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febbraio 22, 2018
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Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

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gennaio 22, 2018
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Bomba o non bomba

Nell’ambito del Champions League Second Row Qualification Challenge – l’avvincente mini-torneo attualmente in corso fra tre società per due posti in Champions, che si protrarrà per i prossimi quattro mesi – si è disputato allo stadio Meazza di Milano lo scontro diretto tra Inter e Roma, le squadre meno in palla del mini-torneo e, per estensione, di buona parte del campionato. Due squadre che nelle ultime sei giornate, 12 partite complessivamente, hanno vinto una (1) volta, al 95esimo, rubando in barba ai nuovi dispositivi tecnici a disposizione (Roma-Cagliari).

Questo è.

E’ stato un incontro non bellissimo, tra due squadre per le quali perdere contro l’altra sarebbe stata una sciagura, vincere sarebbe stato un Bingo oltre ogni aspettativa e pareggiare, beh, ecco qua, è stato pareggiare, prendersi un punto per uno e – come direbbe un commentatore dell’Australian Open – allungare il match.

Ho una visione sicuramente di parte delle cose, una visione da innamorato irragionevole, ma credo che la Roma oggettivamente stia peggio di noi (hanno messo via la maglia di Handanovic senza neanche lavarla, Alisson ha chiesto un ritocco dell’ingaggio). Soggettivamente – cioè per tutto il resto, che è tanto -, ci dobbiamo rassegnare all’evidenza che nessuno ci regalerà niente e dunque a metterci del nostro per scavare un solco nel mini-torneo, o comunque per rimanere in bolla fino alla fine. E se guardo alle sei partite senza vittorie continuo a pensare che non è tutto da declinare al brutto, tanto meno al pessimo. E’ stato un ciclo durissimo (Juve e Fiorentina fuori, Lazio e Roma in casa, la condizione in calo discendente, la Coppa Italia a complicare le cose di gambe e di testa) in cui abbiamo perso – male – le due più facili e pareggiato le più difficili, senza prendere gol da Juve e Lazio, prendendone uno dalla Fiorentina al 92′. Avessimo vinto anche solo una delle due partite facile, non saremmo qui col broncio generalizzato.

Il difficile è passato, adesso viene il difficilissimo. Cinque partite in cui torneremo ufficialmente a non avere scuse. Cinque partite pre-derby in cui bisognerebbe fare 15 punti e in cui l’uso del condizionale non dovrebbe essere ammesso. Cinque partite da vincere dopo sei senza vittorie (otto, considerando la Coppetta). Non ci sarà mercato di gennaio a cambiare le cose in maniera determinante nè per noi nè per gli altri (magari in peggio per la Roma, volesse il cielo), questi siamo e con questi arriveremo a domenica 20 maggio, arriveremo a Roma, bomba o non bomba.

Santon non migliorerà più, Gagliardini non diventerà Chuck Norris, Eder non segnerà mai,  Candreva non evolverà, Brozovic non terrà il collo fermo, eccetera, eccetera, eccetera, ecceterà. Questi siamo, nel mini-torneo, ce la possiamo giocare bene come ce la siamo giocata finora. La Lazio sembra il Barcellona ma non è il Barcellona, noi a volte sembriamo il Brescia ma siamo l’Inter e quando ce ne ricordiamo ci costruiamo dieci palle gol con la Roma e manco ce ne accorgiamo. E’ anche una questione di testa, comprese tutte le nostre da tifosotti non ancora settati a dovere.

Quindi, con serenità, attendiamo intanto il verdetto dei recuperi di mercoledì. La Lazio trova un’Udinese profondamente diversa da quella che stava per affrontare quel pomeriggio di pioggia (la fragilissima Udinese di Delneri). La Roma va a Genova con la Samp che, vincendo, potrebbe trasformare il mini-torneo a tre in un gironcino a quattro dove la terza dovrebbe armarsi di pannolone. La vita è bella, ragazzi, su con il morale.

