Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

Luglio 4, 2020
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Uomini che piacciono alle donne (e viceversa) (e animali che piacciono a tutti) / 4 – Il Gran Finale

“Il Triplete è merito mio” è un libro di successo, questo è notorio. Nessuno però si sarebbe aspettato un’accoglienza trionfale anche nel mondo animale. Nelle foto, due esemplari bianconeri nell’aspetto ma, come si vede, di assoluta fede nerazzurra. A destra il gatto Cocò, a lettura appena ultimata. A sinistra il cane Sbirro, il cui proprietario nutre peraltro qualche sospetto: “Per farlo sedere e mettersi in posa ho dovuto dargli un biscotto, vuoi vedere che questo bastardo è un gobbo?”

Dai cani e gatti ai cavalli. A sinistra, eccomi mentre poso con l’amico A. durante una pausa del Grand Prix d’Amerique all’ippodromo di Vincennes, vicino a Parigi, dove sono stato invitato per una conferenza su “Forza Inter, Juve merda: criticità e prospettive”. A destra Massimo Cavalli, che aveva scritto qui la storia del suo Triplete. In piena trance agonistica, ne ha realizzato un altro acquistando tre copie del libro. E’ un tipo strano: ieri ha comprato tre biglietti per il cinema, ma poi ci è andato da solo.

Qui sfioriamo le vette del sublime. E’ il quadruplete dei B. Brothers.
A sinistra con il cappellino Enzo, ex podista poi ciclista ora cicloviaggiatore, presente a Madrid quel 22 maggio, abbonato da svariati anni e tuttora perso per José Mourinho (pare che se su Google digitate “Orgasmou” vi apparirà una prima pagina di Marca: indovinate chi regge lo striscione). Vuole andare in bici fino a Setubal e prostrarsi in avenida Special One. Sotto c’è Daniela, altra malata e abbonata nerazzurra, pure lei a Madrid ma in altra tragica circostanza: aprile 1985, è in viaggio di nozze e va al Bernabeu per quel Real-Inter in cui i galacticos de mierda ribaltano lo 0-2 dell’andata e ci fanno tre pere con Santillana e Michel. Poi c’è Roberto, podista tapascione, star del calcetto del venerdì, classe 1954, l’anno scorso ha tagliato il traguardo dei 50 anni di abbonamento ininterrotto, un eroe civile che andrebbe premiato minimo con l’Ambrogino di platino. Anche lui girando l’Italia in viaggio di nozze, nel 1983 passa da Cesena (campo neutro con San Siro squalificato) per assistere con la neo-sposa al ritorno di un 32esimo di Coppa Uefa fra Inter e Trabzonspor (2-0: Altobelli, Collovati) . Alessandro, quello giovane, è l’ultimo arrivato in famiglia, proprio nel 2010: è fidanzato della figlia di Enzo, che col cazzo gli avrebbe concesso la mano di Chiara se fosse stato un gobbo o un cacciavite. Eh no, eh?

Esercizi di fantasia. A sinistra, il caro G. si inventa la fascetta dei miei sogni (oh, se un giorno dovesse mai avverarsi, ti offrirò una birra nello skybox che mi sarò comprato al Meazza). A sinistra, D. mi scrive dalle Mauritius dicendo che il libro gli è piaciuto un casino (poi ho guardato bene la foto, potrebbe essere tipo Centocelle).

Opposte fazioni, ma con grande sportività. A sinistra Carlo, pugliese, interistissimo, non ci conosciamo ma è come se fossimo amici. A destra Andrea, marito a Patrizia, interistissima. Andrea è (rumore di tuoni) milanista ma, come lo definisce Patrizia, “obiettivo”. E’ una foto che gronda amore: io, per dire, se mi chiedessero di fare una foto con il libro di Chiellini, boh, non so.

Ale B. è citato nel capitolo di Inter-Chievo, dove ci incontrammo tra il primo e il secondo tempo. E’ un collezionista feticista di alto livello: mi ha messo sul tetto del mondo, praticamente. Cioè, guardate bene la foto. Dove cazzo avrà trovato tutto ‘sto bendiddio?

E rimanendo al capitolo di Inter-Chievo, tra gli incontri di quel festoso pomeriggio – tutti rigorosamente citati nel libro – c’è anche quello con Alessio. A sinistra, Alessio oggi con maglietta di Madrid e Triplete letterario. A destra – figata – la foto scattata 10 anni fa prima di Inter-Chievo, nell’esatto punto in cui ci siamo trovati: poco dopo questo scatto, io avrei imboccato le scale che vede dietro Alessio e mi sarei sentito chiamare “Settore!” da uno che non mi aveva mai visto. Cioè, poi ditemi che è brutto essere interisti.

Mi scrive Emanuele da Napoli: “Ciao Settore, finalmente dopo settimane sono riuscito posare le mani sulla copia ormai introvabile del tuo libro (dovresti secondo me fare delle ristampe con copertina in pelle di biscione, ecopelle, s’intende). Il racconto del mio triplete non è purtroppo epico ed emozionante, in genere andavo a casa di un amico e guardavamo la partita insieme, il problema però è che io e lui nello stesso posto portavamo una grandissima sfiga. Provammo a vederne qualcuna insieme durante il girone di Champions, ma visti i non incoraggianti risultati decidemmo di non vederci più fino a fine coppa. Quindi la finale la vidi a casa mia, da solo, con la TV rigorosamente a tubo catodico adornata di ogni santino disponibile in quel momento. Come si evince dalla foto allegata, oltre all’ovvia presenza della sciarpa c’erano 2 quadretti, uno con la formazione che vinse la Coppa Uefa ’98 e l’altra con il Capitano ancora nel fiore dei suoi anni; completa il tutto una tazza dell’Inter che nel contesto non aveva molto senso, ma più santini c’erano meglio era. Al triplice fischio ho urlato come un ossesso, sono uscito fuori al balcone scuotendo qualsiasi cosa avevo a portata di mano con le mie urla che si perdevano nel silenzio (vivo in campagna, e gli altri condomini del palazzo erano comprensibilmente indifferenti, essendo tifosi della squadra locale). Ti allego anche la mia foto con l’agognata copia del libro e la maglia di Cordoba (la mia preferita quando gioco a calcetto): il mio sguardo da reprimenda è dovuto proprio al fatto che ti sei appropriato della sua identità sulla copertina del libro, ma è così bella che per stavolta posso lasciar correre”. Iddio ti benedica, Emanuele. Per non coprire il tuo sguardo da reprimenda, non ti nascondo gli occhi. Se avessi problemi di privacy, ci rimetto mano. Se questo sguardo ti procurasse una scrittura a Hollywood, voglio il 15 per cento.

