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Febbraio 17, 2020
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Male, non malissimo

All’Olimpico si affrontavano due squadre che non perdevano in campionato da 18 e da 16 partite, è stata un gran bella partita ed è finita in maniera un po’ random, cioè dove la pallina della roulette si è fermata dopo essere rotolata un po’ di qua e un po’ di là. Non c’è nulla di cui disperarsi. Il triello Juve-Lazio-Inter non finisce qui, però questa serata si presta a un bel po’ di interpretazioni e considerazioni, non tutte rassicuranti.

Ciclo di ferro. Il ciclo di ferro dell’Inter – 9 partite in 29 giorni – comincia con una vittoria e due sconfitte consecutive. Maluccio, cioè. Di queste tre partite ci restano due tempi scintillanti (il secondo con il Milan, il primo con la Lazio) e quattro più o meno mosci. Rispetto a soli otto giorni fa abbiamo perso due posizioni in campionato e siamo con un piede fuori dalla Coppa Italia. Non benissimo. Per carità, restano 14 partite di campionato e la Lazio – se esiste una legge di compensazione fisica, o il karma – prima o poi pagherà pegno. Ma intanto noi adesso inseguiamo, ne abbiamo due davanti e tra due settimane si va a Torino.

Black out. Conte si è incazzato per quei passaggi a vuoto che ci sono costati la partita, per i due gol regalati, per l’incapacità di gestire un prezioso vantaggio (già amaramente vista, rimanendo a partite-chiave, a Barcellona e Dortmund, oltre che nel meno prestigioso ma comunque doloroso ciclo dei pareggini). Tutto vero. Però qualche scelta diversa non la si potrebbe fare? Io voglio bene a Skriniar come fosse mio cugino, ma sta giocando una stagione disastrosa rispetto agli standard cui ci aveva abituato: deve giocare sempre? Ed Eriksen, invece, continuiamo a giocarcelo nell’ultimo quarto d’ora, al netto dei suoi presunti problemi di inserimento (o la sua presenza implica un cambiamento troppo invasivo per il talebano Conte)? Ce lo giochiamo negli ultimi 15 minuti anche dopo aver tirato nello specchio due volte nei precedenti 75?

Il futuro. Seconda sconfitta in campionato, a metà febbraio (due sconfitte in quasi sei mesi, astenersi disfattisti). Abbiamo perso con le due squadre che ci precedono, una circostanza coerente con i valori del campionato e al contempo un po’ inquietante (saremo mica più deboli?). La corsa scudetto non deve finire qua. Abbiamo davanti un’ottima Lazio che sta procedendo a un ritmo infernale e un po’ oltre le speranze e le possibilità: se continua così, chapeau; più realisticamente, è lecito pensare che prima o poi il meccanismo – anche del culo – si inceppi (a loro favore gioca il fatto di non avere più impegni di coppa). E abbiamo davanti la Juve, una squadra tanto forte quanto spesso inguardabile, alle prese con problemi di spogliatoio non del tutto consueti da quelle parti. I gobbi restano favoriti, ma se fossi nella Lazio e nell’Inter non lascerei nulla d’intentato: le crepe ci sono, bisogna essere pronti ad approfittarne.

E noi? E noi adesso dobbiamo cambiare passo. Il ciclo di ferro è iniziato con tre punti in tre partite, una media salvezza. E invece dobbiamo vincere lo scudetto. In una sera resa amara dalla sconfitta io non ho perso un briciolo di speranza. C’è tempo per recuperare punti, forze, convinzione, cazzimma. Certo, non dobbiamo più sbagliare, ma l’Inter del primo tempo con la Lazio non deve temere niente e nessuno. Quella del secondo tempo invece è da prendere a calci in culo, ma a quello spero ci pensi il mister: 11 milioni non glieli danno mica per altro.

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Gennaio 31, 2020
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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