De fischiatoris coglionitate

Non vinciamo più nulla dal 29 maggio 2011, finale di Coppa Italia, stadio Olimpico di Roma, Inter-Palermo 3-1, doppietta di Eto’o più Milito nei minuti di recupero (Eto’o più Milito. Debbo trattenere le lacrime). Da quel sollevamento di coppetta, la nostra settima coppetta, sono passati a oggi 3.113 giorni trascorsi annoiandoci poco (due cambi di proprietà, per dire), tifando molto (ci mancherebbe altro) e soffrendo moltissimo, in un avvicendarsi di trentasette allenatori e duecentoquaranta giocatori non sempre adatti all’Inter, nonchè ai nostri palati fini.

Arrivavamo da Eto’o e Milito (e Zanetti, e Cambiasso, e Sneijder, e Maicon, e Julio Cesar, eccetera, eccetera, eccetera) e ci siamo trovati via via con Zarate, Forlan, Palombo, Schelotto, Alvaro Pereira, Rocchi, Belfodil, Botta – ho una foto con Botta, e voi no -, Osvaldo, M’Vila, Taider, Montoya, Gabigol (presentato in mondovisione streaming manco fosse la reincarnazione di Pelè), Dalbert eccetera eccetera eccetera, non vincendo più nulla, patendo le pene dell’inferno, salendo sulle montagne russe di fugaci esaltazioni e lunghe depressioni, fallendo qualificazioni anche alle coppe più farlocche, vincendo random belle partite e a stretto giro perdendone di orripilanti, sposando le tesi dei vari mister per poi abiurarle il mese dopo (o macerarci nei dubbi, nelle ipotesi migliori), convivendo con le regole del fair play finanziario che ci sembrava applicato in modo così fiscale e frustrante a una sola squadra al mondo, la nostra. Eccetera, eccetera, eccetera.

L’8 dicembre 2019 – cioè oggi – siamo in testa in campionato al rirmo del nostro record assoluto di punti e con due di vantaggio sulla Juve (sì, quella squadraccia infame che ne ha vinti otto di fila e che fino a ieri sera era l’unica imbattuta nei maggiori campionati d’Europa) e siamo all’antivigilia di una partita dentro-fuori di Champions con il Barcellona (non con il Beer Sheva). Abbiamo mezza squadra fuori, un reparto falcidiato, una rosa complessivamente stanca dopo tre mesi e mezzo a duecento all’ora. Un allenatore e una società che ci stanno issando a forza a livelli mai raggiunti nel corso degli ultimi fottuti 3.113 giorni.

E noi fischiamo i nostri giocatori per un passaggio sbagliato?

Intendiamoci, sulla faccenda dei fischi si rischia di fare della gran retorica. Nessuno, nessuno può scagliare la prima pietra in quanto senza peccato. Le nostre carriere di tifosi interisti sono costellate di fischi, insulti, madonne tirate all’indirizzo di chiunque e da dovunque – stadio, divano, bar, ufficio, macchina, letto, cesso, spiaggia, dovunque abbiamo avuto in sorte di guardare/ascoltare/intuire una partita dell’Inter. E’ normale. Ripenso ancora con orrore a quella volta che io – io, santiddio, un tifosotto zuzzurellone se ce n’è uno – ho fatto partire un urlo localizzato – sapete, quelle piccole rivolte che coinvolgono un piccolo spicchio di stadio perchè solo lì si coglie un qualcosa – ai danni di Recoba.

Ero al primo arancio, un settore che a volte ci vorrebbe il napalm – lo dico affettuosamente, eh? L’Inter attacca dalla mia sinistra verso destra. Toldo con la mani passa la palla a Recoba sull’out sinistro, vicino alla panchina avversaria, Recoba è distratto, a momenti perde il pallone, brusìo, ma comunque non lo perde, non succede niente, la palla torna a Toldo che stavolta la rimette in gioco verso qualcun altro e l’azione riprende. Recoba però torna indietro e dice qualcosa a Toldo, con mimica incazzosa. Al che io (diciamo che, al netto delle sue enormi doti tecniche e del gol del 3-2 con la Samp, ho sempre fodamentalmente ritenuto il Chino un simpatico rubastipendi), istintivamente, e in netto contrasto con la mia indole gandhiana, mi sono alzato e ho urlato “ma pensa a giocare, coglione!”, trascinando con me trecento-quattrocento primoarancisti che hanno urlato le peggio cose per 4-5 secondi. E io ho trascorso il resto della partita pensando che la Digos avrebbe visionato il filmato e cercato l’autore dell’urlo localizzato e mi sarei preso tipo un 15 anni di Daspo e pensavo “come lo dico alle mie figlie, che le potrò riportare allo stadio tipo nel 2022?”).

Vabbe’, detto questo: ma come cazzo è che fischiamo questa Inter? Come cazzo ci permettiamo di farlo? Come?

Ho fischiato Inter insopportabili – giocatori insopportabili, allenatori insopportabili – in situazioni insopportabili, chessò, al nono posto in classifica, sotto di quattro gol con l’Atalanta, incapaci di fare un passaggio in verticale, o un tiro in porta. Ho fischiato, quello sì, Inter indolenti, Inter in sciopero bianco, Inter incapaci di sollevarsi – e di sollevarci – dalla mediocrità. Ho espresso il mio dissenso come non può non capitare anche al più interista degli interisti se seduto in mezzo ad altri migliaia di persone che con il loro umore ti trascinerebbero anche nel più atroce gorgo di autolesionismo.

Ma fischiare questa Inter, oggi, in queste condizioni, in questo momento storico no, non esiste. Non esiste proprio.