Chiudo con questa immagine, una medaglia al valore del mio interismo. S. mi perdonerà se gioco un po’ anche con lui. Gli lascio l’onore di chiudere questa carrellata di amici con la stessa piccola e scherzosa penitenza che ho imposto a (quasi) tutti gli altri, la pecetta sugli occhi. Chi è S.? Diciamo che ha firmato alcuni pezzi che sicuramente avrete fischiettato anche voi. Ehi, chi ha detto “Pazza Inter”? No no, cosucce andate anche a Sanremo. Tzè, l’interismo è un crogiuolo di qualità.

INFORMAZIONI DI SERVIZIO. Ricevo quintalate di mail (non è vero: una, forse due) e milioni di messaggi Whatsapp (non è vero: tre o quattro) sul tema “Oh, ma quando lo presenti?”. Non lo so, adesso vado in vacanza. Cioè, io sono pigro (infatti stavo così bene nel lockdown), ma se vi vengono strane idee in mente, se avete voglia di prendere iniziative, se avete una libreria, un circolo culturale, una biblioteca, una libreria, un centro massaggi cinese, fatemelo sapere a r.torti@gmail.com. Non so, faccio un esempio. Il proprietario del Forte Village vuole organizzare una presentazione, mi dice “Hai voglia di venire fin qua a parlare 20 minuti del libro? Ti riservo un bungalow sette stelle per 10 giorni”, cioè, magari potrei anche andarci. Comunque. Nella sua versione cartacea il libro è presente in libreria a Pavia e Voghera, le due città più importanti del mio piccolo mondo, e a Milano (vedi sopra, Libreria dello Sport), ed è in vendita on line su Ibs.it e anche su Libreria dello Sport, Libreria Universitaria, LaFeltrinelli e Unilibro. Poi c’è anche la versione eBook che è disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Libreria Universitaria, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio, LaFeltrinelli, Rizzoli e siti del genere. Infine, è disponibile un’opzione simpaticamente old style, una roba dal volto umano: scrivere direttamente all’editore, giorgio.macellari@alice.it, e ricevere soddisfazione. Nel senso che Giorgio – uomo efficiente, paziente, onesto e interista – il libro cartaceo ve lo spedisce anche in un batter d’occhio direttamente al vostro domicilio (dietro pagamento, immagino. E’ il mercato, direbbe Keynes).

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Giugno 30, 2020
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E con lo zigo zago / tu m’hai rotto l’ago / m’hai ferito il cuore / mi farai morir

MILANO – FC Internazionale Milano e Nike presentano la nuova divisa Home del club. Il kit per la stagione 2020-21 si ispira agli elementi chiave della cultura e dei valori della città di Milano, attraverso una particolare reinterpretazione dello stile tradizionale del club. L’unicità dell’Inter è radicata nelle sue origini e si rispecchia anche nello spirito innovativo della città. Prendendo ispirazione dal movimento artistico degli anni ’80, la nuova divisa Home dell’Inter celebra la città di Milano attraverso un’estetica che simboleggia l’identità condivisa dal club e dalle persone che rappresenta. Il kit è ‘Made of Milano’ volendo rappresentare il senso di unità con il capoluogo lombardo e con le persone, parte di una grande community che condivide il senso di orgoglio per la città e il desiderio di innovazione. Il design della maglia riprende forme e colori caratteristici dello stile tribal-pop e reinterpreta le iconiche righe nerazzurre con onde e zig-zag. Sviluppandosi dalla parte superiore a quella inferiore della maglia, le spesse righe a zig-zag nerazzurre riprendono anche il Biscione, storico simbolo del club. La nuova maglia girocollo dell’Inter è caratterizzata da bande nere sui fianchi, con il logo del club e lo swoosh bianco posizionati sul petto. Pantaloncini neri e calze blu completano il kit, mentre la parola “Inter” è inserita sulle calze e all’interno della maglia. “Siamo sempre al lavoro per reinterpretare l’identità a strisce del club. Questa volta lo abbiamo fatto prendendo ispirazione da una delle principali correnti artistiche di Milano“ ha affermato Scott Munson, VP di Nike Football Apparel. “La grafica a zig-zag è alla base del design post-modernista ed è anche un richiamo al Biscione. Il risultato è un kit sorprendente che ben si combina con l’unicità del club.”
(comunicato Inter.it)

traduzione di Settore: “Ciao a tutti! Siete pronti? Siete caldi?? Come sapete, noi della Nike dobbiamo creare una maglia nuova ogni anno, così voi ve le comprate a nastro: si chiama marketing. Lo facciamo anche con le altre squadre, sure!, non ce l’abbiamo con voi! Però non è che con le strisce verticali nerazzurre possiamo inventarci chissà cosa, abbiate pazienza. Quest’anno vi prendete lo zig zag che simboleggia il senso di unità del (risa soffocate) in uno stile tribal-pop (risa ancora più soffocate) che muhahahahahahahah, no, scusate, ma buttare giù un comunicato credibile è quasi più difficile che disegnare una maglia. Vabbe’, tranquilli: nei prossimi anni alterneremo il disegno classico che vi piace tanto a qualche altro design post-modernista, tipo scacchi o righe diagonali o la maglia della Juve di quest’anno, ahahah, non vedo l’ora, voi no?? Del resto, siamo sempre al lavoro per reintepretare l’identità a strisce del club! (pernacchia dal fondo) Ehi, fuckin’ hell, chi è stato?”

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Giugno 29, 2020
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Parmageddon (anzi no)

Buonasera. Per chi non avesse seguito la partita, un breve riussunto emozionale (servizio offerto in esclusiva da Settoreinter.it).

Minuto 1-14: ma dai, cazzo, solito inizio un po’ così, ma che formazione è?, che flemma, no dai, non si può. Argh! Ecco, ha visto che gol che ha sbagliato Gervinho? Sveglia!

Minuto 15: gol di Gervinho. Argh! Ma li hai visti? Estate di merda. Non potevano assegnare il titolo con l’algoritmo del cazzo?

Minuto 16-68: no, non possiamo farcela. Davanti non la mettiamo, dietro facciamo schifo. Ma non avevamo la difesa più forte dell’universo? Adesso sembrano quei vecchietti che cerca “Chi l’ha visto?”, sai, quelli che non hanno la contezza di sè, come dice la Sciarelli. Ecco, merda!, era rigore ma l’alluce di Godin era in fuorigioco. L’alluce! Argh! Cornelius, hai visto cos’ha sbagliato? Dai, basta, datevi una mossa, non vi si può guardare.