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dicembre 20, 2017
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Christmas Party, la classe non è acqua

Mentre altre squadre di Milano annullavano la festa di Natale optando per un più sobrio ritiro punitivo alla Cayenna, l’Inter festeggiava il ritorno fra gli umani (cioè la fine dell’imbattibilità) con il tradizionale Christmas Party, ormai un appuntamento classico dell’inverno milanese in cui i più genuini valori dello sport si fondono con la raffinitezza delle scelte tipicamente fashion. Ecco, in alcune immagini scattate alla festa nerazzurra, allietata dalle note di Max Pezzali, come l’interismo si dimostra vieppiù una tendenza, una moda, un gusto innato (cose che peraltro sapevamo).

ch1

Davide Santon (voto: 7,5) si presenta alla festa in un elegante total black con papillon, mentre la moglie Chloe (voto: 5), che non è italiana, cade in uno spiacevole equivoco – aveva capito “Carnevale” – e si presenta in costume da Batgirl sexy, provando a sdrammatizzare con un largo sorriso davanti ai fotografi sbalorditi in attesa che la tata arrivasse con un vestito vero.

ch9

Antonio Candreva (voto: 5,5) opta per un serioso doppiopetto nero da manager delle pompe funebri, suscitando l’ilarità di Andrea Ranocchia (voto: 6,5) che va sul sicuro con un abito della festa da bravo ragazzo, simbolo della ritrovata serenità.

ch3

L’eleganza e la semplicità premiano sempre e Steven Zhang (voto: 8) si dimostra ancora una volta a suo agio nei panni dell’occidentale alto di gamma. Non male anche Luciano Spalletti (voto: 6) che sceglie un elegante e paraculo cromatismo nero e azzurro, inspiegabilmente prostrato da una cravatta stile sacco nero condominiale.

ch2

Danilo D’Ambrosio (voto: 6) sceglie una soluzione classica e di sportiva eleganza, che peralto – data la sua rudezza da terzino – lo fa confondere in più occasione con i camerieri del catering. Bene ma non benissimo la moglie Enza (voto: 5), vestita da cosplayer di Pretty Woman.

ch7

Inqualificabile abito da pomeriggio ad Ascot per Francesco Toldo (voto: 5), mentre Luis Suarez (voto: 5,5) sceglie bene il vestito, ma poi non trova la cravatta e prende a caso da un cassetto quella sociale di 18 anni fa in versione tarocca, comprata a 10mila lire in un chioschetto nel parcheggio esterno di Appiano Gentile.

ch6

Joao Mario (voto: 8) impeccabile nell’abito, nella sciarpetta, nel portamento, nel sopracciglio e nello sguardo malandrino a metà tra Rodolfo Valentino, Lewis Hamiltom e Lawrence d’Arabia. Eleganza e sintomatico mistero, metrosexualismo a livello Beckham. Se questa foto diventa un minimo virale, si candida a icona gay del 2018.

ch8

Ciccio Colonnese (voto: 5,5) osa troppo con un look a metà tra Amedeo Minghi e David Copperfield, mentre Salvatore Fresi (voto: 5) al contrario punta eccessivamente sul minimal con un abito Facis comprato al Carrefour e uno smartphone al posto del fazzoletto.

ch10

La coppia più ammirata della festa: Mauro Icardi (voto: 7) sfoggia un elegante abito modello Don Diego de la Vega con cravatta smilza alla Lionel Messi, mentre per Wanda Nara (voto: senza voto) non c’è voto, non c’è parola, non c’è aggettivo, non c’è reggipetto.

ch11

Javier Zanetti (voto: 7) punta al blu con sicurezza e con maglioncino in stile Marco Branca, Piero Ausilio (voto: 6) si accorge di non brillare per originalità e come al solito fissa un punto indefinito quando gli scattano una foto, mentre Billy Bob Thornton (voto: 6) si affida a una soluzione senza acuti per temperare il suo naturale look maledetto.

ch5

Tra le vecchie glorie, Beppe Baresi (voto: 7) è quello vestito con la soluzione più semplice e al tempo stesso più elegante. Non sfigura nemmeno Spillo Altobelli (voto: 6) colto però nel momento imbarazzante in cui cerca di vendere a un prezzo di favore il suo cellulare al vecchio compagno di tante battaglie.

ch14

Gioco, partita e incontro: i coniugi Nagatomo (voto: 9) vincono alla stragrande. Ormai Yuto è un punto di riferimento totale: miglior voce, miglior look, miglior prolungamento del contratto. No, facciamoci delle domande.

ch12

E veniamo al caso della serata. Mentre, a destra, Joao Miranda (voto: 6,5) sorride intabarrato nel suo smoking modello Notte degli Oscar, che lo fa sinistramente assomigliare a Sammy Davis jr, a sinistra Milan Skriniar (senza voto) si mostra fiero della sua scelta stilistica: giacca dello smoking di due taglie più piccola, camicino bianco comprato all’Auchan di Cesano Boscone, jeans, sneakers e niente calze.

ch16

Skriniar, a suo completo agio tra gli elegantoni della festa, posa con Andrea Pinamonti e Zinho Vanheusden cui, con un atto di nonnismo, ha fatto togliere la cravatta. Il significato del suo sguardo al fotografo non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Scatta alla svelta che li devo portare a troie”.

ch13

Come Nagatomo, anche Skriniar è ormai un punto di riferimento irrinunciabile per lo spogliatoio: qui trascina Marcelo Brozovic (voto: 6), pettinato alla cazzo ma vestito in maniera stranamente normale, in una irresistibile gag che strappa un’altra risata a Ranocchia, un uomo ormai visibilmente rinato.