Sì, lo so, primoarancisti, primorossisti (e via salendo), lo so che tra voi c’è gente molto più brava a fare i cross e le diagonali di Lazaro e Biraghi, ma purtroppo l’Inter non ha ingaggiato voi, ahimè, e ci dobbiamo tenere loro. Voi, che poggiate il culo sugli scomodi e cari seggiolini posti lungo le fasce laterali, voi che a forza di mugugni e insulti avete rovinato le carriere di decine e decine di modesti esterni destri e sinistri che magari avrebbero potuto diventare bravi in altre condizioni ma che sono rimasti modesti, cercate di frenare i vostri istinti. Vorreste Alexander-Arnold e Marcelo? Fate una colletta e statevene buoni.

A Candreva, sopravvissuto a tre stagioni di primo arancio e protagonista indiscusso nella quarta stagione all’Inter, andrebbe assegnato il Nobel per la Pace. E’ un reduce, in tutto e per tutto. C’è gente che ha appeso le scarpe al chiodo per molto meno. Tra i fischiatori di Candreva, ovviamente, c’ero anch’io. Come dominare i propri istinti al quarantesimo cross consecutivo troppo alto/troppo basso/troppo lungo/troppo corto? Ho tirato giù tutti i santi del calendario gregoriano, ma dal divano. Allo stadio non fischio mai, non prima del ventiseiesimo errore, almeno. Allo stadio tifo Inter, senza condizioni. Ho tifato Schelotto come tifavo Maicon, ho tifato Rocchi come tifavo Boninsegna (beh, oddio, qui forse ho esagerato). Al clamoroso gol sbagliato da Lukaku in Inter-Verona mi sono accartocciato su me stesso – mentre attorno a me ne dicevano di ogni, roba da chiudere il secondo rosso per un paio d’anni – e non ho detto nulla. Nulla. Ho i testimoni. E so di avere avuto ragione io, e ora me ne bullo come un alunno di seconda media all’intervallo.

Martedì ci giochiamo il futuro e una paccata di milioni in una partita in casa con il Barcellona (non il Beer Sheva). Sapete, quella squadra che ha Messi, Suarez, quegli scarsoni lì. Ecco: provate a fischiare. Provate a pensare anche solo lontanamente di fischiare. Se, onestamente, avete in animo di andare allo stadio e fischiare, e però capite che al vostro problema ci può essere una soluzione – cioè stare a casa -, andate su Facebook, mi contattate in privato e concordiamo la cessione del biglietto. Vado io al posto vostro, senza offesa. Forza Inter. Amiamola. E fischiamola quando lo merita: ma al primo posto in campionato, e alla vigilia di Inter-Barcellona, fischiarla è proprio da gran coglioni. Grandissimi, incommensurabili coglioni.


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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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Primo: restare primi

Primi in classifica prima di Natale (quattordicesima giornata): non è bellissimo? Eh beh, certo, bellissimissimo. Però attenti, non è proprio inedito: è vero, nell’accidentato post-triplete – di cui ricordiamo principalmente le sofferenze – ci era comunque già successo anche di recente, molto di recente: In due stagioni diverse, con due allenatori diversi. Siamo stati primi, primi da soli, e non è finita benissimo.

Nel campionato 2014/15 (Mancini), il 12 dicembre, vincendo 4-0 a Udine (sedicesima giornata) ci trovammo incredibilmente in testa con 4 punti di vantaggio sulla seconda. Poi ci fermammo, alla diciannovesima potevamo ancora diventare campioni d’inverno battendo in casa il Sassuolo, ma perdemmo. Finimmo il campionato quarti, a 24 punti dalla prima.

Nel campionato 2017/18 (Spalletti), battendo in casa 5-0 il Chievo (quindicesima giornata), superammo di un punto il Napoli sconfitto a Torino dalla Juve (che era terza). Due giornate dopo puff!, eravamo già terzi. Finimmo il campionato quarti, a 23 punti dalla prima, e solo grazie all’incornata di Vecino a pochi secondi dal baratro.

Cosa distingue il campionato 2019/20 da questi due vicissimi (ed effimeri) precedenti? Beh, un po’ di cose. Intanto, il nostro mostruoso score parziale: 12 vittorie, un pari, una sconfitta, record assoluto per l’Inter nelle prime 14 giornate. Poi, il fatto che nelle due occasioni precedenti la Juve fosse partita molto male: stavolta no, ci ha sconfitti ed è tuttora imbattuta, ma noi le siamo davanti. Terza cosa, che riguarda tutti noi tifosotti: le altre due volte, più o meno, eravamo abbastanza consci che la nostra situazione fosse un pochino sopra le righe, un po’ oltre le nostre reali possibilità: stavolta no, ammettiamolo, siamo gasati abbestia.

Fino a un paio di mesi fa, nonostanti la partenza sprint, continuavamo a dirci inferiori alla Juve e al Napoli. Sulla Juve, ovvio, è meglio usare tutte le cautele del caso e continuare ad ammettere (è così, del resto) che ci dividono dai gobbi alcune oggettività – su tutte, la sterminata rosa che noi non abbiamo. Ma il Napoli, oggi, il Napoli partito per essere l’anti-Juve e per arrivarci comodamente davanti è invece 17 punti indietro (17 punti in 14 giornate!), e forse proprio questa è una parziale ma clamorosa evidenza che qualcosa, rispetto agli anni scorsi, sembra essere davvero cambiato.

