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aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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aprile 8, 2018
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La ruota che (non) gira

Ci contavano i pali, adesso non li contano più. Ci calcolavano il culo, adesso non lo calcolano più. Sono diventati esercizi inutili perchè ormai, a romperci il cazzo, ci pensa da solo il Fato. E mica da oggi. Domenica 11 marzo, ventottesima giornata, mentre noi ci facevamo un paiolo tanto per pareggiare 0-0 in casa col Napoli – partita che almeno segnava una svolta sostanziale dopo l’interminabile serie delle mozzarelle nerazzurre – accadevano le seguenti cose: la Lazio pareggiava al 90′ una partita già persa con un colpo di tacco alla sperindio da venti metri che manco al campetto, e il Milan vinceva al 90′ una partita già pareggiata con il primo gol in campionato di un centravanti di cui si erano dimenticati gli stessi cuginastri. Noi un punto, sudando sette camicie, gli altri tre: al novantesimo, gratis.

Oggi, a Torino, al minuto 36′, Belotti in azione di contropiede non sa a chi passare il pallone, corre, rallenta, si guarda in giro, non sa cosa cazzo fare,  si mette a litigare con i compagni, del tipo “qualcuno si smarchi o vi ammazzo a mani nude”. Perisic in rimonta da dietro allunga il gambone e gli toglie la palla. Che finisce dritta a De Silvestri, come Belotti non avrebbe saputo fare. Che la crossa a Ljajic, che al mercato mio padre comprò e la mette dentro.

Per dire che – al netto di tutto il resto – il culo ti assiste o non ti assiste, e se non ti assiste sono veramente cazzi.

Quella dell’11 marzo fu una domenica sanguinosa, per noi, e questa non lo è stata di meno: un vorticoso giro di uccelli paduli ha tenuto al palo la Roma e un po’ anche il Milan, ma tre punti persi d’un botto dalla Lazio pesano di brutto.  E’ chiaro – non è una grande novità, ma giova ricordarlo – che a questo punto del campionato, con il duello-scudetto ancora in corso, la corsa per l’Europa aperta a molte soluzioni e con sette squadre ancora impelagate nella lotta per la salvezza, non esistono partite facili o difficili: esistono partite, punto, da vincere o almeno pareggiare, guardando di sguincio – e con angoscia – quello che combinano le tue dirette avversarie. Sarà così per le ultime sette giornate, quindi prepariamoci.

Il problema è il culo.

In questo momento, e da molte settimane, forse mesi, l’Inter non ne ha, o ne gode random, e comunque sempre in misura minore alla sfiga che incombe e l’attanaglia. Prendi le ultime due partite. A leggere che abbiamo fatto un punto senza segnare un gol, ti verrebbe da dire: che merda. Se però le partite le hai viste, allora ti puoi macerare nel dubbio: cosa abbiamo mai fatto di male, e a chi, e quanto, per avere fatto un punto invece di almeno quattro se non di sei? Com’è che abbiamo perso a Torino tirando 15 volte e battendo 16 angoli a 1? Com’è che giochiamo, creiamo, corriamo, mordiamo e non incassiamo?

L’Inter di queste due ultime partite – 1 punto, 0 gol, 30 tiri, 25 corner, 50 azioni d’attacco, 100 cross, 1 milione di calorie lasciate sul prato – avrebbe fatto a fettine qualsiasi avversaria cui abbiamo devoluto punti nei due mesi e mezzo di buco nero. E oggi non avremmo problemi, o ne avremmo molti meno. A parte non l’avere segnato e di conseguenza non avere vinto, cosa puoi rimproverare all’Inter vista con Milan e Torino? No, ma ve la ricordate l’Inter con la Spal, il Crotone, il Genoa, o quella dei primi 60′ col Benevento?

