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Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

settembre 23, 2018
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BizzVar

    • Jackie Miley detiene la più grande collezione di Teddy Bears: ne ha oltre 8mila, raccolti negli Stati Uniti ma anche in altri 29 paesi in giro per il mondo.
    • André Ortolf detiene il record della corsa più veloce seduto su una sedia girevole per ufficio: ha percorso 100 metri in 31,92 secondi.
    • Il gruppo denominato Portland Promise Center ha realizzato la più grande Tape Ball, una sfera fatta di nastri adesivi: pesa 907.18 kg e ha una circonferenza di 3.89 m.
    • You Jianxia è la donna che detiene il record delle ciglia più lunghe: le ciglia dell’occhio sinistro misurano 12,4 cm.
    • Hunter Ewen ha stabilito il record di maggior numero di palloncini gonfiati in un’ora: 910.
    • Brad Ladner, di Roswell (Georgia, Usa) possiede la più grande collezione al mondo di cimeli di Batman: 8.226 pezzi.
    • La modella russa Ekaterina Lisina ha le gambe più lunghe del mondo: oltre 132 cm.
    • Wendy Suen detiene la più grande collezione di boule de neige: ne possiede 4.059 (ultima rilevazione: novembre 2016).
    • Il coniglio Bini (in arte Bini the Bunny) detiene il record di schiacciate a canestro in un minuto per la categoria conigli: 24 (ottobre 2016).
    • La squadra di calcio Internazionale Fc Milano (Italia) nella stessa settimana: 1) ha vinto due partite al 93′ minuto dopo aver giocato demmerda almeno metà delle relative partite; 2) si è vista annullare nella stessa partita due gol con l’ausilio di un dispositivo chiamato VAR (Videoassistant Acazzofinorausated Referee) che si credeva ormai caduto in disuso; 3) si è vista annullare un gol dal predetto Var con l’esame retroattivo dell’azione più lungo della storia (nel fotogramma decisivo, esaminato con il microscopio elettronico a scansione, si è notato effettivamente il ciuffo del giocatore Serena Aldo sopravvanzare di un centimetro la figura del difensore Vierchowod Pietro); 4) si è vista espellere l’allenatore Spalletti Luciano con la motivazione “eccessivo impeto nell’esultanza guardando in camera con occhi spiritati senza essere autorizzato”; 5) ha mandato tutti affanculo, così, due volte, per puro senso di liberazione, gioia e fiducia nel futuro.

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settembre 19, 2018
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Inter-Tottenham: appunti di un tifoso

(last saved 18/09/2018 20:38) E quindi bòn, ci siamo tolti subito anche questo pensiero: gli 8 punti di svantaggio in campionato in teoria  li puoi anche recuperare, forse, un giorno, chissà, per uno strapuntino sul podio, ma se perdi in casa lo scontro diretto con la tua competitor per un posto nel paradiso della Champions, ecco, sei fottuto. E noi, appunto, siamo fottuti. Al 18 settembre già sull’orlo della disperazione e rassegnati a pianificare altrimenti le nostre serate infrasettimanali. Per dire, io sono un feticista di Chi l’ha visto? e il mercoledì per me è già a posto. Voi, non so. Vabbe’, ci penseremo con calma. Spalletti, invece, con quanta calma penserà al modo di tirarci fuori da questa palude dove l’ignavia e la sfiga nera live together in perfect harmony? Comincio a essere un po’ stufo (ed è solo il 18 settembre: ma come ci arrivo a maggio?) di questa squadra impaurita e impigrita mentalmente, 11 Handanovic che nel dubbio non si tuffano, quando qui ci vorrebbero lucidità e sfacciataggine, oltre a un po’ di culo, questo no, non pianificabile. Quel gollonzo di merda non mi farà dormire per qualche notte, ma noi ce l’avremmo mai fatta a segnarne uno? A un mese dall’inizio del campionato, a 32 giorni da quella serata merdosa di Sassuolo, perchè siamo qui a barcamenarci tra gente che si spompa in fretta o, all’opposto, che nemmeno riesce a scaldarsi in tempo per incidere prima che l’arbitro fischi tre volte? Ma cos’è ‘sta robaccia, santa madonna? Chi ci ha fatto la fattura? Altro che anti Juve, non siamo nemmeno l’anti Spal. E la Champions puff! è già finita, 6 anni e mezzo di attesa della musichetta e perdi in casa contro il Tottenham, questa purtroppo è la  