Altre cose? Suning si è progressivamente rivelata una proprietà sempre più munifica e incisiva, soprattutto ora che finalmente le ristrettezze del Fpf non ci devastano più l’esistenza: non ci possiamo lamentare, ma proprio no. Conte si sta riaffermando per quello che è, un allenatore con i supremi controcazzi, valore aggiunto come quell’altro che per scaramanzia non nomino. E il peso specifico della rosa è aumentato, con alcuni innesti oculati e importanti, per quanto ancora non sufficienti a darci una dimensione effettivamente compiuta, soprattutto in Europa (dove nonostante enormi passi in avanti rischiamo di uscire con le pive nel sacco, come un anno fa. Che beffa sarebbe).

Mancano 24 fottute partite alla fine del campionato, nelle cinque che mancano al giro di boa dobbiamo giocare con Roma, Napoli e Atalanta, poi ci saranno le altre 19 in cui nelle ultime stagioni ne abbiamo combinate di cotte e di crude, e quindi tutto il nostro estemporaneo onanismo potrebbe lasciare il posto a una botta di realismo che ci turberà le vacanze di Natale e l’approdo al 2020 e poi via via il percorso verso maggio. Ma queste 14 giornate di campionato, e anche le ondivaghe 5 partite di Champions, ci hanno fatto respirare un’aria che non sentivamo da un po’. Un’aria frizzante, che un po’ ti stordisce. Le suggestioni di una coppia d’attacco inattesa e fantastica, le stagioni più sottotraccia ma altrettanto clamorose di gente tipo Brozo o De Vrij, la scoperta di giocatori tipo Sensi e Barella di cui – questa è una cosa fantastica – riusciamo a fare a meno attingendo alle energie di giocatori che fino a qualche mese fa intimamente schifavamo: tutto questo ci sta issando a un livello di testosterone che al confronto Rocco Siffredi fa colazione con il bromuro.

La cosa migliore è darsi un contegno e vivere alla giornata. Il bello viene adesso. Potrebbe anche essere il brutto, come nelle passate stagioni. Ma noi ci crediamo, un po’ di più. E l’Inter è più forte, un po’ di più.

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I nuovi mostri

Avevamo un grande attaccante, di cui eravamo prigionieri (perchè per sei stagioni abbiamo avuto un unico schema: diamogli la palla, magari qualcosa succede). Adesso abbiamo due grandi attaccanti, che ci hanno liberati. Due attaccanti che giocano insieme (insieme!), dall’inizio (dall’inizio!), dialogano, si cercano, lavorano e si sbattono per sè ma anche per l’altro, segnano, si abbracciano, si prendono per mano. Ci prendono per mano.

Al 27 di novembre hanno segnato 11 gol a testa (Lukaku 10 in campionato e 1 in Champions, Lautaro 6 in campionato e 5 – 5! – in Champions), siamo secondi in campionato con 11 vittorie su 13 e ancora in corsa in Champions (nonostante il girone tostissimo, lo sciagurato pareggio in casa con lo Slavia e le due super-trasferte perse dopo essere stati in vantaggio) e tra i noi vaga ancora qualche vedova di Icardi e qualche incontentabile (eufemismo) che pensa che Lukaku sia scarso.

Faccio volentieri il mio coming out: due mesi e mezzo fa (era la metà di settembre) ho trascorso un’intera partita – penso fosse quella con l’Udinese – a insultare Lautaro. Ma come fai – mi chiedevo – a essere così clamorosamente forte nei movimenti e a non vedere mai quella cazzo di porta? Che attaccante sei? Perchè non la metti mai? Qualche giorno prima – e la cosa mi aveva fatto incazzare ancora di più – aveva segnato una tripletta in Nazionale contro il Messico. E probabilmente era stata quella – io, stolto, ancora non potevo averlo capito – la chiave di volta della sua stagione, un’iniezione di estrema consapevolezza. Da lì in poi Lautaro – che è 4 anni e mezzo più giovane di Icardi – ha fatto cose straordinarie, a mazzi.

Per Lukaku ho messo in dubbio amicizie di lunga data. “E’ scarso, fa schifo, è una sòla”. Per me è sempre stato un top player a prescindere, solo per il fatto di vedergli addosso quella maglia numero 9 che non sopportavo più di vedere associata al mio ex-attaccante preferito dell’universo, uno che a un certo punto si è messo a marcar visita come un congedante a militare e a scattare foto soft porno con la moglie mentre gli altri dovevano inseguire obiettivi minimi. Diamo tempo a Lukaku, ho sempre detto. Con quel fisico lì deve essere al 100 per cento e per mesi non lo è stato, anche per spirito di sacrificio. Quello che fa in una partita – spiegavo di fronte a sguardi attoniti – è tantissimo, solo che voi (silenzio, poi brusìo) non capite un cazzo. Posso immaginare che quella meraviglia fisica e tecnica vista a Praga sì, fosse il Lukaku al 100 per cento, però se qualcuno mi certifica che è tipo al 90, allora vado alla Snai e faccio puntate da qui al 2025 su ogni possibile competizione, anche al trofeo Birra Moretti del 2023, per dire.

La novità tecnica, tattica e concettuale di avere due attaccanti così forti a guidarci verso obiettivi ancora ignoti (che poi magari si riveleranno fuffa, ma questo è lo sport) è così stravolgente che chi se ne frega, vada come vada, ma il divertimento di questi primi mesi dell’era Conte non ha prezzo. Un divertimento vero, una palpitazione gioiosa. Un altro anno a vedere mediamente 2.000 passaggi laterali, 50 cross e 3 tiri in porta a partita mi avrebbe probabilmente ucciso. Adesso ciò che abbiamo davanti è una squadra che ci prova sempre, che non molla mai la presa, che ha già gettato il cuore oltre l’ostacolo un tot di volte (vogliamo parlare della reazione compatta e corale della squadra agli infortuni? vogliamo parlare del centrocampo old fashion messo in campo a Praga?)

