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agosto 10, 2017
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Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

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dicembre 18, 2016
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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi  cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita  ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente  un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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novembre 27, 2016
di settore
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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella.  E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno  13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol,  partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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novembre 2, 2016
di settore
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Tu quoque, Pupi, fili mi

triade

Bolingbroke: «Siamo soddisfatissimi di De Boer. Ha accettato l’incarico all’ultimo momento ed è una situazione difficile. Siamo con lui al 100%. Durante la sosta natalizia, potrà lavorare per la prima volta con la squadra per dieci giorni consecutivi. Ha solo bisogno di tempo».

Ausilio: «Non abbiamo contattato nessun allenatore. Sfido chiunque ad affermare di essere stato contattato. Sono loro a proporsi ma la panchina dell’Inter è di De Boer. La sua idea di calcio sarà vincente».

Yang Yang: «Nel calcio ci sono alti e bassi, ci sono difficoltà sul campo ma la squadra c’è, i dirigenti anche, il tecnico pure. Lavoriamo tutti duramente per tornare al vertice».

Era il 28 ottobre. Non del 1975, ma del 2016. Cinque giorni fa giorni fa, insomma. Escono dal cda l’amministratore delegato, il direttore sportivo e un consigliere di amministrazione e ai giornalisti dichiarano questo. Sembra la risposta definitiva a un certo – il solito – clima mediatico attorno alle nostre vicende: ecco, i giornali, le tv, i siti web da giorni dicono certe cose e questa invece è la nostra verità.

E così quattro giorni dopo, il martedì, ci resti male, ci resti di merda. Romanticamente, pensi che certe pantomime appartegano ad altre squadre di altre latitudini. E invece no. Erano le dichiarazioni dei tuoi dirigenti, che quattro giorni dopo averle pronunciate fanno l’esatto contrario. E fanno proprio la cosa che gli altri, quelli cattivi, i nostri nemici, scrivevano da settimane.

Quindi, svaporata la delusione, la domanda è: come sarebbero andate le cose lo sapevano tutti tranne noi, noi tifosotti che ci fidiamo delle versioni ufficiali, delle smentite palesi e di quelle sottintese? E allora, quelle che noi (al netto delle prese per il culo, su cui comunque non reagiva mai nessuno) catalogavamo come prostituzioni intellettuali e macchinazioni della stampa prezzolata non erano, in realtà, il risultato di ordinarie dinamiche di giornalismo sportivo (io so una cosa, è vera o quantomento verosimile e quindi la scrivo)? E non c’era invece delle prostituzione intellettuale (Josè, non rivoltarti nella branda) proprio nel cuore della nostra società? Se per giorni e giorni nessuno dà credito alle tue blande smentite e parla di destino già segnato per De Boer, non è che per caso le notizie arrivano da fonti fin troppo bene informate? Che faccia di bronzo (o che grado di inconsapevolezza) ci vuole a dichiarare certe cose il 28 ottobre e fare l’opposto quatro giorni dopo? Da quanto tempo era deciso che De Boer sarebbe stato rimosso?

Salutiamo un allenatore, ci affidiamo ad interim a un altro e nel giro di qualche giorno nomineremo quello titolare. Di fatto, risolviamo il contratto con De Boer senza avere il nome del sostituto, una cosa un po’ ridicola per una società che vorrebbe darsi un certo tono (differenza di vedute, si dice, tra proprietà e dirigenti italiani: apperò). A quattro mesi dall’inizio della stagione comunque sia avremo il quarto allenatore, stabilendo un record alla Bob Beamon (nel senso che sarà battuto tra qualche decennio) che provocherà a Zamparini una specie di invidia del pene. Ma, esattamente, tutto questo, per colpa di chi?

Il quadro dei risultati, inutile sottolinearlo, è ampiamente compatibile con un esonero (o risoluzione del contratto che sia). Undicesimo posto in campionato, 5 sconfitte in 11 partite, differenza reti negativa, 10 punti in meno dell’anno scorso: un disastro. In Europa League è anche peggio: tre match orripilanti, finiti con due sconfitte e una vittoria di culo con un tiro in porta, destino appeso a un filo che giovedì potrebbe spezzarsi (andiamo, in questa situazione, a giocare in Inghilterra la partita più difficile).

Quindi non ci sarebbe nemmeno troppo da discutere se non fosse che attorno – attorno alla squadra e attorno soprattutto a De Boer – abbiamo assistito a un patetico teatrino, che potrebbe essere riassunto in un manualetto del tipo “Come non si gestisce una squadra di calcio” o “Lo sfacelo dell’Inter spiegato a mia figlia“. Perchè non c’è niente di peggio che sentirsi al centro delle attenzioni malate e fraudolente di certa stampa e poi scoprire, un martedì mattina, che non era poi tutto così falso. Anzi, era praticamente, con un sacco di particolari che coincidevano in maniera fin troppo sospetta.

I numeri purtroppo inchiodano De Boer, al di là nei nostri eroici e un po’ ciechi tentativi di difenderlo e forse anche al di là delle aperture sulla pazienza che qualsiasi interista di buona volontà gli aveva offerto in tempi ampiamente non sospetti (tipo dopo Chievo-Inter o Inter-Palermo). Ma il resto?