Minuto 69: espulsione di Berni. No, ma fammi capire: due espulsioni in stagione? Senza giocare? Ma quanto prende Berni all’anno? Se rinasco, voglio essere Berni.

Minuto 70-80. Massì, Sanchez facciamo entrare al novantesimo, dai. Conte, basta, torna quello pre-Covid. Fai qualcosa, incàzzati, fai atti di luddismo in tribuna, dai un fottuto segnale a questi rubastipendi. Fai qualcosa. Cosa avete fatto durante il lockdown, tornei di burraco? Voglio morire ora, qui, sul divano, davanti alla tv. Così daranno la colpa a voi, sant’iddio, e ve la sarete meritata. Fate ca-ca-re. Arriveremo quinti, forse sesti. Guardiamoci alle spalle: meno male che abbiamo vinto lo scontro diretto con la Samp.

Minuto 81. Gol di De Vrij. Gaaaaaaaaa! Roba da matti.

Minuto 82-86. Cambi, proteste, espulsioni a sorpresa, bevute di acqua. Arbitro, recuperare!

Minuto 87. Gol di Bastoni. Gaaaaaaaaa! Banzai! Forza ragazzi! Arbitro, tempo!

Minuto 88-96. Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo! Arbitro tempo!

Minuto 97. Fine partita

Dopopartita. Stellini: “Abbiamo meritato”.

(fine)

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Giugno 25, 2020
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Due partite, un giramento di palle

Ieri sera, in suggestiva successione, ho assistito sul mio apparecchio televisivo agli incontri di giuoco calcio Inter-Sassuolo e Liverpool-Crystal Palace. Ok, chiaro, le due partite non erano esattamente sovrapponibili nè nelle motivazioni (per noi, restare aggrappati a una labile speranza di rientrare in corsa; per i Reds, vincere uno scudetto dopo 30 anni) nè, purtroppo, nell’impietoso raffronto tra le squadre in sè. Avendo visto le due partite da cima a fondo, tranne che per quel quarto d’ora in cui si sono sovrapposte, ecco, si è abbastanza sovrapposto il giramento di coglioni.

Parto dalla fine, cioè dalla partita di Anfield. Premier League, 31esima giornata. Il Liverpool ieri sera aveva 20 punti di vantaggio: doveva vincere per mettersi tranquillo stasera davanti alla tv, Chelsea-City, col City costretto a vincere sennò a Liverpool saranno fiumi di birra attesi per tre decenni. Tre giorni fa, la prima partita dei Reds dopo il lockdown era stato il derby con l’Everton, 0-0, con il City che rimonta due punti. Klopp fa un modestissimo turnover (in pratica toglie le tre riserve che aveva schierato: due che si sono infortunati, più Minamino) e mette in campo con il Crystal Palace del nostro caro Hodgson (nono in classifica, qualche assenza, poche ambizioni) praticamente la formazione tipo. Ricapitolando: 20 punti di vantaggio (insomma, se non lo vince stasera lo vincerà la prossima volta, o la prossima ancora, who cares?), stadio vuoto, voglia di un titolo atteso 30 anni, ok, ma tutt’altro che in pericolo. Beh, non so se l’avete vista anche voi: il Liverpool ha attaccato dal primo minuto all’ultimo, anche quando era in vantaggio 4-0. 74% possesso palla. 21 tiri in porta contro 3 (manco me li ricordo, Alisson giocava a Ruzzle col telefonino per ingannare il tempo). 6 corner a 0. A un certo punto Klopp a destra a posto di Alexander Arnold fa entrare un ragazzo di 19 anni, all’esordio in Premier, e poi uno di 17 a sinistra al posto di Manè. Niente, uguale: il Liverpool ha aggredito abbestia fino al 93′, l’arbitro fischia, tutti a casa belli sorridenti.

Mi è venuto da piangere.

Io avevo appena visto un’altra partita. Quella di una squadra, la mia, che ha subito tre gol ridicoli (e almeno un altro paio li poteva prendere con una difesa svagata e lenta come l’ho vista raramente) epperò poteva vincere senza problemi, avendo avuto due occasioni gigantesche (per quella di Gagliardini, in verità, non esiste un aggettivo adatto) per chiuderla sul 3-1 e sul 4-2 e avendole buttate miseramente nel cesso. Il ragazzo all’esordio in Premier, dopo un inizio timido, ha cominciato a sgroppare e a inserirsi che era una bellezza, tirando in porta tipo tre volte in venti minuti (uno dei tiri respinto con un miracolo). È lì che mi è apparso Gagliardini. “Eh dai, càpita”, potrebbe dirmi qualcuno. Una roba così io l’ho vista raramente, però può darsi che sia capitata, certo. Ma ho rivisto in questa azione surreale (così come nel successivo scavetto in contropiede di Candreva, invece di sfondare la rete come Gigi Riva) la stessa mollezza mentale e spirituale di Joao Mario che ha la palla per risolvere un derby a tre metri dalla porta e non ci si butta a corpo morto. Non so dove pensiamo di andare senza buttarci a corpo morto su qualche pallone, sull’avversario (in senso figurato), sulle partite, sugli obiettivi, su tutto.

Qui non si parla solo di uomini (servirebbe un tomo a parte). Certo, restando al Liverpool: lasciando stare le superstar, ci “basterebbero” Alexander Arnold, Robertson ed Henderson al posto di Candreva, Biraghi e Gagliardini non solo per battere 9-3 il Sassuolo, ma per essere in testa al campionato e vincere l’Europa League. Ma parlare a cazzo di uomini non è granchè produttivo. Parliamo, almeno, di testa. Dopo il lockdown ho visto l’Inter non-vincere a Napoli una partita che valeva la finale di Coppa con la Juve. Poi ho visto l’Inter fare venti minuti di futbol bailado con la Samp e cagarsi in mano per tutto il secondo tempo. Poi ho visto l’Inter risparmiare il Sassuolo e poi stendergli tappeti rossi manco fossero d’accordo. No, chiedo per un amico: così dove vogliamo andare?

