianco non stavamo mica qui a scriverti.

E tu devi capire, in quanto negro che si mette a fare le battaglie tipo Martin Luther Blisset o come cavolo si chiamava, che adesso ci metti nei casini. Cioè, noi vogliamo continuare a fare il cazzo che ci pare, noi e le altre 19 curve e anche i singoli tifosi sparsi per lo stadio che non ce l’hanno necessariamente con i negri in quanto negri, però all’occorrenza devono essere liberi di insultare chiunque perchè questa è l’essenza del tifoso, caro Romelu. Insultare chiunque.

Quindi, accontentati di essere il centravanti dell’Inter e dimenticati di essere negro, o domina l’istinto di vivere la tua triste e vistosa pigmentazione con quell’orgoglio un po’ demodè alla Martin B. B. King o come cavolo si chiamava. Facendo casino, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi, compresi i tuoi, cioè noi, e sollevare un problema che qui in Italia non esiste, cioè il razzismo.

Pensa che ci sono dei negri e dei marocchini anche in curva, e pensa che insultano negri e marocchini in campo: non è bellissimo? Non è fratellanza? Non è amore?

Cerchiamo di essere amici, dai: il tuo predecessore, un coglione, non lo è stato e non se l’è passata benissimo. E pensa che era bianco.

La lotta al razzismo deve iniziare nelle scuole, nelle scuole!, e non negli stadi, dove vogliamo continuare indisturbati a ululare ai negri giustificandoci dicendo che è tifo. Non venire a crearci problemi inutili, Romelu. E’ così dalla notte dei tempi. Prima ululavamo ai terroni, poi l’Europa si è riempita di negri e non è mica colpa nostra. Vogliamo continuare a essere gli animali che siamo sempre stati, così, senza inutili retropensieri.

Noi nella vita reale non ululeremmo mai a un negro. Ma allo stadio sì, perchè è nelle scuole, nelle scuole!, che si combatte il razzismo, ammesso che esista, non negli stadi perchè gli italiani non sono razzisti e amano i negri, ma li amano nelle scuole, non negli stadi dove li rispettiamo facendo il verso della scimmia perchè li temiamo come se fossimo nelle scuole perchè è lì che si combatte il razzismo negli stadi che non esiste.

Benvenuto Romelu, uh-uh, salta non noi. E Juve merda!

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Ho visto una partita di calcio femminile. E sono ancora io

Ho appena aggiunto alle esperienze della mia vita la visione di una partita di calcio femminile. La visione completa, dall’inizio alla fine, dagli inni nazionali alle interviste post-gara. Non mi sono bevuto il cervello, Murdoch non mi ha infilato un chip sotto pelle, non sono schiavo delle mode del momento, non me ne vanterò al bar spacciandomi per espertone di calcio femminile, non ho intenzione di fare nessuna retorica su questo sport nè su questo evento che mi avvince il giusto (non molto), non sono nemmeno particolarmente coinvolto dal passato, dal presente e dal futuro del movimento. Di cui, lo confesso, mi sono sempre bellamente fottuto. Però niente, ho visto la partita Italia-Australia. Su Rai 1 c’era Linea Verde e poi il tg, su Retequattro c’era il tenente Colombo, su Rai Sport 24 il canottaggio e io no, mi sono visto Italia-Australia di calcio femminile, tutta, dall’inizio alla fine.

Oh, innanzitutto vi faccio una confidenza. Non è cambiato nulla. Mi sono specchiato e mi vedo uomo, eterosessuale, interista, progressista, podista, appassionato multisport. Lo stesso pirla di due ore prima, uguale.

Passiamo alla disamina tecnica. Boh, pensavo molto peggio. Mi immaginavo ventidue culone che facevano rinvii alla cazzo per novanta minuti, e invece in effetti è uno sport vero, calcio vero, schemi, tecnica, calci veri, pestoni, gambe tese. Certo, è un calcio giocato da donne, che non è proprio come quello giocato da uomini. Con qualche risvolto naif, tipo che al ventesimo fuorigioco fischiato alle nostre attaccanti (due gol annullati dal Var, uno per un millimicron) mi sono alzato dal divano e ho detto, rivolto al televisore:

“Minchia, non sarà il caso di dare un’occhiata ogni tanto, ogni tanto!, alla vostra cazzo di posizione e alla linea delle difensore, difenditrici, vabbe’, ci siamo capiti?”