(last saved 18/09/2018 20:45) Io penso che firmerei per l’opzione “Icardi non fa un cazzo di significativo per 85′ minuti e poi la mette al volo da 20 metri rasoterra nell’angolino” perchè sarei rassicurato dal sedermi sul divano già sull’1-0,  amo i gol al volo da 20 metri e ritengo che Icardi sia molto meglio averlo che non averlo anche se c’è sempre qualcuno che storce il naso per lui e la Wanda. E firmerei anche l’opzione “Inondami per tutta l’estate di foto nudo mentre fai la doccia con uno sticker a coprire il pacco purchè quando torni ne metti una trentina a stagione” perchè non me ne frega un cazzo delle foto, a me interessa che tipo arriva un cross dalla sinistra preciso  preciso (non so se avete colto la novità pazzesca di questa cosa, un cross da sinistra preciso preciso) e Maurito con istinto, tecnica e faccia da culo la prende in pieno e la indirizza nell’angolo e viene giù lo stadio, mi interessa perchè sono un interista basico e sentimentale. Tanto sentimentale che non sono nemmeno così incazzato per questo fottuto 1-1 col Tottenham, la partita più importante del girone che quindi iniziamo già in rincorsa. Vabbe’, ma poteva andare peggio, e poi ci siamo goduti questo pezzo di poesia calcistica e di questi tempi non è poi così male e quindi

(last saved 18/09/2018 20:59) No, perchè la partita finisce quando arbitro fischia, e nel frattempo i due peggiori in campo fanno due gol meravigliosi e lo stadio trema tipo Mururoa e il divano ribolle di entusiasmo e ‘sti grandissimi cazzi di tutto quello che è successo nei primi 85 minuti perchè nessuno ricorda più nulla nitidamente. Siamo in testa al girone di Champions dopo aver rischiato di finire prima di cominciare. Il calcio – lo sport – conserva sempre questi aspetti misteriosi e strappamutande che ti ribaltano la più frustrante delle serate e ti rinconciliano con il mondo. Ho il vago retrogusto di quegli 85 minuti a inseguire fantasmi e a catalogare i nostri problemi uno a uno, tanti da far paura. Ma mentre in video vanno in loop i gol della partita (quella orrida beffa della rete inglese, la liberazione dei nostri palloni  benedetti e incandescenti) io lascio fluire i sogni più irragionevoli e pigio i tasti del pc. Un’ora prima stavo ammainando la bandiera, adesso cerco Madrid su Easy Jet a fine maggio. I biglietti non sono ancora in vendita. Ho messo un alert, aspetterò di sentire un plin! non so bene quando. Magari nel frattempo ne avremo presi sei dal Psv, ma che si fotta questo razionalismo: amala, amiamola, e vaffanculo.

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settembre 15, 2018
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Il Var è morto e anche l’Inter non si sente molto bene

C’è così tanto da dire di questa disgraziatissima partita con il Parma che un argomento è meglio spuntarlo subito: il gol di Dimarco (il tiro della vita suo, dei figli, dei nipoti e dei bisnipoti) NON è colpa di Handanovic. Certo, se in quelle zone grigie della sua mente (lo prendo? non lo prendo? mi si nota di più se mi tuffo o non mi tuffo?) il nostro portierone decidesse comunque, anche solo a livello accademico, si stendersi in tutta la sua ampiezza verso la traiettoria del tiro, non sarebbe necessario doversi guardare 300 dolorosissimi replay per sentenziare che: no, non l’avrebbe preso neanche Higuita facendo lo scorpione con la displasia dell’anca.

Veniamo al resto. Se il possesso palla è tuo per due terzi, tiri verso la porta 20 volte e non vinci – anzi, poi la perdi – c’è sicuramente della sfiga e ci sono altrettanto sicuramente dei problemi – problemi anche seri, avrebbe detto Dalla – più o meno nella stessa proporzione del possesso palla. 20 tiri possono dire tanto o quasi nulla. Intanto, se non ne entra uno. E poi se li cataloghi e ti accorgi che togliendo i tiracci del Ninja e le azioni passate da Perisic (l’unico vero nostro schema: datela a Ivan, magari qualcosa succede), ti resta poco poco. Pochi come i 4 punti e i 4 gol in 4 partite, soprattutto se rapportati ai presunti 12 punti da fare con questo calendario più morbido rispetto alle altre, e invece diventato durissimo.