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dicembre 10, 2017
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Non perdiamo mai

Il momento più bello della partita è stato il dopo-partita. Quando alle domande dei cronisti avrebbero tutti potuto rispondere soddisfatti di averla sfangata (0-0 in casa della Juve, di sicuro non sono due punti persi, non lo sono mai stati) e invece non lo ha fatto nessuno, da Spalletti all’ultimo dei giocatori arrivato a tiro di microfono. Tutti a sottolineare – a confessare, quasi – che va tutto bene, ovvio, ma che avrebbero potuto fare meglio e osare di più. Ed è tutto positivo – il punto, la consapevolezza, la sincerità – ed è tutto vero – l’impresa ma anche quel passo indietro rispetto a Napoli, dove fu uno 0-0 un po’ più spavaldo con i Sarri-boys nel loro momento migliore. Bello, bene: se non ci si accontenta si ragiona da capolista, da squadra vera.

Il punto va pesato e soppesato. Abbiamo portato a casa uno 0-0 all’Allianz Fragile Stadium dove a) la Juve segnava da 44 partite consecutive e b) dove la Juve vince tipo 16-17 partite a campionato. Un pareggio che ci mantiene imbattuti, vitali e lanciati dopo 16 giornate. Imbattuti con i tre peggiori scontri diretti giocati in trasferta, cinque punti e un solo gol subito. Imbattuti e con la miglior difesa del campionato, che peraltro è la base essenziale per restare imbattuti. Quindi imbattuti razionalmente, non a cazzo: e 16 partite sono tante, quasi metà torneo.

C’è anche l’altro lato della medaglia, parlandone da vivi (cioè imbattuti): dopo l’incasellabile vittoria di Roma, partita folle se ce n’è una, e il confortante pareggio di Napoli (il nostro primo figurone quanto a solidità), è arrivato questo pareggio a Torino che dà molte conferme e segna anche alcune distanze. La Juve ha fatto meglio e di più, non ha vinto perchè non ha segnato (avendo il quadruplo delle occasioni) ma esce comunque molto sollevata dal trittico Napoli-Champions-Inter che la rilancia a tutti i livelli, mentale e anche fisico. L’Inter deve fare tesoro del bello e del brutto di questo pareggio, soprattutto del brutto: che non avremmo segnato probabilmente mai anche con 90′ altri minuti a disposizione, che se ci neutralizzano i nostri sbocchi naturali non abbiamo mai armi sufficienti per cambiare il corso delle cose e che a difendere siamo strepitosi ma per vincere – e restare in vetta, e fronteggiare la concorrenza di quattro squadre che non mollano quasi mai – bisogna imporsi. Anche a Torino, anche con la Juve.

E’ bello poter fare tutti ‘sti discorsi, no? Fare un po’ i malmostosi dopo un pareggio a Torino, che statisticamente è una mezza vittoria. Rimproverare alla squadra un atteggiamento un po’ troppo passivo contro la vincitrice degli ultimi sei scudetti.  Forse è il segno, il sintomo di un’ambizione che riaffiora prepotente e che contagia tutto l’ambiente. Spalletti chiude l’intervista dicendo che non ci manca niente, che siamo a livello della Juve, che avevamo le loro stesso possibilità di vincere o di non perdere: ecco, dobbiamo pensare così tutti, dal campo al bar sport. Ma non per stare sopra le righe: no, per inseguire un obiettivo che ci compete.

Stavamo tornando quelli che non vincono mai, oggi siamo quelli che non perdono mai. Che è uno straordinario upgrade. Imbattuti nel campionato più equilibrato e livellato verso l’alto degli ultimi (boh, chi si ricorda?) anni. L’affollamento in vetta può essere il miglior stimolo a non distrarsi, ora che entriamo nella sempre pericolosa zona panettone. Non si respirava un’aria così frizzante da sette stagioni almeno:  grazie ragazzi, e ricordatevi di osare, chè a noi ci piacete un casino quando lo fate.

