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marzo 17, 2017
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Se non vinci sei fottuto

Cosa ha fruttato all’Inter vincere due partite segnando 12 gol e bailando futbol? Non moltissimo. Hanno fatto contemporaneamente 6 punti anche Napoli e Lazio, purtroppo, anche senza segnare gol a carriolate e senza nemmeno troppo bailare. Dovremmo ringraziare la Juve (ovviamente col cazzo che la ringraziamo, era giusto per dire) se abbiamo distanziato il Milan di tre punti, mentre possiamo ringraziare un po’ la Fiorentina e molto noi stessi se l’Atalanta in queste due partite ha fatto un solo punto e quindi possiamo segnare un bel +5 nei confronti del Leicester italiano dell’allenatore più bravo del mondo. La morale però rimane sempre quella: in questo campionato spezzato in tre (le 7 davanti, le 10 in mezzo nel limbo, le ultime 3 con l’elettroencefalogramma piatto), gli scontri diretti valgono quintuplo e tutto il resto ha un valore molto vago: le devi vincere e probabilmente la tua vittoria vale zero, mentre se non le vinci sono cazzi.

L’ultima giornata con un po’ di pepe è stata la 22ima, era l’ultima domenica di gennaio e noi abbiamo pescato un jolly epocale: mentre a San Siro si vinceva in fin troppa scioltezza col Pescara, la Roma si suicidava a Genova con la Samp, la Lazio si faceva battere in casa dal Chievo e il Napoli pareggiava in casa col Palermo. Troppa grazia per noi, come aver tirato i dadi due volte mentre gli altri saltavano il turno.

Il problema è che poi, nelle successive sei giornate, non è più successo praticamente nulla.

Hanno mosso la classifica solo gli scontri diretti (e noi ne abbiamo persi due su tre) e – ripeto, in sei (6) giornate – solo tre (3) partite fuori dal giro degli scontri diretti sono andate totalmente o parzialmente contro pronostico: Milan-Samp 0-1, Atalanta-Fiorentina 0-0, Udinese-Juve 1-1. Tutte le altre partite, le prime sette della classifica le hanno vinte.

Ora, tra domani e domenica, per la prima volta nelle ultime sette giornate, non si giocheranno scontri diretti. Le prime sette della classifica affronteranno squadre della fascia “ok, scendiamo in campo perchè dobbiamo, magari ci divertiamo pure, ma in realtà non ce ne frega un emerito cazzo”.

Le partite non sono proprio tutte uguali, per carità. La Juve (ammesso che abbia ancora un senso guardare con interesse alle partite della Juve) va a Genova dalla Samp, probabilmente una delle 3-4 squadre più in forma del campionato: metti anche che non vinca, vabbe’, se lo può permettere. Il Napoli va a Empoli, una squadra che in teoria dovrebbe avere un po’ di pepe al culo ma che facendo 1 punto nelle ultime 7 partite ne conserva ancora 7 di vantaggio sulle terzultima (facendo un punto in 7 partite se ne è visti rimontare ben 4: la lotta per non retrocedere più moscia dalla creazione del calcio a oggi). La Lazio va a Cagliari contro una squadra che potrebbe fare tutto e il contrario di tutto, ma che di solito ne becca quattro o cinque e va bene così. Roma, Atalanta e Milan giocano in casa con Sassuolo, Pescara e Genoa: partite che la Snai avrà difficoltà a quotare.

E poi ci siamo noi che andiamo a Torino. Delle sette partite, forse la più difficile (o meno facile) tocca a noi. Ci arriviamo avendone vinte 11 delle ultime 13 e senza grandi alternative: in fondo, quella di non poter/dover fare calcoli può essere una situazione a suo modo virtuosa, se hai la giusta gradazione di palle. Appuntamento domani alle 18, l’orario più di merda che ci sia.