E mi spiace dirlo, ma Conte oggi sta fallendo esattamente nel campo dove nei primi tre-quattro mesi di stagione era stato il fattore decisivo. Qui non contano gli stadi vuoti o la triste stranezza di questo calcio Covid, non contano il caldo e le zanzare (le condizioni sono uguali per tutti). Qui conta che la stagione è ricominciata e noi con la testa non ci siamo. Ieri l’Atalanta ha recuperato due gol alla Lazio e ha vinto 3-2. Noi con il Sassuolo abbiamo fatto una figura patetica ed è ora – lo dico a Conte – di tornare al vecchio e sempre valido metodo dei calci in culo. Altrimenti, con un po’ di impegno, proviamo ad arrivare quinti: entreremmo nella storia, dalla porta del retro.

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Giugno 20, 2020
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Mariolino

Nell’anno della mia iniziazione al calcio vero, quello di San Siro, avvenuta sui miei eternamente cari gradoni dei distinti dietro la porta (odierno primo blu), Mario Corso faceva parte di quei monumenti in maglia nerazzurra e pantaloncini neri che i miei zii trattavano con affetto e deferenza. La mia avventura interista iniziava nell’autunno del 1970, da un Milan-Inter 3-0 con esonero dell’allenatore, cioè non benissimo – ma da quel giorno partì la cavalcata verso lo scudetto, l’undicesimo. Quell’Inter di Invernizzi era un’appendice della Grande Inter che i miei zii avevano respirato a pieni polmoni, la formazione alternava leggende a forze fresche e nuovi arrivi. Vieri, Bellugi, Facchetti; Bedin, Giubertoni, Burgnich; Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso. Vincerà lo scudo, farà una finale di Coppa Campioni l’anno dopo contro la debordante Ajax di Cruijff, e declinerà fino al nuovo ciclo di Bersellini.

Mario Corso era il meno incasellabile di tutti. Ecco, sopra ho scritto la formazione in vecchio stile, mettendo i punti e virgola che ne scandivano la metrica non solo recitativa ma anche tecnica. I numeri di maglia, salvo rari casi, allora ti dicevano già tutto o quasi di qualsiasi squadra e qualsiasi giocatore. Ma Mariolino di sicuro non era, come voleva il suo 11, una semplice ala sinistra. Era un fantasista, una mina vagante, un uomo con un piede solo, ma che piede santiddio, che piede.

Fa impressione pensare che la prima volta che lo vidi – già piuttosto stempiato, i calzettoni abbassati, un fisico normale – aveva 28 anni. Ai miei occhi di bambino mi sarà apparso come uno di quei quarantenni ancora in forma che fanno i fenomeni al torneo dei bar di Voghera. Invece no, era ancora nel pieno della sua carriera. Aveva già vinto due Coppe dei Campioni (segnando il primo dei tre gol della mitica semifinale con il Liverpool) e due Intercontinentali (decidendo lui la seconda, infinita, ai supplementari della partita con l’Independiente nel ’64) e in quella stagione avrebbe vinto il suo quarto scudetto.

I miei zii lo adoravano, anche nelle sue pigrizie: “Guardalo guardalo, va a cercare l’ombra”, mi dicevano quando lo vedevano piazzarsi nella parte di campo non battuta dal sole del pomeriggio. Ne inventava sempre una. Ho visto dal vivo, dietro quella porta, una delle sue punizioni a foglia morta, era un’Inter-Torino nel 1972, vincemmo 2-0. Gol!, dissi io. I miei zii invece erano in delirio, tipo chessò, se avessero visto una punizione di Corso.

Per chi minimamente frequenta le serate degli Inter club, Mariolino Corso l’avrà incrociato di sicuro. Archiviata la sua carriera di allenatore mai davvero decollata, rientrato nei quadri societari, si era prestato con garbo e passione anche a questo ruolo di uomo-immagine, un pezzo della storia dell’Inter – uno dei pezzi più pregiati – che incontra il popolo nerazzurro. Ho anch’io un paio di foto con lui, forse un giorno troverò dove le ho scaricate. Ma mi piace ricordarlo un giorno a Torino, al vecchio Comunale. Inverno 1978, Juve-Inter, finirà 1-1, gol di Beppe Baresi e del Bonimba (per loro, mannaggia).

Ero con i miei zii e mio cugino, more solito. Siamo in tribuna, a un certo punto passa Mario Corso. No dico, Mario Corso! Rimaniamo impietriti, tranne mio zio Aldo che fa una cosa normalissima, d’istinto, gli dice “Ciao Mario” e Mario gli dice “Ciao”. Lo zio si gira verso di noi, aveva uno sguardo che avrei io oggi se incrociando Scarlett Johansson in Strada Nuova le dicessi “Ciao Scarlett” e lei mi rispondesse “Hello, very beautiful boy of this hugly mosquito’s city”. Io e Luca, mio cugino, ci guardiamo basiti: “Ma davvero gli ha dato del tu? A Corso?”. E niente, Mario, tocca dirti ciao anche stavolta, l’ultima. La foglia è morta.

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Giugno 19, 2020
di settore
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Il Triplete è (anche) merito mio / 12

di MARCO F.

Mi chiamo Marco, ho 44 anni (compleanno il 29 maggio, solo sette giorni dal nostro Natale), sono di Monza anche se vivo in Brianza da 15 anni (mi dirai, ma Monza non è il capoluogo della Brianza? Vero, ma i brianzoli non riconoscono questo fatto, per loro Monza è città, e tutto ciò che è città non è Brianza per definizione). Interista da quando avevo 6 anni, mio padre era accanito tifoso del Monza e moderatamente gobbo e per fortuna non mi ha passato questa disgrazia: quando ho imparato a leggere e a scrivere, e grazie a un mio compagno di banco, sono diventato interista.

Sono abbonato a San Siro dalla stagione ’93-’94, 27 stagioni compresa questa, mai in curva, moltissimo terzo anello e da 9 anni secondo blu (alla fine di ogni partita sputo sui seggiolini)  e ti seguo fin dall’inizio, ricordo vagamente il tuo primo post che ho letto, era qualcosa sul golf (!), forse una lezione di prova che avevi fatto con scarso successo. Avrò scritto sì e no 3 commenti in croce ma li leggo tutti! 27 anni di abbonamento 5 finali europee dal vivo sono difficili da condensare in poco spazio, ma ci provo.  

Anzi, vabbe’, vado dritto al dunque. Ero presente a Madrid,  dopo 17 ore di fila in via Massaua, dalle 8 di sera all’una di pomeriggio di quel sabato che hai raccontato anche tu.