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dicembre 3, 2017
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Visti da Torino

Un’Inter come sempre poco sportiva ha infierito su un Chievo incompleto (mancavano Castro, Hetemaj, Radovanovic, Eriberto, Marazzina, Cristiano Ronaldo e Messi) vincendo 5-0 al termine di una sterile quanto irritante prestazione d’attacco: solo 5 gol, appunto, a fronte di 37 tiri in porta, un misero 13,5% che deve far riflettere Spalletti e l’intera società. Cioè, non la società Inter, Zhang, Thohir, Tronchetti Provera, quelli lì. No: la società nel suo complesso, le coscienze, il singolo cittadino, De Coubertin, Malagò, Gentiloni, Dio. Il pandoro è in crisi e l’arroganza del panettone ha prevalso, facendosi giuoco di un clima natalizio orribilmente calpestato nei suoi valori più pregnanti.

L’Inter si è presentata all’appuntamento priva di Miranda, Gagliardini e Vecino ma Spalletti, prudentemente, li ha sostituiti con altri giocatori. Una mossa ai limiti del regolamento che alla lunga sortirà i suoi frutti.

Dopo un sostanziale predominio tattico degli ospiti, la squadra a barre nerazzurre è passata in vantaggio al 23′ con Perisic in circostanze eticamente inaccettabili: tiro di Santon che non segna da mille anni, respinta di uno strupefatto Sorrentino, Perisic non aspetta che l’avversario si rialzi e la mette dentro. I maestri del calcio si rivoltano nei loro sepolcri. Il Chievo non demorde e agisce genialmente come Muhammad Alì con Foreman a Kinshasa (l’altro mena, lui assorbe) ma poi cede al 38′: Icardi scorrettamente ruba palla e si invola, finta una prima volta il tiro (senza rispetto per l’avversario) e poi la mette sul secondo palo, molto vicino al palo, quindi praticamente un palo a favore, eh, ci risiamo.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Perisic sigla il 3-0 al 57′ in un festival della disonestà: approfitta di un malinteso tra i difensori del Chievo, prende palla e invece di restituirla la tiene, attende l’uscita di Sorrentino e tira di sinistro dove lui non può prenderla, da vero bullo: un inutile, irritante sfoggio di brutalità. Il colmo lo si raggiunge tre minuti dopo: Candreva si invola sulla destra senza aspettare i difensori in maglia gialla, crossa al centro dove Skriniar scivola, la palla gli colpisce la testa e finisce rocambolescamente in rete. Il Var, naturalmente, tace. Il quinto gol arriva al 90′, nonostante il Chievo avesse chiesto di non recuperare e quindi, calcolando il coefficiente Istat, la partita potesse considerarsi già finita e comunque nel semestre bianco certe cose non si possono fare.

Niente a che vedere con il calcio champagne di Sarri o con i capolavori tattici di Allegri e Di Francesco: l’Inter continua un campionato al di là delle proprie possibilità e dei parametri del buon costume, confidando in un complotto plutocratico e atomistico e in una buona stella che non sembra non tramontare mai. Li attendiamo qui, allo Juventus Stadium, confidando di poter giocare ad armi pari: senza pali, senza Var, senza culo, l’Inter è un piccolo punto nell’universo del calcio. Senza Icardi, senza Perisic, senza Candreva, senza Handanovic, senza Borja Valero, senza Brozovic, senza D’Ambrosio, senza Skriniar, senza Santon, senza Ranocchia, senza Joao Mario, beh, con il Chievo non sarebbero proprio esistiti.

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novembre 6, 2017
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Veltroni e la variante Ciciretti

Partita veltroniana, da ripercorrere senza vergognarsi attraverso una sequela di “ma anche”. Magari non benissimo però abbiamo giocato, sì, ma anche il Toro ha giocato, eccome. Abbiamo rischiato di vincerla, ma avrebbe potuto farlo anche il Toro. L’1-1 va considerato in quest’ottica buonista: girano un po’ i coglioni ma poteva andare molto peggio, perchè altre Inter recentissime l’avrebbero persa e non è solo un modo di indorare la pillola. Il palo di Vecino sistema le statistiche del culo (8 pali a favore e 8 contro, entriamo ufficialmente in un terreno neutro, panico tra i commentatori) ed è un grande rimpianto, ma se Obi qualche minuto prima l’avesse messa da mezzo metro saremmo qui a piagnucolare e a commentare tra i singulti che moriremo tutti e arriveremo sesti se va bene.

Inter-Torino è in questo senso un pareggio perfetto, perchè l’intreccio dei “ma anche” si sovrappone alla prestazione oggettivamente buona – o non cattiva – dei nostri (uè, abbiamo vinto partite giocando molto peggio) e ti fa dire, come poche altre volte accade, che va bene così.

Quindi potresti girare pagina con il cuore quasi leggero se non ci fossero le altre. Tipo la Roma, che proprio con il turno più difficile ha fatto l’impresa (ed è sempre più in corsa per qualsiasi cosa), rimontando due punti a Napoli e Inter. Nel club delle elette-che-le-vincono-tutte, siamo l’unica squadra ad avere perso punti per due volte fuori dagli scontri diretti (prima col Bologna, ora col Toro; hanno perso due punti la Lazio con la Spal, la Juve con l’Atalanta e il Napoli, appunto, col Chievo). E’ la prima volta che due squadre scialano nella stessa giornata, e forse è un piccolo segnale che qualcosa – poco, ma tant’è – si va incrinando. Anche perchè per qualche decina di minuti ha tremato anche la Juve: la variante Ciciretti (un gol imprevisto, come le successive difficoltà a rimediare) diventa la mina vagante nel futuro delle grandi, l’unica teorica speranza di scompaginare qua e là un copione noioso.

Adesso, vabbe’, bisogna fermarsi per la Nazionale e per noi va bene così, soprattutto con Icardi sofferente e qualche uomo che se rilassa un po’ i garretti è tutta salute. Ma è un peccato per il pathos, perchè dopo 12 giornate arriva finalmente un turno veramente cazzuto e ci toccherà aspettarlo due settimane. Roma-Lazio, Napoli-Milan e Sampdoria-Juventus sono tre partite che in qualche modo potrebbero ridisegnare la classifica e noi con l’Atalanta abbiamo un incrocio meno insidioso eppure difficile lo stesso, perchè con le squadre della terra di mezzo finora è andata bene ma non benissimo. Vabbe’, nel frattempo godiamoci lo spettacolo dello spareggio mondiale: chè se si perde la Russia, ci resta davvero solo l’Inter.

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ottobre 31, 2017
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Una gara a chi resiste di più

Di riffa, di raffa e di culo, partita dopo partita, mese dopo mese, l’Inter di Spalletti si è issata dove nemmeno Mourinho era arrivato: 29 punti in 11 partite, laddove il Vate ne aveva messi insieme solo 28 nell’anno che ci portò dove mai nessuno era riuscito nei secoli dei secoli. Nelle prime 11 partite del campionato 2009/10 quella meravigliosa squadra (cui ancora ripensiamo sospirando come sciampiste o arrazzandoci come adolescenti in ormone) ne vinse nove (tra cui il derby-orgasmo dello 0-4 a fine agosto, e anche un bel 3-1 al Napoli in casa), ne pareggiò una (col Bari in casa alla prima di campionato, 1-1, ci inchiappettò tale Kutuzov) e ne perse una (a Marassi, Samp-Inter 1-0, gol del Pazzo che si fece poi perdonare in primavera segnando i gol-scudetto in Roma-Samp). Prendeva forma la squadra che avrebbe vinto tutto, passando da partite meravigliose ad altre molto meno, tipo – per dire – un’Inter-Palermo che si vinceva 4-0 nel primo tempo e che al 70′ eravamo 4-3, prima che il Principe sistemasse ogni cosa.

Sapendo come sarebbe continuata quella storia, possiamo fin d’ora risparmiarci qualsiasi paragone. Prendiamo solo atto che questa bizzarra Inter, nelle prime 11 giornate di un campionato altrettanto bizzarro, ha fatto meglio di quella macchina perfetta. Magari ci fossero analogie, magari. Perchè l’Inter di Mourinho con 28 punti era prima con 7 punti di vantaggio sulla seconda (era la Juve), mentre l’Inter di Spalletti con 29 punti è seconda a -2 dal Napoli e a +1 dalle terze, Juve e Lazio. E virtualmente a +2 sulla quinta, la Roma, che deve recuperare una partita in trasferta (dove vince da 11 partite consecutive). Semplificando: con 28 punti Mourinho aveva 7 punti sulla seconda, con 29 punti Spalletti ha 2 di vantaggio sulla quinta, cioè sull’Europa League.

Cioè, è spaventoso.

