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settembre 11, 2015
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La Grande Pennezza, la Grande Vincezza

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C’era un raccattapalle nero dietro la Vinci, un ragazzotto magro e alto 1,90 abbondanti che faceva sembrare Robertina ancora più minuta (1,63 di pura normalitá) mentre lei gli allungava l’asciugamano. Poi l’inquadratura passava dall’altra parte, dove la Serenona faceva fatica a tenere a bada il suo proverbiale pandorone,  che ogni tanto rimaneva fuori dalla gonnellina e appariva maestoso – immane – nella sua rotonditá, quel che poeticamente chiamavano lombo e che a me ricorda piuttosto un mappamondo, una coppia di gluteux maximus strepitosi che hanno avuto il loro ruolo da assoluti protagonisti in 21 titoli dello Slam e 70 milioni di montepremi, due muscoli enormi e guizzanti,  il culone più vincente della storia dello sport e che Iddio lo benedica, in barba a chi pensa che si possa vincere solo se si è magre e con poche tette, eggiá, proprio.

Ma Serena stasera non era solo glutei e bicipiti, era un fascio di nervi da tenere a bada di fronte all’occasione più clamorosa della sua carriera (un Grande Slam da vincere con il più morbido dei tabelloni di fronte, la Vinci e poi la Pennetta, tzè, un compitino elementare) e che si è sciolta come una sciampista quando il donnino dall’altra parte ha fatto la cosa più intelligente che potesse farla dopo aver perso male il primo set: lavorarla ai fianconi, metterla in ambasce, sfinirla di rovesci slice, una squisitezza tecnica che ormai fa solo lei, la panda di Taranto, lei e il suo tennis antico, un po’ inadeguato, ma che per la sua unicitá può rompere gli schemi a chiunque.

In crisi di identitá e di risultati, Roberta Vinci ha cambiato vita, ha lasciato il doppio (da numero 1) e si è ricostruita da singolarista senza snaturarsi. Il risultato è questo, una partita pazzesca nella giornata più incredibile del tennis femminile italiano e, mi sbilancio, in uno dei pomeriggi che fanno la storia dello sport femminile italiano.

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Perchè un paio d’ore prima Flavia Pennetta aveva macinato la Halep (di solito è la Halep che macina quelle come la Pennetta) e questa meravigliosa giornata dei paradossi si è compiuta, voilá, due italiane ultratrentenni in finale allo Us Open e tutto ciò è di una bellezza irresistibile, straordinaria, totale. Battere la più forte in casa, strapazzare la n. 2 al mondo e giocarsi – tra azzurre, tra pugliesi – la finale.

Quello che ha fatto la Pennetta non è meno clamoroso del capolavoro della Vinci (che ha avuto un culo epocale nel tabellone, poi compensato con l’impresona). Ha saputo tornare forte (anzi, più forte) dopo un infortunio grave, ha saputo mantenersi per un decennio al vertice, ha saputo addirittura rimanere vigile e lucida nonostante il fidanzamento con quel personaggione di Fogna.

Il colpo di coda di queste due ragazze, che l’etá vorrebbe al declino e che invece si giocheranno uno Slam, è il miglior messaggio che potesse arrivare dallo sport: sei seria, hai talento, hai fame, hai testa? E allora avanti, per te c’è sempre posto. Adesso vinca la migliore, sapendo che tutte e due lo sono.

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settembre 5, 2015
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Fogna il fenomeno

US Open tennis

Se in previsione della sua dipartita decidesse di donare il suo corpo alla Scienza, forse un giorno sapremo cosa c’era nella testa di Fognini, uno che indifferentemente può perdere con il più loffio dei pallettari o prendere a pallate Murray (in Davis) o Nadal (poche ore fa, in uno slam, all’Open degli Stati Uniti), giocare al massimo dell’ispirazione oppure macerarsi nei suoi tormenti interiori ed esteriori, perdere la pazienza con gente che lo sa e va apposta lì a provocarlo e cascarci, pluff, come un boccalone. Se non donerà il suo corpo alla Scienza rimarremo col dubbio, che poi è la cosa più bella. Senza certezze, idealizzeremo per sempre quel pirla di Fognini di cui racconteremo, al bar o ai nipotini, che era un gran giocatore e un gran coglione all’unisono, e tu dovevi prenderlo com’era e bòn, pazienza, genio e sregolatezza a percentuali variabili, più spesso sbilanciate verso la sregolatezza, perchè sennò sarebbe stato nei top ten in pianta stabile, e nemmeno troppo in basso.

Ora, naturalmente, possiamo fare tutti i distinguo del caso. Quel Murray in Davis, fuori casa e sulla terra e non esattamente al massimo della forma, non era il vero-vero-vero Murray. E il Nadal di oggi – un agonista se ce n’è uno ma ormai logoro nelle giunture e forse anche un po’ di testa – non è il Nadal di tre, cinque o nove anni fa. E poi Nadal è il giocatore che sta più sul cazzo di tutti a Fognini, e qualche settimana fa glielo ha detto in faccia, nella finale di Amburgo, che lui e suo zio gli hanno rotto le palle, amen. Quindi, voglio dire, c’è una predisposizione morale ad azzannargli il collo, un po’ com’era per Agassi con Becker. Però battere Nadal in cinque set a in uno Slam, davanti a 23mila persone, e batterlo rimontando due set (per la precisione: eravamo 6-3 6-4 3-1 per Nadal), è un po’ come battere Gebreselassie allo sprint in una maratona dopo averlo raggiunto al quarantesimo. E battere Nadal facendo 70 (settanta!) punti vincenti è come battere la nazionale Usa di basket schiacciando dieci volte in testa al cristone nero che gioca da centro. E’ un’impresa della madonna, ecco.

E il game giocato sul 4-4 del quinto set, sant’iddio, è una roba che vedi ad anni alterni, quattro vincenti e gioco a zero, sbam!, Fogna che lancia missili e Nadal che manco li rincorre più. E non per sfinimento, no: perché non li avrebbe presi nessuno, nessuno, manco Tiramolla. Tant’è che al match point Fognini non esulta: aveva vinto nel game precedente, stravinto, l’ultimo punto – un errore gratuito di Nadal –  è stata una cazzata a confronto del climax precedente.

Ora, questo potrebbe essere il post più inutile della storia. Un post a scadenza immediata. Dopo aver triturato Nadal a forza di colpi vincenti da fondocampo (roba da non vedere, a volte, la pallina) e di attacchi conclusi con mano fatata, Fognini potrebbe benissimo perdere con quel damerino di Feliciano Lopez e vaffanculo, perchè Fognini è così e basta. E guarda, sinceramente, dopo una partita così ci starebbe perdere (anche male, dico) quella dopo perchè è difficile – forse impossibile – replicare un’impresa del genere, dal peso specifico immane, tecnico e psicologico. Quindi Fogna, in anticipo, te absolvo e ti ringrazio per stanotte. Sei di Arma di Taggia e sei interista, due motivi sufficienti per volerti bene e aspettare un’altra roba del genere, prima o poi: giorni, mesi, anni o forse mai, ma – giuro – non me ne frega niente. Fognini-Lopez può finire in due modi, per me: abbracciare e leccare ululando lo schermo della tv o mandare affanculo quel tamarro in campo per l’ennesima occasione sprecata. No problem: a me quelli che tertium non datur, in fondo, piacciono da morire.

fognini

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