Forse vale la pena ripercorrere, a un livello complessivo, i quattro mesi di questa stagione. Un mese buttato subito nel cesso a traccheggiare con Mancini quando era chiaro che non si poteva andare avanti; la scelta – intrigante fin che vuoi, ma molto rischiosa – di un allenatore marziano, completamente a digiuno di Italia a due settimane dall’inizio del campionato; l’estenuante trattativa estiva con il capitano e la sua moglie-manager; l’imbarazzante presentazione hollywoodiana di un calciatore che poi gioca 21 minuti; la faccenda del libro di Icardi, grottesca dall’inizio alla fine; e infine, su tutto, il sistematico e progressivo abbandono a se stesso di De Boer, lasciato drammaticamente solo nell’ultimo mese manco avesse la scabbia.

E’ chiaro che, a un certo punto della stagione e di fronte a risultati palesemente fallimentari, l’unica cosa che puoi fare – è così dalla notte dei tempi del calcio – è cacciare l’allenatore. Ma se ci fosse una giustizia, in quanti oggi dovrebbero rassegnare le dimissioni all’Inter?

Cominciamo dalla proprietà. Nel percorso da Thohir fino a Suning, l’Inter – non dimentichiamolo -ha potuto salvarsi il culo nel bel mezzo di una drammatica crisi finanziaria ed ha avviato il rilancio con i cinesi, che hanno già aperto i cordoni della borsa e promettono un grande futuro. Questo è il lato bello della medaglia. C’erano i numeri da sistemare, un management da snellire e rinnovare, un piano industriale da inventare, e fin qui… Però, è ovvio, l’Inter non è solo un mero dato contabile. L’Inter è una squadra di calcio e la gestione sportiva non è un aspetto secondario. Sì, certo, avere il padrone in Cina e il presidente in Indonesia è una discreta rottura di coglioni. Ma ci sono un po’ di cosette che non toccano direttamente a loro. E non è che qui in Italia, tra Milano e Appiano, i quadri siano proprio sguarniti.

Le caselle sembrerebbero tutte coperte e i nomi sono tutt’altro che di secondo piano. Eppure, è proprio la gestione sportiva dell’Inter – nonostante la pletora di pompose qualifiche in inglese – a dimostrarsi un fallimento. L’agghiacciante filotto di Zanetti in diretta tv mezz’ora prima di una partita (in una sola mossa la delegittimazione del capitano e la contestuale elezione della curva a unico censore su una questione – il libro di Icardi – su cui la società stessa aveva brillato per totale assenza, per poi perdere una partita in casa) è il momento-simbolo di questi quattro mesi: navigare a vista e navigare male.

Ma quello è un momento, il momento-Zanetti. C’è invece un perverso progetto a lungo termine a segnare fin qui la nostra stagione ed è il trattamento riservato a De Boer. Il trattamento quotidiano, intendo. Quel lasciar aumentare la distanza tra allenatore e squadra giorno dopo giorno. Fino ad arrivare a comportamenti plateali come quelli di Genova – mani non date, vaffanculo latenti – che non potevano non sfociare in questo malinconico epilogo, perché con il combinato De Boer solo/squadra che se ne approfitta non si poteva più percorrere nemmeno un metro in più.

E’ la triade Zanetti-Ausilio-Gardini che forse bisognerebbe esonerare. E non si mette qui in discussione la competenza e nemmeno il sentimento. Ma la capacità di gestire una situazione, di essere punto di riferimento, di completare un ingranaggio, di remare nell’unica vera direzione possibile (che è la nostra, quella degli interisti, casa pseudo-Triade) questo sì, è più che in discussione.

E’ il nostro buco nero, il vero, clamoroso fallimento di questi quattro mesi, molto più di quello personale di De Boer che, al netto delle colpe personali, ne appare piuttosto la diretta conseguenza. Non basta essere bandiere e dire quattro banalità in favore di telecamera, per poi fare la voce grossa nel momento più sbagliato e con le premesse più imbarazzanti. Zanetti dirigente è una grande delusione, perché nei momenti in cui dovrebbe essere valore aggiunto invece non incide, o sbaglia, o sparisce. E’ una bandiera autoreferenziale e così, in questa veste, serve a poco o nulla.

Da dove escono gli spifferi? Chi racconta tutto quello che accade nello spogliatoio? Chi lascia ai giocatori – uno ad ogni partita – lo spazio per rilasciare dichiarazioni in cui mettono in discussione tecnicamente il proprio allenatore? Chi dipinge De Boer come un mentecatto che non riesce a farsi capire e va avanti a furia di idee balzane? Chi ci può togliere il sospetto che la dirigenza italiana lavori, in una sorta di vacatio di poteri (chi decide? a chi telefoniamo?), lavori soprattutto per legittimare i propri poteri a costo di regolare qualche conto in corso d’opera e di tagliare veri o presunti rami secchi, tipo quello di un allenatore problematico e scelto da un presidente che se ne sta per andare via?

