Les Miserables

C’è una cosa più stupida del disturbare il minuto di silenzio per la morte di un ex calciatore di una squadra avversaria, considerando poi che il calciatore in questione è stato uno dei più importanti dell’intera storia del nostro calcio e, in quanto nazionale, ha giocato e vinto anche per i tifosi che hanno disturbato il minuto di silenzio per la sua morte (ed è nato, ma tu guarda, nella città che gli ha girato le spalle durante la commemorazione)? Vabbe’, la domanda è retorica. E, sia chiaro, scrivo ‘sta cosa come atto dovuto rispetto alla questione in generale, non essendo in grado di mettere la mano sul fuoco su nessuna tifoseria e nessuno stadio, nemmeno il nostro, per la manifesta considerazione che ho di certe curve, compresa la nostra. Sono stati 60 secondi di pura beceraggine su cui è giusto scandalizzarsi e giustissimo indignarsi, ma di pura beceraggine i nostri stadi sono intrisi da sempre e lo stupore ne risulta un po’ attutito – sarei rimasto molto più stupito se fosse partito un coro Maz-zo-la Maz-zo-la, quello sì.

La questione vera è un’altra e riguarda la Juventus e gli juventini – una parte di loro, non esigua – e l’Inter. Ed è una questione che vale la pena affrontare nel momento preciso di un caso eclatante, che la porta al giusto livello di esposizione. Che tra Inter e Juve (e il Milan, in tutte le combinazioni) ci sia un’accesa rivalità è tanto ovvio quanto addirittura positivo: di queste contrapposizione vive il calcio e vivono tutti gli sport di squadra, sono il sale e il pepe della competizione, se non esistessero Juve e Milan (per quanto ne auspichi a ogni piè sospinto la radiazione, lo scioglimento, l’abolizione o la contemporanea estinzione causa asteroide durante uno scontro diretto) ci annoieremmo a morte. Inter merda, Juve merda, Milan merda, ok, fin qui tutto bene. Poi si va oltre, come sabato. E l’andare oltre di fronte alla morte di un avversario – cui si dovrebbe portare rispetto, e non orinare sul cadavere – è il segno di un imbarbarimento che parte da lì e va a finire altrove, perché non si può essere incivili a targhe alterne, lo si è e basta, allo stadio e fuori, in tribuna e davanti al computer.

Qual è il problema degli juventini – di una parte di loro, non esigua – con l’Inter? E’ presto detto. Siamo i loro rivali da sempre, siamo stati per decenni la vittima preferita e indifesa dei loro furti e delle loro arroganze, siamo quelli umiliati e derisi del 5 maggio (e clamorosamente derubati nelle 2-3 domeniche precedenti, nell’indifferenza generale, e questo per loro è stata l’apoteosi, l’assoluto capolavoro). Finché un giorno il loro sistema crolla e glielo facciamo crollare noi, nel loro piccolo immaginario (il giudice interista, eh beh, non loro che designavano gli arbitri in pizzeria o li chiudevano negli spogliatoi tra un tempo e l’altro e condizionavano le partite e gestivano il calciomercato, no, il giudice interista, certo, va bene). Poi siamo noi che passeggiamo tra le loro macerie e gli prendiamo a prezzi stracciati i pezzi migliori (beh, non è che a tutti va bene giocare in B, orsù). Poi – e questo è inaccettabile – torniamo a vincere qualcosa dopo quasi vent’anni di nulla (anche a causa loro), facciamo il Triplete (mentre loro la Champions la vincono giocando sui cadaveri dei loro tifosi o pompati all’inverosimile – dati oggettivi, è storia) eccetera eccetera.

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La Juve vince 9 (nove) scudetti consecutivi non un secolo fa, ma l’altroieri. Porca troia, ma che problema c’hai? Perché vincono nove scudi di fila e ce l’hanno con l’Inter, perché il loro primo pensiero resta l’Inter? E quando torniamo a vincere noi e loro non ne azzeccano più manco mezza (beh ragazzi, càpita, sono cicli storici), rieccoli a vomitare bile. Ma anche gli eventi sportivi degli ultimissimi anni sono inaccettabili per gli juventini: noi incarniamo un modello per loro sconosciuto, i mercati fatti in economia, i parametri zero, il rispetto delle regole… che noi si possa vincere così, ecco, li fa andare giù di testa, totalmente. E’ un sistema che non riescono nemmeno a concepire quello di rimanere nei parametri, di fare le nozze con i fichi secchi, eppure vincere scudetti, giocare il miglior calcio d’Italia, fare due finali di Champions (e perderle, cioè, proprio come loro… manco questo possono accettare, la vogliono come esclusiva). Tutto questo non rientra nei loro schemi. Non riescono a giustificarsi nemmeno con loro stessi. Ne hanno una fottuta paura.