Siamo partiti in auto da Arcore il 21 mattina in tre, io e i miei due amici di stadio da sempre:  Giovanni (conosciuto sui banchi di scuola) e suo fratello Lorenzo, 12 anni più giovane di noi e che ci portiamo a S. Siro da quando aveva 7 anni. Siamo passati da Opera a prendere Marco, un collega di Lorenzo mai visto prima, e poi via dritti a…

… a Saragozza! Impossibile trovare un hotel a Madrid a prezzi umani, quindi abbiamo optato per Saragozza, hotel El Principe (!) in centro (scelta obbligata!) per la modica cifra di 88 euro per due stanze (22 euro a testa: a Madrid neanche un cesso pubblico a quella cifra, in fondo siamo sempre dei braccini brianzoli). Come noi anche un sacco di interisti e tedeschi!

Il mattino presto partenza e dopo 350 km ecco Madrid… La giornata passa veloce tra incontri casuali e non con amici e sconosciuti, c’è una bellissima atmosfera tra noi e i crucchi.

Alle 18 circa ingresso al Bernabeu, eravamo nello spicchietto rosso in alto a sinistra sopra le parole “E ORA…” della coreografia, un po’ in alto ma meglio del nostro 3 anello e soprattutto zero odiosi curvaioli, solo tifosotti come noi.

Partita in apnea come tutti, ma mi sono veramente preoccupato solo all’inizio del secondo tempo quando Muller ha sbagliato su Julio.

Dopo l’infinita esultanza per il secondo di Diego proprio sotto di noi, mi giro verso Giovanni stravolto dall’emozione e gli dico “E’ fatta, quando ci fanno due gol questi con la difesa che abbiamo? Lui mi guarda tra lo stupito e il terrorizzato, è una frase che non ho mai pronunciato in vita mia, neanche al 85’ su un 4 a 0 contro un Livorno, per dire.

Ma ormai ero sicuro,  lo ero (senza confessarlo a nessuno) dal fischio finale della semi di ritorno, era il nostro risarcimento globale totalissimo (cit. Settore). Non saremmo mai tornati a casa senza la coppona!

Il resto è storia, anzi leggenda, e io, tu e tutti gli altri presenti lo racconteremo ai nipoti! Grazie per il tuo interismo.

P.S.: non fa niente se non mi pubblichi, mi basterebbe un reply a questa mail per essere sicuro che l’hai letta!

P. P. S. S.: mi basta anche un Juve Merda!

COMUNICAZIONI DI SETTORE. Se volete far durare l’anniversario del Triplete un po’ di più, e ritenete di essere in possesso di storie del 22 maggio che il mondo non può non conoscere, continuate pure a mandarmi le foto e testi del vostro Triplete. Temete di non essere all’altezza del Pulitzer? Boh, se vi fidate sistemo io. E se volete sottoporvi alla gogna mediatica della rubrichetta “Foto dei lettori alla ricerca di facile notorietà sfoggiando il simpatico volumetto sfornato da Settore”, fotografatevi o fatevi fotografare. Poi mandate il tutto a r.torti@gmail.com e sarete esposti al pubblico ludibrio.

MILANO (NEW!). Care amiche e cari amici di Milano, sono lieto di annunciare che il libro è arrivato alla Libreria dello Sport, via Carducci. Ha fatto il suo ingresso anche sul sito. E’ andato esaurito ed è stato fatto rifornimento. Non assembratevi e portate la mascherina. Tenete anche due o tre metri di distanza dal libro di Chiellini.

INFORMAZIONI DI SERVIZIO. Nella sua versione cartacea il libro è presente in libreria a Pavia e Voghera, le due città più importanti del mio piccolo mondo, e a Milano (vedi sopra, Libreria dello Sport), ed è in vendita on line su Ibs.it e anche su Libreria dello Sport, Libreria Universitaria, LaFeltrinelli e Unilibro. Poi c’è anche la versione eBook che è disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Libreria Universitaria, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio, LaFeltrinelli, Rizzoli e siti del genere. Infine, è disponibile un’opzione simpaticamente old style, una roba dal volto umano: scrivere direttamente all’editore, giorgio.macellari@alice.it, e ricevere soddisfazione. Nel senso che Giorgio – uomo efficiente, paziente, onesto e interista – il libro cartaceo ve lo spedisce anche in un batter d’occhio direttamente al vostro domicilio (dietro pagamento, immagino. E’ il mercato, direbbe Keynes).

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Giugno 18, 2020
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Il Triplete è (anche) merito mio / 11

di FLAVIO

La mia road map verso Madrid, e quindi verso il Triplete, inizia con la fase due del mio tifo interista, precisamente il 28/04/2002. In quell’ultima domenica di Aprile, grazie al mio amico Francesco, tornavo a San Siro dopo innumerevoli anni e ne uscivo da vittorioso capolista a una giornata dalla fine. Da quello che accadrà una settimana dopo, qualcuno trarrà poi l’ispirazione per elaborare il lutto, ma questa è un’altra storia. Anziché abbatterci, da allora, ogni anno, testardamente, nonostante tutto quello che verrà poi fuori con Calciopoli, facciamo l’abbonamento, cosa che mi consentirà nel 2009-2010 di essere al secondo arancio in tutte le partite interne della stagione, più il derby di ritorno e le trasferte contro le squadre vicine a casa: Bologna, Chievo. Parma, Fiorentina.

Per la Champions, di norma, snobbavamo il girone di qualificazione, salvo per gli incontri con team blasonati; tenevamo tutte le energie per le fasi finali, dagli ottavi in poi. Del girone preliminare della coppa 2009-10 però non potevamo mancare due incontri casalinghi, il Barcellona (0-0), perché è il Barcellona, e, il Rubin Kazan (2-0), perché era decisiva. Poi finalmente ci siamo potuti scatenare e delle sei partite che ci hanno portato a giocarci la Coppa abbiamo mancato solo la trasferta contro il CSKA, un po’ perché Mosca è decisamente meno friendly di Londra e Barcellona, un poco perché il risultato era già abbastanza scontato.

E veniamo quindi al 22 Maggio.

Un attimo dopo che a Barcellona De Bleeckere fischia per tre volte, parte il jingle : “Ce ne andiamo a Madrid, ce ne andiamo a Madrid”. Se il paradiso esiste deve essere qualcosa di molto simile a quando siamo usciti perdenti ma vincitori dal Camp Nou. Appena tornati coi piedi per terra , prepariamo l’operazione Madrid. Ora si trattava di rifornirsi di biglietti; Francesco se ne procura subito due, senza se e senza ma, tramite Jakala. Mio figlio (Giulio) e la sua ragazza mi propongono la Popolare di Milano e io, per amore paterno, pur essendo già tra i beati li accompagno : il biglietto in più lo userà il terzogenito, Riccardo. Se il Paradiso è uscire dal Camp Nou vincenti, Via Massaua è un Purgatorio : soffri ma alla fine vedi la luce e la beatitudine sotto forma di altri 3 biglietti.