Questo campionato sarà una guerra di nervi, una gara a chi esce pazzo per ultimo. Praticamente: gli scontri diretti decideranno quasi tutto e quindi apriti cielo, ma le partite che potremmo genericamente classificare “demmerda” (una ventina, tipo) verranno giocate con il cuore in gola, perchè perdere punti con le piccole sarà un mezzo suicidio. E anche con le squadre della terra di mezzo sarà durissima, perchè saranno in corsa per un unico obiettivo (uno strapuntino – uno di numero – per l’Europa League) e vi si aggrapperanno con le unghie.

Cioè, sono già nervoso.

L’Inter, in queste 11 partite, ci ha dato finora il più incredibile dei segnali: che brilliamo negli scontri diretti (vinto a Roma, vinto il derby, usciti indenni a Napoli), ci divertiamo nelle partite “di mezzo” (bene con la Fiorentina, benissimo con la Samp) e facciamo ca-ca-re con le piccole (il Benevento ancora si mangia i gomiti, fatica immane col Genoa, discreto spavento a Verona).

Cioè, non si capisce più un cazzo.

Quindi, essendo questo un andazzo ormai assodato e con una robusta base statistica, nell’aspettare con enorme preoccupazione il ritorno con il Benevento potete però ipotecare le vostre case e giocare alla Snai il combo 2 fisso+no goal per la partita di Torino con la Juve, una formalità che non ci dovrà distrarre dalla iper-delicata Spal-Inter di gennaio. Del resto è il campionato più bello del mondo e non possiamo farci niente.

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ottobre 24, 2017
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Inter Football Culo 3 – Sampdoria 2

MILANO. L’Inter Football Culo ha battuto 3-2 la Sampdoria e, graziata dagli avversari, si porta in testa alla classifica per una circostanza fortunata: le altre infatti giocano domani. La squadra di Spalletti ha saputo sfruttare una giornata particolarmente jellata dei blucerchiati, che tirando tre volte hanno fatto solo due gol, e nel contempo hanno beneficiato di un culo spropositato, evitando una miracolosa quanto meritata rimonta  degli ospiti e segnando tre gol e sbagliandone trentacinque, quando in altre circostanze avrebbero potuto legittimamente fallire tutte e trentotto le occasioni che le sono state concesse da un avversario particolarmente sfortunato nell’insieme.

L’Inter si è portata in vantaggio al 15° con Skriniar, lesto a ribattere in rete un suo tiro respinto da Puggioni che gli ricapita sui piedi grazie a una botta di culo. Al 29° Perisic intercetta fortunosamente un rinvio sbagliato di Puggioni e tira da 140 metri con una palombella che per buona sorte si indirizza verso lo specchio della porta, ma poi incoccia nel palo e bòn, non può andare sempre bene. Al 34° Icardi raddoppia con un destro fortunoso, perchè novantanove volte su cento chi la prende in quel modo colpisce il venditore di cornetti al secondo blu. L’Inter insiste (ha culo, la Samp non si oppone) e colpisce un secondo palo con Icardi al 40°, molto fortunato a trovarsi da solo a incornare in mezzo all’area un cross da destra ma colpevole a non metterla facile. Finisce così il primo tempo sul 2-0, con un’Inter fortunata ad avere affrontato la peggior Samp della stagione.

Nella ripresa, i blucerchiati sono sfortunati in avvio e nel loro momento migliore vengono puniti da Icardi, fortunato a deviare in rete un cross di Perisic al termine di un’azione casuale. E’ proprio il croato a colpire fortunosamente la traversa poco dopo, con un tiro a cazzo che poteva finire al secondo verde e invece ha preso il legno. L’Inter sembra poter dilagare, ma fortunatamente ritorna con i piedi per terra: un minuto dopo la traversa di Perisic segna la Samp con Kowalski, Wozniacki, un nome così. A quel punto esce la Samp, che dal possibile 18-0 con pieno merito trova il modo di tornare in partita. Sfortunata la squadra di Giampaolo a segnare una sola volta, finisce 3-2 e un’Inter culattona come poche altre volte può tirare un sospiro di sollievo.

Con questo culo nulla le è precluso, le altre sono avvertite. Il saldo dei pali a favore/pali contro resta ancora nettamente positivo per i nerazzurri, sempre baciati dalla buona sorte. Il balbettante finale con la Samp, dopo una partita rinunciataria degli avversari, la dice lunga sulla reale dimensione della compagine di Spalletti.

