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Aprile 21, 2021
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Super Tele

Al termine di 48 ore di pura follia, che rivalutano la figura storica di Antonio Tejero, bisognerebbe sforzarsi di fare un po’ di sintesi. Perché al netto delle centomila sfumature che ognuno di noi può trovare nella grottesca ma realissima vicenda della Superlega, credo si sia verificata una rara occasione di stop & go dell’intero mondo pallonaro e forse sportivo in generale, una pausa di riflessione che questo ambiente non si prende mai. E per ambiente intendo l’universo mondo del fulbar, da Infantino al bibitaro del secondo anello. Nell’ambiente ci ficco ognuno di noi tifosotti, gente con l’anello al naso che segue partite con suoni gutturali, rutti, bestemmie e qualche scoreggia, forza Inter Juve merda birra orociok gù gù, e si pone rare e spesso inutili domande sull’essenza di ciò che vede.

Abbiamo assistito a un tentativo arrogante, intempestivo, improvvisato e scomposto (tanto arrogante, intempestivo, improvvisato e scomposto da destare ben più di un sospetto) di cambiare le regole del gioco calpestando quelle dello sport. Il nostro sport. In attesa dei prossimi sviluppi – si aprono scenari molto interessanti, e non necessariamente catastrofici – io mi sono appuntato alcune cose.

  1. Il calcio è un enorme business in enorme difficoltà. Per metà di queste difficoltà vale il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso”: dal malaffare diffuso al cancro dei procuratori, qui dovrei aprire un sotto-elenco di mezzo chilometro. Per l’altra metà, è più che comprensibile che si cerchino nuove strategie. Succede in qualsiasi azienda, succede in qualsiasi settore economico. Ecco, magari non a ogni costo.
  2. Non si può far finta che non esista il mercato. E il mercato ha delle sue dinamiche, molto ovvie. Vendo più facilmente Arsenal-Barcellona o Crotone-Sassuolo? Spunto un prezzo migliore per Bayern-Psg o per Osasuna-Getafe? Ricavo di più da una maglietta ufficiale dell’Inter o da una maglietta ufficiale del Fimleikafélag Hafnarfjarðar (più comunemente FH). E il calcio ha più prospettive se lo vendo bene o se lo vendo male?
  3. Il calcio tende già da decenni a una superlega ombra, le grandi squadre godono già di discreti privilegi, si cerca in tutti i modi nelle competizioni europee di distillare il meglio il più presto possibile, si sta facendo anche con le nazionali in quella roba lì, l’ultima, come si chiama?, ah sì, Nations League. Il calcio è già pieno di meccanismi non equi. Basta che non ci tolgano l’ultimo, il più importante: che i traguardi si conquistano, che le vittorie pesano, che le sconfitte pesano. Con un po’ di fantasia, lo si troverà un meccanismo per fare una Superlega – perchè lì andremo a sbattere – in cui non conti solo la ricchezza e il merito non sia un inutile optional, o no?
  4. Il calcio è ricco, potente e (non del tutto, vedi sopra) autonomo, ma non è una zona franca e non è nemmeno la casa di uno dei tanti marchesi del Grillo che lo popolano. Il golpe della Superlega è stata una pessima operazione, ma non è che la controparte – Uefa e Fifa – sia occupata da simpatici e disinteressati benefattori del genere umano. E’ davvero difficile fare il tifo per l’una o per l’altra parte, siamo a livello padella-brace. Ha avuto un suo peso la reazione della politica internazionale e la reazione dei tifosi, forse entrambe inattese per proporzioni. Un piccolo bagno di umiltà, hai visto mai.
  5. Il calcio non è proprietà dei tifosi, però i tifosi sono importanti. Sono utilizzatori finali e azionisti. Sono un irrinunciabile contorno ideale e fisico (ce ne siamo accorti con gli stadi vuoti). Non sono i padroni (farebbero immani disastri) ma sono la passione, sono la pancia, sono il motore (o lo stimolo, almeno). Io, dovessi organizzare una Superlega tra una notte e l’altra, prima proverei a tastare in giro gli umori – no, perchè poi li devi anche spremere, i tifosi.
  6. Noi tifosi, però, la dobbiamo smettere di rifugiarci come sciampiste nelle reminiscenze di un calcio romantico che non esiste più. La SuperLega ci fa cagare ed eravano tutti più felici con il Super Tele, certo, ovvio. Ma le nostre paturnie vanno contestualizzate a oggi, anno 2021, sennò sono solo pugnette. Non è un processo così facile, lo ammetto, richiede qualche passo indietro o di lato. Non siamo noi quelli a cui vendere il prodotto calcio, del resto: noi siamo clienti da una vita e ci lasciamo fottere ogni giorno da un qualsiasi pallone che rotola su un qualsiasi prato. No, ci sono mercati quasi vergini da esplorare. E ci sono – così dicono – i giovani da riconquistare (loro sì che possono dire a cuor leggero che il calcio è normalmente uno spettacolo noioso). In quest’ottica, ci sono cose che si possono negoziare e altre no. Concentriamoci su quelle no, poche ma importanti (vedi sopra). Sul resto, ragazzi, mettiamoci anche nei panni di chi bene o male deve tenere in piedi questa baracca.
  7. Spero di riconciliarmi presto con l’Inter. Questa epocale figura di merda, alleati ai nostri peggiori nemici, pronti a vendere il culo ma stando ben attenti a non esporci troppo, rimanendo seminascosti sullo sfondo, non mi va giù. Portate a casa in fretta il diciannovesimo e dimentichiamo questo triste e per fortuna istantaneo passaggio della nostra gloriosa storia.
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Aprile 20, 2021
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C’è la Superlega e non ho (più) niente da mettermi

Sono già 17 anni (compreso questo) che la Champions League si è superleghizzata: dopo quella del 2004, Porto-Monaco, tutte le finali si sono giocate tra le 15 – teoriche – società con cui si vorrebbe formare il nucleo fisso della Superlega e che hanno vinto 25 delle ultime 26 edizioni (tranne quella del Porto, appunto). La stessa Champions League, che l’anno prossimo compirà 30 anni, è stata dall’inizio un palese (e universalmente accettato) tentativo di superleghizzare il calcio, ammettendo nella competizione più squadre delle leghe maggiori (la squadra campione e due o tre non-campione) e costringendo le campionesse delle leghe più sfigate a fare 17 turni preliminari e a non vedere praticamente mai la luce (del resto, dopo anni di progressiva superleghizzazione del calcio, quante squadre davvero degne della fase finale di Champions ci sono in giro per la Nuova Europa?). Anche l’Europa League, istituita nel 2009, è una competizione che ha alla base una clausola superleghizzata: si costringono squadre di medio calibro a massacrarsi per qualche mese tra di loro, poi quando inizia il bello entrano in gioco 8 eliminate della Champions, normalmente più forti di tre quarti delle squadre qualificate per via ordinaria.

Sono pensieri che faccio guardando il soffitto e cercando di autoconvincermi che il calcio è già poco equo da un pezzo, molto prima che se ne uscissero con questa apocalittica pensata della Superlega. E che il vile denaro domina da un pezzo, e che se mi sono fatto andare bene il peggio del calcio finora – scommesse, doping, mafie, sudditanze, truffe, raggiri – mi ci devo mettere proprio ora a fare questioni di principio? Non è che sto rimanendo indietro rispetto al passo che hanno le cose, comprese queste? O forse, come diceva un vecchio spot, “fermate il mondo, voglio scendere!” e sono già sceso da un pezzo?

Devo ammettere che la cosa mi ha completamente spiazzato. Mi autoflagello per il mio atteggiamento retrò, ma non trovo niente di particolarmente convincente e attraente in questo modello di calcio del futuro. Cerco solo di dominare il mio naturale stupore – che può suonare ridicolo, anzi lo è – verso la crescente quota di possesso palla dell’aspetto economico nello sport che amo di più.  Che novità, eh? Scandalizzarsi è veramente grottesco, a meno di non vivere in una bolla dove pensiamo che ci sia ancora la Coppa Rimet e trasmettano il secondo tempo di una partita la domenica verso sera. Questo carrozzone non deve solo reggersi in piedi, ma anche fare profitto: c’è un immenso pubblico in parte da drenare e in parte – una grossa parte – da andare a scovare in angoli popolosissimi del mondo, ingolosendolo con un’offerta che difficilmente riuscirà a rifiutare. Io del business ritengo sia abbastanza inutile parlare: è così e basta. E se non sarà la Superlega si inventeranno un’altra cosa con un altro nome.

Il mio attuale sbalestramento riguarda piuttosto cose più sentimentali ed eteree – quindi del tutto marginali all’accrocchio odierno, che dei sentimenti se ne strafotte. Tanto vale a allora auto-immergermi nel ridicolo ed esporre i miei tormenti.

Uno riguarda il giuoco chiamato calcio. Possiamo essere giovani, moderni, affaristi e smart finchè vogliamo, inventare leghe e superleghe, organizzare triangolari tra Maciste Godzilla e Pecos Bill, ma non dobbiamo derogare alle leggi dello sport. Regole uguali per tutti, vittorie e sconfitte, promozioni e retrocessioni, quelle robe lì insomma, che determinano il calcio da quando l’abbiamo conosciuto fino ai giorni nostri. Una Superleague nella quale giocano quasi sempre le stesse squadre, scelte per un criterio di censo più che di prestigio (vogliamo parlare del palmares internazionale di Psg, Arsenal e Tottenham, per dire?) , è una cosa seria, sportivamente parlando? Sì, certo, chissà che figata di partite ne verrebbero fuori. Ma siamo sicuri che ne valga la pena? Nella speranza che si tratti di una grande forzatura per trattare con Uefa e Fifa la riscrittura delle regole di competizioni che ci sono già, non oso pensare alla fine che farebbe tutto il sistema. Si porta ad esempio la formula dell’Eurolega nel basket, ma a me viene in mente il tennis. Avete presente la Rod Laver cup? Una roba che si sono inventati i giocatori più forti per giocarsela tra loro divisi in due squadre – Europa e Resto del Mondo – e portarsi a casa un pacco di soldi. Ecco: preferite le partite della Rod Laver cup, con i giocatori che si fanno l’occhiolino da una parte all’altra della rete e fingono di prendersi a pallate, o un qualsiasi torneo dove si parte tutti assieme e alla fine vince solo uno, sì dai, quelle formule antiche ma di un certo fascino, che l’avversario te lo mangeresti vivo pur di passare un turno?

Il calcio va dove ci sono i soldi, e i soldi ora bisogna cercarli altrove, perchè i mercati europei sono sfruttati all’osso. Il problema è che in Europa ci siamo noi, gente appassionata di calcio fin da quando era in fasce, gente che conosce il gioco, gente sofisticata rispetto a miliardi di persone che cadrebbero in deliquio se Messi facesse le scoregge con le ascelle, figuriamoci un gol. Io delle Superleghe non me ne faccio un cazzo, amo il calcio per quello che è, vorrei che rimanesse tale, a giocare con Juve e Milan e ogni tanto con Spezia e Benevento. Vorrei che la Champions la potessero rivincere Nottingham Forest, Steaua, Stella Rossa, Marsiglia, Psv, perchè ammesse alla competizione, non perchè relegate in una cosa che potrebbe ancora chiamarsi Champions ma che sarebbe una specie di Mitropa con la musichetta.

L’altro cruccio è l’Inter. Sì, quella squadra con la maglia a zig zag che tutti amiamo e che sta per vincere uno scudetto dopo 11 anni. Non mi piace vederla così, lanciata in un progetto kamikaze a rimorchio della Juve, con la Juve, a braccetto della Juve, in partnership con la Juve, pappa e ciccia con la Juve. Non mi piace. Non mi piace che a sette giornate dalla fine del campionato ci piombi tra capo e collo questa cosa. Non mi piace questo pensiero fisso che ci tocca mentre di pensieri fissi ne avevamo già, e di più belli. Non mi piace pensare a cosa ne sarà di noi (e del calcio in generale) non tra due o tre stagioni, ma tra due o tre mesi. Forse due o tre settimane.

Non so se si è capito, ma non mi piace proprio per un cazzo la Superlega. Non mi piace nemmeno apparire retrogrado, tradizionalista, vecchio (e vabbe’, del resto ho visto la prima partita a San Siro nel 1970, avevo i calzoni corti e i Boys non erano nemmeno in curva), ma non ci posso fare niente. Non mi piace questa storia nel suo complesso, proprio ora che vedevo in lontananza un enorme numero 19 e non mi aspettavo questa imboscata sportiva, morale, etica, esistenziale, macroenomica. Se devo sintetizzare in cinque parole, mi schiarisco la voce e dico: andate a fare in culo.

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