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dicembre 28, 2017
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Viva la Rai (tu dimmi da che parte stai)

Grazie a internet ci si mette un minuto: qualche clic e un doveroso incrocio di informazioni ed ecco un raggio di luce illuminare gli oscuri e misteriori motivi per cui Giunone è incazzata con Enea, i pisani odiano i livornesi (e viceversa, ovviamente), The Joker ha un problema con Batman e Selvaggia Lucarelli ce l’ha a morte con Asia Argento (e viceversa, ovviamente).

Ma, di preciso, cos’ha mai fatto l’Inter alla Rai?

Clicco e riclicco e non trovo una cippa. L’Inter, è notorio, non gode di buona televisione. Ormai alle derive di Sky e di Premium ci abbiamo fato il callo e ne abbiamo colto (più o meno) le intime motivazioni, tra aziendalismi assortiti, retropensieri spinti e dna dei commentatori. “Molti nemici molto onore” è uno slogan destro e un po’ sinistro, ma è giusto per rendere l’idea. Lo sappiamo, bòn, nella vita c’è di peggio di qualche prostituto intellettuale e stiamo pur sempre parlando di quattro calci a un pallone. Ma la Coppa Italia 2017/18 ha aperto un nuovo scenario. Tirando in ballo la Rai, di cui ogni tanto dimentichiamo l’esistenza e che con la Coppetta invece si riappropria occasionalmente del palco principale. Sia chiaro, noi mica pretendiamo trattamenti di riguardo (per carità!) o le telecronache tifose (che sono una pagliacciata). Ma…

… di preciso, cosa abbiamo mai fatto alla Rai?

Riavvolgiamo il nastro e torniamo alla sera di Inter-Pordenone, 12 dicembre, ore 20,45. E’ chiaro a tutti che si tratta di un evento simpaticamente anomalo. Una squadra di Lega Pro che non è mai stata in A e nemmeno in B si trova a giocare 1) gli ottavi di Coppa Italia 2) con l’Inter 3) capolista in Serie A 4) a San Siro 5) in diretta 6) in chiaro 7) sulla tv di Stato. Bum! Per chi ama lo sport ci sono tutti gli ingredienti per vivere con un certo pathos la vigilia e guardare con curiosità la partita. Davide contro Golia e quanto ce n’è. Anche il nostro cuore nerazzurro batteva affettuosamente per l’avventura sopra le righe del Pordenone, figurarsi quello dell’Italia non interista. Tutti col Pordenone, chiaro, giusto così. Tutti a gufare: embe’, l’avremmo fatto anche noi per un Juventus-Giana Erminio o per un Milan-Pro Piacenza.

Un po’ meno scontato, piuttosto, che anche la Rai, col passare dei minuti, si trasformi in una specie di Tele Pordenone, schierandosi senza alcun pudore giornalistico, etico, umano, professionale e  concettuale per Davide e gufando apertamente contro Golia, augurandosi ogni cinque minuti che la partita potesse andare in un certo modo, uno solo, quello più sorprendente, più clamoroso, più apocalittico, più fantasy, più orgasmoso, che al confronto il Leicester è ‘na stronzata. Durante i rigori, al match point del Pordenone sembra di stare a Berlino nel 2006. E alla fine la delusione è palpabile quando lo spietato Nagatomo mette il duemillesimo penalty: lo staff Rai è stravolto come i quattromila pordenonesi sul terzo anello blu. Minchia, è passata l’Inter, che barba, che noia, che sfiga.

Resta il dubbio: atmosfera fastidiosa, occhei, ma come non comprendere che nella specialità del momento un uomo di sport possa nutrire una naturale simpatia per il Pordenone, per quanto essa ti sfugga tamquam dal gargarozzo e sgorghi dei microfoni copiosa come l’effetto del morbo di Montezuma? Assolti per insufficienza di prove.

Il 27 dicembre, in diretta tv in chiaro su Rai1, va in scena Milan-Inter. L’Inter nel breve volgere di 15 giorni è caduta in disgrazia e arriva in pullman con gli avvoltoi sopra, ma il Milan (una squadra barzelletta in crisi epocale) è messo molto peggio. Quindi, secondo l’algoritmo Rai, al contenuto già accattivamente della partita (no, dico: il 27 dicembre al posto della replica di “Tutti insieme appassionatamente” hai in prima serata un derby dentro-fuori di Coppa Italia. Sciambola!) bisogna aggiungere un carico artificiosamente emozionale, per fare finta che la partita interessi davvero a questa accozzaglia di non-milanesi e per creare un ambiente del genere “calcio emozionante tipo (metti un Paese a caso) e non come la nostra sbobba che però vi edulcoriamo perchè pagate il canone e noi vi vogliamo ravvivare la serata”. Ergo: va in campo una squadra disperata, con un allenatore disperato, con un pubblico disperato ad affollare gli spalti mentre piove e tira vento. Sosteniamola, no?