Spalletti ha detto una verità, sintetizzabile così: cosa devo dire a ‘sti ragazzi, non sono una squadra presuntuosa. Eh, bravo, e quindi? Se non pecchiamo di presunzione, di cosa stiamo peccando? Di pesantezza di corpo e di mente? Di idee poche e confuse? Di condizione complessiva ancora da trovare – cazzo! – a un mese dall’inizio del campionato, a tre giorni dal tuo ritorno in Champions dopo un’assenza di sei edizioni, alla vigilia di un ciclo di partite serratissimo, una ogni tre giorni? E Spalletti – che si assume come da copione la responsabilità – di cosa sta peccando? Perchè dà sempre l’impressione di sbagliare le scelte di inizio gara e pure quelle del durante? Perchè – per dirne una – manda sempre in asfissia il centrocampo? Se Brozovic dovesse fare causa per mobbing, io testimonierò per lui, per dovere civico e morale.

Cioè, questa è la situazione a tre giorni dall’arrivo del Tottenham: roba che quando attaccherà la musichetta saremo presi da un attacco generale di cacarella, tutti, tra campo e spalti, perchè di Berardi e di Dimarco il mondo è pieno e il Tottenham ne avrà minimo sei o sette. Forse, li preferivo un po’ presuntuosi. Vabbe’, sarà una vigilia con un po’ di pathos. Che, in fondo, ci mancava.

Detto tutto questo (perchè i problemi sono al punto 1 e i mulini a vento vengono dopo, se vuoi essere serio), vogliamo parlare dell’arbitraggio? Perchè se questo è lo standard che ci aspetta, preparate i fazzoletti (per piangere e per le pagnolade). La non-ammonizione del portiere del Parma per avere interrotto il gioco ributtando in campo un secondo pallone (stavamo battendo un angolo e loro non erano schierati) è stata scandalosa e ha colorato subito di grottesco l’intero pomeriggio del signor Manganiello, uno spettacolo complessivamente brutto da vedere e culminato con l’episodio del fallo di mano di Dimarco sulla linea di porta. La traiettoria della palla era inequivocabile (con quale parte del corpo, se non il gomito, avrebbe potuto deviarla verso il basso?), il rigore era clamoroso. Ma il rigore non ce lo hanno dato, e la partita l’abbiamo persa.

Il Var è morto, ragazzi, e forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta che sia vivo e vegeto. Oggi, a San Siro, se ancora rantolava ha avuto il colpo di grazia. Lo abbiamo inventato e l’abbiamo ucciso nel giro di un annetto. Sarà usato per casi abnormi, una volta ogni due giornate, giusto per sentire dire che funziona. Una prece. E’ stato (quasi) bello, ti ricorderemo per quei solari e impertinenti rigori contro la Juve che nessun arbitro avrebbe mai fischiato. Infondeva un senso di giustizia e sicurezza, il Var, in un rapporto dare-avere in cui riconoscevi un fondo di oggettività. Non ha nemmeno deciso il campionato, che la Juve ha vinto comunque (quasi) in carrozza. Era addirittura piaciuto alla Fifa, che lo ha portato al Mondiale. Giusto così: in un paese che sogna il ritorno al servizio militare e alle vaccinazioni fai-da-te, poi, era un pericoloso – quasi visionario – strumento di modernità.

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settembre 4, 2018
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Il Fpf, l’auto di Dalbert e la griglia di Lautaro

Sei scandalizzato perchè Gagliardini non è in lista Champions? Niente, ti devi rassegnare: ancora per 17-18 anni saremo sottoposti ai vincoli del Fair Play Finanziario, il rigoroso progetto sadomaso introdotto dal comitato esecutivo Uefa nel settembre 2009 con l’obiettivo di fare estinguere i debiti contratti dalle società calcistiche (per adesso una sola: l’Inter) e a indurle nel lungo periodo a un auto-sostentamento finanziario.

Sono provvedimenti molto pesanti, che coinvolgono la società a 360 gradi. La cosa di Gagliardini può fare impressione, ma limitandosi alle ultime settimane sono innumerevoli gli episodi che hanno riguardato l’inter e i suoi tesserati. Eccone un breve sunto:

– la moglie di Ausilio si è vista contestare lo scontrino della spesa all’Esselunga di via Lorenteggio: “Lei ha comprato sei confezioni di Gocciole, ma in lista poteva metterne solo tre. L’Uefa è chiara in proposito”. Trovato l’accordo dopo mezz’ora di trattativa: fatico ok alle sei confezioni ma suddivise in 2 Gocciole, 2 Ringo al cioccolato e 2 Oro Saiwa basic.