E comunque sono i Mondiali, quindi il livello massimo, e il livello massimo di questo sport non riconosciuto dagli uomini non è affatto male. Tipo che un paio d’ore ogni 55 anni si possono anche spendere con un certo piacere. Tipo che, mediamente, i calci d’angolo li tirano meglio di Candreva e Politano. Per dire.

L’Italia ha vinto 2-1, segnando il gol vittoria al 95′, ma questo post lo avrei scritto lo stesso se avesse perso 6-0. Non salirò sul carro delle vincitrici (che seguirò con simpatia, sapendo benissimo che Italia-Australia potrebbe restare l’unica partita di calcio femminile che ho mai visto). Ma non voglio nemmeno confondermi – dopo giorni in cui ne ho lette di tutti i colori – con la folla dei detrattori.

Scusate, ma che cazzo vi ha fatto il calcio femminile?

Non vi piace? E non guardatelo. Non succede mica niente. Io adoro lo sport, ma ce ne sono moltissimi che non seguo: qualcuno non mi interessa, qualcuno non lo capisco e qualcuno mi fa cagare. E quando uno sport mi fa proprio cagare, tipo, chessò, il dressage

(e lo confesso, mi fa cagare tantissimo)

non è che ogni due ore scrivo sui social infamità o battutacce (nemmeno divertenti) sui dresseur (l’ho inventato al momento, ma magari è giusto) o sull’equitazione in generale o sul cavallo come animale sottoposto a tortura. Non lo guardo, punto. Quando alle Olimpiadi c’è il dressage, smanetto di default sul telecomando, mi chiedo quale sia l’utilità del dressage nel Terzo millennio (suppongo la stessa del Secondo: zero), mi chiedo come si possa trovare interessante un cavallo che fa tic-tic-tic con un damerino in sella, roba che neanche alla sagra del paese qui vicino troverei interessante. Ma bòn, giro, e mi guardo il tiro con l’arco o il tenente Colombo. Il dressage, nel frattempo, soppravvive alle mie paturnie. Il movimento internazionale del dressage se ne fotte di me, continuerà a prosperare e resterà sport olimpico finchè io sarò in casa di riposo, reparto non autosufficienti, e in sala tv dopo la lotta greco-romana inizierà il dressage e io dirò

“Cazzo! Gira! Gira!”

e l’operatore socio sanitario mi porterà in camera e chiamerà le mie figlie a cui dirà che “vostro padre è intemperante e disturba gli altri degenti, c’era la gara dei cavalli è…” e io gli dirò “Gara dei cavalli un cazzo, è quella merda del dressage!”, e le mie figlie gli diranno “Ci passi papà per favore”.

Vabbe’, mi sono perso. Torno alla domanda: che cazzo vi ha mai fatto il calcio femminile?

Vi posso assicurare che il calcio maschile, dopo questi pittoreschi mondiali donne, manterrà il suo ruolo dominante. Davvero. Ma da subito, eh? C’è il Mondiale Under 20 e siamo in semifinale, poi inizia l’Europeo Under 21 e abbiamo uno squadrone, poi ci sono Coppa America e Coppa d’Africa (per i feticisti del pallone), poi inizierà il ritiro dell’Inter, poi sorteggeranno il calendario del campionato – che mi hanno detto che si farà regolarmente -, poi al primo fresco inizieranno anche le coppe europee – si giocheranno anche nel 2019/20 nonostante l’ambiziosa invadenza del calcio femminile – e poi ci sarà da gufare la Juve. Resterà tutto uguale.

Quindi, ditemi, che cosa stracazzo vi ha mai fatto il calcio femminile?