Il giorno successivo vinciamo a Siena (ricordo Giulio al gol di Milito, lui, agnostico, inginocchiato per ringraziare, penso, una qualche divinità del calcio) e con lo scudetto sulle maglie e i biglietti in tasca, iniziamo i preparativi logistici per i viaggi. Io e Francesco siamo in una botte di ferro (o meglio, pensavamo di esserlo!): sabato mattina Malpensa, volo aereo andata, biglietto per la finale, volo aereo ritorno, casa.I ragazzi (Giulio, morosa e Riccardo) si preparano a partire il venerdì mattina con l’Ulysse in configurazione furgone : due sedili davanti, uno solo dietro, e spazio per bandierone, poster di Zanetti-Superman e altro materiale voluminoso. Tutto sembrava filare per il verso giusto, quando il fato, travestito da anziano al volante di una Panda si mette in mezzo.

Giovedì sera siamo a cena da mia madre , al termine rientriamo a casa, pochi chilometri, Riccardo in Aprilia RS 50 (allora diciassettenne viaggiava in motorino), io dietro in auto. Senonché, in un incrocio a T (rivedo la scena come fosse oggi), la Panda svolta inopinatamente senza dare la precedenza tagliando la strada al cinquantino e Riki rotola nell’aiuola spartitraffico. Fortunatamente lo vedo subito in piedi e, a parte il motorino malridotto (lo rottamammo), non sembravano esserci grossissimi problemi, ma questo lo dovrà certificare il pronto soccorso, dove l’ambulanza, prontamente allertata (l’ospedale dista dal luogo dell’incidente meno di un chilometro) lo porta per inevitabile e doveroso controllo.

Come saprete la sanità è un fiore all’occhiello della nostra regione (Emilia-Romagna) e in poche ore Riccardo viene restituito al mondo praticamente come nuovo, non fosse per l‘insolita bendatura della mano destra. Avete presente L.O.V.E , l’opera di Cattelan che sta davanti alla borsa a Milano? Fortunatamente nel caso di Riccardo le dita non erano mozzate, ma l’effetto ottico era il medesimo. Dimissione e visita di controllo per le 12 del giorno dopo, venerdì.

I piani di Giulio prevedevano un approccio soft alla trasferta (1.700 km) con partenza il venerdi mattina, pernottamento in zona confine Francia/Spagna e arrivo a Madrid entro il primo pomeriggo del sabato, per questo aveva fissato la partenza intorno alle 10, ma alla luce degli ultimi avvenimenti sarebbe partito anche dopo la visita di controllo, cercando, strada facendo, di recuperare il paio d’ore perse, rispetto alla tabella di marcia. Il povero Riccardo anche dopo un sonno ristoratore era comunque, ovviamente, provato, la mano pulsava, e il dito medio, steccato nella ambigua postura, preoccupava, per cui lui era più per il no che per il si, e anche se l’esito della visita avrebbe potuto orientare ancor meglio la scelta, il suo mood pessimistico ci spingeva a dire a Giulio di partire secondo i suoi piani originali. La visita di Riccardo tutto sommato va bene, non c‘erano complicazioni, e Giulio che intanto aveva macinato chilometri e si trovava nei pressi di Alessandria si rendeva disponibile ad aspettarlo, ma una serie di considerazioni conservative, il timore di un peggioramento in terra straniera lo faceva desistere definitivamente.

Tristi per Riccardo, l’indomani (sabato 22 maggio) di mattina presto io e Francesco partiamo per Malpensa pensando di fare una trasferta come tante altre, con la sola differenza, e scusate se è poco, che si trattava di una finale di Champions.

Stolti.

Una qualunque procedura random non avrebbe saputo fare di meglio nel disperdere amici e separare famiglie. (in compenso sono venuto a sapere in questi giorni che almeno una famiglia ha contribuito a formarla.) Unica consolazione, ovunque ti giravi eravamo tutti neroazzurri.

Imbarcati quindi su aerei differenti in orari tra i più disparati (il mio doveva partire alle 12 e alle 14 eravamo ancora fermi sulla pista) ci ritroviamo finalmente a Madrid all’ingresso della metro dell’aeroporto alle 17 passate. Via subito verso la Fan Zone dove alle 18 riabbracciamo Giulio e Silvia (la morosa) che dopo aver pernottato a Saragozza, erano arrivati a Madrid, freschi-freschi nel mezzogiorno, come da tabella.

Vengo informato che Giulio si era meritato il palco, invitato a salirvi da Scarpini che lo aveva notato perché reggeva il già citato posterone di Zanetti-Superman , pregevole opera photoshoppata del primogenito (Raffaello… of course). Per questi pochi minuti di fama (cit. Warhol) era stato però costretto a cantare “o mia bèla Madunina” ; fortunatamente io era in ritardo e me lo sono perso.

In quel preciso momento storico, a poco meno di due ore dall’evento, mi ritrovavo fuori dal Bernabeu con un biglietto in più, quello dello sfortunato e incidentato Riccardo. Gli eventi erano stati così ravvicinati e le decisioni prese all’ultimo momento che non ero riuscito a piazzarlo a casa, avessi avuto più tempo lo avrei fatto sicuramente, tra gli amici compagni di fede. Mi immagino l’invidia dei bagarini. Avevo quindi la possibilità : a) rientrare completamente delle spese di tutto il viaggio, e anche qualcosa di più, oppure, b) fare felice un ragazzo che contava i soldi e si faceva prestare quelli che mancavano per acquistare allo stesso prezzo pagato alla Banca Popolare di Milano, un biglietto della finale di Champions.

La seconda che hai detto, la b.

In pratica io avevo passato una giornata compreso pernottamento in tenda sul marciapiede di via Fornari (per essere precisi) al fine di recapitare a due passi dal Bernabeu Il biglietto per LA FINALE a un ragazzo, che in ogni caso ignorava tutto questo; ma mi ha ricompensato il pensiero di essere stato per un momento un semidio che ha il potere di fare la felicità degli uomini.

Delle sensazioni delle ore successive, “dir non è mestiere”, e infatti lascio ognuno ai suoi ricordi. Voglio invece dire del rientro.