Non diciamo allora che siamo nella merda perché abbiamo un padrone cinese e un presidente indonesiano, che comandano per telefono e si alzano alle 4 del mattino per vedere la partita in tv. E’ un problema, va bene, ma se a Milano funzionasse tutto come un orologio ne potremmo parlare quasi in termini folkloristici. Diciamo piuttosto che è la dirigenza italiana, o comunque di stanza in Italia, il vero problema della società. Gente che il venerdì dice una cosa e il martedì fa l’esatto contrario. Gente di cui non sai più se poterti fidare. Gente – lo dice, oggettivamente, il rendimento – che forse non ci meritiamo, una zavorra nel percorso che dovrebbe (sospiro) riportarci nell’Olimpo.

E noi qui, sballottati nel vento, sempre a fare trenta e mai trentuno. Oggi in teoria avresti la squadra, ma non hai (più) l’allenatore e non hai una dirigenza affidabile. Cioè, diciamolo: non è vita.

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ottobre 31, 2016
di settore
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Fermate il mondo, voglio esonerare

BERGAMO, ITALY - OCTOBER 23: FC Internazionale Milano coach Frank de Boer looks on before the Serie A match between Atalanta BC and FC Internazionale at Stadio Atleti Azzurri d'Italia on October 23, 2016 in Bergamo, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Sempre più dissociato, come il centrocampo dell’Inter. Non so bene cosa scrivere di una squadra che – continuo a leggere – ha già esonerato l’allenatore pur non avendolo ancora esonerato. Lo so, è complicato. Concentriamoci, o almeno proviamoci.

Io, per esempio, che ho un cervellino medio-basso da tifosotto da divano, non ci capisco più una sega. Per dire, tipo ieri sera: non potevo scrivere nulla della partita avendo il terrore che, nella notte, l’avrebbero cacciato. Cazzo scrivo?, mi sono ripetuto per ore. Alla fine non ho scritto.

Stamattina mi sveglio e leggo che lo cacceranno dopo la partita infrasettimanale (dove e quando l’ho già letta questa cosa?),  e quindi l’affare si è aggrovigliato. Non è facile tifare per questa squadra, figuriamoci gestirla, strafiguriamoci esonerare un allenatore. E’ un casino.

La verità è che si gioca troppo spesso per potere esonerare un allenatore in santa pace.
Torniamo alla settimana scorsa. Metti di essere un uomo Suning, o un Thohir, o un Ausilio, o uno a caso (cioè uno dei precedenti tre). Tu dopo Atalanta-Inter dovresti esonerare l’allenatore, e bòn, ci sta. Ma mercoledì si gioca con il Torino. E intanto che ci pensi, perdi l’attimo. Dovevi esonerarlo domenica entro il tg delle 20, lunedì annunciare quello nuovo e via. Non l’hai fatto e bòn, devi aspettare perchè ormai non c’è più tempo.

Arrivi a mercoledì con le palle girate e mercoledì l’Inter, toh, vince. Che fai, cacci l’allenatore tipo quella volta che avevamo vinto col Real eccetera eccetera? No, non lo cacci. Poi venerdì c’era il cda. Attenzione, qui c’è un colpo di scena, una complicazione tipo Breaking Bad. Diciamolo, non lo puoi cacciare dopo una vittoria e prima di un cda. E’ un giovedì interlocutorio, a cavallo tra il barzottismo da vittoria e il daffarismo da cda. Cè fermento. Il venerdì, subito dopo il cda, forse per l’effetto di qualche champagnino, nessuno esonera nessuno: addirittura tutti dicono che l’allenatore non si tocca, siamo contentissimi, avanti così, vavavùma!

Domenica, l’Inter perde.

Ora, tu la domenica prendi l’allenatore e lo esoneri. Ma sono già le 23. L’allenatore è ancora lì in sala stampa, sono cose che potrebbe fare uno Zamparini, per dire. Quindi bòn, la domenica è fottuta. Però pace, potresti esonerarlo il lunedì.

No.

Il problema è che giovedì c’è la Coppa. No, guarda, è un inferno, non c’è il tempo di fare un cazzo. Io non ho ancora fatto il cambio dell’armadio, per dire,  perchè mi perdo a leggere notizie sull’Inter. Domani sarà martedì, ma se il lunedì nessuno smentisce che lo esonerai venerdì,  si va tutti insieme a Southlcazzo giovedì così da porterlo esonerare con comodo il venerdì. Chiaro.

E se vince in Inghilterra? Mettiamo che vince. Cosa fai? No, mettiti una mano sulla coscienza.

E se perde in Inghilterra? Mettiamo che perde. Bòn, lo esoneri. Sì, ok, ma è già venerdì. Domenica si gioca. C’è poco tempo. Non so se è il caso, oggettivamente.

Comunque vaffanculo, se rinasco faccio la segretaria di Caprotti oppure seguo il curling e solo il curling: regole precise, niente arbitri, stagioni brevi. Due scopettate e via, bocci la tua stone e la serata è fatta. Gli impegni non si accavallano e la dirigenza non si stressa. Seguire l’Inter è troppo impegnativo e io ho dieci anni più di Zanetti, sono cotto e bollito, non posso andare avanti così, mi dispiace, Juve merda.