In questa Italia piena di paure, si è aggiunta anche questa. Che non vorrei – anche se personalmente ne ho il fortissimo sospetto – dipendesse anche dal fatto che questa nazionale ha una capitana non caucasica e un gran numero di omosessuali in rosa. Il che farebbe tornare tutto, a livello non sportivo. A livello sportivo, invece, state tranquilli: le donne aspirano al professionismo com’è giusto che sia, ma non prenderano mai come l’ultimo panchinaro maschio della vostra squadra. E non faranno mai il posticipo di calcio femminile anche posto di Inter-Juve. Cambiate canale, usate la Gazza di questi giorni per incartare il pesce o svasare i gerani. Fottetevene, come avete sempre fatto, e come ho sempre fatto anch’io. Ma lasciate giocare a pallone le donne. Vi fanno cagare? Se ne faranno una ragione. Intanto loro sono ai mondiali e noi no – noi maschi, dico. Scrivete la vostre imperdibili battute sui social: le donne – anche in questo momento, dovunque, a qualsiasi livello – continueranno a fare sport alla faccia vostra, e con la copertura tv (e quindi la prova di esistenza in vita, e quindi anche eventuali soldi) che si guadagneranno con i risultati. Nessuno vi/ci obbiga a guardare il calcio femminile o il dressage. Cambiate canale, non sopravvalutatevi e non rompete più i coglioni.



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Handa Nara (la maratona più pazza del mondo)

Metti che il Kenya debba scegliere, tra i venti top-maratoneti che ha, i 4 da mandare alle Olimpiadi 2020. Ogni volta è così, procedura complesa e crudele, ne devi lasciare a casa 16 forti. Vabbe’, Eliud Kipchoge ha il posto fisso da mo’, per distacco abissale. Poi sceglie anche il secondo, quello col tempo migliore, e si riserva di decidere gli altri due nomi all’ultima corsa, una specie di Trial. Il selezionatore in realtà la scelta l’ha già fatta. er uno in particolare. E’ uno pazzo, ma che per le Olimpiadi va benissimo. Uno forte, ma parecchio discontinuo (una testa di cazzo, diciamo). Lo prende da parte e gli dice: ascolta, alle Olimpiadi ci vai tu, è già stabilito, basta che oggi arrivi in fondo, sticazzi il tempo, basta che arrivi in fondo. Ok?

L’ultima maratona prima delle Olimpiadi parte. Il prescelto fa il suo dovere, poi comincia a farsi prendere un po’ dall’ansia, tipo che fa un chilometro a 2′ 45″ e quello dopo a 3′ 30″, in fondo ci arriva di sicuro e pure bene, però non è così che si corre. Poi prova ad allungare, poi rallenta, poi inciampa, poi fa il chilometro più veloce, poi si ingrippa. Comunque sia è in vantaggio sulla tabella di marcia e, accidenti, sa che arriverà in fondo in carrozza. ‘Na passeggiata de salute. Ma dopo il trentesimo chilometro ne fa di ogni. Allo spugnaggio del 32esimo corteggia pesantemente una volontaria e fa a botte col di lei fidanzato. Al 34esimo chiama un amico da un telefono a gettoni. Al rifornimento del 35esimo beve una birra media ghiacciata, al 37,5 fa uno spugnaggio con il catrame, al 38esimo si infila in un giardino dove è in corso una grigliata e mangia quattro wurstel con salsa barbecue, al 39esimo inizia a cantare “Nessun dorma” a squarciagola, al 40esimo trova per terra una copia di Playboy e si masturba dentro un wc chimico, al 41esimo prende sulle spalle un altro concorrente e lo trasporta per 500 metri, al 42esimo si mette a fare la ruota, a 50 metri dall’arrivo si ferma e concede un’intervista a Rolling Stones, poi finalmente taglia il traguardo. E’ arrivato in fondo, secondo i patti andrà alle Olimpiadi. Il selezionatore gli fa ok col pollice, poi sviene.

Ecco, l’Inter ieri sera è stata più o meno così. Ieri sera, in particolare, e negli ultimi sei mesi, più in generale.