Handanovic ha evitato la beffa delle beffe, dopo un gol annullato andando indietro col Var fino a immagini in bianco e nero in cui si vedeva che sì, magari il metro è un po’ severo, ma Giubertoni un mezzo fallo lo ha fatto. Gli altri ci hanno messo tutti del loro. E poi il resto, tutto il resto, ha la firma dei due mostri là davanti, madonna santa, uno spettacolo che non si vedeva da anni. Sono talmente euforico che non mi viene neanche da dire Juve merda. Ma che si fotta la Juve, guarda.

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Se questo è Antonio

Due mesi e mezzo di stagione, 9 vittorie su 11 in campionato (e secondo posto un punto dietro la Juve), più fuori che dentro in un girone di ferro in Champions dove hai giocato due primi tempi meravigliosi in due stadi da paura – roba che non vedevi da anni e anni – epperò metti insieme 4 punti in quattro partite, classifica magari immeritata ma impietosamente realistica sul tuo profilo attuale di squadra – bella, a volte bellissima, ma per più di un motivo non ancora a livello delle migliori d’Europa. Perchè dopo i primi tempi meravigliosi hai dovuto giocare anche i secondi tempi, e a volte – per colpe tue o anche solo per la piega degli eventi – la realtà si è fatta più dura, 45 minuti dopo.

Detto questo, cosa vuole Conte? Cosa sa lui che non sappiamo? A quale livello vuole alzare la tensione? Quali conti ha da regolare, pur pagato profumatissimamente? Con chi ce l’ha? O vuole solo – più di ogni altra cosa, lui così vincente, lui così legato agli sfracelli che ha sempre fatto nelle sue prime stagioni ovunque sia stato – pararsi il culo?

A Dortmund, sotto il Muro giallo, l’Inter ha prima segnato due gol (il secondo straordinario) e poi si è dissolta per un misto di stanchezza, distrazione, appagamento, basso profilo, eccesso di sicurezza (prendere gol da una propria rimessa laterale è roba da campetto, non da Champions). Siamo stati, rispetto a Barcellona, anche meglio nel primo tempo, e molto peggio nel secondo (là, almeno, gli avversari si erano dovuti sbattere parecchio per segnare, qui i primi due glieli abbiamo regalati). Meritavamo il pari, entrambe le volte, e abbiamo perso, entrambe le volte. E’ il gap che scontiamo, e forze sconteremo ancora per un po’.

Ma a Conte conviene spiattellare in diretta tv che il re è nudo, piuttosto che provare a farsi semplicemente una ragione di quello che è successo? Conviene fare il culo ai dirigenti che non gli hanno dato quello che (a bocce ferme) era stato pattuito, quando mancano ancora due lunghi mesi al mercato di gennaio (e quasi tre al suo epilogo)? Dopo che Marotta qualche giorno fa ha detto che lo scudetto non è un obiettivo per quest’anno, serviva che Conte dicesse a tutti che ‘sta cosa in fondo è vera ma non certo per colpa sua, ma dei dirigenti inadempienti e dei troppi giocatori scarsi che gli hanno lasciato tra i coglioni?

Conte, l’unico vero top player fatto e finito dell’Inter, ti mette di fronte al bivio: dopo questa sparata ad alzo zero, lo segui al traino della sua sterminata (e si spera benefica) ambizione o per prenderlo a calci in culo? E’ un bel problema.

Sono andato sul sito a controllare. La rosa della prima squadra è di 24 giocatori. Togli i tre portieri e due bambini (Esposito no, lui è compreso nel calcolo), restano 19 giocatori di movimento che non sarebbero nemmeno pochi. Togline due che non hanno mai visto il campo, togli anche Ranocchia che lo ha visto pochissimo, ne restano 16. A quel punto, gli infortuni hanno rovinato un equilibrio un po’ precario. Perchè dai 16, seguendo il ragionamento presunto di Conte, dovresti poi scremare gli scarsi, è qui – ma entriamo nella soggettività – i calcoli potrebbero farsi inquietanti.

Dell’Inter dei primi due mesi e mezzo ci sono dati certi. Due acquisti super a rinforzare il centrocampo – Barella e Sensi -, una coppia d’attacco di grandissima prospettiva, una difesa extra lusso, una batteria di laterali complessivamente mediocre (e non è un dato da poco per un 3-5-2), una panchina corta. Per il campionato tutto questo basta e avanza – chissà, un paio di ritocchi e potremmo essere davvero da scudetto -, per l’Europa no, essendoci capitata la sfiga di un girone molto duro.

Conte ha ragione, nella sostanza dei fatti. E’ nella forma che sbaglia. Lui che pretende che la squadra vada sempre a duemila, deve essere il primo a motivarla a tremila. Dal suo discorso di Dortmund non vorrei che passassero i messaggi peggiori. Tipo: che i giocatori più spremuti sono incolpevoli (e quindi legittimati a sentirsi stanchi), che i giocatori che fa giocare un po’ di sì e un po’ no sono dei ripieghi e non gli risolvono granchè (e quindi legittimati a sentirsi poco motivati), che gli altri sono fuori dal progetto a meno di concomitanze epocali (e quindi legittimati a controllare l’accredito dello stipendio mensile e bòn).

Il Conte motivatore estremo non è questo. Questo è un Conte che lancia un messaggio forte e chiaro: più di così non ce la faccio, nemmeno io che sono il miglior allenatore della galassia, e più di così i giocatori non ce la fanno, perchè ne faccio giocare 13-14 e nemmeno mi piacciono tutti. Un messaggio che non serve all’Inter, non serve gli interisti. A noi serve vedere la squadra continuare a giocare come in questi due mesi e mezzo, una squadra cresciuta a immagine e somiglianza di Conte, quello vero, quello che pensa a vincere e a dimostrare di essere il migliore di tutti. Il Conte post-Dortmund è un uomo ambizioso e pericolosamente scoglionato (“Mi tocca dire sempre le stesse cose, venisse a parlare qualche dirigente”: santa madonna, ma che dichiarazione è?). Siccome di Inter pericolosamente scoglionate nelle nove stagioni post-triplete ne abbiamo viste a iosa, ecco, non ricominciamo proprio ora che le cose vanno (quasi) a meraviglia.



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Il gradino di separazione

Con Barcellona e Juve è finita con lo stesso risultato e forse non è un caso. Dal Barcellona (e per estensione dalle altre top di Champions) e dalla Juve (top in Italia) ci separa oggi un gradino. Poco, rispetto alle intere rampe di scale di non molto tempo fa. Abbastanza, però, per perdere gli scontri diretti, dove non ti basta (come a Barcellona) giocare per un’ora meglio degli altri, oppure (come con la Juve) rimanere bene o male sempre in partita, non sfigurare, e ogni tanto provarci. Alla fine la vincono gli altri, perchè (a Barcellona) la portano a casa i campioni, o perchè (a Milano) gli altri – ti piaccia o no – sono più a portata di mano ma restano ancora meglio di te.

Inter-Juve poteva finire anche in un altro modo, certo, specie de De Ligt avesse teso meno la sua chiappa destra. Ma non ci si può aggrappare solo alle chiappe altrui e le cifre della partita dicono altro, tipo che la Juve ha vinto meritatamente. E’ la Juve più sarriana vista quest’anno, e anche questo è un elemento preoccupante. La Juve ha due squadre e si può permettere cose che nessuno in Italia può. Inter 1 Juventus 2: è una sconfitta di misura, ma è anche l’uno il doppio dell’altro.

Barcellona e Juve in quattro giorni ci hanno riportato con i piedi per terra. Non sono state partite sbagliate, anzi (l’unica rimane quello con lo Slavia), e nemmeno sconfitte frustranti, ma un segno preciso di quello che siamo e di quello che dobbiamo fare per scalare il gradino. Conte ha detto che per vincerne sei di fila l’Inter ha dovuto andare a 200 all’ora, non avendo altro modo di costruirsi le sue certezze. Quando, fatte le debite proporzioni, avremmo dovuto andare a 300, a Barcellona abbiamo finito la benzina a mezz’ora dal traguardo e con la Juve lo abbiamo fatto a sprazzi, rallentando per poi accelerare, perchè per andare a 300 per 90 minuti ci vuole forse un altro telaio, e sicuramente tutti gli ingranaggi al massimo.

Oggi l’Inter – parlando del campionato – ha una formazione-tipo decisamente buona, ma se qualche ingranaggio non gira bene non abbiamo i pezzi per sostituirlo mantenendo lo stesso rendimento. Sensi è stato una scoperta straordinaria, ma ne siamo già fin troppo dipendenti: fuori lui perdiamo di brutto in qualità. Lukaku (non avendo il ricambio) deve giocare lontano da una condizione decente, e così non va bene per nessuno. Se la Juve ci è superiore nei pezzi originali, nella scelta dei ricambi la differenza diventa enorme.

Con Lukaku e Sanchez al 100 per cento potrebbe essere un’altra storia. Ci toccherà sempre andare a 200 all’ora, però, e qualche volta salire a 300, sperando che la macchina regga. L’importante, a prescindere da sforzi e velocità, sarà crederci sempre. Il gradino di cui sopra deve essere lo stimolo a salirlo, non la frustrazione di restare sotto. Restano 31 partite da giocare, siamo secondi a un punto e ne abbiamo viste di peggio. Cerchiamo di rimanere in zona nobile, con le unghie e con i denti. Poi si vedrà.

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Il Barça ha vinto, viva l’Inter

Non è stata la partita perfetta, sennò l’avremmo vinta 3-0. Ma è stata una partita importante, importantissima: nettamente la migliore Inter dal Triplete a oggi – almeno per i primi 57 minuti, e per qualche altro frammento di partita da lì alla fine – a livello di personalità, gioco e attributi. Dopo Mourinho, l’Inter non è mai stata così bella e, soprattutto, così squadra.

Detto questo, ha ragione Conte. Fermiamoci qui, perchè non c’è nulla da festeggiare. Dopo due partite di Champions (una pessima, una a tratti meravigliosa) abbiamo un punto e, di fatto, un piede, un piede e mezzo fuori dalla competizione. Non c’è nulla da festeggiare perchè non si festeggia una sconfitta, bisogna tornare incazzati perchè domenica c’è la Juve e quella fantastica oretta di calcio che non assaporavamo da un pezzo ce la dobbiamo dimenticare. O meglio, ce la dobbiamo ricordare per fissare la nuova altezza della nostra asticella. E poi, nella sua declinazione più onanistica, ce la dobbiamo dimenticare.

Ha ragione Conte anche sull’arbitro. Ci ha trattato come una squadretta che è andata a rompere i coglioni al Barça al Camp Nou. La colpa è anche un po’ nostra, di quelle sette stagioni senza Champions e dei relativi anni di vuoto, di assenza dal calcio che conta. Che questa partita, insomma, certifichi il nostro ritorno. Anche se, purtroppo, non ci premia per nulla e ci mette di fronte a una tabella al limite dell’impossibile: al netto di qualche possibile incrocio favorevole di risultato, dovremo come minimo vincere a Praga e fare 4 punti con il Borussia Dortmund. E poi, appunto, sperare.

Non si festeggia la prima sconfitta stagionale, non esistono belle sconfitte, è frustrante dire “abbiamo perso ma ecc. ecc”. Teniamoci stretta la sensazione di essere finalmente ritornati a un livello che ci siamo sognati tutte le notti dopo la stagione 2011, l’ultima con un po’ di polpa. Avanti così. Abbiamo fatto paura – di brutto – al Barça, possiamo fare paura a tutti. Abbiamo perso la partita, cerchiamo di fare in modo che accada il meno possibile. Che domenica non si giochi una partita qualunque ma “la” partita, ecco, io la vedo come una grande e spaventosa opportunità. Forza Inter, la strada maestra è tracciata.

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Il Barça ha vinto, viva l'Inter

Non è stata la partita perfetta, sennò l’avremmo vinta 3-0. Ma è stata una partita importante, importantissima: nettamente la migliore Inter dal Triplete a oggi – almeno per i primi 57 minuti, e per qualche altro frammento di partita da lì alla fine – a livello di personalità, gioco e attributi. Dopo Mourinho, l’Inter non è mai stata così bella e, soprattutto, così squadra.

Detto questo, ha ragione Conte. Fermiamoci qui, perchè non c’è nulla da festeggiare. Dopo due partite di Champions (una pessima, una a tratti meravigliosa) abbiamo un punto e, di fatto, un piede, un piede e mezzo fuori dalla competizione. Non c’è nulla da festeggiare perchè non si festeggia una sconfitta, bisogna tornare incazzati perchè domenica c’è la Juve e quella fantastica oretta di calcio che non assaporavamo da un pezzo ce la dobbiamo dimenticare. O meglio, ce la dobbiamo ricordare per fissare la nuova altezza della nostra asticella. E poi, nella sua declinazione più onanistica, ce la dobbiamo dimenticare.

Ha ragione Conte anche sull’arbitro. Ci ha trattato come una squadretta che è andata a rompere i coglioni al Barça al Camp Nou. La colpa è anche un po’ nostra, di quelle sette stagioni senza Champions e dei relativi anni di vuoto, di assenza dal calcio che conta. Che questa partita, insomma, certifichi il nostro ritorno. Anche se, purtroppo, non ci premia per nulla e ci mette di fronte a una tabella al limite dell’impossibile: al netto di qualche possibile incrocio favorevole di risultato, dovremo come minimo vincere a Praga e fare 4 punti con il Borussia Dortmund. E poi, appunto, sperare.

Non si festeggia la prima sconfitta stagionale, non esistono belle sconfitte, è frustrante dire “abbiamo perso ma ecc. ecc”. Teniamoci stretta la sensazione di essere finalmente ritornati a un livello che ci siamo sognati tutte le notti dopo la stagione 2011, l’ultima con un po’ di polpa. Avanti così. Abbiamo fatto paura – di brutto – al Barça, possiamo fare paura a tutti. Abbiamo perso la partita, cerchiamo di fare in modo che accada il meno possibile. Che domenica non si giochi una partita qualunque ma “la” partita, ecco, io la vedo come una grande e spaventosa opportunità. Forza Inter, la strada maestra è tracciata.

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Due stadi e una capanna (ovvero: la sostenibile leggerezza del rendering)

“Permesso, scusi”. Nella ressa, chiedo a uno uguale a Zaccardo se mi fa passare avanti di due metri per ritirare le cuffie per la traduzione. “Prego”. A braccia alzate, tipo limbo, mi infilo in un pertugio tra la schiena del sosia di Zaccardo e la pancia – l’epa, intendo – di uno uguale a Massaro. Quando supero l’ostacolo e mi trovo davanti a un nuovo sbarramento umano, faccia a faccia con uno uguale a Galante, mi rendo conto che non sono dei sosia ma i pezzi originali. Al che mi prende l’ansia da prestazione. Cordoba mi sorride per cortesia, io per idolatria, e a seguire cerco di scattare una foto a Marotta e Galliani che si stringono la mano ma un tizio mi dice che non si possono scattare foto, al che prendo ed entro in sala chiedendomi tra me e me: “Perchè l’ho fatto, una foto a Marotta e Galliani, perchè l’ho fatto?”

Sono al Politecnico di Milano (toh, ecco Zanetti, Franco Baresi, Riccardo Ferri, Boban… oh mioddio, mi scusi, dico a una tizia a cui ho appena dato una gomitata a una tetta) per la presentazione dei due progetti del nuovo stadio di San Siro  by Inter and Milan all together (toh, Scaroni e Antonello, uh Scarpini, uh Suma, uh la Milly, e questo è Galfianakis, no, come si chiama, sì insomma, quello nuovo del Milan… oh mi scusi tanto, mi perdoni, faccio a una finta bionda a cui ho pestato l’alluce che spuntava da un paio di sandali dell’apparente valore della mia quattordicesima) e a un certo punto mi siedo e aspetto che inizi lo show.

Posso?