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aprile 4, 2016
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Limbo

belotti

La partita non l’ho vista, rimarrà un buco nero parzialmente riempito dagli highlights. Ho avuto una domenica intensa e l’Inter non ci stava neanche a spingerla, ma ero tranquillo: contro una squadra un po’ incompleta e un po’ demotivata (giusto il pepe al culo di una teorica implicazione nella lotta per non retrocedere, dove però ci sono parecchie squadre sotto e parecchio più scarse) mi ero già segnato mentalmente il più tre, il quarto posto servito su un piatto d’argento, il round a favore della Roma (sempre a più 5 ma con una partita in meno da giocare) ma noi diligentemente attaccati ai loro zebedei.

Macchè.

Ora, al netto di arbitri-fenomeni e di attaccanti avversari modello Nureyev, per noi parlano le cifre e l’atteggiamento. L’atteggiamento petaloso e mozzarelloso del secondo tempo, già visto e stravisto nel magico 2016 (14 partite di campionato, 5 vinte, 4 pareggiate, 5 perse: e dove vorresti mai andare?). E le cifre, tipo queste, appunto.

E le cifre avulse.

Le prime sette della classifica si sono staccate dalle altre. Dobbiamo ancora affrontare il Napoli per chiudere il cerchio, e il Sassuolo all’ultima giornata. Ma col Sassuolo abbiamo già giocato nel magico 2016, ultima di andata. Inter-Sassuolo 0-1, Milan-Inter 3-0, Juve-Inter 2-0, Fiorentina-Inter 2-1, Roma-Inter 1-1.

Un punto (e due gol) in cinque partite.

Lasciamo perdere la Coppa Italia, che ti capita di andare a fare una partita spensierata a Napoli e la vinci, e poi – dopo una tranvata galattica – ti capita di giocare nella migliore condizione possibile con la Juve (0-3 all’andata, sei fuori al 99,9%, cazzo te ne frega?) e a momenti fai l’impresa del decennio. Lasciamo perdere. In campionato parlano le cifre, e le cifre ti inchiodano.

Ti inchiodano alla tua assenza negli appuntamenti decisivi (è proprio un problema di profilo). Ti inchiodano al quinto posto, che magari diventerà quarto, chissà, e che speriamo non diventi sesto. Ormai siamo lì, in questo limbo numerico che è lo stesso limbo estetico e di personalità in cui ci dibattiamo da tre mesi e mezzo. Il brutto è che ti arbitrano male, te ne cacciano fuori due così, abboccano ai tripli tolup, e tu non hai un tubo da ribattere. Alla fine è così e basta: quinto e non più (di) quinto.

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novembre 9, 2015
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L’uno a zero che impazzire il mondo fa

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E sono 12, e siamo ancora in testa, e per otto volte non abbiamo preso gol, e per sette volte abbiamo vinto 1-0, e l’Italia intera non si capacita di questa bizzarria pallonara declinata al minimalismo. Per fortuna oggi c’era Marquez ad alzare l’asticella della indignazione, altrimenti si sarebbe aperto il solito dibattito tecnico-filosofico su questa squadra che fa cagare eppure capeggia la classifica e quindi – come dire – c’è qualcosa che non va, non è possibile, non si può, le cavallette! Ecco, l’Italia si è concentrata su questa perversione – giocare poco e male, subire poco e niente, essere primi in classifica. Forse andava meglio quando le squadre rubavano o si drogavano: era più brutale ma spiegabile, non servivano grandi sforzi cerebrali, era più automatico rassegnarsi. Ottenere il massimo con il minimo invece ha un che di immateriale e di misterioso: l’uccello padulo vola basso e questo dá fastidio.

Miglior difesa, miglior rendimento in trasferta, minor numero di sconfitte, quinto peggior attacco. Tutto ciò è meraviglioso, un cocktail micidiale per gli altri che – come biasimarli? – non capiscono e si incazzano. Lasciamo scorrere, finchè dura.

Ecco, quanto durerá? E chi può dirlo? Andare a Torino a vincere, e in effetti vincere con la solita dose di ingredienti manciniani – palle, culo, cinismo, confidence – è stata una bella cosa, una missione compiuta, un obiettivo centrato perchè sí, perchè una vera alternativa non c’era e un pareggio – che a Torino ovviamente ci sta – sarebbe stato un’occasione persa.