Certo, non si può certo essere fatalisti al mille per mille, e affidarsi solo ai capricci della Fortuna. Non vincere due partite cruciali senza segnare un gol è sintomo anche di un qualcosina che non va: tipo che se è il caso entri in porta col pallone, e invece no, ti fermi appena prima. No buono. Ma c’è di sicuro una cappa merdosa che rende vagamente marrone il cielo sopra questa Inter,  un cappa in cui al non-culo aggiungi sfumature di Var millesimato (cioè al millimetro) e interpretazioni un po’ così. Altri segnali che da questo pantano ti devi tirare fuori da solo, rigorosamente da solo.

Di bello c’è che ce la possiamo fare, e questo ce lo dice quello che abbiamo visto nell’ultimo mese. Per arrivare terzi o quarti in questo campionato siamo discretamente attrezzati e oggettivamente in un buon momento. A me l’Inter del derby e l’Inter di Torino è piaciuta. E’ un’Inter che non ha segnato, purtroppo, ma tutto il resto l’ha fatto bene. Un’Inter a cui non puoi rimproverare nulla di quello che le rimproveravi due e tre mesi fa, tipo impegnarsi, attaccare, tirare fuori i coglioni, quelle robe lì.

Avere sfiga è una brutta cosa, ma c’è qualcosa di peggio: cioè arrendersi all’evidenza di avere sfiga. Perchè è tutto ancora lì, a portata di mano. Basta aggrapparsi, non mollare, aspettare che la ruota giri. E’ tutto semplice e terribilmente complicato al tempo stesso, ma un finale di campionato sul velluto e dove tutti ti regalano la qualunque – almeno per noi – non l’hanno ancora inventato.

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febbraio 22, 2018
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Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

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gennaio 22, 2018
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Bomba o non bomba

Nell’ambito del Champions League Second Row Qualification Challenge – l’avvincente mini-torneo attualmente in corso fra tre società per due posti in Champions, che si protrarrà per i prossimi quattro mesi – si è disputato allo stadio Meazza di Milano lo scontro diretto tra Inter e Roma, le squadre meno in palla del mini-torneo e, per estensione, di buona parte del campionato. Due squadre che nelle ultime sei giornate, 12 partite complessivamente, hanno vinto una (1) volta, al 95esimo, rubando in barba ai nuovi dispositivi tecnici a disposizione (Roma-Cagliari).

Questo è.

E’ stato un incontro non bellissimo, tra due squadre per le quali perdere contro l’altra sarebbe stata una sciagura, vincere sarebbe stato un Bingo oltre ogni aspettativa e pareggiare, beh, ecco qua, è stato pareggiare, prendersi un punto per uno e – come direbbe un commentatore dell’Australian Open – allungare il match.

Ho una visione sicuramente di parte delle cose, una visione da innamorato irragionevole, ma credo che la Roma oggettivamente stia peggio di noi (hanno messo via la maglia di Handanovic senza neanche lavarla, Alisson ha chiesto un ritocco dell’ingaggio). Soggettivamente – cioè per tutto il resto, che è tanto -, ci dobbiamo rassegnare all’evidenza che nessuno ci regalerà niente e dunque a metterci del nostro per scavare un solco nel mini-torneo, o comunque per rimanere in bolla fino alla fine. E se guardo alle sei partite senza vittorie continuo a pensare che non è tutto da declinare al brutto, tanto meno al pessimo. E’ stato un ciclo durissimo (Juve e Fiorentina fuori, Lazio e Roma in casa, la condizione in calo discendente, la Coppa Italia a complicare le cose di gambe e di testa) in cui abbiamo perso – male – le due più facili e pareggiato le più difficili, senza prendere gol da Juve e Lazio, prendendone uno dalla Fiorentina al 92′. Avessimo vinto anche solo una delle due partite facile, non saremmo qui col broncio generalizzato.

Il difficile è passato, adesso viene il difficilissimo. Cinque partite in cui torneremo ufficialmente a non avere scuse. Cinque partite pre-derby in cui bisognerebbe fare 15 punti e in cui l’uso del condizionale non dovrebbe essere ammesso. Cinque partite da vincere dopo sei senza vittorie (otto, considerando la Coppetta). Non ci sarà mercato di gennaio a cambiare le cose in maniera determinante nè per noi nè per gli altri (magari in peggio per la Roma, volesse il cielo), questi siamo e con questi arriveremo a domenica 20 maggio, arriveremo a Roma, bomba o non bomba.

Santon non migliorerà più, Gagliardini non diventerà Chuck Norris, Eder non segnerà mai,  Candreva non evolverà, Brozovic non terrà il collo fermo, eccetera, eccetera, eccetera, ecceterà. Questi siamo, nel mini-torneo, ce la possiamo giocare bene come ce la siamo giocata finora. La Lazio sembra il Barcellona ma non è il Barcellona, noi a volte sembriamo il Brescia ma siamo l’Inter e quando ce ne ricordiamo ci costruiamo dieci palle gol con la Roma e manco ce ne accorgiamo. E’ anche una questione di testa, comprese tutte le nostre da tifosotti non ancora settati a dovere.

Quindi, con serenità, attendiamo intanto il verdetto dei recuperi di mercoledì. La Lazio trova un’Udinese profondamente diversa da quella che stava per affrontare quel pomeriggio di pioggia (la fragilissima Udinese di Delneri). La Roma va a Genova con la Samp che, vincendo, potrebbe trasformare il mini-torneo a tre in un gironcino a quattro dove la terza dovrebbe armarsi di pannolone. La vita è bella, ragazzi, su con il morale.

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dicembre 20, 2017
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Christmas Party, la classe non è acqua

Mentre altre squadre di Milano annullavano la festa di Natale optando per un più sobrio ritiro punitivo alla Cayenna, l’Inter festeggiava il ritorno fra gli umani (cioè la fine dell’imbattibilità) con il tradizionale Christmas Party, ormai un appuntamento classico dell’inverno milanese in cui i più genuini valori dello sport si fondono con la raffinitezza delle scelte tipicamente fashion. Ecco, in alcune immagini scattate alla festa nerazzurra, allietata dalle note di Max Pezzali, come l’interismo si dimostra vieppiù una tendenza, una moda, un gusto innato (cose che peraltro sapevamo).

ch1

Davide Santon (voto: 7,5) si presenta alla festa in un elegante total black con papillon, mentre la moglie Chloe (voto: 5), che non è italiana, cade in uno spiacevole equivoco – aveva capito “Carnevale” – e si presenta in costume da Batgirl sexy, provando a sdrammatizzare con un largo sorriso davanti ai fotografi sbalorditi in attesa che la tata arrivasse con un vestito vero.

ch9

Antonio Candreva (voto: 5,5) opta per un serioso doppiopetto nero da manager delle pompe funebri, suscitando l’ilarità di Andrea Ranocchia (voto: 6,5) che va sul sicuro con un abito della festa da bravo ragazzo, simbolo della ritrovata serenità.

ch3

L’eleganza e la semplicità premiano sempre e Steven Zhang (voto: 8) si dimostra ancora una volta a suo agio nei panni dell’occidentale alto di gamma. Non male anche Luciano Spalletti (voto: 6) che sceglie un elegante e paraculo cromatismo nero e azzurro, inspiegabilmente prostrato da una cravatta stile sacco nero condominiale.

ch2

Danilo D’Ambrosio (voto: 6) sceglie una soluzione classica e di sportiva eleganza, che peralto – data la sua rudezza da terzino – lo fa confondere in più occasione con i camerieri del catering. Bene ma non benissimo la moglie Enza (voto: 5), vestita da cosplayer di Pretty Woman.

ch7

Inqualificabile abito da pomeriggio ad Ascot per Francesco Toldo (voto: 5), mentre Luis Suarez (voto: 5,5) sceglie bene il vestito, ma poi non trova la cravatta e prende a caso da un cassetto quella sociale di 18 anni fa in versione tarocca, comprata a 10mila lire in un chioschetto nel parcheggio esterno di Appiano Gentile.

ch6

Joao Mario (voto: 8) impeccabile nell’abito, nella sciarpetta, nel portamento, nel sopracciglio e nello sguardo malandrino a metà tra Rodolfo Valentino, Lewis Hamiltom e Lawrence d’Arabia. Eleganza e sintomatico mistero, metrosexualismo a livello Beckham. Se questa foto diventa un minimo virale, si candida a icona gay del 2018.

ch8

Ciccio Colonnese (voto: 5,5) osa troppo con un look a metà tra Amedeo Minghi e David Copperfield, mentre Salvatore Fresi (voto: 5) al contrario punta eccessivamente sul minimal con un abito Facis comprato al Carrefour e uno smartphone al posto del fazzoletto.

ch10

La coppia più ammirata della festa: Mauro Icardi (voto: 7) sfoggia un elegante abito modello Don Diego de la Vega con cravatta smilza alla Lionel Messi, mentre per Wanda Nara (voto: senza voto) non c’è voto, non c’è parola, non c’è aggettivo, non c’è reggipetto.

ch11

Javier Zanetti (voto: 7) punta al blu con sicurezza e con maglioncino in stile Marco Branca, Piero Ausilio (voto: 6) si accorge di non brillare per originalità e come al solito fissa un punto indefinito quando gli scattano una foto, mentre Billy Bob Thornton (voto: 6) si affida a una soluzione senza acuti per temperare il suo naturale look maledetto.

ch5

Tra le vecchie glorie, Beppe Baresi (voto: 7) è quello vestito con la soluzione più semplice e al tempo stesso più elegante. Non sfigura nemmeno Spillo Altobelli (voto: 6) colto però nel momento imbarazzante in cui cerca di vendere a un prezzo di favore il suo cellulare al vecchio compagno di tante battaglie.

ch14

Gioco, partita e incontro: i coniugi Nagatomo (voto: 9) vincono alla stragrande. Ormai Yuto è un punto di riferimento totale: miglior voce, miglior look, miglior prolungamento del contratto. No, facciamoci delle domande.

ch12

E veniamo al caso della serata. Mentre, a destra, Joao Miranda (voto: 6,5) sorride intabarrato nel suo smoking modello Notte degli Oscar, che lo fa sinistramente assomigliare a Sammy Davis jr, a sinistra Milan Skriniar (senza voto) si mostra fiero della sua scelta stilistica: giacca dello smoking di due taglie più piccola, camicino bianco comprato all’Auchan di Cesano Boscone, jeans, sneakers e niente calze.

ch16

Skriniar, a suo completo agio tra gli elegantoni della festa, posa con Andrea Pinamonti e Zinho Vanheusden cui, con un atto di nonnismo, ha fatto togliere la cravatta. Il significato del suo sguardo al fotografo non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Scatta alla svelta che li devo portare a troie”.

ch13

Come Nagatomo, anche Skriniar è ormai un punto di riferimento irrinunciabile per lo spogliatoio: qui trascina Marcelo Brozovic (voto: 6), pettinato alla cazzo ma vestito in maniera stranamente normale, in una irresistibile gag che strappa un’altra risata a Ranocchia, un uomo ormai visibilmente rinato.

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dicembre 10, 2017
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Non perdiamo mai

Il momento più bello della partita è stato il dopo-partita. Quando alle domande dei cronisti avrebbero tutti potuto rispondere soddisfatti di averla sfangata (0-0 in casa della Juve, di sicuro non sono due punti persi, non lo sono mai stati) e invece non lo ha fatto nessuno, da Spalletti all’ultimo dei giocatori arrivato a tiro di microfono. Tutti a sottolineare – a confessare, quasi – che va tutto bene, ovvio, ma che avrebbero potuto fare meglio e osare di più. Ed è tutto positivo – il punto, la consapevolezza, la sincerità – ed è tutto vero – l’impresa ma anche quel passo indietro rispetto a Napoli, dove fu uno 0-0 un po’ più spavaldo con i Sarri-boys nel loro momento migliore. Bello, bene: se non ci si accontenta si ragiona da capolista, da squadra vera.

Il punto va pesato e soppesato. Abbiamo portato a casa uno 0-0 all’Allianz Fragile Stadium dove a) la Juve segnava da 44 partite consecutive e b) dove la Juve vince tipo 16-17 partite a campionato. Un pareggio che ci mantiene imbattuti, vitali e lanciati dopo 16 giornate. Imbattuti con i tre peggiori scontri diretti giocati in trasferta, cinque punti e un solo gol subito. Imbattuti e con la miglior difesa del campionato, che peraltro è la base essenziale per restare imbattuti. Quindi imbattuti razionalmente, non a cazzo: e 16 partite sono tante, quasi metà torneo.

C’è anche l’altro lato della medaglia, parlandone da vivi (cioè imbattuti): dopo l’incasellabile vittoria di Roma, partita folle se ce n’è una, e il confortante pareggio di Napoli (il nostro primo figurone quanto a solidità), è arrivato questo pareggio a Torino che dà molte conferme e segna anche alcune distanze. La Juve ha fatto meglio e di più, non ha vinto perchè non ha segnato (avendo il quadruplo delle occasioni) ma esce comunque molto sollevata dal trittico Napoli-Champions-Inter che la rilancia a tutti i livelli, mentale e anche fisico. L’Inter deve fare tesoro del bello e del brutto di questo pareggio, soprattutto del brutto: che non avremmo segnato probabilmente mai anche con 90′ altri minuti a disposizione, che se ci neutralizzano i nostri sbocchi naturali non abbiamo mai armi sufficienti per cambiare il corso delle cose e che a difendere siamo strepitosi ma per vincere – e restare in vetta, e fronteggiare la concorrenza di quattro squadre che non mollano quasi mai – bisogna imporsi. Anche a Torino, anche con la Juve.

E’ bello poter fare tutti ‘sti discorsi, no? Fare un po’ i malmostosi dopo un pareggio a Torino, che statisticamente è una mezza vittoria. Rimproverare alla squadra un atteggiamento un po’ troppo passivo contro la vincitrice degli ultimi sei scudetti.  Forse è il segno, il sintomo di un’ambizione che riaffiora prepotente e che contagia tutto l’ambiente. Spalletti chiude l’intervista dicendo che non ci manca niente, che siamo a livello della Juve, che avevamo le loro stesso possibilità di vincere o di non perdere: ecco, dobbiamo pensare così tutti, dal campo al bar sport. Ma non per stare sopra le righe: no, per inseguire un obiettivo che ci compete.

Stavamo tornando quelli che non vincono mai, oggi siamo quelli che non perdono mai. Che è uno straordinario upgrade. Imbattuti nel campionato più equilibrato e livellato verso l’alto degli ultimi (boh, chi si ricorda?) anni. L’affollamento in vetta può essere il miglior stimolo a non distrarsi, ora che entriamo nella sempre pericolosa zona panettone. Non si respirava un’aria così frizzante da sette stagioni almeno:  grazie ragazzi, e ricordatevi di osare, chè a noi ci piacete un casino quando lo fate.

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dicembre 3, 2017
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Visti da Torino

Un’Inter come sempre poco sportiva ha infierito su un Chievo incompleto (mancavano Castro, Hetemaj, Radovanovic, Eriberto, Marazzina, Cristiano Ronaldo e Messi) vincendo 5-0 al termine di una sterile quanto irritante prestazione d’attacco: solo 5 gol, appunto, a fronte di 37 tiri in porta, un misero 13,5% che deve far riflettere Spalletti e l’intera società. Cioè, non la società Inter, Zhang, Thohir, Tronchetti Provera, quelli lì. No: la società nel suo complesso, le coscienze, il singolo cittadino, De Coubertin, Malagò, Gentiloni, Dio. Il pandoro è in crisi e l’arroganza del panettone ha prevalso, facendosi giuoco di un clima natalizio orribilmente calpestato nei suoi valori più pregnanti.

L’Inter si è presentata all’appuntamento priva di Miranda, Gagliardini e Vecino ma Spalletti, prudentemente, li ha sostituiti con altri giocatori. Una mossa ai limiti del regolamento che alla lunga sortirà i suoi frutti.

Dopo un sostanziale predominio tattico degli ospiti, la squadra a barre nerazzurre è passata in vantaggio al 23′ con Perisic in circostanze eticamente inaccettabili: tiro di Santon che non segna da mille anni, respinta di uno strupefatto Sorrentino, Perisic non aspetta che l’avversario si rialzi e la mette dentro. I maestri del calcio si rivoltano nei loro sepolcri. Il Chievo non demorde e agisce genialmente come Muhammad Alì con Foreman a Kinshasa (l’altro mena, lui assorbe) ma poi cede al 38′: Icardi scorrettamente ruba palla e si invola, finta una prima volta il tiro (senza rispetto per l’avversario) e poi la mette sul secondo palo, molto vicino al palo, quindi praticamente un palo a favore, eh, ci risiamo.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Perisic sigla il 3-0 al 57′ in un festival della disonestà: approfitta di un malinteso tra i difensori del Chievo, prende palla e invece di restituirla la tiene, attende l’uscita di Sorrentino e tira di sinistro dove lui non può prenderla, da vero bullo: un inutile, irritante sfoggio di brutalità. Il colmo lo si raggiunge tre minuti dopo: Candreva si invola sulla destra senza aspettare i difensori in maglia gialla, crossa al centro dove Skriniar scivola, la palla gli colpisce la testa e finisce rocambolescamente in rete. Il Var, naturalmente, tace. Il quinto gol arriva al 90′, nonostante il Chievo avesse chiesto di non recuperare e quindi, calcolando il coefficiente Istat, la partita potesse considerarsi già finita e comunque nel semestre bianco certe cose non si possono fare.

Niente a che vedere con il calcio champagne di Sarri o con i capolavori tattici di Allegri e Di Francesco: l’Inter continua un campionato al di là delle proprie possibilità e dei parametri del buon costume, confidando in un complotto plutocratico e atomistico e in una buona stella che non sembra non tramontare mai. Li attendiamo qui, allo Juventus Stadium, confidando di poter giocare ad armi pari: senza pali, senza Var, senza culo, l’Inter è un piccolo punto nell’universo del calcio. Senza Icardi, senza Perisic, senza Candreva, senza Handanovic, senza Borja Valero, senza Brozovic, senza D’Ambrosio, senza Skriniar, senza Santon, senza Ranocchia, senza Joao Mario, beh, con il Chievo non sarebbero proprio esistiti.

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novembre 6, 2017
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Veltroni e la variante Ciciretti

Partita veltroniana, da ripercorrere senza vergognarsi attraverso una sequela di “ma anche”. Magari non benissimo però abbiamo giocato, sì, ma anche il Toro ha giocato, eccome. Abbiamo rischiato di vincerla, ma avrebbe potuto farlo anche il Toro. L’1-1 va considerato in quest’ottica buonista: girano un po’ i coglioni ma poteva andare molto peggio, perchè altre Inter recentissime l’avrebbero persa e non è solo un modo di indorare la pillola. Il palo di Vecino sistema le statistiche del culo (8 pali a favore e 8 contro, entriamo ufficialmente in un terreno neutro, panico tra i commentatori) ed è un grande rimpianto, ma se Obi qualche minuto prima l’avesse messa da mezzo metro saremmo qui a piagnucolare e a commentare tra i singulti che moriremo tutti e arriveremo sesti se va bene.

Inter-Torino è in questo senso un pareggio perfetto, perchè l’intreccio dei “ma anche” si sovrappone alla prestazione oggettivamente buona – o non cattiva – dei nostri (uè, abbiamo vinto partite giocando molto peggio) e ti fa dire, come poche altre volte accade, che va bene così.

Quindi potresti girare pagina con il cuore quasi leggero se non ci fossero le altre. Tipo la Roma, che proprio con il turno più difficile ha fatto l’impresa (ed è sempre più in corsa per qualsiasi cosa), rimontando due punti a Napoli e Inter. Nel club delle elette-che-le-vincono-tutte, siamo l’unica squadra ad avere perso punti per due volte fuori dagli scontri diretti (prima col Bologna, ora col Toro; hanno perso due punti la Lazio con la Spal, la Juve con l’Atalanta e il Napoli, appunto, col Chievo). E’ la prima volta che due squadre scialano nella stessa giornata, e forse è un piccolo segnale che qualcosa – poco, ma tant’è – si va incrinando. Anche perchè per qualche decina di minuti ha tremato anche la Juve: la variante Ciciretti (un gol imprevisto, come le successive difficoltà a rimediare) diventa la mina vagante nel futuro delle grandi, l’unica teorica speranza di scompaginare qua e là un copione noioso.

Adesso, vabbe’, bisogna fermarsi per la Nazionale e per noi va bene così, soprattutto con Icardi sofferente e qualche uomo che se rilassa un po’ i garretti è tutta salute. Ma è un peccato per il pathos, perchè dopo 12 giornate arriva finalmente un turno veramente cazzuto e ci toccherà aspettarlo due settimane. Roma-Lazio, Napoli-Milan e Sampdoria-Juventus sono tre partite che in qualche modo potrebbero ridisegnare la classifica e noi con l’Atalanta abbiamo un incrocio meno insidioso eppure difficile lo stesso, perchè con le squadre della terra di mezzo finora è andata bene ma non benissimo. Vabbe’, nel frattempo godiamoci lo spettacolo dello spareggio mondiale: chè se si perde la Russia, ci resta davvero solo l’Inter.

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ottobre 31, 2017
di settore
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Una gara a chi resiste di più

Di riffa, di raffa e di culo, partita dopo partita, mese dopo mese, l’Inter di Spalletti si è issata dove nemmeno Mourinho era arrivato: 29 punti in 11 partite, laddove il Vate ne aveva messi insieme solo 28 nell’anno che ci portò dove mai nessuno era riuscito nei secoli dei secoli. Nelle prime 11 partite del campionato 2009/10 quella meravigliosa squadra (cui ancora ripensiamo sospirando come sciampiste o arrazzandoci come adolescenti in ormone) ne vinse nove (tra cui il derby-orgasmo dello 0-4 a fine agosto, e anche un bel 3-1 al Napoli in casa), ne pareggiò una (col Bari in casa alla prima di campionato, 1-1, ci inchiappettò tale Kutuzov) e ne perse una (a Marassi, Samp-Inter 1-0, gol del Pazzo che si fece poi perdonare in primavera segnando i gol-scudetto in Roma-Samp). Prendeva forma la squadra che avrebbe vinto tutto, passando da partite meravigliose ad altre molto meno, tipo – per dire – un’Inter-Palermo che si vinceva 4-0 nel primo tempo e che al 70′ eravamo 4-3, prima che il Principe sistemasse ogni cosa.

Sapendo come sarebbe continuata quella storia, possiamo fin d’ora risparmiarci qualsiasi paragone. Prendiamo solo atto che questa bizzarra Inter, nelle prime 11 giornate di un campionato altrettanto bizzarro, ha fatto meglio di quella macchina perfetta. Magari ci fossero analogie, magari. Perchè l’Inter di Mourinho con 28 punti era prima con 7 punti di vantaggio sulla seconda (era la Juve), mentre l’Inter di Spalletti con 29 punti è seconda a -2 dal Napoli e a +1 dalle terze, Juve e Lazio. E virtualmente a +2 sulla quinta, la Roma, che deve recuperare una partita in trasferta (dove vince da 11 partite consecutive). Semplificando: con 28 punti Mourinho aveva 7 punti sulla seconda, con 29 punti Spalletti ha 2 di vantaggio sulla quinta, cioè sull’Europa League.

Cioè, è spaventoso.

Questo campionato sarà una guerra di nervi, una gara a chi esce pazzo per ultimo. Praticamente: gli scontri diretti decideranno quasi tutto e quindi apriti cielo, ma le partite che potremmo genericamente classificare “demmerda” (una ventina, tipo) verranno giocate con il cuore in gola, perchè perdere punti con le piccole sarà un mezzo suicidio. E anche con le squadre della terra di mezzo sarà durissima, perchè saranno in corsa per un unico obiettivo (uno strapuntino – uno di numero – per l’Europa League) e vi si aggrapperanno con le unghie.

Cioè, sono già nervoso.

L’Inter, in queste 11 partite, ci ha dato finora il più incredibile dei segnali: che brilliamo negli scontri diretti (vinto a Roma, vinto il derby, usciti indenni a Napoli), ci divertiamo nelle partite “di mezzo” (bene con la Fiorentina, benissimo con la Samp) e facciamo ca-ca-re con le piccole (il Benevento ancora si mangia i gomiti, fatica immane col Genoa, discreto spavento a Verona).

Cioè, non si capisce più un cazzo.

Quindi, essendo questo un andazzo ormai assodato e con una robusta base statistica, nell’aspettare con enorme preoccupazione il ritorno con il Benevento potete però ipotecare le vostre case e giocare alla Snai il combo 2 fisso+no goal per la partita di Torino con la Juve, una formalità che non ci dovrà distrarre dalla iper-delicata Spal-Inter di gennaio. Del resto è il campionato più bello del mondo e non possiamo farci niente.

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ottobre 24, 2017
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Inter Football Culo 3 – Sampdoria 2

MILANO. L’Inter Football Culo ha battuto 3-2 la Sampdoria e, graziata dagli avversari, si porta in testa alla classifica per una circostanza fortunata: le altre infatti giocano domani. La squadra di Spalletti ha saputo sfruttare una giornata particolarmente jellata dei blucerchiati, che tirando tre volte hanno fatto solo due gol, e nel contempo hanno beneficiato di un culo spropositato, evitando una miracolosa quanto meritata rimonta  degli ospiti e segnando tre gol e sbagliandone trentacinque, quando in altre circostanze avrebbero potuto legittimamente fallire tutte e trentotto le occasioni che le sono state concesse da un avversario particolarmente sfortunato nell’insieme.

L’Inter si è portata in vantaggio al 15° con Skriniar, lesto a ribattere in rete un suo tiro respinto da Puggioni che gli ricapita sui piedi grazie a una botta di culo. Al 29° Perisic intercetta fortunosamente un rinvio sbagliato di Puggioni e tira da 140 metri con una palombella che per buona sorte si indirizza verso lo specchio della porta, ma poi incoccia nel palo e bòn, non può andare sempre bene. Al 34° Icardi raddoppia con un destro fortunoso, perchè novantanove volte su cento chi la prende in quel modo colpisce il venditore di cornetti al secondo blu. L’Inter insiste (ha culo, la Samp non si oppone) e colpisce un secondo palo con Icardi al 40°, molto fortunato a trovarsi da solo a incornare in mezzo all’area un cross da destra ma colpevole a non metterla facile. Finisce così il primo tempo sul 2-0, con un’Inter fortunata ad avere affrontato la peggior Samp della stagione.

Nella ripresa, i blucerchiati sono sfortunati in avvio e nel loro momento migliore vengono puniti da Icardi, fortunato a deviare in rete un cross di Perisic al termine di un’azione casuale. E’ proprio il croato a colpire fortunosamente la traversa poco dopo, con un tiro a cazzo che poteva finire al secondo verde e invece ha preso il legno. L’Inter sembra poter dilagare, ma fortunatamente ritorna con i piedi per terra: un minuto dopo la traversa di Perisic segna la Samp con Kowalski, Wozniacki, un nome così. A quel punto esce la Samp, che dal possibile 18-0 con pieno merito trova il modo di tornare in partita. Sfortunata la squadra di Giampaolo a segnare una sola volta, finisce 3-2 e un’Inter culattona come poche altre volte può tirare un sospiro di sollievo.

Con questo culo nulla le è precluso, le altre sono avvertite. Il saldo dei pali a favore/pali contro resta ancora nettamente positivo per i nerazzurri, sempre baciati dalla buona sorte. Il balbettante finale con la Samp, dopo una partita rinunciataria degli avversari, la dice lunga sulla reale dimensione della compagine di Spalletti.

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