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ottobre 22, 2017
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L’Inter, Nathaniel Creswick e il rosicone medio

vecino

Allora, ricapitoliamo: come abbiamo rubato stavolta? Pali a favore (nuova statistica inaugurata con e per l’Inter: i pali a favore, mmmh) proprio no, culo a favore nella norma, gioco di merda meno del solito: panico tra opinionisti e rosiconi. Arriviamo dunque al “se non c’era Handanovic”, cugino di primo grado del “se non c’era Icardi” di una settimana prima: che sotto un certo punto di vista è vero, ovviamente, ma sotto un altro diventa una considerazione vagamente grottesca. Cioè, tutto sommato giocare con un portiere e un centravanti, regolarmente tesserati e pagati e coperti con i versamenti previdenziali, è un diritto che non si nega a nessuno. Certo, se poi uno ce li ha buoni e/o particolarmente in forma è un problema per gli altri. Ma funziona così da quando il 24 ottobre 1857 a Sheffield Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia (l’ho letto su Wikipedia 30 secondi fa gugolando “Calcio (giuoco)”).

Dunque, resta la questione fresca di giornata: l’Inter ha fatto catenaccio e si è portata a casa il suo bel culo intatto, bella forza, siamo capaci anche noi.

Certo, opinionisti e rosiconi avrebbero preferito un bel 4-2-4 tipo quello di Ventura in Spagna, e beh, ovvio, sarebbe stata tutt’altra partita (per il Napoli e per i rosiconi, savasandìr). O si poteva fare un po’ di turn over in difesa e lasciar fuori, per dire, Skriniar e Handanovic per risparmiarli in vista della Samp. Anche perchè, diciamocelo, è dai tempi di Nathaniel Creswick che se la squadra 1 va a fare visita a una squadra 2 che è a punteggio pieno e segna in media 3 gol a partita, la squadra 1 se ne fotte e si affida al Fato per evitare di caricarsi di eccessive sovrastrutture tecniche, tattiche ed esistenziali. Eggià.

Ora, nello scenario dell’opinionista, del rosicone e dell’opinionista-rosicone si apre uno squarcio inquietante. Perchè è apparso evidente anche al più lisergico degli anti-interisti che lo 0-0 di Napoli ha portato con sè alcune valutazioni oggettivamente difficili da scalfire. A Roma l’avevamo sfangata con un culo soprannaturale, col Milan se non ci fosse stato Icardi avremmo perso 0-2 (calcolo matematico ottenuto sottraendo i gol segnati da Icardi al risultato omologato dalla Figc), ma col Napoli tutta Italia ha assistito allo spettacolo – invero preoccupante – di una squadra che senza sottrarsi al ritmo del Napoli ci ha giocato agonisticamente alla pari, che avrà anche alzato un muro ma ha tirato 11 volte in porta e battuto 7 corner. Un’Inter con poche amnesie e palle costantemente sguainate, ribaltando uno schema che a fasi alterne ci ammorba da anni. Un’Inter molto squadra, come non è mai stata in tempi recenti, al netto delle sue tante imperfezioni, per merito di un allenatore che ha avuto un impatto formidabile sulle abitudini e sulle predisposizioni delle nostre mammolette nere e blu.

E’ chiaro che nessun interista, spossato da sette anni post-Triplete che avrebbero sfiancato anche un facocero innamorato, metterebbe oggi – anche oggi – una mano sul fuoco per questa Inter così dichiaratamente fuzzy, ma forse per trascorrere qualche oretta senz’ansia possiamo limitarci a leggere le cifre di queste prime nove partite, cioè praticamente un quarto di campionato: siamo imbattuti, abbiamo la miglior difesa, abbiamo fatto 7 punti in 3 scontri diretti, abbiamo fatto 4 punti in due delle tre trasferte più difficili del campionato.

Questo cosa vuol dire? In linea generale, poco o nulla. Arrivare nelle prime quattro continua a rimanere un obiettivo ampiamente a rischio, perchè mancano giusto quelle 29 partite da giocare e perchè le altre non stanno lì a guardarsi allo specchio. La Roma ha vinto le ultime 11 trasferte consecutive, anche la Lazio in questo campionato è a 4 su 4… due esempi poco casuali per dire che sono cazzi, concetto un po’ rude ma che speriamo Spalletti faccia passare nel segreto degli spogliatoi e della sala mensa.