Telecronisti e commentatori, allo stadio e nello studio, vengono rapidamente settati sulla modalità “raccontiamo una partita di merda apprezzandone lo spirito agonistico e sottolineando in ogni occasione gli sforzi della più debole e le mancanze della più forte che magari perde e quindi yeah!”.

Non è colpa della Rai se quel mollaccione di Joao Mario ha centrato a porta vuota il corpo morto di uno dei fratelli Donnarumma invece di sfondare la rete col pallone, nè se Skriniar ha azzoppato Kalinic (che non avrebbe segnato mai) facendo entrare Cutrone (che ha segnato), nè se l’Inter da quattro partite fa sostanzialmente cagare per una serie di motivi che qui non è il caso di ripetere. Ma 120 minuti di tifo mascherato sono fastidiosi per quei poveri milioni di interisti già prostrati da Brozovic eccetera eccetera.

Il dopopartita non è stato meglio della partita. L’arrivo al microfono di Gattuso (di Gattuso!) viene salutato con salamelecchi che a Pyongyang si sognano. Poco prima, dal terreno di gioco, Thomas Villa congedava Cutrone dopo l’intervista con “ora vai a fare la doccia sennò prendi freddo”. Al che ha iniziato a scendermi sangue dal naso e, arginando l’epistassi e senza più chiedermi che cosa avesse mai fatto l’Inter alla Rai (a quel punto avevo anche i miei cazzi), ho girato su Boing.

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dicembre 20, 2017
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Christmas Party, la classe non è acqua

Mentre altre squadre di Milano annullavano la festa di Natale optando per un più sobrio ritiro punitivo alla Cayenna, l’Inter festeggiava il ritorno fra gli umani (cioè la fine dell’imbattibilità) con il tradizionale Christmas Party, ormai un appuntamento classico dell’inverno milanese in cui i più genuini valori dello sport si fondono con la raffinitezza delle scelte tipicamente fashion. Ecco, in alcune immagini scattate alla festa nerazzurra, allietata dalle note di Max Pezzali, come l’interismo si dimostra vieppiù una tendenza, una moda, un gusto innato (cose che peraltro sapevamo).

ch1

Davide Santon (voto: 7,5) si presenta alla festa in un elegante total black con papillon, mentre la moglie Chloe (voto: 5), che non è italiana, cade in uno spiacevole equivoco – aveva capito “Carnevale” – e si presenta in costume da Batgirl sexy, provando a sdrammatizzare con un largo sorriso davanti ai fotografi sbalorditi in attesa che la tata arrivasse con un vestito vero.

ch9

Antonio Candreva (voto: 5,5) opta per un serioso doppiopetto nero da manager delle pompe funebri, suscitando l’ilarità di Andrea Ranocchia (voto: 6,5) che va sul sicuro con un abito della festa da bravo ragazzo, simbolo della ritrovata serenità.

ch3

L’eleganza e la semplicità premiano sempre e Steven Zhang (voto: 8) si dimostra ancora una volta a suo agio nei panni dell’occidentale alto di gamma. Non male anche Luciano Spalletti (voto: 6) che sceglie un elegante e paraculo cromatismo nero e azzurro, inspiegabilmente prostrato da una cravatta stile sacco nero condominiale.

ch2

Danilo D’Ambrosio (voto: 6) sceglie una soluzione classica e di sportiva eleganza, che peralto – data la sua rudezza da terzino – lo fa confondere in più occasione con i camerieri del catering. Bene ma non benissimo la moglie Enza (voto: 5), vestita da cosplayer di Pretty Woman.

ch7

Inqualificabile abito da pomeriggio ad Ascot per Francesco Toldo (voto: 5), mentre Luis Suarez (voto: 5,5) sceglie bene il vestito, ma poi non trova la cravatta e prende a caso da un cassetto quella sociale di 18 anni fa in versione tarocca, comprata a 10mila lire in un chioschetto nel parcheggio esterno di Appiano Gentile.

ch6

Joao Mario (voto: 8) impeccabile nell’abito, nella sciarpetta, nel portamento, nel sopracciglio e nello sguardo malandrino a metà tra Rodolfo Valentino, Lewis Hamiltom e Lawrence d’Arabia. Eleganza e sintomatico mistero, metrosexualismo a livello Beckham. Se questa foto diventa un minimo virale, si candida a icona gay del 2018.

ch8

Ciccio Colonnese (voto: 5,5) osa troppo con un look a metà tra Amedeo Minghi e David Copperfield, mentre Salvatore Fresi (voto: 5) al contrario punta eccessivamente sul minimal con un abito Facis comprato al Carrefour e uno smartphone al posto del fazzoletto.

ch10

La coppia più ammirata della festa: Mauro Icardi (voto: 7) sfoggia un elegante abito modello Don Diego de la Vega con cravatta smilza alla Lionel Messi, mentre per Wanda Nara (voto: senza voto) non c’è voto, non c’è parola, non c’è aggettivo, non c’è reggipetto.

ch11

Javier Zanetti (voto: 7) punta al blu con sicurezza e con maglioncino in stile Marco Branca, Piero Ausilio (voto: 6) si accorge di non brillare per originalità e come al solito fissa un punto indefinito quando gli scattano una foto, mentre Billy Bob Thornton (voto: 6) si affida a una soluzione senza acuti per temperare il suo naturale look maledetto.

ch5

Tra le vecchie glorie, Beppe Baresi (voto: 7) è quello vestito con la soluzione più semplice e al tempo stesso più elegante. Non sfigura nemmeno Spillo Altobelli (voto: 6) colto però nel momento imbarazzante in cui cerca di vendere a un prezzo di favore il suo cellulare al vecchio compagno di tante battaglie.

ch14

Gioco, partita e incontro: i coniugi Nagatomo (voto: 9) vincono alla stragrande. Ormai Yuto è un punto di riferimento totale: miglior voce, miglior look, miglior prolungamento del contratto. No, facciamoci delle domande.

ch12

E veniamo al caso della serata. Mentre, a destra, Joao Miranda (voto: 6,5) sorride intabarrato nel suo smoking modello Notte degli Oscar, che lo fa sinistramente assomigliare a Sammy Davis jr, a sinistra Milan Skriniar (senza voto) si mostra fiero della sua scelta stilistica: giacca dello smoking di due taglie più piccola, camicino bianco comprato all’Auchan di Cesano Boscone, jeans, sneakers e niente calze.

ch16

Skriniar, a suo completo agio tra gli elegantoni della festa, posa con Andrea Pinamonti e Zinho Vanheusden cui, con un atto di nonnismo, ha fatto togliere la cravatta. Il significato del suo sguardo al fotografo non lascia spazio ad altre interpretazioni: “Scatta alla svelta che li devo portare a troie”.

ch13

Come Nagatomo, anche Skriniar è ormai un punto di riferimento irrinunciabile per lo spogliatoio: qui trascina Marcelo Brozovic (voto: 6), pettinato alla cazzo ma vestito in maniera stranamente normale, in una irresistibile gag che strappa un’altra risata a Ranocchia, un uomo ormai visibilmente rinato.

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dicembre 3, 2017
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Visti da Torino

Un’Inter come sempre poco sportiva ha infierito su un Chievo incompleto (mancavano Castro, Hetemaj, Radovanovic, Eriberto, Marazzina, Cristiano Ronaldo e Messi) vincendo 5-0 al termine di una sterile quanto irritante prestazione d’attacco: solo 5 gol, appunto, a fronte di 37 tiri in porta, un misero 13,5% che deve far riflettere Spalletti e l’intera società. Cioè, non la società Inter, Zhang, Thohir, Tronchetti Provera, quelli lì. No: la società nel suo complesso, le coscienze, il singolo cittadino, De Coubertin, Malagò, Gentiloni, Dio. Il pandoro è in crisi e l’arroganza del panettone ha prevalso, facendosi giuoco di un clima natalizio orribilmente calpestato nei suoi valori più pregnanti.

L’Inter si è presentata all’appuntamento priva di Miranda, Gagliardini e Vecino ma Spalletti, prudentemente, li ha sostituiti con altri giocatori. Una mossa ai limiti del regolamento che alla lunga sortirà i suoi frutti.

Dopo un sostanziale predominio tattico degli ospiti, la squadra a barre nerazzurre è passata in vantaggio al 23′ con Perisic in circostanze eticamente inaccettabili: tiro di Santon che non segna da mille anni, respinta di uno strupefatto Sorrentino, Perisic non aspetta che l’avversario si rialzi e la mette dentro. I maestri del calcio si rivoltano nei loro sepolcri. Il Chievo non demorde e agisce genialmente come Muhammad Alì con Foreman a Kinshasa (l’altro mena, lui assorbe) ma poi cede al 38′: Icardi scorrettamente ruba palla e si invola, finta una prima volta il tiro (senza rispetto per l’avversario) e poi la mette sul secondo palo, molto vicino al palo, quindi praticamente un palo a favore, eh, ci risiamo.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Perisic sigla il 3-0 al 57′ in un festival della disonestà: approfitta di un malinteso tra i difensori del Chievo, prende palla e invece di restituirla la tiene, attende l’uscita di Sorrentino e tira di sinistro dove lui non può prenderla, da vero bullo: un inutile, irritante sfoggio di brutalità. Il colmo lo si raggiunge tre minuti dopo: Candreva si invola sulla destra senza aspettare i difensori in maglia gialla, crossa al centro dove Skriniar scivola, la palla gli colpisce la testa e finisce rocambolescamente in rete. Il Var, naturalmente, tace. Il quinto gol arriva al 90′, nonostante il Chievo avesse chiesto di non recuperare e quindi, calcolando il coefficiente Istat, la partita potesse considerarsi già finita e comunque nel semestre bianco certe cose non si possono fare.

Niente a che vedere con il calcio champagne di Sarri o con i capolavori tattici di Allegri e Di Francesco: l’Inter continua un campionato al di là delle proprie possibilità e dei parametri del buon costume, confidando in un complotto plutocratico e atomistico e in una buona stella che non sembra non tramontare mai. Li attendiamo qui, allo Juventus Stadium, confidando di poter giocare ad armi pari: senza pali, senza Var, senza culo, l’Inter è un piccolo punto nell’universo del calcio. Senza Icardi, senza Perisic, senza Candreva, senza Handanovic, senza Borja Valero, senza Brozovic, senza D’Ambrosio, senza Skriniar, senza Santon, senza Ranocchia, senza Joao Mario, beh, con il Chievo non sarebbero proprio esistiti.

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ottobre 24, 2017
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Inter Football Culo 3 – Sampdoria 2

MILANO. L’Inter Football Culo ha battuto 3-2 la Sampdoria e, graziata dagli avversari, si porta in testa alla classifica per una circostanza fortunata: le altre infatti giocano domani. La squadra di Spalletti ha saputo sfruttare una giornata particolarmente jellata dei blucerchiati, che tirando tre volte hanno fatto solo due gol, e nel contempo hanno beneficiato di un culo spropositato, evitando una miracolosa quanto meritata rimonta  degli ospiti e segnando tre gol e sbagliandone trentacinque, quando in altre circostanze avrebbero potuto legittimamente fallire tutte e trentotto le occasioni che le sono state concesse da un avversario particolarmente sfortunato nell’insieme.

L’Inter si è portata in vantaggio al 15° con Skriniar, lesto a ribattere in rete un suo tiro respinto da Puggioni che gli ricapita sui piedi grazie a una botta di culo. Al 29° Perisic intercetta fortunosamente un rinvio sbagliato di Puggioni e tira da 140 metri con una palombella che per buona sorte si indirizza verso lo specchio della porta, ma poi incoccia nel palo e bòn, non può andare sempre bene. Al 34° Icardi raddoppia con un destro fortunoso, perchè novantanove volte su cento chi la prende in quel modo colpisce il venditore di cornetti al secondo blu. L’Inter insiste (ha culo, la Samp non si oppone) e colpisce un secondo palo con Icardi al 40°, molto fortunato a trovarsi da solo a incornare in mezzo all’area un cross da destra ma colpevole a non metterla facile. Finisce così il primo tempo sul 2-0, con un’Inter fortunata ad avere affrontato la peggior Samp della stagione.

Nella ripresa, i blucerchiati sono sfortunati in avvio e nel loro momento migliore vengono puniti da Icardi, fortunato a deviare in rete un cross di Perisic al termine di un’azione casuale. E’ proprio il croato a colpire fortunosamente la traversa poco dopo, con un tiro a cazzo che poteva finire al secondo verde e invece ha preso il legno. L’Inter sembra poter dilagare, ma fortunatamente ritorna con i piedi per terra: un minuto dopo la traversa di Perisic segna la Samp con Kowalski, Wozniacki, un nome così. A quel punto esce la Samp, che dal possibile 18-0 con pieno merito trova il modo di tornare in partita. Sfortunata la squadra di Giampaolo a segnare una sola volta, finisce 3-2 e un’Inter culattona come poche altre volte può tirare un sospiro di sollievo.

Con questo culo nulla le è precluso, le altre sono avvertite. Il saldo dei pali a favore/pali contro resta ancora nettamente positivo per i nerazzurri, sempre baciati dalla buona sorte. Il balbettante finale con la Samp, dopo una partita rinunciataria degli avversari, la dice lunga sulla reale dimensione della compagine di Spalletti.

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settembre 25, 2017
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Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

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