Ci indigniamo per le spalle voltate verso il campo e per i cori durante il minuto di silenzio per Mazzola. Scusate, ragazzi, questi sono vent’anni che insultano Facchetti, quotidianamente, pervicacemente, uno degli uomini più retti che abbia mai espresso il nostro calcio, e questo li spaventa a morte: che si possa essere buone persone e avere successo, io lo capisco, per loro è incredibile. Sono trent’anni che ci rinfacciano il passaporto di Recoba, santa madonna, ci fosse servito a qualcosa quel passaporto fake che non c’è mai stato: per quella truffa (noi vittime, intendo) l’Inter fu pesantemente sanzionata e un nostro dirigente squalificato per un anno. Sanzioni, squalifiche: per loro è un mondo sconosciuto, imponderabile. Cartonati, patteggese… no dico, loro, loro! che hanno un conteggio personalizzato degli scudetti, come se la Giustizia non li riguardasse. Eppure, funziona così. Te lo ripeti diecimila volte e diventa vero, è un meccanismo mentale noto da qualche secolo.

Su Facebook, Instagram, X, YouTube pullulano profili di gente malata che propaga odio e notizie false, terrapiattisti della storia del calcio che al confronto i no vax sono le Giovani Marmotte. Leggete, leggete… cose spaventose, e non capisco come mai questi geni non vengano bloccati o sommersi di querele, perché non è possibile che tutto possa essere detto e propagato senza conseguenze, poi la gente alla lunga ci crede – e alle fake news sull’Inter quei certi juventini ci credono eccome, le sanno a memoria, vi parlano per frasette precostituite, cartonati, patteggese, Recoba, e si mettono ad ansimare, gli si altera la voce, gli si dilatano le pupille. Il fascismo in Italia è nato con venti reduci fuori di testa al soldo di un uomo con pochi scrupoli. Il nazismo in Germania è nato da un tavolone in birreria popolato da gente che la sparava grossa. Non la voglio mettere in politica, ma solo dire che le derive nascono così, da certi pericolosi autoconvincimenti continuamente alimentati da gente con poco cervello e molta ambizione, tipo quello di buttarla sempre in vacca e di apparire sano nonostante la rogna che ti divora.

Vorrei dirvi di andare a leggere, per esempio, sul profilo X di Fabrizio Biasin le risposte al post dove ha semplicemente copincollato il comunicato della Juve sul comportamento della loro curva: leggete, leggete le risposte degli juventini, da non credere. Vorrei dirvi solo questo, se non avessi da proporvi qualcosa di anche peggio: andatevi a leggere i pezzi di Tuttosport. E’ il colletto bianco, che spaventa. Perchè al curvaiolo puoi attribuire il valore intellettuale di un orango con la maglietta. Ma al giornalista, per quanto poco indipendente, dovresti sempre poter attribuire un certo tono, una certa attendibilità, una certa garanzia. Dovresti.

Da ‘sta cosa come si esce? Io non lo so, sinceramente ogni livello è stato superato. Spero, per restare agli esempi storici di cui sopra, che non si arrivi alle sprangate sotto i portici o all’olio di ricino all’urlo di guidorossi patteggese cartonati marottalìg. Non ci arriveremo, va bene, ma i toni sono quelli e sono già infinitamente deludenti e preoccupanti, per lo juventino medio e per l’intero genere umano. Agli juventini ragionevoli dico: fate proselitismo, si può essere acerrimi nemici e bersi delle ottime birre. Sulle battaglie culturali invece alzo di default bandiera bianca. A gente che insulta Facchetti da vent’anni che cazzo spieghi, me lo dici?

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Abbiamo un problema (ma va bene così)

Abbiamo un grosso problema e abbiamo una grande capacità di risolverlo. Tra masochismo ed estasi, è un momento di grande divertimento per noi e per il mondo intero, perché quando gioca l’Inter non ci si annoia e sarebbe ora che Sky, Dazn e Prime ci riconoscessero una quota extra di diritti tv, perchè questo campionato sarebbe altrimenti un alternarsi di Juve-Milan e Lecce-Frosinone – cioè, disdette a nastro – e invece con noi escono sempre partite scoppiettanti, a volte oggettivamente bellissime. Pareggiare a Roma, la squadra più forte dopo di noi, è un punto guadagnato. E un risultato giusto, al quale arriviamo attraverso un percorso che le montagne russe al confronto sono il rullo dei carrelli all’Esselunga.

A Roma il grosso problema e la grande capacità di risolverlo si sono equivalsi. Per la quarta volta di fila in 15 giorni siamo andati sotto 0-2, che è un enorme problema (oltre che un record mondiale), e per la terza volta non abbiamo perso. Cioè, la stavamo regalando a Gasperini, la nostra mascotte: imperdonabile. Abbiamo una grande capacità di risolvere questo problema, e va bene, ma il problema resta tale e credo che Chivu avrà di che riempire i vuoti della maxi-pausa. Provi lui a dare una sistemata alla squadra, anche se dovranno aiutarlo i giocatori a dare una sistemata a se stessi – non parlo solo dei difensori ma in generale, c’è un atteggiamento nocivo che spesso aleggia un po’ dappertutto. Nove gol presi in quattro partite sono un po’ troppi. E che gol, poi.