I difetti (o perplessitá, o punti critici) di questa squadra si stanno trasformando in pregi di partita in partita. Segniamo poco? Ma vinciamo assai, vivaddio, e sulla rotonditá dell’1-0 basta andarsi a rileggere la lezione di Boskov. Cambiamo sempre formazione e modulo? Vero, ma siccome adesso la base statistica è di 12 partite sale impetuoso il sospetto che il Mancio abbia le sue porche ragioni. Una volta schiera l’Inter slava, la volta dopo schiera l’Inter con gli slavi tutti in panca e il risultato è lo stesso, 1-0, e allora viva il Mancio che – com’è noto – ne capisce più di noi, molto. Viva il Mancio che riesuma terzini mazzarriani e vince uguale. Viva il Mancio che mette in panca chiunque e poi lo scongela ad arte. Viva il Mancio che tiene tutti sulla corda.

E poi, insomma, godiamoci questo fottuto privilegio di essere capolista e poter pensare nel contempo  che – segnando poco, giocando male, eccetera – il meglio debba ancora venire, The best is yet to come. La pausa della Nazionale diluirá le sensazioni. Due altre settimane in testa senza fare un cazzo. Il rumore dei rosiconi si alza impetuoso, e navigar ci è dolce in questo truciolato.

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gennaio 26, 2015
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La supremazia dei miei coglioni

torino1

Diciamo che poche cose fanno più incazzare di un gol preso al 94′ su calcio d’angolo. La partita è finita, è l’ultimo pallone che pioverà verso la tua area e la missione è andarci in undici e prenderlo, uno su undici, santa madonna, uno su undici ce la farà! E invece no, la prendono due (due!) del Toro e la palla va dentro. Ecco, a prescindere da tutto questo – calci in culo! -, non è che se fosse finita 0-0 sarei qui a cantare il peana. No, dico, che partita di merda abbiamo mai fatto? Il Mancio è soddisfatto dell’iniziativa, della supremazia territoriale eccetera eccetera. Quindi, ecco, aggiungetemi un bell’asterisco alla classifica: punti 26*

*(bravi nella supremazia territoriale)

Era stata una partita incubo. E’ un incubo che, parlando di sonno, ogni tanto mi capita: nel sogno, cerco di fare qualcosa (o entrare o uscire da un posto, o cercare qualcuno) e non ci riesco. Dopo un tot di tentativi, mi sveglio tutto sudato e con i coglioni girati. Ecco, Inter-Toro è stata la stessa cosa: abbiamo cercato insistentemente di – non dico fare gol – tirare in porta, e non ce l’abbiamo mai fatta. Finiva 0-0, bleah, però se tiri 15 volte e prendi un palo, sbagli il giusto e il portiere fa i miracoli, ecco, nessuno avrebbe da dire nulla. Ma se tutta ‘sta supremazia si traduce nel quasi nulla, allora io sudo sul divano e sento i coglioni girare a mille, prima che la frequenza salga a tremila quando vedo Moretti chinarsi e segnare di testa a un metro dalla porta al minuto 94.

Il Mancio è soddisfatto per la supremazia, ma l’abbiamo preso nel culo. Anche questo capita, per carità, è lo sport, è il calcio. Ma tutta questa leziosa supremazia, fatta di settemila passaggi laterali tipo rugby (facendo cioè attenzione a non farli in avanti), non è un po’ poco come obiettivo di qualità? Non c’era anche una scarsa brillantezza di comprendonio che ogni tanto sfociava in un po’ di indolenza? (questo è scocciante: qualcuno ha visto un forcing finale? Un accenno, almeno?) Non c’era un accanimento a cercare sempre la stessa soluzione anche se questa non produceva nulla?