(silenzio, poi brusio)

Perchè volete distruggere lo stadio Giuseppe Meazza, santa madonna, perchè? Perchè volete smontare pezzo per pezzo un punto fermo della mia vita nera e azzurra, il luogo dove ho urlato un milione di volte e abbracciato decine di persone conosciute e sconosciute e tifato indistintamente per Boninsegna e Obinna e acquistato decine di cornetti Algida già sciolti a prezzi da denuncia all’Authority? Perchè?

Mi risponde Antonello in persona, fissandomi dal palco mentre un riflettore illumina lui e uno illumina me. Vedo, in un monitor, la mia faccia con scritto in sovrimpressione “jackass”.

“Vedi, mio appassionato e stolto amico, non conviene”.

Me lo spieghi, sire.

“Allora: lo stadio dove sei solito appoggiare le terga è stato costruito in tre fasi (1926, 1956, 1990) e si vede, è un accrocchio che a te sembra meraviglioso ma in realtà è un catalogo di problemi che ora ti elenco”.

La prego, prendo nota.

“Ha 24mila metri quadri di spazio a disposizione, contro i 100mila degli stadi più recenti. La visibilità del primo anello è limitata al campo, non si vede il resto dello stadio. Il comfort degli spalti non è a norma, i centimetri a disposizione devono passare da 70 a 80. Ci sono problemi di servizi al secondo e terzo anello… “.

Ma i cessi ci sono, dai. Vabbe’, fanno un po’ cagare, ma…

“… non è solo un problema di bagni, amico mio, ma anche di punti di ristoro eccetera. Quasi 50mila spettatori teorici senza servizi. E poi il progetto di ristrutturazione del Meazza lo abbiamo fatto, ma comportava interventi pesanti che avrebbero comunque tolto identità allo stadio così com’è ora, con il solito problema che sul lato arancio non ci si può ampliare. E come potremmo conciliare lavori del genere con le stagioni calcistiche di due società che impongono partite ogni tre giorni? Inter e Milan dovrebbero spostarsi in altri stadi, distanti anche 100-200 km da San Siro… ma dove? Tu ci andresti, per dire, a Brescia o a Reggio Emilia?”

Va bene, dai, mi avete quasi convinto: fatemi vedere ‘sti due progetti.

“Prego, agevolate i filmati”. Buio in sala.

Mentre li guardo, copio e incollo.

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Uno. Il progetto “Gli Anelli di Milano” presentato da Manica/Sportium prevede due anelli iconici, intrecciati e separati in perfetto equilibrio che simboleggiano l’unione di due club, eterni rivali sul campo, che hanno unito le forze per conservare una delle tradizioni più amate di Milano. Gli iconici anelli del nuovo stadio integreranno al loro interno LED e soluzioni architettoniche dedicate alla personalizzazione da parte delle squadre e dei brand durante le partite. Lo stadio sarà integrato in un masterplan che avrà lo scopo di rivitalizzare e trasformare l’area di San Siro in un distretto verde dedicato all’intrattenimento e attivo tutto l’anno mantenendo il campo di gioco originale al suo posto e liberamente accessibile alla comunità.

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Due. “La Cattedrale” progettata da Populous prende ispirazione dai due luoghi più iconici di Milano: il Duomo e la Galleria. Proprio una galleria, inondata dalla luce solare, circonderà lo stadio il quale sarà avvolto da un’elegante facciata in vetro. “La Cattedrale” è stata progettata per essere di volta in volta unica e riconoscibile per le due tifoserie grazie all’uso di installazioni tecnologiche. Lo stadio è stato progettato per essere il più eco-sostenibile d’Europa: la galleria sarà ventilata naturalmente e disporrà di strategie di riscaldamento passivo; pannelli solari saranno integrati sulla copertura e tutta l’acqua piovana verrà raccolta per essere riutilizzata nell’impianto. Lo stadio sarà circondato da 22 acri di spazi verdi permeabili.

Fammi un commento, dico a me stesso.

Allora. I due progetti sono una figata. Certo, questi rendering sono sempre delle piccole trappole visive a concettuali. Diventerà davvero così? No, perchè se la spianata di asfalto attorno allo stadio diventerà davvero così – che vinca uno o vinca l’altro – è davvero una enormefigata. In sala, vicino a me, c’è anche il banchetto del comitato di residenti contrario alla mega operazione, ma non chiedo niente alle due sciure: io abito a Pavia, il giorno che fanno lo Zanza Stadium o il Nutria Drome me ne occuperò a tutto tondo. Adesso parliamo di Milano, quartiere San Siro, e mi prenderò quel che viene. E le istanze dei residenti mi auguro vengano rispettate (anche se non le conosco, ma le immagino: un lungo cantiere e uno stadio-monstre vivo 365 giorni l’anno possono preoccupare i meno ganassa).

Tutti, dico, ci prenderemo quel che viene. Sentimentalmente, sarei per incatenarmi allo stadio Giuseppe Meazza. Più realisticamente, il mondo sta andando altrove rispetto ai nostri cuori a brandelli. Una slide mi ha impressionato: dal 2000 a oggi, nei cinque principali campionati europei, sono stati costruiti 22 nuovi grandi stadi, alcuni grandissimi. Dove? Sette nel Regno Unito (tra cui Wembley, Arsenal e Tottenham, questi ultimi firmati Populous), sei in Germania, 4 in Spagna, 4 in Francia. Uno in Italia, sappiamo tutti qual è e manco lo nomino. Sappiamo anche che importanza ha avuto per la storia recente dei suoi proprietari in tenuta optical, che manco li nomino.

Niente, è così e basta.

Quindi avremo – noi e i cacciaviti, inseparabili – un nuovo stadio. Vinca uno o vinca l’altro, sarà alto meno della metà (da 68 scenderà a 30 metri), avrà una ventina di ettari di verde attorno, oltre ad attività varie che potrebbero comportare fino a 3.500 nuovi posti di lavoro (dicunt), un minore impatto acustico sul vicinato (anche questo meno della metà, dicunt, perchè sarà una struttura chiusa), e sarà uno stadio esclusivo, milanese, uno stadio concepito per essere lì, non uno stadio pret-a-porter che potrebbe stare indifferentemente a Mosca, Johannesburg o Pavia (sia nel caso vinca lo Zanza Stadium, sia nel caso vinca il Nutria Drome).

Mi scorrono i rendering davanti, a volte sembra di essere in un San Siro rabbellito abbestia, a volte sembra di essere al centro commerciale di Arese, tutto pulito e luminoso, pieno di gente che sembra uscire da Primark per entrare da Zara e invece sono tifosotti che escono dalla tribuna e vanno al cesso (bellissimo anche il cesso).
Fine dello show. Dicono che sopra ci sarà il buffet, ma io odio i buffet, soprattutto se ti costringono all’attesa in un’anticamera e la gente da fuori ti vede e dice “guarda quel maiale che aspetta il buffet”. Allora saluto tutti ed esco.

Passa Riccardo Ferri che mi fa “ciao!” come se mi conoscesse. In effetti ci siamo già conosciuti due volte, e magari si ricorda di me, sai, quei flashback, “dove cazzo ho già visto questo bifolco?”, e io stavo per dirgli di Pavia, delle nutrie eccetera, ma poi sono andato alla stazione della Bovisa ad aspettare il treno. Non hanno ancora chiarito chi sceglierà il progetto, non hanno ancora detto niente sui tempi. Spero che abbiano percorsi dedicati per chi arriverà col deambulatore, perchè io almeno una partita – in un futuro ancora senza parametri – me la vorrei proprio vedere. E anche pisciare in cessi bellissimi, dove un apposito gioco di led (rossi se gioca il Milan, blu se giochiamo noi) trasformerà il mio rivolo dorato in una piccola cascata delle Marmore.

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Stronza Inter

La tormentata vigilia del derby, segnata dallo spiacevole litigio Lukaku-Brozovic, si è conclusa con la vittoria per 2-0 nel derby con i gol di Lukaku e Brozovic. Subito dopo il derby, Conte si è riunito con Zhang e Marotta per mettere a punto una opportuna strategia per i prossimi mesi:

LITIGI. Si è deciso per una regolare turnazione tra giocatori al fine di assicurare che almeno due si mandino affanculo tra di loro prima delle prossime partite. Inter-Lazio: martedì 24 litigheranno Sensi e Politano (Sensi non avrebbe pagato 50 euro per il regalo di compleanno a Missiroli nel 2017); Sampdoria-Inter: venerdì 27 litigheranno Godin e Vecino (per un vecchio attrito risalente all’elezione di Miss Uruguay 2015, quando Vecino fu costretto dalla federazione a cedere il posto in giuria al capitano); Barcellona-Inter: martedì 1 ottobre litigheranno Borja Valero e Berni, mentre Oriali litigherà con un addetto del Camp Nou (“pezzo di merda, l’avevi acceso tu l’impianto di irrigazione?”); Inter-Juventus, tra il 3 e il 5 ottobre litigheranno Conte e Marotta (non ne vogliamo sapere nulla).

INNO. Accantonata la demodè “Pazza Inter” e prossimo a pensionare la melensa “C’è solo l’Inter”, Conte avrebbe commissionato ai Boomdabash “Stronza Inter”, un gradevole pezzo reggaeton di cui “Mucchio Selvaggio” ha anticipato un frammento del testo: “Ci accapigliamo / quasi ci odiamo / in campo sputiamo / lo scudo vinciamo”.

EVENTI. Conte ha annullato tutti gli eventi di beneficenza fino alla fine del prossimo maggio. Barella è stato sorteggiato per tirare sassi nei vetri delle cliniche pediatriche di Milano e di assumersene la piena responsabilità: “Siamo stufi del buonismo alla Moratti”. Alla cena di Natale, lo scambio degli auguri sarà sostituito da una gara di rutti tra gli otto giocatori più ubriachi, che si sfideranno in due gironi all’italiana di quattro squadre, con semifinali e finalissima in diretta su Real Tv.

PREMI. Conte ha minacciato le dimissioni immediate alla fine del girone d’andata se la società si troverà in una qualsiasi delle prime dieci posizioni del premio Fair Play. Per ammonizioni, espulsioni, squalifiche e deferimenti Marotta sta studiando un apposito tariffario: “Giusto premiare i più meritevoli”.

STAFF. Nuovo responsabile delle pubbliche relazioni sarà Jeffrey Deaver.

AMICIZIA. In caso di almeno due risultati non positivi consecutivi (due sconfitte, due pareggi, un pareggio e una sconfitta), Conte chiederà a metà della rosa di corteggiare le mogli/fidanzate dell’altra metà della rosa.

CAMERATISMO. Marotta ha disposto, per i giorni del ritiro, il divieto di usare playstation e telefonini. Per i momenti conviviali veranno organizzati tornei di schiaffo del soldato, rubabandiera, palla asino, catch, calcio saponato, boxe thailandese e stalking.

SCARAMANZIA. Lukaku e Brozovic saranno compagni di camera fino al 2025. Conte ha fatto segretamente installare nella loro camera ad Appiano un russatore artificiale, un generatore di insulti razzisti e un emettitore di scoregge elettronico.

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