– l’Uefa ha contestato la distribuzione delle auto ai giocatori: secondo un ricalcolo con i parametri FPF, ai singoli tesserati va assegnata l’auto in base al prezzo di acquisto, al prezzo di mercato attuale e all’eventuale plus/minusvalenza. Nel corso di una breve cerimonia sul retro del Centro Suning, Joao Mario ha restituito la sua Volvo XC90 e si è visto consegnare una Daewoo Matiz incidentata del 2004. Nuove auto anche per Gagliardini (una Seat Marbella di terza mano) e Dalbert (una Fiat Stilo appartenuta a un tassista di Milano, 470mila km seppur regolamente tagliandata). Brozovic, che ha visto una Corolla tre volumi del 2009 parcheggiata vicino alla porta carraia, non si è presentato alla verifica adducendo motivi familiari.

– problemi per i figli di Icardi/Wanda Nara iscritti alla gita a Garlaland del 22 settembre con l’oratorio della parrocchia di viale Caprilli (bus turistico, pranzo al sacco, biglietto compreso 45 euro a testa): “Cinque no, ne possono venire solo tre“. Il prete, con una mossa ecumenica apprezzata dalla famiglia, alla fine ha tagliato un figlio della colonia Maxi Lopez e una figlia di Icardi.

– altri problemi per Dalbert. Nella lista per l’assegnazione di un alloggio delle case popolari di Sesto San Giovanni (Zhang Jindong in persona gli ha tolto l’appartamento di Milano dopo la prestazione di Sassuolo nonostante l’intercessione di Spalletti), il francese è stato retrocesso di 250 posti. L’Aler ha fatto sapere di essersi dovuta piegare alle norme Uefa: “Non è tanto perchè è straniero e risiede qui da meno di cinque anni, il problema è che non è di formazione italiana”.

– all’assemblea del condominio “Bella San Siro”, bocciata la richiesta di installare in cortile un barbecue da 2 metri x 4 per l’asado da parte del neo inquilino Lautaro Martinez. Alla garbata protesta dell’argentino (“Figa, c’ho più millesimi io di tutti voi messi insieme”), l’amministratore ha opposto il regolamento Uefa: “Il problema è il raffronto con la lista 2016/17, il budget è aumentato, gli argentini sono diminuiti e comunque hai rotto il cazzo, non tolgo un posto auto per la tua carne di merda”.

– l’Inter club “Spadino Robbiati-Prima gli italiani” di Pontida ha depennato sei iscritti perchè non cresciuti nel vivaio: un kebabbaro turco di Palazzago, tre cinesi del ristorante “La Muraglia di Sotto” di Almenno San Salvatore e una coppia di badanti ucraine di Ponte San Pietro, tifose dell’Inter dai tempi della Dinamo Kiev 2010.

– lo spogliatoio rinuncerà a far data dall’1 ottobre 2018 al tradizionale e simpatico rito nonnista del compleanno: D’Ambrosio, a nome dei compagni, fa sapere che l’Uefa infatti non consente più l’acquisto di uova e farina in un’unica sessione di mercato. Pare che siano da controbilanciare gli sprechi della stagione 2015/16, quando Nemanja Vidic (per un problema legato alla scarsa padronanza dell’italiano) confuse i concetti di “confezioni” e “quintali” prima di ordinare uova e farina alla Lidl di Appiano Gentile per festeggiare il compleanno di Palacio.

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aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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aprile 8, 2018
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La ruota che (non) gira

Ci contavano i pali, adesso non li contano più. Ci calcolavano il culo, adesso non lo calcolano più. Sono diventati esercizi inutili perchè ormai, a romperci il cazzo, ci pensa da solo il Fato. E mica da oggi. Domenica 11 marzo, ventottesima giornata, mentre noi ci facevamo un paiolo tanto per pareggiare 0-0 in casa col Napoli – partita che almeno segnava una svolta sostanziale dopo l’interminabile serie delle mozzarelle nerazzurre – accadevano le seguenti cose: la Lazio pareggiava al 90′ una partita già persa con un colpo di tacco alla sperindio da venti metri che manco al campetto, e il Milan vinceva al 90′ una partita già pareggiata con il primo gol in campionato di un centravanti di cui si erano dimenticati gli stessi cuginastri. Noi un punto, sudando sette camicie, gli altri tre: al novantesimo, gratis.

Oggi, a Torino, al minuto 36′, Belotti in azione di contropiede non sa a chi passare il pallone, corre, rallenta, si guarda in giro, non sa cosa cazzo fare,  si mette a litigare con i compagni, del tipo “qualcuno si smarchi o vi ammazzo a mani nude”. Perisic in rimonta da dietro allunga il gambone e gli toglie la palla. Che finisce dritta a De Silvestri, come Belotti non avrebbe saputo fare. Che la crossa a Ljajic, che al mercato mio padre comprò e la mette dentro.

Per dire che – al netto di tutto il resto – il culo ti assiste o non ti assiste, e se non ti assiste sono veramente cazzi.

Quella dell’11 marzo fu una domenica sanguinosa, per noi, e questa non lo è stata di meno: un vorticoso giro di uccelli paduli ha tenuto al palo la Roma e un po’ anche il Milan, ma tre punti persi d’un botto dalla Lazio pesano di brutto.  E’ chiaro – non è una grande novità, ma giova ricordarlo – che a questo punto del campionato, con il duello-scudetto ancora in corso, la corsa per l’Europa aperta a molte soluzioni e con sette squadre ancora impelagate nella lotta per la salvezza, non esistono partite facili o difficili: esistono partite, punto, da vincere o almeno pareggiare, guardando di sguincio – e con angoscia – quello che combinano le tue dirette avversarie. Sarà così per le ultime sette giornate, quindi prepariamoci.

Il problema è il culo.

In questo momento, e da molte settimane, forse mesi, l’Inter non ne ha, o ne gode random, e comunque sempre in misura minore alla sfiga che incombe e l’attanaglia. Prendi le ultime due partite. A leggere che abbiamo fatto un punto senza segnare un gol, ti verrebbe da dire: che merda. Se però le partite le hai viste, allora ti puoi macerare nel dubbio: cosa abbiamo mai fatto di male, e a chi, e quanto, per avere fatto un punto invece di almeno quattro se non di sei? Com’è che abbiamo perso a Torino tirando 15 volte e battendo 16 angoli a 1? Com’è che giochiamo, creiamo, corriamo, mordiamo e non incassiamo?

L’Inter di queste due ultime partite – 1 punto, 0 gol, 30 tiri, 25 corner, 50 azioni d’attacco, 100 cross, 1 milione di calorie lasciate sul prato – avrebbe fatto a fettine qualsiasi avversaria cui abbiamo devoluto punti nei due mesi e mezzo di buco nero. E oggi non avremmo problemi, o ne avremmo molti meno. A parte non l’avere segnato e di conseguenza non avere vinto, cosa puoi rimproverare all’Inter vista con Milan e Torino? No, ma ve la ricordate l’Inter con la Spal, il Crotone, il Genoa, o quella dei primi 60′ col Benevento?

Certo, non si può certo essere fatalisti al mille per mille, e affidarsi solo ai capricci della Fortuna. Non vincere due partite cruciali senza segnare un gol è sintomo anche di un qualcosina che non va: tipo che se è il caso entri in porta col pallone, e invece no, ti fermi appena prima. No buono. Ma c’è di sicuro una cappa merdosa che rende vagamente marrone il cielo sopra questa Inter,  un cappa in cui al non-culo aggiungi sfumature di Var millesimato (cioè al millimetro) e interpretazioni un po’ così. Altri segnali che da questo pantano ti devi tirare fuori da solo, rigorosamente da solo.

Di bello c’è che ce la possiamo fare, e questo ce lo dice quello che abbiamo visto nell’ultimo mese. Per arrivare terzi o quarti in questo campionato siamo discretamente attrezzati e oggettivamente in un buon momento. A me l’Inter del derby e l’Inter di Torino è piaciuta. E’ un’Inter che non ha segnato, purtroppo, ma tutto il resto l’ha fatto bene. Un’Inter a cui non puoi rimproverare nulla di quello che le rimproveravi due e tre mesi fa, tipo impegnarsi, attaccare, tirare fuori i coglioni, quelle robe lì.

Avere sfiga è una brutta cosa, ma c’è qualcosa di peggio: cioè arrendersi all’evidenza di avere sfiga. Perchè è tutto ancora lì, a portata di mano. Basta aggrapparsi, non mollare, aspettare che la ruota giri. E’ tutto semplice e terribilmente complicato al tempo stesso, ma un finale di campionato sul velluto e dove tutti ti regalano la qualunque – almeno per noi – non l’hanno ancora inventato.

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febbraio 22, 2018
di settore
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Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

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gennaio 22, 2018
di settore
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Bomba o non bomba

Nell’ambito del Champions League Second Row Qualification Challenge – l’avvincente mini-torneo attualmente in corso fra tre società per due posti in Champions, che si protrarrà per i prossimi quattro mesi – si è disputato allo stadio Meazza di Milano lo scontro diretto tra Inter e Roma, le squadre meno in palla del mini-torneo e, per estensione, di buona parte del campionato. Due squadre che nelle ultime sei giornate, 12 partite complessivamente, hanno vinto una (1) volta, al 95esimo, rubando in barba ai nuovi dispositivi tecnici a disposizione (Roma-Cagliari).

Questo è.

E’ stato un incontro non bellissimo, tra due squadre per le quali perdere contro l’altra sarebbe stata una sciagura, vincere sarebbe stato un Bingo oltre ogni aspettativa e pareggiare, beh, ecco qua, è stato pareggiare, prendersi un punto per uno e – come direbbe un commentatore dell’Australian Open – allungare il match.

Ho una visione sicuramente di parte delle cose, una visione da innamorato irragionevole, ma credo che la Roma oggettivamente stia peggio di noi (hanno messo via la maglia di Handanovic senza neanche lavarla, Alisson ha chiesto un ritocco dell’ingaggio). Soggettivamente – cioè per tutto il resto, che è tanto -, ci dobbiamo rassegnare all’evidenza che nessuno ci regalerà niente e dunque a metterci del nostro per scavare un solco nel mini-torneo, o comunque per rimanere in bolla fino alla fine. E se guardo alle sei partite senza vittorie continuo a pensare che non è tutto da declinare al brutto, tanto meno al pessimo. E’ stato un ciclo durissimo (Juve e Fiorentina fuori, Lazio e Roma in casa, la condizione in calo discendente, la Coppa Italia a complicare le cose di gambe e di testa) in cui abbiamo perso – male – le due più facili e pareggiato le più difficili, senza prendere gol da Juve e Lazio, prendendone uno dalla Fiorentina al 92′. Avessimo vinto anche solo una delle due partite facile, non saremmo qui col broncio generalizzato.

Il difficile è passato, adesso viene il difficilissimo. Cinque partite in cui torneremo ufficialmente a non avere scuse. Cinque partite pre-derby in cui bisognerebbe fare 15 punti e in cui l’uso del condizionale non dovrebbe essere ammesso. Cinque partite da vincere dopo sei senza vittorie (otto, considerando la Coppetta). Non ci sarà mercato di gennaio a cambiare le cose in maniera determinante nè per noi nè per gli altri (magari in peggio per la Roma, volesse il cielo), questi siamo e con questi arriveremo a domenica 20 maggio, arriveremo a Roma, bomba o non bomba.

Santon non migliorerà più, Gagliardini non diventerà Chuck Norris, Eder non segnerà mai,  Candreva non evolverà, Brozovic non terrà il collo fermo, eccetera, eccetera, eccetera, ecceterà. Questi siamo, nel mini-torneo, ce la possiamo giocare bene come ce la siamo giocata finora. La Lazio sembra il Barcellona ma non è il Barcellona, noi a volte sembriamo il Brescia ma siamo l’Inter e quando ce ne ricordiamo ci costruiamo dieci palle gol con la Roma e manco ce ne accorgiamo. E’ anche una questione di testa, comprese tutte le nostre da tifosotti non ancora settati a dovere.

Quindi, con serenità, attendiamo intanto il verdetto dei recuperi di mercoledì. La Lazio trova un’Udinese profondamente diversa da quella che stava per affrontare quel pomeriggio di pioggia (la fragilissima Udinese di Delneri). La Roma va a Genova con la Samp che, vincendo, potrebbe trasformare il mini-torneo a tre in un gironcino a quattro dove la terza dovrebbe armarsi di pannolone. La vita è bella, ragazzi, su con il morale.