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giugno 2, 2016
di settore
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Sindrome cinese

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Martedì 31 maggio mi sono addormentato in Italia e mercoledì 1 giugno mi sono svegliato in Cina. La cosa bella è che non avevo spostato minimamente il culo. E non ero neanche in un film tratto da un qualcosa di Stephen King. Semplicemente, la regione in cui risiedo – l’operosa Lombardia – e la lussureggiante località in cui vivo e opero – Pavia, capitale mondiale della zanzara da salasso e della nutria da riporto – si sono virtualmente popolate di pagode e di sputacchi, e soprattutto di soldi – euro, dollari e come cazzo si dice, gli yuan, unità base del Renmimbi, la moneta del popolo (musica austera in sottofondo).

E’ andata così. E’ suonata la sveglia del telefonino, ho allungato la mano verso il comodino, ho spento il plin plin plin, ho appicciato contestualmente internette, ho puntato gli occhietti ancora cisposi sul display

(ditemi voi in quale blogghe uno può permettersi di leggere aggettivi come “cisposo”)

e la Gazza a tradimento mi informava che l’Inter da lì a poco sarebbe diventata cinese.

Minchia, mi sono detto con la voce ancora cisposa.

Fast forward.

Tre ore dopo, a Casa Pavia, lo spazio multifunzionale aperto dal Pavia Calcio nel cuore di Pavia, in piazza della Vittoria sulla Zanzara, il direttore generale del Pavia (mi scuso per l’ossessivo ripetersi del toponimo Pavia)

(ditemi voi in qualche blogghe vedete utilizzata con disinvoltura la parola “toponimo”)

informava giornalisti e folto pubblico che la proprietà dimezzava seduta stante il budget a disposizione e, con esso, le ambizioni di gloria, sottolineando che ad agosto non si partirà per vincere il campionato di Lega Pro ma, se va bene, per rimanerci.

Dal 3 luglio 2014 la proprietà del Pavia è cinese, lo sanno anche i sassi.

E tutto ciò, tutto questo cinesismo assortito, piombato tra capo e collo nel giro di tre ore a un povero interista di Pavia, un uomo bucherellato dalle zanzare e morsicato delle nutrie e devastato dall’amore per la squadra del cuore sballottata nella procella globalizzata, lo trovo molto suggestivo. Anzi no, terribilmente suggestivo. Cinese per parte di squadra cittadina, e cinesizzando per parte di squadra del cuore, mi sono trovato nella giusta condizione per alzarmi di scatto tutto sudato e dire:

“La Cina è vicina e non ho un cazzo da mettermi”.

Ma addiveniamo a un più lucido esame della situazione. Nella mia situazione di cinese ad honorem, o di esperto di calcio cinese in proiezione lombarda, mi trovo nella situazione di poter offrire una personale ma responsabile risposta alla domanda:

“Ma tu ti fidi dei cinesi? E i cinesi dell’Inter saranno mica come i cinesi del Pavia?”

1) Io non mi fido di nessuno, cinesi compresi, questo lo premetto perchè poi non mi veniate a tirare la giacchetta. Anche perchè non indosso giacchette. Quindi che cazzo tirate?

2) Veniamo ai cinesi del Pavia. Ora, dopo due anni, qualche nodo è venuto al pettine. Cioè, qui a Pavia sembrava troppo bello, fin eccessivo. Molta grandeur, stipendioni, progettoni, sogni a lettere maiuscole. Solo un anno fa, in piazza, il presidente arringava la folla con promesse di Serie A e Champions League (giuro, è la verità). Però, debbo dire che i “nostri” cinesi non possono essere catalogati come degli avventurieri. Ci hanno messo i soldi, tanti (rapportati alla Lega Pro). Dal punto di vista sportivo, hanno rilevato una società arrivata ultima (in un campionato che, due anni fa, non prevedeva retrocessioni) e l’hanno portata il primo anno a sfiorare in effetti la B (eliminati al primo turno dei play off dopo un campionato sempre al vertice), il secondo anno a superare tre turni di Coppa Italia (eliminando anche il Bologna, sconfitti poi dal Verona al 90′) e a giocare un campionato tanto ambizioso quanto deludente, rifacendo la squadra a gennaio con innesti altisonanti e -purtroppo – fallimentari. Insomma, il secondo anno è andata a schifio.

Non si sono nascosti, anzi, hanno frequentato il salotto politico della città, accolti da sindaco con fascia tricolore, voglio dire, e l’Università come sponsor e partner per un progetto di formazione sportiva. Hanno portato la Cucinotta e Schwarzenegger (che poi si è defilato, appena in tempo) a girare un film cinese a Pavia, che è una cosa anche concettualmente strepitosa (il film si chiama Magic Card, guardate pure su YouTube). Hanno portato a Pavia allenatori cinesi a imparare il mestiere. Hanno proposto di costruire un nuovo stadio (l’edilizia è il core business del fondo cinese cui fa capo la società), trovando un certo interesse del tipo “noi non vi rompiamo i coglioni su terreni licenze ecc. ecc. però sono cazzi vostri”, e infatti per un po’ ne hanno parlato e poi più. Hanno aperto in piazza della Vittoria sulla Zanzara un negozio su due piani, una specie di Pavia Store che vende anche prodotti del territorio: una cosa visibile, vera, tangibile e probabilmente un po’ sproporzionata (cioè, io non è che un giorno sì e uno no vado all’Inter Store, voglio dire, figurati al Pavia Store).

