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Maggio 22, 2020
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Buon 22 maggio

22 maggio 2010. Bayern-Inter. Mattina

Di base, il 22 maggio è il compleanno di mia madre. Ora, sarebbe normale che io adesso alzassi il telefono e le facessi gli auguri – o magari tra un po’, sono le 7 di mattina, se le telefono a quest’ora minimo le vengono le palpitazioni. Ma, di base, non sto più facendo niente di normale ormai da settimane. Sono diventato una persona orribile. Non bevevo birre, e ora bevo birre. Non ero ansioso, e adesso sono ansioso. Non ero scaramantico, e adesso sono scaramantico. Per cui, per evitare di intavolare con mia madre un discorso potenzialmente e cabalisticamente scomodo sulla coincidenza compleanno-finale di Champions (non so, del tipo: è il 22 maggio, vinciamo!), ecco, non gliel’ho detto.

Non le ho detto che vado a Madrid.

Oggi glielo dirò. Perché sarò costretto a telefonarle per gli auguri – non posso essere così orribile da non farglieli per scaramanzia – e quindi a spiegarle dove sono. Non so, metti che le telefono da Madrid e le dico che sono a Pavia e in quel momento passano duemila tifosi del Bayern intonando “Stern des Südens, du wirst niemals untergehen, weil wir in guten wie in schlechten Zeiten zu einander stehen” eccetera, mica potrò dirle che sono a casa. Certo, potrei sempre dirle per depistarla che sono a Berlino, ma lei mi chiederebbe che cosa faccio a Berlino nel giorno della finale di Champions. Con la squadra di Monaco di Baviera, poi.

Comunque,
a questa cosa penso dopo.

Parto,
direzione Malpensa. La macchina si avvia, buon segno (ormai sono a questo
livello) (non ho pestato cacche di cane, cattivo segno). Passo vicino al
giornale dove trascorro regolarmente retribuito le mie giornate e vivo una
scena irreale, quasi felliniana. Sono le 7,30 del mattino, è sabato, non c’è in
giro un cazzo di nessuno ma il baracchino è aperto ed è un tripudio di
nerazzurro.

Il
baracchino io lo vedo tutti i santi giorni dalla finestra della redazione, è
dall’altra parte della strada ed è il mio personale calendario perpetuo. Lì si
vendono bandiere, sciarpe, maglie, pupazzi, gadget.  Apre solo il pomeriggio ed è gestito da un
tizio che si chiama Francesco, uno dei più fini uomini di marketing della
provincia e, forse, dell’intero Nord Ovest. A seconda delle bandiere esposte,
tu sai che giorno è e cosa sta succedendo nel mondo: se gioca l’Inter o la
Juve, se è Natale o il 25 Aprile, San Valentino o Carnevale, se eleggono il
presidente Usa o se la regina d’Inghilterra è in visita in Italia, se inizia il
semestre della Spagna alla Ue o il Papa è in viaggio in Sudamerica. È
dall’inizio del mese che il baracchino (di solito variopinto e multitasking) è
monotematico: vende cose nerazzurre e basta. Il tizio ha fiutato il vento e
cavalca l’onda interista. Tra coppe e scudetti sta vendendo l’iradiddio,
immagino. Finché – forse un piccolo errore di sottovalutazione, capita anche ai
commercianti top – si arriva al momento cruciale della stagione e la merce
inizia a scarseggiare. Giovedì sera (momento toppissimo, l’antivigilia di un
sogno) il tipo si arrende, chiude baracchino e burattini e incolla sulla porta
un foglio A4. Io dalla finestra del giornale lo vedo e non resisto, scendo a
leggere avvinto della curiosità e temendo il peggio (tipo chiuso per malattia,
forza Juve o robe così). Il foglio – un avviso con grafia incerta – però riporta
il seguente messaggio alla clientela: “Merce Inter esaurita in tutta Italia,
vado a Como a cercarla”.

A
Como? Boh, lui saprà.

Ieri
pomeriggio, venerdì, il baracchino aveva riaperto ma era stato lasciato in
gestione a due simpatiche signore che non distinguevano una maglia dell’Inter
da una T-shirt di Hello Kitty. Tutto quello che era rimasto era una maglia di
Eto’o taglia S: “La prenda!”. Ma io volevo Milito L, al limite XL, e le signore
non si facevano una ragione del mio rifiuto. Ci avevo messo una pietra sopra,
anzi, un macigno, ricavando un pessimo presagio dal fatto che un baracchino
davanti al mio posto di lavoro straboccasse di maglie dell’Inter per settimane
e io, al momento di partire per Madrid, all’ultimo momento fossi rimasto
clamorosamente senza.

Alle
7,30 di sabato 22 maggio, comunque, il baracchino non solo è aperto ma è un
tale stormire di bandieroni nerazzurri che la Curva Nord a confronto è un
cimitero abbandonato.  Appesa all’esterno,
insieme ad altre, vedo la maglia di Milito. È andato davvero a Como e ha fatto
rifornimento, penso ammirato. Mi precipito, accelero – metti che nei prossimi
5-10 secondi arrivi un bambino e me la fotta – e parcheggio in derapata tipo
Colin McRae. Un veloce saluto, 20 euri e sono equipaggiato di Milito 22
tarocca, mi congedo non senza genuflettermi riconoscente di fronte al tipo. Con 5 minuti di ritardo sulla tabella di marcia,
continuo il mio viaggio verso Malpensa.

