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aprile 26, 2018
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Da Liverpool a Torino, lo stesso buco nero

Per capire meglio Liverpool, partirei da Torino. Leggo un simpatico pezzullo su Repubblica. E’ il 25 aprile, è festa, ci sono 200 tifosi della Juve al campo di Vinovo dove i gobbacci si allenano. Sono 200 tifosi normali, tifosotti, ragazzi, bambini. Alla frazione normal si aggiunge nel corso del pomeriggio una cinquantina abbondante di tifosi super. E quando tutti a fine giornata si affollano alla porta carraia a caccia di autografi e selfie con i giocatori che se ne tornano a casa, dietro ai 200 tifosi normali parte la contestazione dei 50 tifosi super, in un accrocchio umano che mette insieme tutti, normali e super, inconsapevoli bambini con sciarpa e adulti con anfibi.

“Tirate fuori i coglioni”.

50, forse anche 60 o 70 tifosi che da sei anni – sei scudetti (uno con record di punti, uno con zero sconfitte), tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, due finali di Champions League – vivono ampiamente sopra le righe e dovrebbero baciare il culo anche all’ultimo dei magazzinieri per l’abbondanza di cui godono,  contestano la loro squadra. Se la prendono con tutti, anche con Buffon, il capitano. E benchè io consideri un dovere civile e morale prendersela periodicamente con il personaggio Buffon, la motivazione mi lascia un po’ così: “Domenica hai ringraziato uno a uno i giocatori del Napoli e non sei manco venuto a salutare la curva”.

Ecco, la curva. Per capire Roma bisogna passare anche da Torino. Così, giusto per entrare nel mood (di queste curve e di tante altre curve, la nostra non esclusa, sia chiaro). Perchè non capisco come faccia oggi uno juventino a contestare la Juve, così come non capisco come faccia oggi un romanista – nel momento più felice, gioioso, festoso, eccitante, positivo, clamoroso, orgasmatico, adrenalinico, strappacuore, strappamutande come può essere una semifinale di Champions dopo anni e anni di pezze ar culo – a partire per Liverpool pronto a fare a botte e tirare cinghiate. Pronto, già pronto, forse addirittura impaziente, i can’t wait: perchè sennò, se sei incensurato e dovresti occuparti di rimanerlo, non vai allo stadio dietro la curva degli altri prima della partita con la faccia nascosta e la cintura attorcigliata sulla mano.

Probabilmente un uomo di 53 anni e due figli morirà. Anche l’ultimo morto del calcio italiano è stato per mano di un romanista, a pochi passi dall’Olimpico. E manco giocava la Roma (era la finale di Coppa Italia di 4 anni fa, Napoli-Fiorentina, 3 maggio 2014). Questo per sottolineare il mood di cui sopra. Anzi no, aspetta, mettiamoci una seconda sottolineatura: per Daniele De Santis, condannato a 16 anni (non abbastanza, direi) per aver sparato a Ciro Esposito,  morto poi dopo settimane di agonia, la curva romanista ha esposto uno striscione ad Anfield Road. E lì fuori un uomo era stato appena preso a pugni con la fibbia della cinghia.

Ecco, la curva. Ecco, il mood.

“Romanisti, perchè stupirsi?”. Anche questo è agghiacciante, come se da qualcuno prima o poi te l’aspettassi e sì, in effetti capita davvero. Io, per esempio, ci sono rimasto parecchio male. Nella mia ingenuità da tifosotto che va allo stadio per mangiarsi il panino con la salamella e poi soffrire per 90 interminabili minuti (anche per digerire il panino con la salamella seduto in posti scomodi guardando la tua squadra che non segna mai quanto vorresti), a me sembrava che l’ambiente stadio fosse complessivamente migliorato. Non tanto, eh?, però un po’ sì. E invece bisogna tenere sempre la guardia alta e tenere sempre fermi alcuni principi, un po’ tipo il 25 Aprile (coincidenza di momenti).

Verrà forse un giorno in cui la curva sarà solo un luogo dello stadio dove si vede un po’ peggio e dove i biglietti costano un po’ meno. Oggi, per me, restano sempre un buco nero. Le curve sanno essere bellissime ed emozionanti, anche per gli scettici come me. Le curve siamo noi, lo sono anch’io, quando si tratta di condivere un folle amore per la stessa maglia e aiutare la tua squadra a giocarsela fino all’ultimo. Ma tutto quello che va oltre il tifo, il colore, la passione, i cori, le sciarpate – e cioè la violenza, le prevaricazioni, le zone franche, il fascismo, la mafia – per me resta sempre e solo un’enorme merda fumante in uno spicchio dei nostri fatiscenti stadi.

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aprile 23, 2018
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Koulibaly, l’uomo che incasinò le cose

Non so se qualcuno si sia davvero accorto dell’evento di oggi pomeriggio: Inter e Lazio (la Roma no, è chiedere troppo: aveva giocato – e vinto, dannazione – il giorno prima) hanno disputato la loro partita in contemporanea. E’ stato un brivido durato giusto una mezz’ora: il tempo che la Lazio all’Olimpico sistemasse le cose con la Samp, poca roba, il pathos è finito presto. Mentre noi a Verona sudavamo lacrime e sangue, con Euchessina finale.

Beh, in quel breve, rilassante lasso di tempo in cui sullo 0-2 pensavo fosse più che finita, sono andato a vedermi a ritroso il calendario. Così, per  curiosità: tipo che mi intrigava sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con Roma e Lazio, le due squadracce con cui ci contendiamo i residui posti in Champions.

Il risultato è stato sorprendente: l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Roma era stato in Inter-Roma, seconda di ritorno. L’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Lazio era stato in Inter-Lazio, ultima d’andata.

Cioè, questa formula del campionato-spezzatino ci ha tolto – praticamente sempre – il gusto del duello a distanza, quella cosa un po’ vintage e terribilmente coinvolgente del rimpallo da un campo all’altro per sapere cosa succede alla tua diretta avversaria, per vivere in real time le evoluzioni della classifica, per aumentare l’adrenalina occupandosi di due o tre partite invece che solo di una. Il triello per i due posti in Champions tra Inter, Roma e Lazio si è sempre giocato su piani sfalsati, in orari diversi, spesso in giorni diversi, a volte anche a due giorni di distanza.

Adrenalina a parte, c’è un aspetto che ogni volta mi destabilizza (e a volte mi scogliona, anche parecchio): per capire quanto vale davvero il tuo risultato, devi aspettare che tutti abbiano giocato. Magari vinci al sabato e stapperesti uno sciampagnino, ma le altre giocano il giorno dopo e se vincono è come se non fosse successo niente. O magari pareggi e perdi e ti impiccheresti al ponte dei Frati Neri, ma chissà, poi pareggiano o perdono anche le altre e tutto torna in discussione. Oppure le altre vincono e bòn,  ti senti morire dentro. Ok, nessuno ti toglie il gusto (o il disgusto) della singola partita, ma trascorsa la latenza post-match (commenti, smoccolamenti, discussioni, birre), e a meno che l’ultimo ad aver giocato sia stato proprio tu, c’è sempre un qualcosa che resta fastidiosamente in sospeso. O fascinosamente in sospeso.

Tipo oggi.

La Roma sabato vince a Ferrara, la Lazio domina in casa con la Samp e tu – in contemporanea! – sei lì che te la giochi col Chievo e alla fine in qualche modo la sfanghi. La quintultima giornata di campionato, per quanto riguarda il triello Champions, finisce con un nulla di fatto, le distanze restano invariate e c’è una partita in meno a disposizione per recuperare. E quindi?

E quindi la vittoria a Verona va bene ma non benissimo. Finchè non scendono in campo anche Juve e Napoli, e finchè non si gioca il minuto 89′, quasi 90′. Al minuto 89′ la Juve ha 4 punti di vantaggio, a 4 giornate dalla fine. Al minuto 90′, per interposto Koulibaly, la Juve ha un punto di vantaggio.

E sabato sera c’è Inter-Juve.

E’ tutto una questione di attimi e di centimetri. Se Tomovic a Verona avesse avuto una palla più vicina al gambone proteso, e se Koulibaly avesse incornato peggio e preso la traversa, sarebbe stata un’Inter-Juve con un’Inter virtualmente già condannata al quinto posto e con una Juve col match point scudetto in canna, che scialando di sarebbe anche accontentata di un pari. Inter-Juve 0-0, una roba così, addio Champions per noi e (quasi) benvenuto scudetto per loro.

E invece no.

Vedi, bisogna sempre aspettare che si giochi anche l’ultima partita per avere un quadro definito della situazione. Koulibaly ha stravolto il campionato, e mica solo quello di Napoli e Juve. Basti pensare, per esempio, a quale diverso – e inestimabile – valore assumono ora Inter-Juve e Roma-Juve, le prossime due trasferte della Gobba. Che poteva essere, a Milano, una squadra tranquilla in pieno controllo della situazione e a Roma, forse, nel peggiore dei casi, ancora in grado di gestire due risultati su tre, sempre che il Napoli non avesse mollato nel frattempo.

E invece adesso è una corrida totale, a cinque. Le prime due, le altre tre, con i cammini che si intersecano. Fottiamocene delle prime due (sognando lo Zeroplete, ovvio), vediamo le altre tre. Tra cui noi.

La Roma nell’ordine ha l’angosciato Chievo in casa (gioca sabato alle 18, prima di Inter-Juve), poi l’angosciato Cagliari in trasferta, poi l’angosciata Juve in casa e poi, all’ultima, una trasferta tranquilla a Sassuolo.

La Lazio ha una trasferta indecifrabile a Torino col Toro (sarà tranquillo, incazzato, disinteressato, interessato? boh), un’indecifrabile partita in casa con l’Atalanta (in teoria, alla caccia di un posto in Europa, quindi non neutra, ecco), una drammatica trasferta a Crotone (a meno di miracoli o apocalissi, sarà una squadra in lotta per salvarsi) e poi l”Inter.

l’Inter ha la Juve a San Siro (supergulp!), una maledetta partita a Udine (nel perdono 11 di fila per venire a rimpere il cazzo a noi, vedrai), un’innocua partita col Sassuolo (peraltro, mai fidarsi del Sassuolo) e la Lazio.

Ognuna ha i suoi problemi. Visto così, sarà un finale bellissimo, anche se fino alla penultima giornata giocato lungo i soliti piani sfalsati, che peggioreranno le cose. But, who cares? E’ così e basta. Grazie Koulibaly, adesso camminiamo rasente i muri e fantastichiamo a 360 fottuti gradi.

 

 

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gennaio 22, 2018
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Bomba o non bomba

Nell’ambito del Champions League Second Row Qualification Challenge – l’avvincente mini-torneo attualmente in corso fra tre società per due posti in Champions, che si protrarrà per i prossimi quattro mesi – si è disputato allo stadio Meazza di Milano lo scontro diretto tra Inter e Roma, le squadre meno in palla del mini-torneo e, per estensione, di buona parte del campionato. Due squadre che nelle ultime sei giornate, 12 partite complessivamente, hanno vinto una (1) volta, al 95esimo, rubando in barba ai nuovi dispositivi tecnici a disposizione (Roma-Cagliari).

Questo è.

E’ stato un incontro non bellissimo, tra due squadre per le quali perdere contro l’altra sarebbe stata una sciagura, vincere sarebbe stato un Bingo oltre ogni aspettativa e pareggiare, beh, ecco qua, è stato pareggiare, prendersi un punto per uno e – come direbbe un commentatore dell’Australian Open – allungare il match.

Ho una visione sicuramente di parte delle cose, una visione da innamorato irragionevole, ma credo che la Roma oggettivamente stia peggio di noi (hanno messo via la maglia di Handanovic senza neanche lavarla, Alisson ha chiesto un ritocco dell’ingaggio). Soggettivamente – cioè per tutto il resto, che è tanto -, ci dobbiamo rassegnare all’evidenza che nessuno ci regalerà niente e dunque a metterci del nostro per scavare un solco nel mini-torneo, o comunque per rimanere in bolla fino alla fine. E se guardo alle sei partite senza vittorie continuo a pensare che non è tutto da declinare al brutto, tanto meno al pessimo. E’ stato un ciclo durissimo (Juve e Fiorentina fuori, Lazio e Roma in casa, la condizione in calo discendente, la Coppa Italia a complicare le cose di gambe e di testa) in cui abbiamo perso – male – le due più facili e pareggiato le più difficili, senza prendere gol da Juve e Lazio, prendendone uno dalla Fiorentina al 92′. Avessimo vinto anche solo una delle due partite facile, non saremmo qui col broncio generalizzato.

Il difficile è passato, adesso viene il difficilissimo. Cinque partite in cui torneremo ufficialmente a non avere scuse. Cinque partite pre-derby in cui bisognerebbe fare 15 punti e in cui l’uso del condizionale non dovrebbe essere ammesso. Cinque partite da vincere dopo sei senza vittorie (otto, considerando la Coppetta). Non ci sarà mercato di gennaio a cambiare le cose in maniera determinante nè per noi nè per gli altri (magari in peggio per la Roma, volesse il cielo), questi siamo e con questi arriveremo a domenica 20 maggio, arriveremo a Roma, bomba o non bomba.

Santon non migliorerà più, Gagliardini non diventerà Chuck Norris, Eder non segnerà mai,  Candreva non evolverà, Brozovic non terrà il collo fermo, eccetera, eccetera, eccetera, ecceterà. Questi siamo, nel mini-torneo, ce la possiamo giocare bene come ce la siamo giocata finora. La Lazio sembra il Barcellona ma non è il Barcellona, noi a volte sembriamo il Brescia ma siamo l’Inter e quando ce ne ricordiamo ci costruiamo dieci palle gol con la Roma e manco ce ne accorgiamo. E’ anche una questione di testa, comprese tutte le nostre da tifosotti non ancora settati a dovere.

Quindi, con serenità, attendiamo intanto il verdetto dei recuperi di mercoledì. La Lazio trova un’Udinese profondamente diversa da quella che stava per affrontare quel pomeriggio di pioggia (la fragilissima Udinese di Delneri). La Roma va a Genova con la Samp che, vincendo, potrebbe trasformare il mini-torneo a tre in un gironcino a quattro dove la terza dovrebbe armarsi di pannolone. La vita è bella, ragazzi, su con il morale.

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gennaio 7, 2018
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Non celebrare funerali (istruzioni per l’uso)

Ventotto giorni, sette partite senza vincere. Togliendo le due di Coppa Italia (ormai un capitolo chiuso, non parliamone più), restano le cinque di campionato. Cinque partite, tre punti, due gol segnati, ‘na tragedia. Cinque partite che sono l’imprevisto seguito delle 15 precedenti: zero sconfitte, primato in classifica per due giornate, un meraviglioso periodo che adesso sembra lontanissimo anche se solo un mese e tre giorni fa si prendeva a pallate il Chievo divertendosi un casino.

Non sono tra quelli che passano da paillettes e cotillons ai paramenti funebri nel giro di ventotto giorni. Nel senso che, così come ho vissuto con divertito realismo il periodo delle 13 partite in cui non si perdeva mai (prevedendo che prima o poi sarebbe successo e nel frattempo respirando a pieni polmoni quell’arietta frizzante che c’era in vetta),   ora, nel momento in cui non vinciamo più, non mi flagello nè maledico indonesiani e cinesi fino alla settima generazione: niente, la nostra parabola ha imboccato la fase discendente (non siamo attrezzati per linee rette inclinate verso l’alto) e siamo rientrati nei ranghi. E questa semplice manovra, indigesta dopo essere stati anche capolista, ha messo in mostra tutte le nostre magagne. Che – infortuni a parte – c’erano anche quando le cose andavano bene (Joao Mario, per dire, ha avuto un anti-rendimento assai lineare, e la rosa è manifestamente incompleta dai primi di luglio), ma erano ben nascoste dall’entusiasmo dei risultati, in un meccanismo psicologico individuale e collettivo ben noto a chi fa sport.

Dopo Inter-Chievo ci attendeva un mini-ciclo molto duro di sei partite (che non si è ancora concluso, ne manca una cruciale, crucialissima): quattro difficili/difficilissime – Juve a Torino, Lazio in casa, Fiorentina a Firenze, Roma in casa – e due facili contro due squadre però molto in forma: abbiamo perso proprio queste due, le altre le abbiamo pareggiate e questo, nonostante tutto, è stato comunque un segnale importante, dato anche in momenti di estrema difficoltà (tipo un’Inter-Lazio giocato poco dopo il derby-disastro). Dopo la pausa resta Inter-Roma, che adesso assume un significato fondamentale. Poi arriveranno un tot di partite da vincere sempre: quella sì che sarà una prova senza appello.

E poi, cosa è successo in queste cinque partite? Intanto, che Napoli e Juve hanno fatto 10 (dieci) punti più di noi e ciao, buon viaggio, arrivederci al 2018/19. Ma questo, tornando al sano realismo di cui sopra, è un dato tutt’altro che sconvolgente: non siamo al livello di Napoli e Juve, lo siamo stati per quattro mesi e va bene così, è stato bello finchè è durato. Più significativo è quello che hanno fatto Roma e Lazio, con cui ci giochiamo il terzo e quarto posto. Roma e Lazio che il 24 recupereranno le loro partite, così la finiremo di fare calcoli eventuali e approderemo a una classifica reale.

La Lazio, purtroppo, ha fatto cinque punti più noi, mantenendo un mostruoso ruolino di marcia in trasferta che rende ancora più prezioso lo 0-0 che gli abbiamo imposto a San Siro. Ha sorpassato la Roma e ha davanti un buon calendario, almeno fino a Napoli-Lazio dell’11 febbraio. E’ gasata.

La Roma è invece franata. Ha fatto 5 punti, due più di noi, vincendo come sappiamo con il Cagliari al centesimo minuto con un gol segnato con non si sa quale parte del corpo. Poi due pareggi e due sconfitte, un solo punto nelle ultime tre partite, non è più predestinata al terzo posto ma – ora come ora – a giocarsi alla pari con Inter e Lazio in due posti Champions in un triangolare che durerà 18 partite.

E noi? La situazione è piuttosto chiara. Con un centravanti da un gol a partita e la terza difesa del campionato siamo dove meritiamo di stare. Anzi, ci siamo pure concessi un po’ di lusso. Quando il labile meccanismo si inceppa – uomini che perdono la forma, altri ai limiti dell’ammutinamento tecnico e umano, reparti occasionalmente decimati dagli infortuni – siamo molto più in balìa degli eventi. E’ chiaro che servirebbe qualche puntello, quantomeno per stare sereni se a uno viene il mal di pancia o per consentire all’allenatore di avere a disposizione qualche opzione in più per cambiare le cose in corso d’opera. Lo avremo? Boh.

Quello che mi dispiacerebbe non avere – mi riferisco al nostro collettivo di tifoseria – è quel mood che in qualche modo ci ha issati ben oltre l’asticella appena uno o due mesi fa. E’ ovvio che è più facile essere ottimisti se vinci, se giochi bene, se segni, se sei primo. Ma non è altrettanto ovvio sbaraccare tutto cinque mesi prima che il campionato finisca, quando non hai mai perso con nessuna delle tue concorrenti e quando restano 18 partite da giocare, con tutto quello che può ancora accadere di conseguenza. Non siamo al livello delle primissime, ok, ed è giusto rimarcare le differenze ed evidenziare le falle: quando non è sterile muguigno si chiama ambizione. E se arriveremo quinti o peggio, vabbe’, saremo autorizzati ad assaltare il Centro Suning con cori, striscioni, pomodori e catapulte. Ma prima, accidenti, non sarebbe meglio giocarsela tutti insieme?

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ottobre 22, 2017
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L’Inter, Nathaniel Creswick e il rosicone medio

vecino

Allora, ricapitoliamo: come abbiamo rubato stavolta? Pali a favore (nuova statistica inaugurata con e per l’Inter: i pali a favore, mmmh) proprio no, culo a favore nella norma, gioco di merda meno del solito: panico tra opinionisti e rosiconi. Arriviamo dunque al “se non c’era Handanovic”, cugino di primo grado del “se non c’era Icardi” di una settimana prima: che sotto un certo punto di vista è vero, ovviamente, ma sotto un altro diventa una considerazione vagamente grottesca. Cioè, tutto sommato giocare con un portiere e un centravanti, regolarmente tesserati e pagati e coperti con i versamenti previdenziali, è un diritto che non si nega a nessuno. Certo, se poi uno ce li ha buoni e/o particolarmente in forma è un problema per gli altri. Ma funziona così da quando il 24 ottobre 1857 a Sheffield Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia (l’ho letto su Wikipedia 30 secondi fa gugolando “Calcio (giuoco)”).

Dunque, resta la questione fresca di giornata: l’Inter ha fatto catenaccio e si è portata a casa il suo bel culo intatto, bella forza, siamo capaci anche noi.

Certo, opinionisti e rosiconi avrebbero preferito un bel 4-2-4 tipo quello di Ventura in Spagna, e beh, ovvio, sarebbe stata tutt’altra partita (per il Napoli e per i rosiconi, savasandìr). O si poteva fare un po’ di turn over in difesa e lasciar fuori, per dire, Skriniar e Handanovic per risparmiarli in vista della Samp. Anche perchè, diciamocelo, è dai tempi di Nathaniel Creswick che se la squadra 1 va a fare visita a una squadra 2 che è a punteggio pieno e segna in media 3 gol a partita, la squadra 1 se ne fotte e si affida al Fato per evitare di caricarsi di eccessive sovrastrutture tecniche, tattiche ed esistenziali. Eggià.

Ora, nello scenario dell’opinionista, del rosicone e dell’opinionista-rosicone si apre uno squarcio inquietante. Perchè è apparso evidente anche al più lisergico degli anti-interisti che lo 0-0 di Napoli ha portato con sè alcune valutazioni oggettivamente difficili da scalfire. A Roma l’avevamo sfangata con un culo soprannaturale, col Milan se non ci fosse stato Icardi avremmo perso 0-2 (calcolo matematico ottenuto sottraendo i gol segnati da Icardi al risultato omologato dalla Figc), ma col Napoli tutta Italia ha assistito allo spettacolo – invero preoccupante – di una squadra che senza sottrarsi al ritmo del Napoli ci ha giocato agonisticamente alla pari, che avrà anche alzato un muro ma ha tirato 11 volte in porta e battuto 7 corner. Un’Inter con poche amnesie e palle costantemente sguainate, ribaltando uno schema che a fasi alterne ci ammorba da anni. Un’Inter molto squadra, come non è mai stata in tempi recenti, al netto delle sue tante imperfezioni, per merito di un allenatore che ha avuto un impatto formidabile sulle abitudini e sulle predisposizioni delle nostre mammolette nere e blu.

E’ chiaro che nessun interista, spossato da sette anni post-Triplete che avrebbero sfiancato anche un facocero innamorato, metterebbe oggi – anche oggi – una mano sul fuoco per questa Inter così dichiaratamente fuzzy, ma forse per trascorrere qualche oretta senz’ansia possiamo limitarci a leggere le cifre di queste prime nove partite, cioè praticamente un quarto di campionato: siamo imbattuti, abbiamo la miglior difesa, abbiamo fatto 7 punti in 3 scontri diretti, abbiamo fatto 4 punti in due delle tre trasferte più difficili del campionato.

Questo cosa vuol dire? In linea generale, poco o nulla. Arrivare nelle prime quattro continua a rimanere un obiettivo ampiamente a rischio, perchè mancano giusto quelle 29 partite da giocare e perchè le altre non stanno lì a guardarsi allo specchio. La Roma ha vinto le ultime 11 trasferte consecutive, anche la Lazio in questo campionato è a 4 su 4… due esempi poco casuali per dire che sono cazzi, concetto un po’ rude ma che speriamo Spalletti faccia passare nel segreto degli spogliatoi e della sala mensa.

Per noi, invece, questo secondo posto vuol dire tanto. L’accoppiata culo-brutto gioco ci aveva servito su un piatto d’argento il paragone con l’Inter del Mancini-2, quella che andò in fuga prima di Natale e poi, a conferma di un andazzo superiore alle proprie possibilità, crollo a metà strada e terminò maluccio. Ma le ultime due partite (la tenacia di inseguire fino all’ultimo la vittoria col Milan, l’elevatissima densità complessiva dimostrata con il Napoli) ci proiettano in una nuova dimensione, dove i valori intrinseci possono contare anche di più di quelli tecnici tout court. Da qua alla Juve, il prossimo esamone epocale, ci sono partite che non possiamo sbagliare, a cominciare dalla Samp martedì, la Samp – touch your balls – con cui l’anno scorso iniziò la fine. Il rosicamento che si sente attorno è quasi meglio del rumore dei nemici.

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agosto 28, 2017
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(Non solo) culo

AS Roma v FC Internazionale - Serie A

Tra i primi 15 minuti della partita di Roma, giocati in discreta serenità e con un gol incredibilmente sbagliato (eh, chissà come sarebbe andata), e gli ultimi 25, contenenti il finale più orgasmatico degli ultimi tot mesi (forse anni), ci sono stati 50 minuti in cui la Maggica ha preso tre pali (tre pali belli pieni, eh?, mica quei tiracci che scheggiano il legno e bòn) e in sostanza ci poteva fare a pezzettini. Letta così, con uno sguardo oggettivo e sincero, Roma-Inter resta una partita enigmatica, un piccolo mistero buffo e la clamorosa prova provata che la nostra Inter è capace di tutto e di niente, e il niente ci deve preoccupare, ok, ma il tutto lo può fare benissimo se ci si mette.

E poi c’è un altro fattore, palpabile ma impalpabile: il culo.

Il culo è l’apostrofo rosa tra le parole “t’avevo detto che finiva male, ma ‘sti gran cazzi?”. Il culo aiuta gli audaci e bacia i belli. Il culo non lo vedi ma sussiste e ti cambia non dico la vita, ma la serata sì. Il culo non compare nel risultato finale, del tipo

Roma-Inter 1-3*

(* di culo)

oppure in classifica, del tipo

INTER 6*
JUVENTUS 6
MILAN 6
NAPOLI 6
SAMPDORIA 6

(*una partita di culo)

ma l’interista savio e progressista non può non tenere conto della dose epocale di culo che ha preceduto i fuochi d’artificio all’Olimpico. In pratica, la faccenda dell’asterisco dovremmo farla nostra in qualche modo, per rimanere mentalmente sani e non illuderci di avere trovato la via, per mantenere alta la guardia e pure l’asticella nelle nostre pretese. Cioè, al bar con uno juventino non lo possiamo ammettere (“Avete vinto di culo!”, “Culo un cazzo!”), ma mentre siamo nella nostra intimità, stesi sul letto in cameretta intenti a guardare il soffitto e a ripensare alla partita di Roma dove non si vinceva dai tempi del Vate, possiamo – dobbiamo farlo – permetterci di sussurrare:

“Ok, vero, un briciolo di culo lo abbiamo avuto”.

E lì scatta il sospiro di sollievo. Sì, l’ho detto. No, non sono un bruto. “Culo”. Che liberazione. Non c’è da vergognarsi del culo. Per carità. Basta non farne un sistema di vita, o il refugium peccatorum, o l’ultima speranza di default. Bisogna tenere conto per onestà intellettuale che per circa 10 centimetri (4 per correggere il tiro di Kolarov, 4 quello di Nainggolan e 2 quello di Perotti) abbiamo trascorso due giorni a sperimentare tecniche di onanismo invece che affrontare la questione dell’inevitabile esonero di Spalletti e dell’invio al macello comunale di almeno sei-sette titolari. Ecco, tutto qui. Questo è il culo: 10 centimetri nell’eternità di una vita a smoccolare per pali, traverse, piedi a banana e rigori farlocchi. 10 centimetri.

Per cui, con gli animi distesi, e nell’eventualità che un giorno la fisica per compensazione ci possa punire (quella partite maledette in cui i centimetri e le zolle ti si rivoltano contro e gli altri ti infilano a ogni merda di spiffero), non dimentichiamo il ruolo importante e fattivo del culo in una delle vittorie più belle dell’ultimo lustro. Mentre ci crogioliamo sulle giravolte di Icardi e sugli slalom di Perisic (gesti di puro talento, l’anti-culo per eccellenza), ce lo possiamo permettere, in scioltezza: sì, ogni tanto ho culo e me ne vanto. E col cuore in pace prepariamoci a un futuro dove il culo sarà come il jolly di Giochi senza Frontiere: una cosa che ti giochi una volta ogni tanto, senza abusarne, quando il fato e la rotondità della palla te ne daranno l’opportunità.

Perchè – è evidente dopo 180 minuti di campionato – il cocktail tra il culo attivo nostro e la Var passiva della Juve potrebbe portare situazioni insperate. Basta essere lì ad approfittarne, a danzare sulla fascia, a metterla in mezzo e a fare piroette che neanche Nureyev: non è culo, questa è classe, cari i miei coglionazzi.

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aprile 24, 2017
di settore
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Calci in culo. In alternativa: tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno  o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

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febbraio 28, 2017
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I tifosotti avventisti del Settimo anello (e gli altri)

Se dopo la sconfitta con la Juve il tifo nerazzurro era ritrovato avvinto in un sentimento comune (“non meritavamo di perdere, l’arbitro ci ha messo molto del suo”) (“e comunque, Juve merda”),  dopo quella con la Roma si è diviso in due ben precise correnti di pensiero, ognuna molto diffidente verso l’altra. C’è chi dice che “vabbe’, solito arbitraggio di merda, ma loro sono stati superiori”, e c’è chi dice “vabbe’, solito arbitraggio di merda, e quindi vaffanculo”. Ah, fosse tutto così semplice. In realtà, nel nostro variegato mondo – proteso verso la conquista di un posto in Europa – le sfumature di pensiero sono ben di più, e questo ci rende migliori di tutti gli altri e più ricchi dentro.

Ecco, brevemente, il panorama antropologico attuale dei tifosi dell’Inter.

Tifosotti avventisti del Settimo anello. E’ la frangia filosoficamente più morbida e sognatrice del tifo nerazzurro. Ipotizza un calcio senza espulsioni, rigori e inversioni di falli laterali, in cui lo scudetto arriva per meriti propri e – al limite – per demeriti altrui e in cui l’unico bizzarro modo per vincere le partite è giocare bene e segnare un gol più degli altri. I suoi adepti non leggono giornali, non guardano la tv e non sono iscritti ai social. Si scambiano sommarie informazioni tra di loro, ma solo sul calendario e sugli orari delle partite. Arrivano a San Siro in gruppo e sono riconoscibili da un pittoresco abbigliamento: camicione arancione e imitazioni delle Birkenstock ai piedi.

Specialunanisti irredentisti. Questa singolare setta pagana – come la famiglia di Captain Fantastic, i suoi adepti festeggiano un Natale alternativo il 26 gennaio, data in cui riuniscono le famiglie e si scambiano i regali – si dichiara interista e al contempo non riconosce l’esistenza dell’Inter dopo il 22 maggio 2010. Anche questa è considerata una frangia morbida del tifo nerazzurro: non considerando l’Inter come entità concreta, gli specialuanisti irredentisti non sono minimanente toccati dagli avvenimenti delle ultime settimane. Rigorosamente in pullman, si recano una volta l’anno in pellegrinaggio a Setubal, dove sacrificano agnelli per una grigliata cui è invitata la cittadinanza tutta.

Tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora. Questa frangia del tifo si caratterizza per comportamenti borderline: gli adepti protestano a ogni fischio dell’arbitro, compreso quello di avvio. E’ in questa singolare circostanza che a San Siro potete riconoscere sugli spalti i tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora: quando l’arbitro ordina l’inizio della partita li vedrete alzarsi e urlare “Cazzo fischi, pezzo di merda?” al secondo 1 e 15 centesimi (con il cronometragio manuale è stata segnalata una prestazione migliore durante una trasferta a Bergamo, dove un tagliaventista è stato purtroppo malmenato da alcuni operai della Dalmine). I tagliaventisti seguono la partita solitamente in piedi, agitando un braccio ed emettendo suoni gutturali alternati a bestemmie e maledizioni di terzo grado.

Complottisti sciisti chimicisti. E’ una frangia numerosissima e trasversale. Gli interisti complottisti sciisti chimicisti vedono l’inculata dappertutto e colgono retroscena dietro a ogni risvolto della partita, anche in apparenza innocente o secondario. Sugli spalti sono riconoscibili per il volto tormentato e lo sguardo diffidente con il quale rifiutano dall’omino il Caffè Borghetti (“Minimo c’è la droga dentro, gobbi bastardi”). Si dividono in complottisti base (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda) e complottisti avanzati (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda, De Coubertin, Adamo ed Eva). Il complottismo esasperato è costato l’espulsione dal gruppo a Giuseppe C., commercialista di Trezzano sul Naviglio: per errore, ha urlato al complotto al rigore negato al Bologna per il fallo di Eder: “Scusate, ero distratto, ho problemi a casa”. Ma non c’è stato verso.

Tecnicisti tatticisti vegani. E’ l’altra frangia-guida del tifo nerazzurro. Gli adepti sono convinti che l’Inter sia in effetti penalizzata dall’atteggiamento degli arbitri, ma che il problema vero sia un altro: che la squadra è profondamente scarsa e/o l’allenatore non capisce un cazzo (da qui i sottoinsiemi dei tecnicisti tatticisti squadristi e dei tecnicisti tatticisti misteristi). Sono facilmente riconoscibili sugli spalti: circondati solitamente da tifosi che insultano l’arbitro, loro si mettono a urlare frasi del tipo “Ma figa, chi ti ha insegnato la diagonale, il supplente di ginnastica?” oppure “Se non disponi diversamente la difesa in modo da tenere più alti gli esterni, questi ci aprono il culo!”. Sono i più temuti tifosi da bar: se gli chiedi “cosa ha fatto l’Inter?”, potrebbero metterci mezz’ora a rispondere.

Mercatisti valdesi. Frangia tradizionale del tifo nerazzurro, una delle più antiche: gli adepti ignorano spesso particolari del presente (punti in classifica, gol fatti, in alcuni casi anche i nomi dei giocatori) e vivono costantemente proiettati al calciomercato. Non priva di fondamenti tecnici ineccepibili (da anni i mercatisti valdesi invocano l’arrivo di due terzini con i controcazzi), la teoria base del mercatista valdese non regala mai stabilità o certezze all’interista medio: in caso di sconfitta o di pareggio (e in alcuni casi, più rari, anche di vittoria) il mercatista valdese è solito concludere che “con una squadra così non si va da nessuna parte” oppure “come fai se non hai nemmeno un (segue elenco di ruoli)?”. Ultimamente, si riconosce per il sorriso ebete e la frase “minchia, adesso con i cinesi mettiamo a posto tutto per sette generazioni”. Il 31 gennaio e il 31 agosto di ogni anno i mercatisti valdesi vivono il loro momento più critico, con frequenti atti di autolesionismo.

Pagnoladisti integralisti. E’ una frangia in espansione del tifo nerazzuro, nata da una scissione con il tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora ritenuti troppo rozzi. