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Gennaio 20, 2020
di settore
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Abbastanza in crisi

Per gli appassionati del genere “crisi Inter”, beh, ci siamo. Oddio, non è proprio come una di quelle belle crisacce del recente passato, ma bisogna accontentarsi. Intanto: questa Inter – managgia a lei – nemmeno perde. E quindi che crisi è? Eppure tanto bene non va, avendo pareggiato quattro delle ultime sei mentre, purtroppo, la Juve vinceva le ultime cinque di fila. Risultato: da +2 a -4 in un mese e mezzo, vacanze di Natale comprese, e anche se tutto questo non rappresenta in sè una catastrofe (non solo non abbiamo mai perso, ma in queste ultime sei abbiamo affrontato Roma, Fiorentina, Napoli e Atalanta), ormai non ci sono cazzi: è crisi, punto, rendiamocene conto.

Il pareggio nella partita di Lecce – in quanto, appunto, partita con una piccola – rappresenta il punto più basso del nostro campionato. In assoluto è straordinario che l’Inter canni quasi completamente una partita per la prima volta alla ventesima giornata, ma purtroppo il contemporaneo andamento di Juve e Lazio colora ormai di tinte drammatiche anche i mezzi passi falsi. Non si era mai vista l’Inter, finora, giocare così molle e distratta, creare così poco in attacco, procedere a una velocità mediamente così lontana dai 200 all’ora imposti da Conte come nostro standard di sopravvivenza. Crisi o non crisi, questo è oggettivo.

Perchè tutto questo? Boh. C’è una quota fisiologica di stanchezza, di parabola fisica al culmine dello scollinamento tra prima e seconda parte di stagione. C’è anche – e qui, insomma, ci abbiamo messo del nostro – il dover scontare il clima da commedia dell’assurdo di questo cazzo di mercato in cui vedi un tuo compagno posare con la sciarpa di un’altra squadra e poi tornare a casa, in cui mezza rosa è a sua modo messa in discussione (tra giocatori ormai dismessi, altri destinati alla panca eterna, altri innervositi dai nuovi scenari), in cui i fantasmagorici nuovi arrivi non si realizzano e intanto siamo al giorno 20, le partite passano e l’Inter questa resta.

Fossi meno pigro e meno moralista, sarei andato alla Snai sabato a giocarmi un 20 euro sull’Inter non vincente. Lo si coglieva dal broncio dimesso di Conte in conferenza stampa, così distante dai frizzi e lazzi della partita in Coppa con il Cagliari che ci aveva sorprendentemente restituito la fotografia di una squadra divertente e divertita. Ma era Coppetta, appunto. In campionato, con le responsabilità che crescono, le due avversarie in totale fiducia e il tempo che passa in attesa di un qualcosa che non succede, l’atmosfera si è fatta un po’ più cupa.

Ma è proprio questo che dobbiamo evitare. Al netto di una brillantezza fisica destinata agli alti e ai bassi, è allo spirito che ci ha trascinati in alto e lì ci ha mantenuti che no, non possiamo rinunciare. Per andare a 200 all’ora bisogna essere fisicamente in bolla e soprattutto bisogna crederci, sennò capita di vedere spettacoli modesti come quelli di Lecce. Noi non possiamo limitarci alla normalità, questo è chiaro. Se poi i nostri vertici societari si danno una mossa, tanto di guadagnato. Abbiamo bisogno di certezze. Fosse anche quella che non arriva più nessuno e restiamo quelli di prima. Qui invece è tutto un rimaner sospesi che rischia di far inceppare il più bel giocattolo nerazzurro degli ultimi nove anni.

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Dicembre 7, 2019
di settore
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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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