Conta tanto anche il fisico, certo. Abbiamo l’infermeria piena, cazzo, e alcuni giocatori chiave in condizioni ancora farlocche. Però se alcune cose sono certe – siamo l’Inter, vogliamo arrivare terzi in campionato, vogliamo vincere l’Europa League, vogliamo vincere la Coppa Italia – serve comunque un cambio di passo. Nessuno stende tappeti. Arriveranno altri Torini a San Siro a difendersi con agili 7-2-1, e altri ne troveremo sparsi per lo Stivale man mano che la lotta per la salvezza renderà tignose le squadre presunte facili. Quindi, io spero che l’Inter si abitui a non vincere facile. Mentre noi, qui, dagli spalti o dai divani, non vorremmo abituarci a segnare molti asterischi della supremazia e pochi punti. Punti. Pochi. La tabella Champions post Inter-Genoa è cominciata con un punto in due partite. Empoli e Torino, mica Bayern e Real. A febbraio abbiamo un mucchio di cose da fare, e così – a sbalzi – non va bene.

torino2

 

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settembre 2, 2014
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Bene, non benissimo, diciamo così così, al limite maluccio

Torino Fc - Inter

Nel giro di 26 ore e un quarto si sono verificati due avvenimenti – l’esordio in campionato e lo stop al calciomercato – che non si potevano commentare separatamente in totale serenità. Del tipo che, alzando il culo dalla sedia dopo Torino-Inter, il primo pensiero non è stato “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo” ma “vabbe’ dai, magari domani prendiamo XXX e la vita tornerà a sorridere a me e al mio gomito in frantumi”.

Quindi, col senno di poi, azioniamo il tasto rewind e torniamo a domenica sera alle 22,30 circa, quando l’arbitro ha dato il triplice fischio all’Olimpico di Torino e io, alzando il culo dalla sedia, avrei effettivamente dovuto mormorare “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo”.

(praticamente è una sliding door postuma, a scoppio ritardato e con ricevuta di ritorno)

Non che iniziare il campionato in trasferta con una squadra rognosa e reduce da quattro partite ufficiali in Europa League (per quanto priva delle due star della scorsa stagione) fosse un esordio comodo. Ma, a parità di scomodità, la cuginanza gonza e la Roma hanno fatto una figura ben migliore e i loro tifosi sono lì che gongolano, magari ad minchiam ma gongolano. Per non dire della Juve, graziata dall’ex amico di Icardi quando però poteva essere avanti cinque a zero. Insomma, iniziamo un passo dietro agli altri. Che non vuole dire un cazzo dopo una giornata di campionato – siamo già in pausa, che strazio indicibile -, ci mancherebbe altro. Ma vogliamo dare un minimo peso alle impressioni, specie a quelle sgradevolmente reali?

Anche perché, dopo la partita bruttarella di domenica, la giornata del lunedì è trascorsa allo stesso modo, bruttarella, ansiogena, un passo dietro agli altri, a cercar di vendere un giocatore che stai cercando di vendere da otto mesi (uh, chissà che quali motivazioni sarà animato) e alla fine, tra offerte del menga e controfferte a strozzo, senza risolvere nessuno dei nostri problemi. Al 2 di settembre siamo già lì che ci lecchiamo le ferite in attacco (quattro punte, di cui una infortunata, una acciaccata e una minorenne), guardiamo col broncio una partita in cui non  combiniamo nulla per lunghi tratti (sono mica tutti islandesi), ci chiediamo se Mazzarri ci è o ci fa (del resto abbiamo giocato con una punta anche con la corazzata Stjarnan), eccetera eccetera eccetera. Siamo già lì a criticare un mercato che fino al 30 agosto era “molto positivo”.

Ma io voglio guardare avanti, rasserenato come dopo un blister di orociok. Voglio pensare che sia troppo presto per sputare qualsiasi sentenza, voglio pensare che a ranghi completi ce la possiamo giocare, voglio pensare che finita la  sudditanza argentina questa squadra impari a correre (da sola). Prima di strapparmi i capelli voglio aspettare. Anche perché il gesso lo tolgo il 16, e prima del 16 non posso strapparmi un bel cavolo di niente.

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