Non voglio usare termini assoluti per descrivere il ciclone emozionale di Inter-Empoli, ma riferire soltanto sensazioni personali. Si è trattata di una delle esperienze più devastanti da quando sono interista – e sono decenni, santa madonna. Ci sono state altre volte in cui ho perso anni di vita sul divano o sugli spalti, ma non voglio scomodare paragoni inadeguati con partite magicamente epiche, o epicamente disastrose. Questa era un’Inter-Empoli – la terza contro la terz’ultima, che poi in effetti retrocede – e non ci sono paragoni adeguati. Era un’Inter-Empoli. Una fottuta Inter-Empoli, sulla carta la partita meno importante e meno affascinante dell’anno. Sulla carta, certo.

Che sia finita bene, è solo un particolare. A me – saranno anche questi ultimi sei mesi da tragedia etica e sportiva – non è ancora passata. Mi sembra di essere ancora davanti alla tv a vedere una partita divertentissima – purtroppo, una delle due squadre in campo era l’Inter – con 100 azioni d’attacco e 20 palle gol – purtroppo, una su tre capitata all’Empoli, davanti ai miei occhi spaventati e al mio cuore a brandelli.

Non è umano. Non è sano. E non venitemi a intortare con la solita storia della pazza Inter. Questa non è pazzia. E’ un qualcos’altro per cui non esiste una parola. E’ un mix di cose – purtroppo, la metà negative.

Ho perso il mio solito anno di vita, sbigottito, davanti alla tv. Senza Orociok (meno male, ne avrei mangiato un container), ho provato le seguenti sensazioni:

  • Vinciamola. Non importa come, ma vinciamola
  • Meno male che è l’ultima partita della stagione 2018-19
  • Non voglio più vedere – mai più, mai più – almeno sei-sette dei giocatori in campo

Questo è, per quanto mi riguarda, l’elemento più interessante, che ha reso Inter-Empoli un’esperienza unica. Tifavo Inter, è ovvio, fino allo sfinimento, ma nel contempo mi auguravo di non rivedere mai più questa Inter. Tifavo Inter, alla morte, e ne invocavo la rifondazione, alla morte. Non mi sono nemmeno accorto del fischio finale. Ero ancora lì che sudavo come un mantice e tifavo Inter e contemporaneamente la stramaledivo e finalmente, quando mi sono accorto che gente in borghese passeggiava per il campo, ho capito che eravamo in Champions. Che non so come, facendone di ogni, eravamo arrivati in fondo.

Ho cambiato canale. La Lega era al 34 per cento (al 45% a Pavia). Ho chiuso gli occhi, sfinito. Icardi, Dalbert, Perisic. La traversa. Wanda Nara. Non ho dormito. La stagione è finita così. Una stagione completamente insensata, tipo il fallo di Keita su Dragowski. Ciao Inter, ti amo ma hai abusato della mia pazienza. Vorrei poterti dire che ci rivediamo tra altri sei mesi, ma sono un uomo debole. Grazie Handa, uomo del destino. A tutti gli altri il mio cordiale vaffanculo. Forza Inter.

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Lo zen e l’arte di cagarsi addosso per Inter-Empoli

Nel tennis, il “braccino” (in inglese choke) è una gran brutta cosa. Dal tennis club Cesano Boscone fino a Wimbledon, ha colpito milioni di giocatori nella storia. Cos’è il braccino? Stai giocando, sei in vantaggio, magari anche nettamente, e improvvisamente ti blocchi. Basta un non so che – un piccolo errore, una palla lunga di due centimentri, un nastro sfavorevole, un pensiero di troppo – e trac!, sei fottuto. Più ti avvicini alla possibile vittoria e più ti incasini, perchè il tuo cervello ormai è in pappa. Hai paura di sbagliare, e quindi sbagli. Il tuo avversario ti appare come in realtà non è, tantomeno com’era fino a mezz’ora prima, quando lo prendevi a pallate. Tipo che magari stai giocando con tuo cugino e improvvisamente lui si trasforma in Rafa Nadal. Ovviamente non è così, lui è sempre quello scarso di tuo cugino, ma la tua mente ormai allo sbando lo percepisce come un Nadal che le prenderà tutte e non ne sbaglierà mai più una, anche perchè le sbaglierai tutte tu. In quel breve lasso di tempo in cui sei preda del braccino, vorresti non aver mai giocato a tennis. Ecco, se c’è una cosa consolante nel braccino del tennista è che dura relativamente poco. Qualche minuto – basta e avanza per perdere una partita – e poi vaffanculo, perdi e bòn, vai a mangiare la pizza con tuo cugino e ci si vede alla prossima.