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dicembre 20, 2017
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Christmas Party, la classe non è acqua

Mentre altre squadre di Milano annullavano la festa di Natale optando per un più sobrio ritiro punitivo alla Cayenna, l’Inter festeggiava il ritorno fra gli umani (cioè la fine dell’imbattibilità) con il tradizionale Christmas Party, ormai un appuntamento classico dell’inverno milanese in cui i più genuini valori dello sport si fondono con la raffinitezza delle scelte tipicamente fashion. Ecco, in alcune immagini scattate alla festa nerazzurra, allietata dalle note di Max Pezzali, come l’interismo si dimostra vieppiù una tendenza, una moda, un gusto innato (cose che peraltro sapevamo).

ch1

Davide Santon (voto: 7,5) si presenta alla festa in un elegante total black con papillon, mentre la moglie Chloe (voto: 5), che non è italiana, cade in uno spiacevole equivoco – aveva capito “Carnevale” – e si presenta in costume da Batgirl sexy, provando a sdrammatizzare con un largo sorriso davanti ai fotografi sbalorditi in attesa che la tata arrivasse con un vestito vero.

ch9

Antonio Candreva (voto: 5,5) opta per un serioso doppiopetto nero da manager delle pompe funebri, suscitando l’ilarità di Andrea Ranocchia (voto: 6,5) che va sul sicuro con un abito della festa da bravo ragazzo, simbolo della ritrovata serenità.

ch3

L’eleganza e la semplicità premiano sempre e Steven Zhang (voto: 8) si dimostra ancora una volta a suo agio nei panni dell’occidentale alto di gamma. Non male anche Luciano Spalletti (voto: 6) che sceglie un elegante e paraculo cromatismo nero e azzurro, inspiegabilmente prostrato da una cravatta stile sacco nero condominiale.

ch2

Danilo D’Ambrosio (voto: 6) sceglie una soluzione classica e di sportiva eleganza, che peralto – data la sua rudezza da terzino – lo fa confondere in più occasione con i camerieri del catering. Bene ma non benissimo la moglie Enza (voto: 5), vestita da cosplayer di Pretty Woman.

ch7

Inqualificabile abito da pomeriggio ad Ascot per Francesco Toldo (voto: 5), mentre Luis Suarez (voto: 5,5) sceglie bene il vestito, ma poi non trova la cravatta e prende a caso da un cassetto quella sociale di 18 anni fa in versione tarocca, comprata a 10mila lire in un chioschetto nel parcheggio esterno di Appiano Gentile.

ch6

Joao Mario (voto: 8) impeccabile nell’abito, nella sciarpetta, nel portamento, nel sopracciglio e nello sguardo malandrino a metà tra Rodolfo Valentino, Lewis Hamiltom e Lawrence d’Arabia. Eleganza e sintomatico mistero, metrosexualismo a livello Beckham. Se questa foto diventa un minimo virale, si candida a icona gay del 2018.

ch8

Ciccio Colonnese (voto: 5,5) osa troppo con un look a metà tra Amedeo Minghi e David Copperfield, mentre Salvatore Fresi (voto: 5) al contrario punta eccessivamente sul minimal con un abito Facis comprato al Carrefour e uno smartphone al posto del fazzoletto.

ch10

La coppia più ammirata della festa: Mauro Icardi (voto: 7) sfoggia un elegante abito modello Don Diego de la Vega con cravatta smilza alla Lionel Messi, mentre per Wanda Nara (voto: senza voto) non c’è voto, non c’è parola, non c’è aggettivo, non c’è reggipetto.

ch11

Javier Zanetti (voto: 7) punta al blu con sicurezza e con maglioncino in stile Marco Branca, Piero Ausilio (voto: 6) si accorge di non brillare per originalità e come al solito fissa un punto indefinito quando gli scattano una foto, mentre Billy Bob Thornton (voto: 6) si affida a una soluzione senza acuti per temperare il suo naturale look maledetto.

ch5

Tra le vecchie glorie, Beppe Baresi (voto: 7) è quello vestito con la soluzione più semplice e al tempo stesso più elegante. Non sfigura nemmeno Spillo Altobelli (voto: 6) colto però nel momento imbarazzante in cui cerca di vendere a un prezzo di favore il suo cellulare al vecchio compagno di tante battaglie.

ch14

Gioco, partita e incontro: i coniugi Nagatomo (voto: 9) vincono alla stragrande. Ormai Yuto è un punto di riferimento totale: miglior voce, miglior look, miglior prolungamento del contratto. No, facciamoci delle domande.

ch12

E veniamo al caso della serata. Mentre, a destra, Joao Miranda (voto: 6,5) sorride intabarrato nel suo smoking modello Notte degli Oscar, che lo fa sinistramente assomigliare a Sammy Davis jr, a sinistra Milan Skriniar (senza voto) si mostra fiero della sua scelta stilistica: giacca dello smoking di due taglie più piccola, camicino bianco comprato all’Auchan di Cesano Boscone, jeans, sneakers e niente calze.