Insomma, le cose le fanno. Magari un po’ così, ma le fanno, le hanno fatte, probabilmente ne faranno ancora. Sì, un po’ così, ecco: esonerano allenatori qualificati ai play off alla penultima di campionato, per esempio. O fanno piazza pulita di interi management nel giro di mezza estate. O esonerano altri due allenatori, quello del girone d’andata e quello con cui avevano rifatto la squadra per il girone di ritorno. Prendono nazionali maltesi, ex nazionali cechi, gente così. Prendono anche punti di penalizzazione perchè non versano i contributi in tempo. Riportano la gente allo stadio, molta. Ma quest’anno – siccome non vinci, siccome giochi di merda, siccome fai casini su casini – è finita con i cori contro e tanti saluti.

3) Veniamo ai cinesi dell’Inter. Tra Pavia e Inter e relativi cinesi va fatta la relativa tara e la relativa proporzione. A Milano sbarcano cinesi di un enormissimo gruppo commerciale e finanziario, presieduto da uno degli uomini più liquidi della Cina e quindi del mondo. A Pavia i cinesi sono venuti a sperimentare, a Milano – all’Inter – i cinesi vengono per fare subito business, che vuole anche dire vincere (sennò il business viene male).

Storcere il naso, per gente che da due anni è indonesiana, fa un po’ ridere. E fa un po’ ridere anche su scala internazionale, perchè siamo qui a invidiare quotidianamente squadre in mano a sceicchi e magnati vari e poi, all’arrivo dei cinesi, ci guardiamo smarriti. Questo purtroppo è il calcio, bellezza. E dico purtroppo perchè sono anziano, non sono nativo del calcio 2.0 che cambia mani e dimensioni e asset come io mi cambio le mutande. Nato e cresciuto con presidenti milanesi, adesso mi fa un’enorme impressione diventare cinese due anni dopo essere diventato indonesiano. Ma è un passaggio necessario, non vedo alternative. In Italia ce ne sono poche, e nessuna al livello che sogniamo noi.

Ah, non secondario: in tutto questo noi, noi tifosotti, cosa possiamo fare?

Il cambiamento vero c’è stato due anni fa (nel frattempo non è morto nessuno e l’Inter esiste ancora). Ora c’è un upgrade, certo, un upgrade bello pesante. Posso giusto sperare che il nuovo assetto all chinese sia perlomeno un po’ più duraturo. Non ho voglia di affrontare ogni due anni un cambio di proprietà e di etnia, non ce la posso fare. Voglio un bel progetto

(tutti dicono progetto)

e voglio volare alto, tornare a mordere il culo alla Juve, tornare a sentire la musichetta deciempiooooooooons, insomma, tornare a guardare dall’alto verso il basso la stragrande maggioranza dell’umanità pallonara. E lo dico adesso, ammantandomi di una superficialità che quasi mi fa paura, ma bauscizzandomi il giusto: che siano euro, dollari o Renminbi, l’importante è ci siano. E che il nerazzurro domini il mondo. Io, nel mio piccolo, sarò interista anche con un presidente della Cayman e con la retrocessione in Eccellenza per bancarotta supercazzola fraudolenta: è una debolezza che sento di potermi permettere. Perché l’Inter ci sarà sempre, e una cosa resterà chiara fino alla notte dei tempi: Juve melda.

 

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novembre 15, 2014
di settore
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Il Mancio e quel triste 29 maggio di sei anni fa

“F.C. Internazionale ha comunicato al signor Roberto Mancini il suo esonero dall’incarico di allenatore responsabile della prima squadra, in particolare in ragione delle dichiarazioni rese dal tecnico all’esito dell’incontro Inter-Liverpool dello scorso 11 marzo 2008, di quanto ne è seguito, sino ai fatti più recentemente emersi nelle cronache giornalistiche”. (Comunicato F.C. Internazionale, 29 maggio 2008)

Nel giorno della ri-beatificazione e del #bentornatoMancio , secondo me una rinfrescatina alla memoria fa anche bene. A chi, in queste ore, per staccarsi un po’ dal coro ha rievocato un atteggiamento un po’ freddo e distaccato di Roberto Mancini dalle cose interiste nel periodo intercorso dal 25 maggio 2008 (Parma-Inter) al 14 novembre 2014 (ieri), a chi ha storto il naso e a chi gli ha addirittura dato dell’infame, volevo ricordare il più brutto e mafioso comunicato della storia dell’Inter, con il quale si metteva alla porta un allenatore che aveva vinto tre scudetti, l’ultimo dei quali quattro giorni prima. Il Mancio fece una grossa cagata la sera di Inter-Liverpool a prennunciare l’addio a fine stagione: quando un allenatore diventa un dead man walking la vita si  incasina a tutti e l’Inter vinse a Parma, col cuore in gola e a secondo tempo inoltrato, uno scudetto che in altre condizioni poteva vincere con tre o quattro giornate di anticipo.