Per noi, invece, questo secondo posto vuol dire tanto. L’accoppiata culo-brutto gioco ci aveva servito su un piatto d’argento il paragone con l’Inter del Mancini-2, quella che andò in fuga prima di Natale e poi, a conferma di un andazzo superiore alle proprie possibilità, crollo a metà strada e terminò maluccio. Ma le ultime due partite (la tenacia di inseguire fino all’ultimo la vittoria col Milan, l’elevatissima densità complessiva dimostrata con il Napoli) ci proiettano in una nuova dimensione, dove i valori intrinseci possono contare anche di più di quelli tecnici tout court. Da qua alla Juve, il prossimo esamone epocale, ci sono partite che non possiamo sbagliare, a cominciare dalla Samp martedì, la Samp – touch your balls – con cui l’anno scorso iniziò la fine. Il rosicamento che si sente attorno è quasi meglio del rumore dei nemici.

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ottobre 16, 2017
di settore
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Le cose semplici

A volte il calcio ti si semplifica davanti all’improvviso, come quando a scuola ti facevano dividere numeratore e denominatore e scoprivi che una roba spaventosa tipo quarantaquattro centotrentaduesimi in realtà era uguale a un terzo. E nella sera del derby, del record d’incasso, della gente (amica o nemica) che ti aspetta al varco della verifica, provi a tirare le somme di una partita pazza e difficile da interpretare e – nella consueta ricerca dei meriti tuoi e dei demeriti altrui, degli eventi determinati e del culo eventuale – improvvisamente ti si semplifica il quadro.

E alcune cose sono (sembrano, almeno) davvero semplici, tipo che se fai viaggiare veloce il pallone è più facile creare le occasioni per vincere, o che se i tuoi davvero forti sono in palla per gli altri sono cazzi, o che se crossi bene magari qualcuno la mette, o che se un giocatore abbraccia un giocatore avversario in area – che sia il primo minuto o il novantesimo, che quello resista stoicamente o cada come una pera matura – è rigore, benchè per cent’anni di questi falli ne abbiano fischiato uno su venti, o forse uno su cinquanta, merito di un televisorino che sta cambiando le abitudini degli arbitri. Meglio (per restare in tema): le sta semplificando.

Eppoi è così semplice, a volte, avere un centravanti che a 24 anni ne ha già messi 80 in 134 partite con la tua maglietta nera e azzurra, un centravanti che avrà i suoi difetti (dai troppi selfie ai troppi tatuaggi alle troppe biografie alle troppo ingombranti dinamiche famigliari) ma è un giocatore da leccarsi i baffi, nonostante – e qui andiamo nel complicato, quando sarebbe così bello semplificare – la curva non lo riconosca e una parte della tifosotteria ogni tanto lo ritenga scarso, non decisivo, un lusso inutile, palesemente inferiore a (segue nome di attaccante qualsiasi di squadra medio/alta qualsiasi a livello del primo e del secondo mondo calcistico).

Eppure, semplificando, l’azione del secondo gol dice tante cose: Icardi che strappa un pallone a centrocampo e si invola verso l’area dove segna con un gesto spettacolare e strepitosamente fine, per interposto cross di Perisic che nel giro di due secondi e cinque metri si libera di un avversario, guarda di sottecchi dov’è il centrattacco e gliela mette sul piede volante.

No, dico: i due più buoni, non a caso. I due che una parte del popolo nerazzurro avrebbe giubilato volentieri: per non vedere più lui e la bionda (Icardi) o per un presunto pacchetto di milioni da reinvestire non si sa bene come (Perisic). E invece no, sono qui e lottano insieme a noi, tiè.

Resta ancora una cosa da semplificare: l’eloquio di Spalletti. Ma è un’impresa superiore alle capacità umane, forse a Certaldo nel 2375 troveranno la stele di Rosetta di Spalletti e i posteri sbobineranno a colpo sicuro. Ma non è importante, davvero. A me piace sentirlo parlare e non capire: in un certo modo, è rassicurante. Resto con i miei dubbi e le mie certezze, non devo interpretare nulla, vado a dormire senza ansia da prestazione: è bellissimo.

Sabato c’è Napoli-Inter, cioè la prima contro la sorprendente seconda, che ha vinto a Roma ma perchè ha avuto un culo spaziale e che ha vinto il derby ma perchè il Milan sostanzialmente fa cagare. Se perderemo, magari male, ci saranno i caroselli, perchè siamo ormai a metà ottobre, le giornate si accorciano e noi siamoancora  troppo davanti, troppo fortunati, troppo positivi, troppo brutti ma vincenti, troppo sereni per essere anche simpatici. Se non perderemo, vabbe’, si vedrà (ma il merito potrebbe essere della legge dei grandi numeri). Comunque non importa: anche Kim Jong un avrebbe firmato per 22 punti in 8 partite, da qui in poi sono tutti sedicesimi di finale e la nostra forza sta nel gruppo e soprattutto in Nagatomo.

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