Francesco ha un volo di ritorno alle 11 di domenica, io alle 5, visto che una volta a Milano avrei dovuto aspettarlo per 6 ore, uso l’opzione Giulio-Ulysse.  Mentre saluto il compagno di mille partite e lo lascio ai festeggiamenti notturni di Madrid , mi dice al sommo della felicità, la storica frase : “Adesso posso anche morire”.

Ritrovato l’Ulysse che Giulio, all’oscuro della suddivisione territoriale delle tifoserie, aveva parcheggiato dalla parte dei tedeschi, partiamo alla volta di casa, pensando di fermarci in qualche posto sulla strada, dimenticando che mezzanotte è passata da un pezzo e non si trova un anima in giro sulla strada verso Barcellona, ma lo stato di alterazione dovuto alla vittoria non ci permette di preoccuparci più di tanto, anzi, passare da Guadalajara ci risveglia epici momenti hemingwayani; siamo evidentemente in un universo parallelo. Ci addentriamo in quel nulla che c’è tra Guadalajara e Saragozza ormai certi che alle due di notte non troveremo più un alloggio, quando da quel nulla sbuca il Motel Sauca.

La situazione passa dalle atmosfere di “Fiesta” e “Per chi suona la campana” a quelle di “Dal tramonto all’alba” perchè la location farebbe la felicità di Tarantino; speriamo solo che quello che ci appare di fronte non sia la propaggine emersa di un tempio azteco sommerso. Invece c’è una stanza libera, non succede assolutamente nulla, la notte trascorre tranquilla (anche se qualcuno dirà in seguito di aver sentito russare profondamente ) e il mattino successivo è uno dei più bei mattini che si siano mai visti in Castiglia.

La domenica ci va tutta per il rientro, esentiamo Silvia per cavalleria alternandoci alla guida ogni quattro ore e il viaggio scorre leggero anche perchè ci affiancano o affianchiamo, ci sorpassano o sorpassiamo berline, camper, furgoni, van, pande, suv pavesati a festa coi colori del cielo e della notte; il nostro bandierone nel quale Giulio si era avvolto durante l’attraversamento del territorio bavarese tornando alla macchina, ora faceva bella mostra di sé steso tra i finestrini laterali e il portellone posteriore. Sembravamo un esercito vittorioso che tornava in patria.

Eravamo un esercito vittorioso che tornava in patria !

Ma dovevamo ancora stupirci. All’apparire della barriera di Ventimiglia, ergo, del sacro suolo patrio, dalla radio, che improvvisamente riceveva le frequenze amiche di Rai Uno, una voce: Cucchi che, evidentemente in replica di telecronaca su qualche tg o trasmissione sportiva della domenica, ribadiva da par suo: “L’Inter è campione d’Europa!” Non poteva essere solo una coincidenza. Il dio del calcio esiste, e noi gli siamo “simpattici”.

p.s. Ovviamente tutti quelli del nostro entourage sanno che nell’ipotesi di una prossima finale di Champions il primo biglietto disponibile sarà per Riccardo, non si discute.

COMUNICAZIONI DI SETTORE. Nell’attesa del calcio asettico e silenzioso (ed eliminatorio) che ci aspettava, ci siamo tenuti compagnia con storie strappacuore del 22 maggio, le vostre. Se volete far durare l’anniversario del Triplete un po’ di più, continuate pure a mandarmi le foto e testi del vostro Triplete, del vostro 22 maggio, robe così, tra amici. Temete di non essere all’altezza del Pulitzer? Boh, se vi fidate sistemo io. E se volete sottoporvi alla gogna mediatica della rubrichetta “Foto dei lettori alla ricerca di facile notorietà sfoggiando il simpatico volumetto sfornato da Settore”, fotografatevi o fatevi fotografare. Poi mandate il tutto a r.torti@gmail.com e sarete esposti al pubblico ludibrio.

MILANO (NEW!). Care amiche e cari amici di Milano, sono lieto di annunciare che il libro è arrivato alla Libreria dello Sport, via Carducci. Ha fatto il suo ingresso anche sul sito. E’ andato esaurito ed è stato fatto rifornimento. Non assembratevi e portate la mascherina. Tenete anche due o tre metri di distanza dal libro di Chiellini.

INFORMAZIONI DI SERVIZIO. Nella sua versione cartacea il libro è presente in libreria a Pavia e Voghera, le due città più importanti del mio piccolo mondo, e a Milano (vedi sopra, Libreria dello Sport), ed è in vendita on line su Ibs.it e anche su Libreria dello Sport, Libreria Universitaria, LaFeltrinelli e Unilibro. Poi c’è anche la versione eBook che è disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Libreria Universitaria, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio, LaFeltrinelli, Rizzoli e siti del genere. Infine, è disponibile un’opzione simpaticamente old style, una roba dal volto umano: scrivere direttamente all’editore, giorgio.macellari@alice.it, e ricevere soddisfazione. Nel senso che Giorgio – uomo efficiente, paziente, onesto e interista – il libro cartaceo ve lo spedisce anche in un batter d’occhio direttamente al vostro domicilio (dietro pagamento, immagino. E’ il mercato, direbbe Keynes).

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Giugno 17, 2020
di settore
31 commenti

Il Triplete è (anche) merito mio / 10

di CLAUDIO *

*- cervello in fuga nella Perfida Albione

Contrariamente a quanto sostiene Settore (o lo sostiene anche lui? boh), il Triplete è chiaramente cominciato la sera di Kiev. Ai tempi vivevo in un remoto paesino della Pennsylvania, e da lì l’unico modo per vedersi la Champions era un canale streaming dell’Uefa. I commentatori osservavano come i nerazzurri, in calzamaglia per evitare l’assideramento, non sembravano dei gran lottatori e che non avrebbero fatto molta strada nel torneo.

Per me la partita più bella di quella coppa è stata Chelsea-Inter.  L’ho vista al Barley Mow, pub di fianco la stazione di Leicester, dove nel frattempo mi ero trasferito. Quella era la partita di Mourinho, tornato nello stadio che l’aveva reso Special. Quella è diventata la notte di Eto’o quando su magico lancio di Sneijder l’ha messa a 13 minuti della fine. Il pub accolse il trionfo nerazzurro nell’indifferenza, d’altronde alle foxes di Leicester l’unica partita che interessa è il derby col Nottingham Forest.