L’Inter il braccino ce l’ha da tipo 6-7 mesi.

Parliamo del campionato. Alla fine del girone d’andata (29 dicembre), avevamo 39 punti, a -12 dalla Juve e a -5 dal Napoli, ma a +8 sulla quinta, che era il Milan del quale parlavamo con una certa compassione. Qualche inciampo, soprattutto all’inizio, e almeno un furto con scasso (Inter-Parma). Ma avevamo vinto 12 partite su 19. C’erano tutte le condizioni per fare una seconda parte di campionato in carrozza, giocando con un piede solo, e arrivare terzi senza nemmeno accorgersene. Nella seconda parte di campionato, abbiamo invece fatto 27 punti. Abbiamo vinto 7 partite su 18 (cioè praticamente una ogni tre). E adesso siamo qui ad aspettare una partita con l’Empoli in casa manco se dovessimo giocarci con il Liverpool ad Anfield lo spareggio per evitare la radiazione dal calcio.

Prima di Capodanno, peraltro, l’Inter aveva già sofferto di un braccino specifico. Nelle due partite di Champions in cui avevamo un obiettivo vero e necessario, un obiettivo con un nome e un cognome (pareggiare a Londra, battere in casa il Psv), abbiamo fallito. Due volte su due. A casa. Non un buon segno, non un giudizio lusinghiero sul profilo della squadra. Ma ci consolava un campionato in cui invece qualcosa di buono lo stavamo facendo e la classifica dell’andata sembrava dirci una cosa: ok, la Juve la vediamo col cannocchiale, il Napoli non è lontano ma ha qualcosa in più, ma le altre si fottano, quest’anno per la Champions non ci sarà da penare fino all’ultimo secondo.

Infatti.

Nel girone di ritorno, in estrema sintesi, abbiamo fatto cagare. Tradotto in cifre: 11 punti meno dell’Atalanta, 8 del Napoli, 7 del Milan, 6 della Roma. Ci hanno rubato due punti a Firenze, ok. Ma avevamo un tale vantaggio che sarebbe bastato trasformare in vittoria uno dei tanti pareggini per essere tranquilli, nonostante le cifre di cui sopra. E invece no. Risultati da metà classifica, gioco loffio, musi costantemente lunghi.

Cosa è successo dal 29 dicembre in poi? Bah, niente di che. Il nuovo dirigente più alto in grado assunto a metà stagione con un ingresso in società morbido tipo scazzottata di Bud Spencer e Terence Hill (mezz’ora e aveva già messo fuori rosa l’uomo della Provvidenza rivelatosi lacero e bollito); un attaccante croato – peraltro mediamente impresentabile – offerto a la qualunque e rimasto in carico con palpabile entusiasmo; un capitano degradato che per due mesi marca visita millantando malanni smentiti della società con simpatici comunicati ufficiali (“non ha un cazzo”); partite giocate senza attaccanti di ruolo; un impatto in Europa League che il Tenerone al confronto era Chuck Norris; un capitano degradato (vedi sopra) che al rientro sprizza vitalità a ogni poro e impiega il tempo libero a fare foto porno-soft con la moglie procuratrice, e nel mentre realizza un suggestivo bilancio di tre gol su rigore in sei mesi; no, niente di che.

Con tutto questo, e con tutto il braccino che vogliamo mettere in conto, abbiamo il match point in casa contro una squadra – l’Empoli che tremare il mondo fa – che è la peggiore del campionato come rendimento in trasferta (8 punti, ne ha perse 12 su 18 con 2 gol subiti a partita), mentre l’Inter-mozzarella in casa non ha subito gol 10 volte su 18, per dire. Nelle ultime sette partite Inter ed Empoli hanno fatto lo stesso numero di punti, 10. L’Empoli arriva da tre vittorie consecutive (come il Milan), questo è vero. Ma è l’Empoli, santa madonna. E noi siamo l’Inter.

Già.