Tre giorni prima della partita del Tardini, otto o nove quotidiani (che poi Mancini querelò tutti, e non so nel frattempo come sia finita, se si sia comprato un altro yacht o abbondanti scorte di tarallucci e vino) pubblicarono le intercettazioni allegate a un’inchiesta su un traffico di droga che portò a diversi arresti, tra i quali quello di un sarto che all’epoca  frequentava – in quanto sarto – l’Inter. L’Inter si stava per giocare lo scudetto e un bel po’ di giornali si esibirono in titoli del tipo “Mancini e i giocatori al telefono con il boss”. Va da sè che l’argomento delle telefonate erano pantaloni, camicie, orli, patte, bottoni, orologi, fighe, autografi e biglietti per lo stadio, ma sappiamo come funzionano le cose.

Il comunicato del 29 maggio 2008 dell’Inter, la mia Inter, mi fece intorcinare le budella. Perchè con il tuo allenatore avrai anche rotto i ponti, perchè qualche personaggio stava ormai potentemente remando contro, perchè quattro anni potevano anche bastare, perchè l’occasione di portare Mourinho a Milano era irripetibile – ok, va bene tutto, va benissimo – ma attaccarsi alle intercettazioni con il boss, no cazzo, quello no. No. Quel comunicato è una macchia eterna per una società che ha la nostra storia.

A pancia piena, a Mourinho in arrivo, è una storiaccia che abbiamo metabolizzata in fretta, ma che resta scritta. Resta scritta, immagino, soprattutto nel cuore di Roberto Mancini che oggi in conferenza stampa l’ha anche detto: “Mai mi sarei immaginato di tornare all’Inter”. E credo che il riferimento principale sia quello, siano quei tre mesi un po’ così che hanno chiuso una storia bellissima. Non penso che Mancini sarebbe mai tornato in un’Inter che avesse avuto in qualche modo continuità con quella. E infatti non c’è quasi più nessuno. Anche lo steso Moratti (cui Mancini è comunque straordinariamente grato), che quel comunicato in qualche modo avallò, è oggi nella posizione defilata che conosciamo. Oggi il discorsetto del più alto in grado è stato fatto in inglese. Per dire. E’ proprio un’altra Inter.

Sei anni? Bah, sembra passato un secolo. Il Mancio torna in un’Inter diversa. Purtroppo per lui, è diversa anche la squadra, che non ha il carico di voglia (una voglia repressa da 15 anni, all’epoca) e – soprattutto – di classe e di talento che trovò nel 2004, da allenatore rampantissimo alla prima grande occasione di una carriera nata d’amblè, con pochissima gavetta e con poche credenziali se non quelle da strepitoso giocatore. Torna a giocare una scommessa difficile e noi siamo con lui. Liberati di un peso.  Con il cuore che batte ancora per quel poco di nerazzurro che resta nelle nostre maglie gessate. Vai Mancio, con i rancori alle spalle portaci fuori dalla palude.

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novembre 14, 2014
di settore
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Scusa se richiamo il Mancio

La decisione ha richiesto un certo tempo – mica in assoluto, ma relativamente a questa stessa settimana: d’accordo che c’è la pausa per la Nazionale, ma siamo pur sempre a venerdì, la gente se ne va scravattata in ufficio e pensa al massacro di coglioni che si farà l’indomani con la moglie all’Esselunga  o domenica al pranzo con i parenti – un classico micidiale week end senza campionato – e ti arriva tra capo e collo la notizia che Mazzarri se ne va, quel tipo di epilogo che hanno certe serie un po’ mal scritte, che hai capito come andrà a finire al quarto episodio e te ne restano da vedere diciotto.

Dunque, essendo una decisione che ha richiesto tempo, la possiamo definire più thohiriana (presa con il business plan davanti) o morattiana (presa con la pancia, il cuore e comunque con ogni organo che non sia quello deputato alle decisioni vere)? No, perchè eravamo rimasti a un Thohir thohiriano (progetto con Mazzarri, si vedrà a fine stagione, bla bla bla e comunque col cazzo che ne pago un altro) e a un Moratti morattiano (che Mazzarri l’avrebbe già fatto fuori minimo un po’ di settimane fa, come ai vecchi tempi), e invece qui avanza un ibrido, un Thohir morattiano che chiude il libro mastro alla voce spese e però lo apre alla voce ricavi e nota che sono in ribasso, forse preoccupantemente più in ribasso di quanto non siano in rialzo le spese, e prende una di quelle decisioni che se fossimo quotati in Borsa va-va-vuuuu-maaa, vabbe’, ma non lo siamo e potremmo accontentarci di riportare gente allo stadio e mostrare volti più distesi nei bar, e magari spingerci persino a veder comprare le magliette di M’Vila e Andreolli.