Arrivo
perfettamente in orario, ma stravolto dall’angoscia. Non so come si chiami la
mia patologia mentale, ma la posso descrivere con esattezza: non riesco a organizzarmi
con troppo anticipo, niente, non ce la faccio. Qualsiasi cosa debba fare –
prendere un treno, andare al cinema, presentarmi a un appuntamento – calcolo i
tempi in modo da arrivare in orario, e di solito succede così. Ma se il
tragitto è lungo, in corso d’opera sto male. Tipo stamattina. Inizio a pensare:
e se adesso c’è un incidente, un ingorgo, mi si affloscia una gomma, fondo il
motore, sbaglio strada, un commando di rapinatori assalta un portavalori e io
sono la prima macchina dietro? Cioè, perdo l’aereo e non vado a Madrid? Con
tutto quello che ho speso? Di più, con tutto quello che abbiamo passato?

Mi
viene in mente Dinamo Kiev-Inter, quarta partita del girone eliminatorio di
Champions, era il 4 novembre, santa madonna, sei mesi e mezzo fa che sembrano
sei lustri. Tre partite fatte e tre pareggi, cioè tre punti, poco, pochissimo.
Andiamo a Kiev e segna Shevchenko, sembra una maledizione, sembra già tutto
scritto, un’altra inculata galattica, firmata da un ex cacciavite poi. Ma all’88’
la mette Milito, al 91′ Sneijder. Pazzesco. Nel giro di tre minuti, da fuori
con ignominia a dentro con onore. Pazzesco, pazzesco.

E dopo tutto questo, insomma, io perdo l’aereo?

Vabbe’, mentre penso a tutto questo arrivo a Malpensa. Con i battiti a 120 e la pressione a 180 ma ci sono, in orario. Mi metto in coda al check-in, una bolgia di gente impaziente e smaniosa come me.

(da “Il Triplete è merito mio (e l’Inter non lo sa)”, pag. 158-161)

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Maggio 1, 2020
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Maggio 2010-maggio 2020: quanti ricordi, non basterebbe un libro (st. 1, ep. 1)

(ma no dai, in realtà uno basta)

Stagione 1, episodio 1

(città del nord capoluogo di provincia in quarantena da quel dì, interno giorno o sera, tanto è uguale)

Scusa, ma dove cazzo eri finito?

E dove vuoi che fossi? Non sono un virologo, non gestisco emergenze, non ho soluzioni per la crisi, il calcio è fermo, l’Inter non gioca. Di che cazzo scrivo? Di giardinaggio? Non so distinguere una peonia da un cactus.

Vabbe’, parliamo di questi dieci anni. Forse un libro non basta a raccontare quella stagione.

No, dai, un libro può bastare. In fondo cosa sarà mai
successo di così clamorosamente fondamentale e irripetibile nel 2010?

Perché sorridi?

No, così.

E pensi che sia un libro scomodo? No, insomma, diciamolo: è un parto difficile.

Sai, ho pensato a molte cose. Anche che uno juventino cinese avesse creato il virus in vitro per bloccarne l’uscita per sempre. Avranno trovato un pipistrello in una grotta di Villar Perosa e bòn. Gli juventini sanno essere cattivi, gli viene facile. E niente, avevo programmato una lunga primavera di microanniversari, un contro-calendario di decennali di questo e di quello. Presentazioni di qui, presentazioni di là. Pensavo di cominciare a marzo, da Chelsea-Inter. E toh, siamo già a maggio.

A proposito. Perché sei partito dal 24 gennaio 2010 per raccontare tutto? Prima non era successo niente?

Praticamente sì, non era successo niente. Un campionato piuttosto livellato verso il basso, in cui – a parte il meraviglioso derby d’andata – partiamo senza grandi effetti speciali, e per qualche settimana stiamo pure dietro alla Samp e alla quasi peggior Juve del millennio – abbiamo pure perso a Torino, tzè. Ma non c’era storia, ci è bastato rialzare un po’ la testa per prendere il largo facile. In Champions, invece, un girone rognoso in cui dopo 3 partite abbiamo 3 punti e un bel giorno rischiamo di mandare tutto a ramengo per un gol di Sheva. Tu hai presente che a 5 minuti dalla fine della quarta partita della fase a gironi, con tre punti in classifica dopo tre partite, stavamo perdendo 1-0 a Kiev?

Poi abbiamo vinto 2-1.

Sì, amico mio. Siamo stati appesi a un filo. Lo siamo
sempre, mi dirai. Ma quella volta, sant’iddio, a che fottuto filo eravamo
appesi?

Terribile. Torniamo al 24 gennaio 2010.

Avevamo 6 punti di vantaggio sul Milan, che aveva una partita in meno e in quel momento era l’anti-Inter. Ci avessero battuti, ci avrebbero virtualmente raggiunti. Nella prima mezz’ora gli facciamo un culo imbarazzante, 1-0, poi cacciano fuori Sneijder per quella faccenda dell’applauso all’arbitro. In dieci la vinciamo uguale, 2-0, poi all’ultimo minuto rigore per loro ed espulsione per noi. Siamo in nove e c’è ancora il recupero da giocare. Julio para su Ronaldinho, boato, trionfo.

E quindi?

Poi Josè va in sala stampa e fa uno dei suoi best show ever. E io in soggiorno, al buio, davanti alla tv accesa seguo le parole dello Speciale con le braccia alzate. “Con questo vinciamo tutto”, dico.

E quindi?

E quindi da dove potevo partire se non da lì?

(1-continua)

(Non è colpa di nessuno, a parte il virus: il libro di carta per qualche giorno ancora non c’è. Ma la versione eBook è già disponibile tipo su Ibs, Amazon, Mondadori Store, Kobo, Librerie.Coop, Hoepli, Il Libraccio o, per gli amanti dell’editoria internescional, nientemeno che su Barnes&Noble e BajaLibros.com)

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