Ma non c’è folklore, in tutto questo. Non c’è pazza Inter. Siamo all’apoteosi di un pessimo campionato a livello ambientale. Nell’anno che sembrava aver rimesso qualcosina al posto giusto (la Champions riguadagnata, una squadra tutt’altro che perfetta ma apparentemente costruita con un minimo di criterio, un allenatore che poteva plasmarla in continuità di lavoro) ci siamo ri-trasformati nel solito cantiere perenne, una Salerno-Reggio Calabria del calcio che ama complicarsi la vita. Per andare in Champions basta vincere con l’Empoli. Il fatto che questa cosa – vincere in casa con l’Empoli – appaia a molti un’enormità, ecco, è come ammettere che abbiamo il braccino prima ancora di metterci in maglietta e pantaloncini. Un caso clinico, etico e morale, prima ancora che calcistico.

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Lo zen e l'arte di cagarsi addosso per Inter-Empoli

Nel tennis, il “braccino” (in inglese choke) è una gran brutta cosa. Dal tennis club Cesano Boscone fino a Wimbledon, ha colpito milioni di giocatori nella storia. Cos’è il braccino? Stai giocando, sei in vantaggio, magari anche nettamente, e improvvisamente ti blocchi. Basta un non so che – un piccolo errore, una palla lunga di due centimentri, un nastro sfavorevole, un pensiero di troppo – e trac!, sei fottuto. Più ti avvicini alla possibile vittoria e più ti incasini, perchè il tuo cervello ormai è in pappa. Hai paura di sbagliare, e quindi sbagli. Il tuo avversario ti appare come in realtà non è, tantomeno com’era fino a mezz’ora prima, quando lo prendevi a pallate. Tipo che magari stai giocando con tuo cugino e improvvisamente lui si trasforma in Rafa Nadal. Ovviamente non è così, lui è sempre quello scarso di tuo cugino, ma la tua mente ormai allo sbando lo percepisce come un Nadal che le prenderà tutte e non ne sbaglierà mai più una, anche perchè le sbaglierai tutte tu. In quel breve lasso di tempo in cui sei preda del braccino, vorresti non aver mai giocato a tennis. Ecco, se c’è una cosa consolante nel braccino del tennista è che dura relativamente poco. Qualche minuto – basta e avanza per perdere una partita – e poi vaffanculo, perdi e bòn, vai a mangiare la pizza con tuo cugino e ci si vede alla prossima.

L’Inter il braccino ce l’ha da tipo 6-7 mesi.

Parliamo del campionato. Alla fine del girone d’andata (29 dicembre), avevamo 39 punti, a -12 dalla Juve e a -5 dal Napoli, ma a +8 sulla quinta, che era il Milan del quale parlavamo con una certa compassione. Qualche inciampo, soprattutto all’inizio, e almeno un furto con scasso (Inter-Parma). Ma avevamo vinto 12 partite su 19. C’erano tutte le condizioni per fare una seconda parte di campionato in carrozza, giocando con un piede solo, e arrivare terzi senza nemmeno accorgersene. Nella seconda parte di campionato, abbiamo invece fatto 27 punti. Abbiamo vinto 7 partite su 18 (cioè praticamente una ogni tre). E adesso siamo qui ad aspettare una partita con l’Empoli in casa manco se dovessimo giocarci con il Liverpool ad Anfield lo spareggio per evitare la radiazione dal calcio.

Prima di Capodanno, peraltro, l’Inter aveva già sofferto di un braccino specifico. Nelle due partite di Champions in cui avevamo un obiettivo vero e necessario, un obiettivo con un nome e un cognome (pareggiare a Londra, battere in casa il Psv), abbiamo fallito. Due volte su due. A casa. Non un buon segno, non un giudizio lusinghiero sul profilo della squadra. Ma ci consolava un campionato in cui invece qualcosa di buono lo stavamo facendo e la classifica dell’andata sembrava dirci una cosa: ok, la Juve la vediamo col cannocchiale, il Napoli non è lontano ma ha qualcosa in più, ma le altre si fottano, quest’anno per la Champions non ci sarà da penare fino all’ultimo secondo.

Infatti.

Nel girone di ritorno, in estrema sintesi, abbiamo fatto cagare. Tradotto in cifre: 11 punti meno dell’Atalanta, 8 del Napoli, 7 del Milan, 6 della Roma. Ci hanno rubato due punti a Firenze, ok. Ma avevamo un tale vantaggio che sarebbe bastato trasformare in vittoria uno dei tanti pareggini per essere tranquilli, nonostante le cifre di cui sopra. E invece no. Risultati da metà classifica, gioco loffio, musi costantemente lunghi.

Cosa è successo dal 29 dicembre in poi? Bah, niente di che. Il nuovo dirigente più alto in grado assunto a metà stagione con un ingresso in società morbido tipo scazzottata di Bud Spencer e Terence Hill (mezz’ora e aveva già messo fuori rosa l’uomo della Provvidenza rivelatosi lacero e bollito); un attaccante croato – peraltro mediamente impresentabile – offerto a la qualunque e rimasto in carico con palpabile entusiasmo; un capitano degradato che per due mesi marca visita millantando malanni smentiti della società con simpatici comunicati ufficiali (“non ha un cazzo”); partite giocate senza attaccanti di ruolo; un impatto in Europa League che il Tenerone al confronto era Chuck Norris; un capitano degradato (vedi sopra) che al rientro sprizza vitalità a ogni poro e impiega il tempo libero a fare foto porno-soft con la moglie procuratrice, e nel mentre realizza un suggestivo bilancio di tre gol su rigore in sei mesi; no, niente di che.

Con tutto questo, e con tutto il braccino che vogliamo mettere in conto, abbiamo il match point in casa contro una squadra – l’Empoli che tremare il mondo fa – che è la peggiore del campionato come rendimento in trasferta (8 punti, ne ha perse 12 su 18 con 2 gol subiti a partita), mentre l’Inter-mozzarella in casa non ha subito gol 10 volte su 18, per dire. Nelle ultime sette partite Inter ed Empoli hanno fatto lo stesso numero di punti, 10. L’Empoli arriva da tre vittorie consecutive (come il Milan), questo è vero. Ma è l’Empoli, santa madonna. E noi siamo l’Inter.

Già.

Ma non c’è folklore, in tutto questo. Non c’è pazza Inter. Siamo all’apoteosi di un pessimo campionato a livello ambientale. Nell’anno che sembrava aver rimesso qualcosina al posto giusto (la Champions riguadagnata, una squadra tutt’altro che perfetta ma apparentemente costruita con un minimo di criterio, un allenatore che poteva plasmarla in continuità di lavoro) ci siamo ri-trasformati nel solito cantiere perenne, una Salerno-Reggio Calabria del calcio che ama complicarsi la vita. Per andare in Champions basta vincere con l’Empoli. Il fatto che questa cosa – vincere in casa con l’Empoli – appaia a molti un’enormità, ecco, è come ammettere che abbiamo il braccino prima ancora di metterci in maglietta e pantaloncini. Un caso clinico, etico e morale, prima ancora che calcistico.

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Il paradosso di Warwick

Nel 1976 Adriano Panatta trionfò agli Internazionali di Roma battendo Vilas in finale, ma al primo turno rischiò l’impossibile vincendo al tie break del terzo set con Warwick, dopo avergli annullato 11 match point (sei sul 5-2, tre sul 5-4 e gli ultimi due al tie break: stavano 6-4 per Warwick e Panatta fece gli ultimi quattro punti). Il mese dopo vinse il Roland Garros, battendo Borg ai quarti e Salomon in finale, ma superò il primo turno battendo 12-10 al quinto set tale Utka, cui annullò un match point con una veronica.

No, era per dire che le vicende del Liverpool e (soprattutto) del Tottenham, finaliste in Champions dopo un percorso – diciamo così – accidentato, non sono certo un inedito nella storia dello sport. I loro gironi eliminatori (i più duri in assoluto, al limite della crudeltà) sono stati come i primi turni di Panatta: qualificati a parità di differenza reti per numero di gol segnati, è come fossero passati al tie break annullando qualche match point. L’Inter è il Warwick di Roma ’76: ha avuto un’infinità di palle per chiudere la partita e si è suicidata sull’ultima. E il Napoli è l’Utka di Parigi ’76: ad Anfield al 93′ ha avuto con Milik l’occasione di vincere il match, ma l’ha sbagliata.