Il modo in cui il problema lo risolviamo è quanto di più spettacolare ci sia capitato a livello storico. Così come prendiamo regolarmente gol di merda, inaccettabili nella loro dinamica, ne sappiamo segnare ogni volta di meravigliosi, mai banali, frutto di combinazioni o di prodezze individuali di grande livello. Come direbbe Chivu, mi tengo la nostra lucida pazzia, che in questo momento è una specie di arma non convenzionale alla quale gli altri non sono preparati. Un po’ come noi, quando facciamo andare in porta chiunque, stendendo il tappeto rosso.

Il Toro ha fatto due gol della madonna, questa squadra non si arrende mai e nessuna partita può dirsi finita con noi, anche quelle messe peggio. Sul perchè si mettono peggio boh, mi arrendo. Mi basta che non si arrenda Chivu, che pare abbia sbraitato duro nell’intervallo. Forza Inter, sarà una grande stagione.

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My moustache (il mio Baffo)

L’essere boomer comporta anche dei piccoli vantaggi, tipo aver visto giocare alcuni dei monumenti della nostra storia, tra cui Mazzola. Nel mio disastroso ma assai proficuo debutto a San Siro (Milan-Inter 3-0, 8/11/1970, umiliazione, tragedia, esonero Heriberto, incarico a Invernizzi, miracolo, mega-rimonta, scudetto) (l’ho raccontato cento volte, ma certe cose bisogna ribadirle, anche a se stessi) Mazzola c’era e indossava la maglia numero 9 del Bonimba, che non c’era, tenuto fuori come Bedin (al che il Fraizza caccia Heriberto, embè, l’avrei cacciato anch’io) (magari la settimana prima). Non che non potesse giocare (anche) da 9, certo, per indole e senso del gol (della Grande Inter fu il cannoniere, segnava a carrettate), ma il Mazzola del 1970 era ormai stabilmente quello che una volta si definiva un interno offensivo e oggi boh, non so, e chi se ne frega di oggi, mala tempora.

Mazzola è morto ieri a un’ora assai pericolosa per i giornali di carta, per non dire quasi impossibile, ma vista la qualità delle firme che sui giornaloni già stamattina raccontano in lungo e in largo il Baffo, direi che i prestigiosi coccodrilli erano già lì in rampa di lancio da qualche giorno. Ma questo è un bene, Mazzola per il solo fatto di essere morto la sera tardi non avrebbe meritato di essere trattato dall’ultimo millennial arrivato in redazione come uno qualunque (“noto giocatore dell’Inter degli anni Sessanta e Settanta”), prendendo le due righe di agenzia per chiudere in fretta il giornale. Mazzola merita il meglio.

Tornando ai vantaggi (pochi) dell’essere boomer, Mazzola io l’ho visto giocare gli ultimi sette campionati della sua carriera, conclusa nel 1977 a 35 anni, in una stagione finita a luglio con la finale di Coppa Italia persa con il Milan 2-0, gol di Maldera e Braglia. La foto sopra è stata scattata prima della partita: Mazzola, Anastasi e Rivera se la ridono in amicizia. Fu una partita importante soprattutto per la storia del calcio della provincia di Pavia, perchè a San Siro, prima del derby, si giocò (ma che razza di figata è?) la finale di Coppa Italia dei dilettanti tra Casteggio (Pv) (anzi, Oltrepò, meglio precisare) e Sangiuseppese, vinta dal Casteggio per 2-0, gol di Gravellone e Scotti (due partite gemelle, stesso risultati, entrambi i gol nel secondo tempo e più o meno negli stessi minuti). In quel derby erano in campo cinque giocatori che c’erano anche nel “mio” derby del 1970 (Mazzola, Rivera, Facchetti, Bordon e Biasiolo) (più Nereo Rocco). Fu l’ultima di Sandro Mazzola, che – così narrano – uscendo citò la Divina Commedia, «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare», cioè ragazzi, altro livello, oggi citano Marracash.

Con Mazzola ho sempre avuto uno strano rapporto, perché io viaggiavo a rimorchio – anche sentimentalmente – dei miei due zii interisti e loro erano prima di tutto grandi fan di Mariolino Corso, del suo genio e delle sue pigrizie. Quindi per Facchetti e Mazzola, due leggende assolute in maglietta e pantaloncini, provavano un grande amore me anche una certa riverenza – voglio dire, Corso a volte l’avrebbero strozzato quando passeggiava nella parte di campo all’ombra mentre gli altri si dannavano al sole (per i non boomer: a parte le coppe, si giocava solo di giorno, solo la domenica. Lo so, sembra incredibile ma è così), ma lo adoravano. E io, tra i 7 e i 13 anni, non facevo grandi ragionamenti su quanto immensi fossero Mazzola e Facchetti e quanto fottutamente pigro e geniale fosse il Mario, io guardavo e basta, andava bene tutto purchè fosse in maglia nerazzurra, i monumenti e le mezze figure, purchè gonfiassero la rete o aiutassero Bonimba a farlo – sì, Bonimba era il mio faro.