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Skriniar, a suo completo agio tra gli elegantoni della festa, posa con Andrea Pinamonti e Zinho Vanheusden cui, con un atto di nonnismo, ha fatto togliere la cravatta. Il significato del suo sguardo al fotografo non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Scatta alla svelta che li devo portare a troie”.

ch13

Come Nagatomo, anche Skriniar è ormai un punto di riferimento irrinunciabile per lo spogliatoio: qui trascina Marcelo Brozovic (voto: 6), pettinato alla cazzo ma vestito in maniera stranamente normale, in una irresistibile gag che strappa un’altra risata a Ranocchia, un uomo ormai visibilmente rinato.

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dicembre 10, 2017
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Non perdiamo mai

Il momento più bello della partita è stato il dopo-partita. Quando alle domande dei cronisti avrebbero tutti potuto rispondere soddisfatti di averla sfangata (0-0 in casa della Juve, di sicuro non sono due punti persi, non lo sono mai stati) e invece non lo ha fatto nessuno, da Spalletti all’ultimo dei giocatori arrivato a tiro di microfono. Tutti a sottolineare – a confessare, quasi – che va tutto bene, ovvio, ma che avrebbero potuto fare meglio e osare di più. Ed è tutto positivo – il punto, la consapevolezza, la sincerità – ed è tutto vero – l’impresa ma anche quel passo indietro rispetto a Napoli, dove fu uno 0-0 un po’ più spavaldo con i Sarri-boys nel loro momento migliore. Bello, bene: se non ci si accontenta si ragiona da capolista, da squadra vera.

Il punto va pesato e soppesato. Abbiamo portato a casa uno 0-0 all’Allianz Fragile Stadium dove a) la Juve segnava da 44 partite consecutive e b) dove la Juve vince tipo 16-17 partite a campionato. Un pareggio che ci mantiene imbattuti, vitali e lanciati dopo 16 giornate. Imbattuti con i tre peggiori scontri diretti giocati in trasferta, cinque punti e un solo gol subito. Imbattuti e con la miglior difesa del campionato, che peraltro è la base essenziale per restare imbattuti. Quindi imbattuti razionalmente, non a cazzo: e 16 partite sono tante, quasi metà torneo.

C’è anche l’altro lato della medaglia, parlandone da vivi (cioè imbattuti): dopo l’incasellabile vittoria di Roma, partita folle se ce n’è una, e il confortante pareggio di Napoli (il nostro primo figurone quanto a solidità), è arrivato questo pareggio a Torino che dà molte conferme e segna anche alcune distanze. La Juve ha fatto meglio e di più, non ha vinto perchè non ha segnato (avendo il quadruplo delle occasioni) ma esce comunque molto sollevata dal trittico Napoli-Champions-Inter che la rilancia a tutti i livelli, mentale e anche fisico. L’Inter deve fare tesoro del bello e del brutto di questo pareggio, soprattutto del brutto: che non avremmo segnato probabilmente mai anche con 90′ altri minuti a disposizione, che se ci neutralizzano i nostri sbocchi naturali non abbiamo mai armi sufficienti per cambiare il corso delle cose e che a difendere siamo strepitosi ma per vincere – e restare in vetta, e fronteggiare la concorrenza di quattro squadre che non mollano quasi mai – bisogna imporsi. Anche a Torino, anche con la Juve.

E’ bello poter fare tutti ‘sti discorsi, no? Fare un po’ i malmostosi dopo un pareggio a Torino, che statisticamente è una mezza vittoria. Rimproverare alla squadra un atteggiamento un po’ troppo passivo contro la vincitrice degli ultimi sei scudetti.  Forse è il segno, il sintomo di un’ambizione che riaffiora prepotente e che contagia tutto l’ambiente. Spalletti chiude l’intervista dicendo che non ci manca niente, che siamo a livello della Juve, che avevamo le loro stesso possibilità di vincere o di non perdere: ecco, dobbiamo pensare così tutti, dal campo al bar sport. Ma non per stare sopra le righe: no, per inseguire un obiettivo che ci compete.

Stavamo tornando quelli che non vincono mai, oggi siamo quelli che non perdono mai. Che è uno straordinario upgrade. Imbattuti nel campionato più equilibrato e livellato verso l’alto degli ultimi (boh, chi si ricorda?) anni. L’affollamento in vetta può essere il miglior stimolo a non distrarsi, ora che entriamo nella sempre pericolosa zona panettone. Non si respirava un’aria così frizzante da sette stagioni almeno:  grazie ragazzi, e ricordatevi di osare, chè a noi ci piacete un casino quando lo fate.

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