Se ci aggiungiamo l’Eintracht, cui abbiamo steso un tappeto rosso negli ottavi di Europa League e sconfitto ai rigori in semifinale dal Chelsea, le suggestioni degli incroci del destino con l’Inter sono parecchie. Abbiamo regalato la qualificazione al Tottenham, potevamo esserci noi in finale a Madrid? Abbiamo sbagliato un rigore all’andata con l’Eintracht, potevamo esserci noi a Londra a giocarci la finale ai rigori?

Ehm, no.

Curiosamente, nell’anno in cui siamo tornati in Champions, mai come adesso possiamo dire di avere sperimentato le differenze. Che sono enormi. Poteva l’Inter post-vacanze di Natale (mobbing Perisic, Icardi degradato che sparisce per due mesi e si dà al porno, ecc. ecc.) essere protagonista del percorso del Tottenham cui abbiamo ceduto il posto? Cioè, tipo battere due volte il Dortmund, passare i quarti con il City andando a segnare tre gol a Manchester, e poi fare la pazzesca rimonta con l’Ajax andando a segnarne altri tre ad Amsterdam?

No.

E probabilmente non avrebbe passato nemmeno i quarti di Europa League con il Benfica, per non dire della semifinale con il pur malmostoso Chelsea. Probabilmente non avremmo messo insieme cinque rigoristi nemmeno per tentare la lotteria a Stanford Bridge. Ma questa in fondo era la Coppa di ripiego. Torniamo a quella vera. Nella Champions, dagli ottavi in poi, cosa avrebbe mai potuto fare l’Inter? Non la più che dignitosa Inter autunnale. No, quella delle due partite con l’Eintracht. O quella di Inter-Bologna, o di Cagliari-Inter, o di Inter-Lazio, o di Udinese-Inter?

Le partite che ci sono rimaste negli occhi e nel cuore degli ultimi due mesi di questa folle e meravigliosa Champions 2019 (le quattro pazzesche semifinali, ma anche City-Tottenham, Bayern-Liverpool, Juve-Ajax, Psg-United, Atletico-Juve e – sì, ammettiamolo – Juve-Atletico), parlando di Inter, ci restituiscono solo paragoni impietosi. Nell’anno della Champions riguadagnata, la Champions si è mostrata anche terribilmente distante dai nostri standard. Del resto non puoi pensare, a questi livelli, di stare fuori dai giochi per sette anni e rientrare come se nulla fosse. Questo, ovviamente, al netto delle differenze tecniche tra le rose dei singoli club. Differenze, anche queste, enormi.

L’Inghilterra, dopo anni sincopati, porta quattro club nelle due finali, un record. E nelle quattro – incredibile – non ci sono i due Manchester (passi lo United, stagione un po’ così, ma il City è in testa al campionato con 95 punti). Noi – l’Italia, intendo – quest’anno siamo stati la Juve, che vince il campionato con mille punti di vantaggio ma in Champions tra ottavi e quarti sbaglia completamente tre partite su quattro; la Roma, che non passa gli ottavi con il Porto; Inter e Napoli sfigate al sorteggio e sfigatissime nel verdetto dei gironi, ma poi pessime nell’approccio in Europa League alle prime difficoltà. Un velo pietoso su Milan e Lazio.

Ne dobbiamo mangiare di pastasciutta. Per ora, da calciofili, nell’inquieta attesa di Inter-Chievo (sì, proprio così: l’inquieta attesa di Inter-Chievo), godiamoci la bellezza altrui. La bellezza, la tecnica, l’intensità, la voglia, la fame, le palle, le gigantesche palle altrui. Tipo il Liverpool che ne fa 4 al Barcellona senza Salah, o tipo il Tottenham che ne fa tre all’Ajax senza Kane. Cioè, sarebbe come se noi giocassimo le partite più importanti e più impossibili della stagione senza Icardi*.

(*adoro chiudere i pezzi buttando lì un tema che fa incazzare).

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