In quella dannata stagione 1976/77 mi toccò pure vedere Mazzola e Boninsegna giocare contro, a Torino, e vedere Boninsegna con la maglia della Juve (oggi alla notizia della cessione mi sarei incatenato al cancello di San Siro, ingresso vip corporate whatsnamerica), e Boninsegna segnare due gol a noi (a me, Bonimba, tu quoque). Vidi anche mio zio Aldo incrociare in tribuna Mario Corso (che sarebbe come se io incrociassi tra dieci minuti in corso Cavour Jennifer Lawrence) e dirgli “ciao Mario” e poi voltarsi verso di noi estasiato e incredulo, come se avesse visto la Madonna – o Edwige Fenech, adesso non saprei – dirgli In hoc signo vinces, e poi comunque abbiamo perso.

Mazzola era in campo anche nella prima partita di calcio che ho visto in assoluto nella mia vita, Italia-Germania 4-3, 17 giugno 1970, la mia iniziazione a questo fottuto e meraviglioso tunnel. Era stato in campo per le statistiche ma non più per me, che la partita l’ho vsta dal gol di Burgnich in poi, all’urlo dei miei genitori che mi svegliarono. A leggerla bene, la storia di Mazzola e piena di cose incredibili, dal papà supercampione di una supersquadra che muore nella più grande tragedia nel nostro sport, all’esordio da bambino contro la Juve in quella partita infame dal risultato immane in cui lui però segno un rigore, al diventare a sua volta supercampione in una supersquadra, ai due gol segnati al Real in una finale di Coppa dei Campioni, a quella ancor oggi inspiegabile staffetta con Rivera in Nazionale – pensate a quanto stavamo bene, se eravamo costretti a tenere fuori l’uno o l’altro, noi che oggi convochiamo Fagioli e Mandragora.

Ho parlato più di me che di Mazzola, forse, ma l’Inter è parte di me e non ci posso fare niente – non ci possiamo fare niente, noi. Comunque grazie di tutto Baffo, grazie per essere stato Mazzola, uno di quei nomi che volevano dire Inter e lo diranno sempre, in eterno.

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Il fattore Orociok

Cosa puoi mai dire a una squadra a punteggio pieno dopo quattro giornate? Cosa puoi mai dire a una squadra che viaggia a una media superiore ai 3 gol a partita, e che il giorno che lascia in panca il suo bomber e capitano ne fa cinque (con cinque marcatori diversi)?

Cosa dovresti invece dire a una squadra che per la terza volta in nove giorni va sotto di due gol? Cosa puoi mai dire a una squadra che due di queste volte rimonta e vince? E cosa dovresti dirle degli 8 gol presi in cinque partite ufficiali? E cosa puoi mai dirle dei 14 segnati, e dei 20 tiri a partita?

Ma cosa mai dovresti dirle, rivedendo questi 8 gol presi tra campionato e Champions, se non che erano tutti evitabili, alcuni addirittura inspiegabili? E cosa mai puoi dirle se ogni volta reagisce ai gol come se non li avesse presi, e reagisce agli svantaggi come se fosse naturale reagire in un solo modo, come non fosse successo nulla e macinando gioco per andare a riprendersi ciò che ha buttato, con gli interessi? Cosa dovresti mai dirle della sconfitta a Madrid, dove tutta ‘sta roba si è amplificata nel bene e nel male, e comunque hai fatto la tua porca figura?

Eh, cosa?

Boh, per ora va benissimo così, ci divertiamo come pazzi e non conosciamo il concetto di noia. Nel gioco delle sensazioni contrarie, non ricordo un’Inter che a tre settimane dall’inizio della stagione mi abbia dato una così netta sensazione di forza. E non ricordo nemmeno un’Inter così patologicamente distratta dietro (perchè la nostra non è una difesa che balla, è una difesa svagata, che se non fosse un difetto serio ti verrebbe ogni volta da scompisciarti dal ridere per la creatività di questo assentarsi).

In questo campionato così precoce in alcune sue manifestazioni, casca a fagiuolo lo scontro al vertice tra le due squadre a punteggio pieno. A Roma, con questa Roma che sembra essere l’avversaria più forte, sarà un test molto interessante. Così, a occhio, potrei dire che andare sotto di due gol potrebbe essere imprudente. E che segnare un gol ogni 9-10 tiri potrebbe essere insufficiente. Così come a Madrid, il nostro andazzo straripante ma un po’ naif potrebbe rivelarsi un problema. Ma se l’Inter ha bisogno anche di questa follia per esprimere tutto il suo potenziale, vabbe’, potrei anche sopportare lo stress. Gli Orociok li avranno pure inventati per qualcosa.

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La locura

Manco l’intelligenza artificiale a pagamento Plus Gold riuscirebbe a commentare compiutamente la partita più strana del mondo, in cui il maggior possesso palla e il maggior numero dei tiri alla fine producono una sconfitta; in cui il tuo portiere fa una di quelle cazzate imperdonabili a vita e poi fa tre miracoli; in cui ti verrebbe da dire che la tua difesa balla di brutto ma poi ripensi alle singole prestazioni e le trovi buone; in cui giochi bene, a volte meglio o molto meglio degli altri, e ti prendi rischi assurdi; in cui gli altri corrono di più, hanno uno squadrone e tra panchina e assenti ne hanno un altro a disposizione, epperò fai la tua porca figura internazionale.

Resta, della partita più strana del mondo, un retrogusto amaro che – essendo pur sempre l’8 settembre, ci sono ancora 70 gradi e la stagione è appena iniziata – possiamo ancora dissolvere con relativa serenità, ma chiedendo ai nostri un impegno serio sull’argomento: essere belli può non pagare, essere belli e fatui può essere un’inculata. Non ci si può permettere di essere presuntuosi con il Real, palleggiare sulla nostra trequarti come se gli altri non ci fossero o dribblare l’avversario (soprattutto se sei portiere, santa madonna) al limite dell’area piccola. Eravamo al Bernabeu, non al Bentegodi. Queste leziosità di un primo tempo quasi dominato ti sono costate la partita.

Prendiamo sempre gol. Grazie al cazzo, potreste dirmi, hai visto chi giocava nel Real? Vero, ovvio. Ma hanno segnato su assist nostro, questo non va dimenticato. Non va dimenticato nemmeno che ne potevano segnare tranquillamente altri quattro o cinque (come noi). C’è qualcosa che non va dietro e che non riguarda solo i difensori, ma non saprei dire bene cosa. Non è che ogni volta c’è un Anguissa, ecco. L’importante, se siamo vulnerabili dietro, è restare sempre sul pezzo davanti, e lo siamo stati ampiamente anche a Madrid. Tutto si sistemerà, se le basi sono queste.

Dopodichè, questi ragazzi hanno un qualcosa di speciale nella loro follia e nei loro eccessi di narcisismo. Vedere l’Inter tentare la rimonta fino al 93′, facendo ricorso alle ultime energie per buttare lì un mini-assedio finale, dai, scalda il cuore. Il resto è troppo complicato per il mio povero cervello: poteva finire 6-4 per noi o 5-3 per loro, non ci sarebbe stato nulla da dire in entrambi i casi, considerando il tasso di assoluta locura che aleggiava nell’aria. L’Inter ha perso, l’Inter è forte, viva l’Inter.

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Il metodo anglo-italiano

Ho vissuto, tra stadio e post-partita, un’esperienza distopica. Ieri ero al primo blu e un paio di file dietro di me c’era un tizio che prendeva di mira Pio. Cioè, mentre tutto lo stadio si indignava per il trattamento cui lo sottoponevano i due centrali del Napoli e per il sostanziale disinteresse dell’arbitro su questi sprazzi di catch in giro per il campo, lui urlava: “E alzati, cazzo! Sei sempre in terra, cazzo!”. Siccome la partita era bellissima ed ero circondato da gente normale che non aveva nessuna intenzione di attaccare briga, la cosa è andata avanti per tutto il primo tempo così, senza sosta. Il tizio anti-Pio non ce l’aveva solo con Pio, actually. Ce l’aveva con chiunque non facesse – secondo lui – la cosa giusta. Tipo, ce l’aveva con chi non tirava (beh, quello un po’ anch’io, ma io mi inquieto nell’intimo). Quindi quando Bisseck fa il tunnel a un napoletano e tira una lecca che sfiora l’incrocio, il tizio urla “Che cazzo tiri!”, e allora un altro gli fa “E basta, sempre a criticare, se non tirano non va bene, se tirano non va bene, ma stai zitto!” – oh, senza dire una parolaccia. E infatti il tizio, colpito dall’educazione, bofonchia qualcosa, e l’altro gli fa “Boh, fai quello che vuoi!” – oh, senza dire una parolaccia.

L’esperienza distopica si riferisce al fatto che oggi è ufficialmente partito sui media il dibattito su “Quanto è bello il calcio con l’arbitro che lascia giocare e non va mai al Var”, dibattito che per me in realtà era già partito ieri con il tizio che mi urlava nelle orecchie. Che avesse ragione lui? Ieri ci ho pensato a lungo. Era come se avessi trascorso 45 minuti bloccato in ascensore con un no-vax mentre lui mi ripeteva a nastro che i vaccini sono una truffa plutocratica, e io, sì-vax fino al midollo, finalmente uscito dall’ascensore fossi roso dal dubbio dopo il lavaggio del cervello: non è che magari i vaccini non servono a un cazzo? Ieri, all’intervallo, sul punteggio di 0-0, quando mi sono alzato e ho guardato che faccia avesse il no-Pio – un tizio normale -, ero roso dal dubbio: non è che avrà ragione lui?

Se Anguissa – sant’iddio, io ero seduto lì dietro, ho visto la morte in faccia – avesse esteso il gambone mezzo centimetro in più, forse saremmo qui a dirci che Orsato & c. ci hanno rubato la partita e che moriremo tutti per volere della classe arbitrale malvagia e corrotta. Quindi approfittiamone: questo lasciar giocare di più e questo guardare il Var di meno, insomma, è la via giusta? Ha un ruolo nell’aver prodotto o almeno indirizzato il ritmo della meravigliosa partita di ieri?

Ieri abbiamo segnato il gol del 2-2 con un avversario che si rotolava per terra per finta nella sua area: ecco, se uno degli effetti fosse quello di neutralizzare queste secolari furbate, giuro che vado a casa di Orsato con un cesto di prodotti tipici pavesi. Quanto a Pio, il tizio anti-Pio non ha ragione su tutto (un paio di volte me l’hanno mezzo denudato, il ragazzo, dai, non si fa), però un pochino sì: se il nuovo metro arbitrale è davvero questo, nel suo ruolo sarà tutto un darle e prendere. E quindi finire per terra per primo avrà solo un effetto: che la palla andrà agli altri.

E comunque ci saranno mille altre occasioni in cui ci incazzeremo, perchè non sempre andremo sotto 0-2 per poi vincere nell’ultima mezz’ora e non sempre avremo un Anguissa che non la mette nella nostra porta spalancata e non sempre giocheremo partitoni totali anche con 35 gradi all’ombra. Io proverò a considerare la filosofia del no-Pio con meno chiusura mentale: se c’è da menare si mena. Perchè – diciamolo – noi tifosotti italiani siamo un po’ ridicoli: ci sbrodoliamo in lodi assolute sul calcio inglese, poi introduciamo un po’ di inglesità nel nostro calcio e apriti cielo. Cazzo Pio, sei sempre in terra! (ricordarsi di dirlo almeno due volte a partita)

p.s.: società più attente dell’Fc Internazionale si sarebbero accorte che la mia occasionale presenza allo stadio produce risultati strabilianti. Dopo Inter-Monza 0-1, gol di Caldirola, ho visto l’Inter solo vincere, con i famosi quattro 4-0 consecutivi e altre chicche sparse. Ok, non volete darmi lo sky box, lo capisco. Non ho grosse pretese, anche se starei volentieri nel primo anello, sono miope e astigmatico.

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Uno su trentuno

Stappo una lattina di Coca senza caffeina e senza zucchero per festeggiare la fine di agosto, ne stapperò un’altra domani allo stop al calciomercato, alle ore 20. E finalmente, domani alle 20,01 inizierà la stagione. Nel mentre, la seconda partita dell’Inter ci ha fatto assaporare quelle sensazione antiche e mai dome, il cagarsi addosso pur dominando, un contrasto di emozioni che – lo dico subito – non vorrei provare per tutte le prossime 36 partite di campionato più quelle di Champions più coppe e supercoppe, perchè c’è un limite fisico a tutto. Ogni tanto, all’occorrenza. Ma non sempre.

Però della partita di ieri mi voglio godere il meglio, invece che stare lì a fare al punta al cazzo del peggio. Intanto, 60 minuti di futbol bailado che hanno prodotto quelle statistiche spaventose che mi ero stampato prima dei 20 minuti finali – ecco, lì le ho appallottolate e buttate nel cestino – e che dicevano cose meravigliose e sbalorditive assieme. La legge dei grandi numeri (quelli di ieri erano grandi numeri) spero ci dica che difficilmente ci saranno altre occasioni in cui 31 tiri produranno un gol, e in cui 25 tiri scoccati all’interno dell’area non ne produrranno nessuno. In compenso, ripensare a tutte i modi creativi con cui ci siamo presentati quelle 25 volte a tirare nell’area dl Cagliari mi tirano abbastanza su il morale.

Era il Cagliari, mi direte. Ah beh, ne sono consapevole. Però la voglia di giocare e la brillantezza di cervello, prima ancora che di gambe (quella ha da venire, come per tutti), è un elemento oggettivo. E poi c’è una sensazione di vero upgrade di questa rosa rispetto all’ultima stagione. I tre inglesi (due, per ora, ma il terzo prima o poi lo vedremo) ci danno una serie di opportunità e di potenziali varianti che non avevamo. E al netto di qualche doloroso addio, la rosa si è svecchiata e rinfrescata. La partita con il Napoli sarà una prova interessante, prematura ma interessante.

Ero un po’ distratto dalla videata delle statistiche, ma mi pare di avere intravisto un Barella, molto in palla, un Calha re Mida del tiro, un Pavard rigenerato (controllare, please, le sue prenotazioni di padel), uno Stones motivato. A Chivu chiedo uno sforzo nelle interviste: se Jones lo chiama Curtis, e se Stones lo chiama John, noi non ci capiamo un cazzo. E Spence come lo chiamerà? Cristian, fatti uno schemino. E paga un hamburger a Bisseck, che se non c’era lui saremmo qui a raccontarci che prima o poi moriremo tutti.

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In hoc Diouf

Potessi vedere un miracolo! Solo un miracolo: un passaggio del Mar Rosso, o una resurrezione, o mio zio Sacha offrire un pranzo, o Diouf col trofeo di Man of the match…

Se Woody Allen avesse scritto “Amore e guerra” non nel 1975 ma nel 2025, giusto mezzo secolo dopo, avrebbe forse completato così una delle duemila battute scritte per il soldato Boris Grusenko. Nell’estate-autunno del 2025 Andy Alune Diouf, prelevato per una discreta somma dal Lens, era il più misterioso degli oggetti misteriosi, forse già condannato da una sentenza del suo allenatore – “non è pronto” – a un anno di cayenna a Milano prima di finire chissà dove alla prima occasione. E invece no: non solo c’è una chance per tutti, ma il Diouf che un anno fa non sapeva mettere un passo dopo l’altro oggi gioca da titolare, tiene egregiamente la posizione in un ruolo che un anno fa manco immaginava, fa due assist al bacio ed è il Man of the match di Inter-Monza, un fake-trofeo che – eufemismo – non sembrava esattamente nelle sue corde.

Questo calcio del cazzo – ad agosto non è calcio, dai – mi costringe ogni anno a interrompere il mio letargo che vorrebbe continuare fino alla chiusura del calciomercato. Secondo questo mio personale bioritmo, avevo impostato il mio disgelo all’alba del 2 settembre p. v., quando mi sarei svegliato con comodo e mi sarei recato alla più vicina edicola per l’acquisto di una copia della Gazza per controllare il borderò definitivo di acquisti e cessioni. E invece niente, fanno giuocare l’Inter e io mi debbo svegliare.

Sono intimamente convinto che risvegliare in anticipo un pover’uomo che voglia dormire calcisticamente fino al 2 settembre non sia sano. La cosa è sostanzialmente paragonabile a quella dei sonnambuli. Non è del tutto vero che un sonnambulo non possa essere svegliato, ma gli esperti consigliano di evitarlo. Ok, un risveglio improvviso magari non provoca danni fisici permanenti o infarti del miocardio, ma può generare forte paura, confusione e reazioni di difesa impulsive o aggressive verso chi cerca di intervenire – che poi è quello che normalmente mi capita quando incrocio uno juventino.

Nell’insignificanza del calcio d’agosto, il trofeo di Diouf per me è come il segno prodigioso apparso a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio. E addì 23 agosto, quindi con l’anticipo più largo possibile, posso serenamente affermare che (no, ok, torno a dormire fino al 2 settembre, ma mettendo la sveglia per il 30 sera).

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L’Osvaldo incompiuto

A Osvaldo Bagnoli si voleva bene a prescindere, per quello che era e per quello che ha fatto in carriera (vincetelo voi uno scudetto a Verona). Peccato che all’Inter abbia lasciato una traccia appena visibile, quando invece avrebbe potuto essere un altro Trap, un mister de Milàn chiamato da un presidente de Milàn, una cosa bella e romantica che adesso possiamo solo sognarci, inglobati da un fondo tirchio americano dopo essere passati dall’Indonesia e dalla Cina, fozza Inda e via andare.

Più che altro, a me è rimasto sempre una specie di senso di colpa nei confronti di Bagnoli, che dopo l’esonero nella disgraziatissima nostra stagione 1993-94 smise di allenare. Pum!, finito tutto. Aveva solo 59 anni e disse basta. Due esoneri in carriera, nella prima stagione alla Solbiatese e nell’ultima all’Inter, due panchine distanti 50 km o qualche anno luce, a seconda della prospettiva. Il primo fu un trampolino, l’ultimo fu un sipario. Il senso di colpa, peraltro, ce l’aveva anche Ernesto Pellegrini, che stimava profondamente l’Osvaldo e di quell’esonero si pentì amaramente. L’Inter andava male – con Bergkamp e Jonk si sognava lo scudetto – ma tutto sommato anche dopo quella sconfitta era in zona coppe, un sesto posto migliorabile. Via Bagnoli, fu l’apocalisse e ci salvammo alla penultima giornata. Ancora oggi, a leggere la classifica finale mi corre un brivido lungo la schiena: Inter 31, Piacenza (quartultimo e retrocesso) 30. Sì, vabbe’, vincemmo la coppa Uefa, ma fu la peggiore primavera della nostra storia.

Andò tutto a scatafascio il 6 febbraio 1994. L’Inter era quinta e giocava in casa con la Lazio, sesta. Poteva essere un turno favorevole, quelle davanti giocavano tutte fuori tranne la Samp, con un po’ di culo si poteva rosicchiare qualcosa. Invece le altre vinsero tutte (tranne la Juve, che comunque pareggiò) e Inter-Lazio andò tipo le partite dell’Argentina a questo mondiale, che all’87’ sembrano finite e invece poi si ribalta tutto. All’87’ l’Inter vinceva ancora 1-0, gol di Ruben Sosa nel primo tempo, e tutti stavamo probabilmente pregustando una bella boccata d’ossigeno quando la Lazio pareggia su rigore con Signori. Poi, al 90′, lo psicodramma.

Di Matteo tira da casa sua, un pallone che sembra parabile anche con una mano sola, ed è forse proprio questo che si immagina Zenga che si produce – lui, l’Uomo Ragno – in uno dei tuffi più goffi della sua storia da supereroe mentre il tiro di Di Matteo gli rimbalza davanti e gli passa sopra. 1-2.

Il Milan va a +9, la Lazio passa davanti all’Inter. Ma è quel finale di partita, con la squadra che sembra giocare contro il mister, che induce Pellegrini a esonerare un po’ a malicuore Bagnoli e ad affidare la squadra a Marini (mentre nei quadri entrò da consulente Ottavio Bianchi, che sarebbe stato l’allenatore la stagione successiva). Perdemmo 8 delle 12 partite che restavano (14 sconfitte totali in stagione su 34 partite).

Quella domenica 6 febbraio finirono un po’ di cose. Finì la storia in nerazzurro di Bagnoli. Finì pure la sua carriera, inaspettatamente. Finì la favola di Zenga, che per quel mezzo gollonzo sarà duramente contestato (e anche aggredito da qualche curvaiolo strafatto) e deciderà di lasciare l’Inter – si congederà con la mostruosa finale di ritorno col Salisburgo. Finì di fatto anche un’altra favola, quella di Pellegrini, che stava già meditando di lasciare l’Inter per tornare in azienda (che zoppicava per la sua assenza): poco più di un anno dopo siglerà la faticosa cessione a Moratti.

Bagnoli in nerazzurro resto così un’incompiuta. Il meglio lo aveva dato l’anno prima, con il secondo posto in rimonta sul Milan (e l’amaro in bocca per un derby mezzo scippato). Grazie anche a Manicone, una sua idea. Un altro della Bovisa, non a caso.

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L’anno di Bastoni

Uomini che pagano donne? Calciatori con escort? Agenzie che sfruttano gli uni e le altre? Uh, che grandissime novità. L’inchiesta l’avevo presa male fin dall’inizio – tipo una super maxi mega operazione antidroga al boschetto di Rogoredo (mmh, interessante) (sbadiglio) – non solo per l’argomento un po’ fanè ma anche per quei tre-quattro meccanismi narrativi che ti fanno vergognare della tua stessa professione: nomi coperti dal massimo riserbo, ah sì, ovviamente, salvo che dopo due ore partono gli indovinelli (coinvolto un giocatore di una squadra di serie A) (di Milano) (con la maglia a strisce) (un numero di stelline inferiore a tre e superiore a uno), poi le iniziali, poi i nomi alla rinfusa – dal massimo riserbo saranno passate tre o quattro ore… robaccia.

E poi per me Bastoni è quel ragazzone con un grandissimo sinistro, un cervello modalità adolescenza e una madre che (come fosse alla pizzata dei genitori di quarta elementare) gli pulisce la bocca con un tovagliolo durante il party scudetto del 2021, cioè un anno dopo i presunti fatti. Fa impressione saperlo sotto inchiesta, quale che sia. Mi spiacerebbe umanamente sapere che a 20 anni aveva bisogno di pagare ragazze (di 17). Farei un passo indietro se sapessi che ha fatto sesso con una ragazza di 17 anni (e otto mesi), essendo una cosa disdicevole e penalmente rilevante, direi imperdonabile. Lui nega (può mentire, ne ha diritto), lei nega (lei invece deve dire la verità). Boh, adesso è inutile dire altro. Infatti, prima che diventi etica e penale, per me la questione Bastoni è per ora esclusivamente tecnica.

Può Bastoni restare in Italia, e quindi all’Inter? Può un giocatore che nel giro di quattro mesi viene (ridicolmente, ma coralmente) accusato di essere il peggior simulatore sulla faccia della terra, poi di avere causato l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali, e ora di avere fatto sesso a pagamento con una minorenne, restare a giocare in Serie A, e quindi all’Inter?

Tecnicamente, sono preoccupato per almeno due motivi: a) trovarne un altro uguale sarà dura; b) che se ne possa andare Bastoni da un reparto che in una botta sola perde oltre a lui Sommer, Dumfries, Acerbi, De Vrij e Darmian mi sembra una sciagura. Sommer a parte, i giocatori da sostituire in un solo reparto salirebbero almeno a quattro (Darmian in fondo era in sovrannumero). E siccome oggi è luglio, inizio a sentire qualche piccola palpitazione. Vabbè, gli auguro che tutto si chiarisca. Dopodichè, comunque vada sarà un problema.

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