Inter-Barça l’ho vista in uno scantinato del Woods Hole Oceanographic Institution in Massachusetts, dove mi ero recato a un meeting e dove son rimasto bloccato una settimana causa vulcano islandese. L’eruzione mi ha fatto perdere il primo compleanno di mio figlio Samuele (in omaggio a Samuel, ultimo grande stopper della storia del calcio) ma all’Inter ha portato bene.

Il meeting del Woods Hole Oceanographic Institution in Massachusetts. In seconda fila, l’ottavo da sinistra è Claudio, il primo da destra è Jeffrey Lebowski

Per Barça-Inter invece ero a un altro meeting, a Pantelleria. Quella sera convinsi tutti a rimanere in albergo per la partita, ma i colleghi inglesi disgustati dal catenaccio di Mou alla fine mi dissero che era stata la peggior partita che avessero mai visto. Offrì loro una grappa per farmi perdonare del mancato spettacolo e per festeggiare il passaggio del turno.

La finale la vidi al The Donkey, pub di Leicester vicino all’Università,  dove già ero stato per i quarti contro il Cska. Al pub ci conoscevano perché alle partite portavo anche mia moglie e mio figlio Samuele di anni uno, che così piccolo era diventato un beniamino del locale. Esultai composto ai gol di Milito, finii la mia pinta e ci incamminammo verso casa con Samuele addormentato in braccio. Amala!

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COMUNICAZIONI DI SETTORE. Nell’attesa del calcio asettico e silenzioso (ed eliminatorio) che ci aspettava, ci siamo tenuti compagnia con storie strappacuore del 22 maggio, le vostre. Se volete far durare l’anniversario del Triplete un po’ di più, continuate pure a mandarmi le foto e testi del vostro Triplete, del vostro 22 maggio, robe così, tra amici. Temete di non essere all’altezza del Pulitzer? Boh, se vi fidate sistemo io. E se volete sottoporvi alla gogna mediatica della rubrichetta “Foto dei lettori alla ricerca di facile notorietà sfoggiando il simpatico volumetto sfornato da Settore”, fotografatevi o fatevi fotografare. Poi mandate il tutto a r.torti@gmail.com e sarete esposti al pubblico ludibrio.

MILANO (NEW!). Care amiche e cari amici di Milano, sono lieto di annunciare che il libro è arrivato alla Libreria dello Sport, via Carducci. Ha fatto il suo ingresso anche sul sito. E’ andato esaurito e ha fatto rifornimento. Non assembratevi e portate la mascherina. Tenete anche due o tre metri di distanza dal libro di Chiellini.

INFORMAZIONI DI SERVIZIO. Nella sua versione cartacea il libro è presente in libreria a Pavia e Voghera, le due città più importanti del mio piccolo mondo, e a Milano (vedi sopra, Libreria dello Sport), ed è in vendita on line su Ibs.it e anche su Libreria dello Sport, Libreria Universitaria, LaFeltrinelli e Unilibro. Poi c’è anche la versione eBook che è disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Libreria Universitaria, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio, LaFeltrinelli, Rizzoli e siti del genere. Infine, è disponibile un’opzione simpaticamente old style, una roba dal volto umano: scrivere direttamente all’editore, giorgio.macellari@alice.it, e ricevere soddisfazione. Nel senso che Giorgio – uomo efficiente, paziente, onesto e interista – il libro cartaceo ve lo spedisce anche in un batter d’occhio direttamente al vostro domicilio (dietro pagamento, immagino. E’ il mercato, direbbe Keynes).


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Giugno 16, 2020
di settore
11 commenti

Tutti invitati

Questa sera – martedì 16 giugno, ore 21.40 – in diretta sulla pagina Facebook Il Nero e l’Azzurro parlerò del libro (e di altro, quel che viene, robe nerazzurre high profile) con Michele Dalai. Nel totale rispetto di tutti i Dpcm degli ultimi tre mesi, possiamo assembrarci stando ognuno a casa sua. Siete tutti invitati, vi aspetto.

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Giugno 15, 2020
di settore
11 commenti

Quelli che il Co-lcio (de insopportabilitate sprecorum)

Oggi, che è lunedì, si capisce già meglio la differenza. Cioè, se sabato sera avessimo passato il turno (un’impresa che, abbiamo visto, si poteva fare con una gamba sola), oggi staremmo aspettando una finale con la Juve. Lo spreco, col passare delle ore, sta diventando una roba insopportabile. Una finale con la Juve, buttata nel cesso un po’ così, un po’ credendoci e un po’ no, un po’ provandoci e ogni tanto distraendosi. Oggi, dopo una domenica di dolce riposo, saremmo all’antivigilia di una finale di Coppa Italia con la Juve, staremmo aspettando partita con la Juve con una coppa in palio, una roba fighissima dopo tre mesi di merda a non-pensare al calcio e a dimenticarsi come avevamo fatto a sprofondare così in classifica dopo aver rispirato aria purissima.

No, guarda, quasi non ci credo. Ce la potevamo fare e non ce l’abbiamo fatta. Sabato sera, a partita finita, ero normalmente deluso: “E vabbe’, niente, amen”. Oggi mi girano i coglioni. Domani sembreranno pale di ventilatore, mercoledì decollerò in verticale come un elicottero mentre scenderà in campo il Napoli al posto nostro. Che ce la saremmo potuti vedere con la Juve, e invece no, niente.

Per il resto, il ritorno al calcio è fotografato bene da audience mostruose e partite poco mostruose. Ne avevamo voglia, noi. Ma loro ne hanno voglia? Sono pronti? Delle prime due, più delle prodezze (Ospina, purtroppo, e poco altro) mi ricordo le cagate: CR7 che sbaglia un rigore (non ho letto speciali sulla Gazza sui rigori non entrati per un pelo), Bruce Rebic Lee che tenta invano un omicidio, Sven Goran Eriksen che segna direttamente da calcio d’angolo (bravo Ospina), noi che prendiamo un gol da rinvio del portiere (sempre Ospina) (Pallone d’Oro a Ospina?) con NESSUNO al posto giusto.

Per me, questo resta un altro calcio. O una versione diversa di un certo sport, tipo i Gran premi quando piove, le tappe del Giro quando nevica, le partite di tennis quando tira vento, gli arbitraggi quando c’è la Juve. Chiamarlo Co-lcio (Calcio Covid) è offensivo, ma il concetto è quello. Senza pubblico, senza pathos, senza orari, è un’altra cosa. In fondo, non mi dispiace. Da tifosotto fesso e appassionato cercherò di non perdermi nulla. Ma quando mi perderò qualcosa tirerò un sospiro e mi dirò: e vabbe’, chi se ne frega.

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