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agosto 30, 2016
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Il Supermario bianco

santon

(l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Di quelle due magiche annate in cui Mourinho appoggiò il culo sulla nostra panca rendendo tutti noi uomini più felici, oltre ai trofei e agli orgasmi multipli restano storie che oggi – a sei, sette anni di distanza – possono apparire solo verosimili, se non addirittura leggendarie. In una parola: incredibili. Tipo che insieme agli uomini adulti e famelici che ci portarono in vetta al mondo c’erano due bambini cui lo Special One affidò spesso speranze, velleità e intere zone del campo, se non addirittura le chiavi della squadra, e quei bambini rispondevano presente e noi ci riempivamo di orgoglio.

La storia parallela dei due bambini ha preso una brutta piega, essa pure parallela.

Sul bambino numero 1, Pallone d’Oro in pectore per un tot di anni e ora ridotto all’accattonaggio, più che un libro si potrebbe scrivere una saga tipo Stieg Larsson, cinquemila pagine di romanzo di formazione e patologia criminale. Sul bambino numero 2, ieri, ammetto di avere fantasticato sette-otto minuti. Non durante la partita (non c’era più un cazzo su cui fantasticare), ma prima, durante il riscaldamento.

Qualcosa prendeva forma tra le mie sinapsi ormai lasse come certi legamenti. Trattavasi di una vicenda vagamente alla Schwazer, se la vicenda Schwazer benininteso si fosse chiusa con il medesimo ai nastri di partenza della gara olimpica. Una storia di redenzione e di resurrezione, la storia dell’ex bambino che nessuno vuole perchè non passa più le visite mediche e che invece torna miracolosamente abile per la squadra che lo voleva sbolognare a chiunque, e sgroppa, e difende, e si smarca, e si spreme, e spazza, chiude, crossa e bòn.

Purtroppo non è andata così.

Ora, c’è modo e modo di giocare male una partita. Contro il Palermo lo hanno fatto parecchi giocatori dell’Inter, nelle più varie modalità e sfumature. Puoi giocare male perchè non ne hai, non capisci, sei fuori forma, fuori ruolo, fuori (punto), hai problemi, sei demotivato, sei un corpo estraneo, un oggetto misterioso, un ragazzo troppo buono. La brutta giornata capita a chiunque e l’importante è affrontarla con onestà intellettuale: ragazzi, giuro, ci sto provando, ve lo assicuro, anche se magari non sembra, e oggi butta così, mi spiace per me, per voi e per questa gloriosa maglia a strisce, e spero tanto che la prossima volta vada meglio.

E tu, tifosotto, cosa fai, lo prendi a calci in culo? No: ti alteri un pochino, poi rifletti, capisci, perdoni. Magari segni tutto, ma perdoni.

E quindi in una domenica pomeriggio di agosto, con una temperatura assurda, nel presumibile sconcerto tecnico e umano di essere stato tirato in ballo quasi all’improvviso per l’infortunio di un compagno, nel baillamme di una squadra in totale cambiamento e nel microcosmo di uno stadio che romperebbe i coglioni anche a Pelè, ecco, voglio dire, ci sta che un Davide Santon giochi male.

E infatti il punto non è questo. Il punto è che, per tre secondi, per tre interminabili secondi, Santon si è trasformato nell’altro bambino, quello grande grosso e irritante, e questo ci è costato due punti netti e con essi quella iniezione di serenità che ti avrebbe dato vincere con il Palermo, invece che pareggiare e star qui a macerarti le carni.

Il gol assegnato a Rispoli in realtà è tutto di Santon, e trattandosi di un gol decisivo questo è già di per sè preoccupante e grave. E’ di Santon il rinvio molle da centro area che finisce tra i piedi di Rispoli, è di Santon la deviazione che spiazza Handanovic e dà l’1-0 al Palermo.

C’è anche modo e modo di deviare. Se Roberto Carlos ti mira gli zebedei o se Zaytsev ti schiaccia sul naso da un metro, ecco, nessuno verrà lì a farti delle questioni sulla deviazione, e al limite ti chiederanno se sei ancora vivo e virile. Santon no, l’ha deviata col tacco mettendosi in quella posizione snob (movimento a girarsi di schiena, culo in fuori, tacco proteso) che una volta faceva figo al campetto finchè qualcuno deve essersi incazzato sul serio e indotto tutti i campettisti dell’emisfero boreale a evitare quella pantomima. Nel caso specifico, se fai una mezza cazzata (rinvio da femminuccia) e poi tenti di ripararla (andando a opporsi al tiro dell’attaccante), devi buttarti a corpo morto, non imitare Petrolini mentre fa Gastone, santa madonna.

Culo e tacco in fuori, come fosse scontato che per un Luciano Rispoli al tiro bastasse mettersi in mezzo così, alla cazzo di cane. Invece il tiro – un normalissimo, elementare tiro da fuori – prende proprio il tuo tacco da gagà da balera e puff!, la partita è buttata nel cesso.

Anche quando giochi male, Daviduccio nostro, devi tenere la schiena dritta e il cervello acceso. La gente magari ti insulterà lo stesso, ma almeno sarai in pace con la coscienza. E adesso non ti puoi lamentare, caro il mio Supermario bianco, se il video del gol tuo e di Rispoli lo proietteranno nelle scuole calcio per far vedere all over the world come non ci si oppone a un tiro.

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settembre 1, 2015
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Che al mercato per Mancio comprò

Una cosa non saprei spiegare bene adesso, al bar, se qualcuno mi ponesse la questione: qual è l’esatto motivo per cui un anno fa Mazzarri (e noi con lui) doveva fare le nozze coi fichi secchi (M’Vila, Osvaldo, un penoso Vidic, un Palacio malconcio per mesi e mesi a venire) e oggi Mancini è stato accontentato in quasi tutto (e noi con lui) in un mercato che per noi non era così scoppiettante dai tempi d’oro del decennio scorso?

Non ho spiegazioni tecniche, contabili, finanziarie, strategiche e filosofiche, se non due: l’anno scorso il Fair play ci rompeva sostanzialmente le palle e Mazzarri – io ho letto il suo libro con attenzione e queste cose le so – si era mentalmente e fisicamente prestato (dietro lauto compenso, beninteso) a replicare a Milano la sua attivitá di valorizzatore delle (talvolta) modeste rose a sua disposizione; un giochino che lo eccitava ben più di un trofeo,  un attitudine a metá tra il fachiro e il grande pensatore, il gusto di poter andare a fine anno dal suo presidente e tirare una riga sotto l’elenco dei giocatori, “ecco, l’anno scorso valevano tot e ora valgono tot, e in più siamo arrivati X in campionato e al turno Y nelle coppe, quindi dimmi che sono il più bravo”.

L’anno scorso era chiaro che ci sarebbe voluto un esorcista, più che un allenatore. E infatti Mazzarri fece appena in tempo a bere il vino novello, senza nemmeno arrivare ai primi panettoni di tardo autunno. Arrivò il Mancio, ottenne quattro giocatori che avrebbero fatto comodo anche al fachiro di San Vincenzo e che furono utilissimi a centrare l’ottavo posto, ovvero l’ottavo in ordine d’importanza tra gli obiettivi minimi di una qualsiasi Inter che si rispetti, “evitare i preliminari di Coppa Italia”, mecojoni.

Ma poi, perchè dovrei andare al bar e spiegare ‘sta cosa? Me ne sto a casa a rimirare le colonne delle entrate e delle uscite e, intimamente, esulto e mi eccito.

Uscite. Podolski, Obi, Jonathan, Taider, Felipe, Campagnaro, Kuzmanovic, Andreolli. E fin qui, voglio dire, arrivederci e grazie. Hernanes per me è una liberazione, simbolo di un’Inter incompiuta e inconcludente, giocatore che non ci ha mai risolto un cazzo. Leggo: era l’unico davvero di classe. Ecco, il solito giocatore da asterisco: *però è di classe. Tzè, non lo rimpiangerò e credo che non cambierá il destino dei gobbi. Peccato averlo dato a loro, certo, ma ritengo un successo aver trovato una squadra disposta a pagarcelo. Kovacic è stato un sacrificio pesante ma ben retribuito: era così ovvio che fosse l’unico ad avere mercato ad alto livello che io, un tifosotto senza nè arte nè parte, ci scrissi un post il 15 giugno dandolo per venduto: ho sbagliato solo i tempi, non i modi. Shaqiri è stato una sorpresa, un mese fa ci ero rimasto maluccio ma adesso, con i nomi dei sostituti davanti, ho giá ampiamente metabolizzato.

Entrate. Jovetic, Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Felipe Melo, Telles, Montoya, Ljajic, Biabiany (e Santon, rispetto al fachiro).

No, cioè, storciamo il naso?

Adesso cambia tutto. È ufficiale che abbiamo altre ambizioni, è naturale che adesso l’allenatore non faccia più lo sperimentare o il finto tonto. Relativamente a un campionato italiano di livello medio basso e relativamente al fatto che la Juventus fará meno punti degli anni scorsi,

ecco,

relativamente a tutto questo, che ci piaccia o no, che ci sbalestri o meno, ce la dobbiamo giocare.

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febbraio 26, 2015
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Quei gol un po’ così

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Forse è sufficiente rivedere da principio l’azione del gol, che riassume qualsiasi cosa. Juan Jesus che porta a spasso il pallone al limite di tutto – dell’area, del buon senso, della nostra pazienza, e di un risultato che è in perenne bilico tra uno 0-0 che basta e avanza e un golletto preso che ci inculerebbe per l’eternitá. Palla a Santon che la porta avanti, molto avanti – bell’acquisto, il bambino è maturato e si è fatto uomo, solido, affidabile, senza fronzoli. Santon che la recapita  a Guarin – un servizio a domicilio, preciso preciso. Guarin che prende la mira, carica il gambone e la mette all’incrocio – un tiro meraviglioso, un gol che sa molto di un certo calcio, pochi tocchi e pochi secondi dal maramaldeggiare di Jesus al deflorare di Guarin, tic-toc-tac-bum!, sì, è calcio, il calcio.

Per il resto siamo i soliti, quelli che rischiano l’indicibile, creano l’insperabile, sprecano lo sprecabile. Ci saranno anche volte che ci andrà peggio (l’espulsione è stata un toccasana) ma siamo sempre in credito di gol e di culo, e va bene così finchè si vince e si passano turni, firmerei davanti al notaio. Avanti Inter, domenica c’è l’esame di maturitá: il minimo garantito di cazzate non ce lo farai mancare, l’importante sará metterne uno più degli altri, quelli viola.

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