Siccome Thohir mi sembrava thohiriano puro, io  – come tanti – mi ero ormai rassegnato ad arrivare al 31 maggio in questo clima di smobilitazione morale, tra partite un po’ così e scuse post-partita ormai grottesche (che poi, a farci caso, anche le spiegazioni plausibili ormai si ammantavano in automatico di inattendibile, grottesco, ridicolo. No, non era un bell’andare per nessuno). E invece Thohir è forse un po’ più interista di come lo immaginiamo, o – più semplicemente – il paiolo rimediato alla Uefa e la lettura dei libri mastri ricchi di segni meno lo ha indotto a cambiare qualcosa.

La solita, unica, inevitabile, comoda scelta di mandare via l’allenatore non potendo cacciare vie dieci giocatori bla bla bla? Ecco, tra gli ultimi storici esoneri della storia interista questo mi sembra il più complesso. Perchè, se non fosse stato collocato in questo scenario di crisi un po’ tecnica e molto economica, l’esonero di Mazzarri sarebbe avvenuto tempo fa. Quanto non so, ma sarebbe avvenuto. Ma prima di cacciare l’allenatore più pagato della serie A oggi ci devi pensare dieci volte, e a Mazzarri – a parte il contratto-autocapestro – è stato riconosciuta anche l’oggettiva difficoltà di avere operato in una situazione al limite: su tutte, ti assume un presidente e tre mesi dopo te ne ritrovi un altro, pure indonesiano. Per questo io mi ero segnato sul calendario 2015 la data del 31 maggio e bòn, mi ero messo in modalità attesa.

La situazione ambientale però era ormai insostenibile. Non mi ricordo di una così corale insofferenza per un nostro allenatore covata in un periodo così lungo. Sostenuto ormai solo dalla curva (“perchè un interista vero non fischia mai”, ok, mi può anche stare bene, ma il diritto di critica cerchiamo di conservarlo: lo stadio successivo è la recisione dello scroto), Mazzarri era mal sopportato dal resto del popolo. Da alcuni odiato (non trovo altra parola). Questo in assoluto non è bello nè mi piace: anche un Mazzarri è parte di noi, del nostro emisfero interista, del nostro giochettino che ci mantiene vitali da decenni. E ultimamamente mi ero sorpreso a provare contemporanemanente una fastidiosa disillusione tecnica e una significativa pietà umana. Quel laser puntato sugli occhi, poveraccio. Un laser simbolico di tutta una situazione: è possibile lavorare così?

A me Mazzarri, stringi stringi, lascia un solo bellissimo ricordo. 14 settembre 2013. Lady Alvarez che va in tackle su Hulk Chiellini, Chiellini che salta via come un birillo, Alvarez che alza la testa e serve Icardi, Icardi che lascia sfilare la palla, tira e la mette. Miracolo, miracolo!, urlavo zompando intorno al divano. Dopo essere stati sei mesi nel frullatore di Stramaccioni, stavo rivedendo la luce: Alvarez che vince un tackle contro un wrestler, il ventenne Icardi che segna un gol da trentenne, un allenatore solido che sa quello che vuole. Epperò è finito tutto lì, il ricordo rimane il solo disponibile nella mia scheda madre. Cinque secondi in 17 mesi, mi spiace doverlo ammettere, è molto poco.

Mazzarri era stato preso per i suoi precedenti di allenatore non vincente, ma efficiente. Se voi leggete il libro di Mazarri, troverete (oltre alla plateali ragioni della sua frustrazione professionale, riassumibile nel concetto “io sono un grandissimo allenatore e il mondo non se n’è ancora accorto”)  la sua filosofia di fondo ripetuta alla noia. Quella di far rendere una squadra al massimo delle sue possibilità e di far aumentare il valore della rosa. Lo ha fatto a Reggio Calabria, a Genova, a Napoli. E lo ha fatto davvero, intendiamoci: ha preso una squadra penalizzata e l’ha salvata, ha riportato la Samp a livelli più che decorosi, ha portato il Napoli in Champions. Però l’Inter è un’altra cosa e lui non ha mai capito. All’Inter e agli interisti non puoi raccontare le stesse cose di Reggio Calabria, non puoi porti rispetto ai tuoi impegni, ai tuoi obiettivi, ai tuoi avversari come fossi alla Reggina. E’ la modestia delle prospettive, il profilo troppo basso anche per un’Inter un po’ fuzzy come quella di oggi che non possiamo non rimproverare a Mazzarri. Un profilo tanto basso che perdi a Parma e riesci a trovare delle ragioni per le quali abbiamo perso, invece di limitarsi a dire “scusate, io ho sbagliato tutto e la squadra ha fatto cagare. Avete altre domande?”.

Un allenatore così può trasmettere qualcosa – con tutto il rispetto – a un giocatore della Reggina che deve recuperare 11 punti di penalizzazione e che non ha niente da perdere quando gioca con squadre superiori alla sua, cioè quasi tutte. A un ambizioso e  strapagato – e comunque su un’altra dimensione, più elevata – giocatore dell’Inter serve dell’altro. Forse il Mancio, me lo auguro per lui e per noi.

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ottobre 27, 2014
di settore
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Anche i Thohir nel loro piccolo si incazzano

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La cosa ha un suo perchè: uscito Moratti dal cda, ci voleva uno che rilasciasse ogni tanto dichiarazioni alla Moratti, e la vacatio minchiarum è stata coperta da Thohir in persona. A Moratti spianavano i microfoni sul marciapiede, a Thohir – nella notte indonesiana, a caldo dopo Cesena-Inter – basta un portale indonesiano per fare una bella infornata di concetti random e consegnare il tutto alla traduzione italiana.

La dichiarazione, che leggo su Gazza.it, è assai interessante. Thohir dice: ho fiducia in Mazzarri ma bisogna affrontare in maniera equa il problema. Ah, quindi è un problema. Poi dice: ci sono tante voci su un nuovo allenatore, noi per l’Inter vogliamo il migliore: Ah, dunque non Mazzarri. Poi va avanti: vedremo nelle prossime due partite, cambiare in corsa non è sempre la migliore soluzione, gli va data un’altra opportunità. Ah, dunque ci ha pensato, dunque c’è un ultimatum.

Ma è una bomba!

Certo, per un presidente interrogato dopo un Cesena-Inter, come dire, una certa dose di ipersensibilitá la si deve mettere in conto. Viva i tre  punti, ovvio, ma che partitaccia è stata? Rischi l’inenarrabile in 11 contro 10, cose da ricordare ne restano poche (quasi zero) e quindi le perplessitá rimangono tali e quali, figuriamoci quelle di un tycoon indonesiano che non ha ancora preso bene le misure. All’ottava giornata, l’Inter ha affrontato sette squadre che stanno nella parte destra della classifica, e questo per me rimane – al di lá di cifre e tabelle – il miglior indicatore del nostro campionato, il parametro con cui pesare i nostri punti e il nostro cammino. Mazzarri ha ormai imboccato una strada immaginifica e alternativa per le sue dichiarazioni post-partita: il capolavoro odierno – rimanere in 11 contro 10 ci ha creato un problema – me lo fa apprezzare sempre di più. Lui o chi gli scrive i testi. Ha fantasia, ha faccia tosta.

Ma gli avranno detto dell’ultimatum di Thohir? Questa cosa dei fusi orari è un casino: tu vai a dormire tranquillo perchè hai vinto a Cesena e intanto ti sfilano la sedia da sotto il culo. Non è mica bello.

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ottobre 24, 2014
di settore
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Zero (a zero)

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Seratina vagamente apocalittica. La comitiva Moratti che nel pomeriggio lascia il cda, Thohir in tribuna che gioca a Quiz Cross, Mazzarri che dice che il calcio champagne non lo fa nessuno – e quindi perchè dovrebbe farlo lui? – e la squadra che gioca un po’ intristita da se stessa e dal clima che c’è intorno. Dopo 5 partite in Europa League non abbiamo subito ancora un gol, e questo la dice lunga sull’Europa League (nelle ultime tre di campionato ne abbiamo presi 9). Il Califfo avrebbe cambiato il testo: non tutto il resto, ma tutto questo è noia. Lo stadio fischia, sul divano ci si addormenta (oppure, se abbonati Sky, si gira su XFactor). Non siamo ancora tornati all’ora legale e siamo giá a questo punto.

Si fa una gran fatica. Leggiamo che i conti sono al limite delle sanzioni Uefa, vediamo partite che non ci piacciono, abbiamo un allenatore che non sopportiamo più. In più il nostro presidente onorario garante della nerazzurritá prende e se ne va dopo essere finito alla gogna come il creatore del Grande Buco che ci terrá ai margini del calcio che conta per tot anni. Il calcio che conta (sospiro). Quattro anni fa prendevamo a pallate il Bayern in finale di Champions, oggi il Bayern ne fa sette alla Roma e noi facciamo 0-0 in casa con il Saint Etienne e – lo dice il nostro allenatore – va bene così perchè la classifica ci sorride. No, ecco, poi non prendiamocela se ci chiedono di girare su XFactor, bisognerebbe avere gli occhi di tigre e non ce li abbiamo neppure noi indivanati. La classifica ci sorride.

Il sospetto che Moratti si sia dimesso per evitare di sorbirsi Inter-Saint Etienne e andare a vedere “Guardiani della galassia” è forte, quindi evito di lanciarmi in un pippone su Moratti che lascia il cda e quindi bla bla bla. All’atto pratico, mi sembra che tutto questo conti zero o quasi. Il presidente è Thohir, l’allenatore è Mazzarri, i giocatori sono questi (e sei sono allettati) e l’influsso di Moratti mi pare marginale assai in proiezione presente e futura. Mazzarri dice non siamo brillanti. Mai nessuno che gli chieda “scusi mister, così, tanto per sapere, ma riusciremo a diventare brillanti tipo prima di Natale, no, per dire, giusto per figurarsi una scadenza, santa madonna?”

Adesso c’è il Cesena. E non so se ridere, piangere o ordinare gli orociok su Amazon, perchè non ho nemmeno tanta voglia di andare al Carrefour.

 

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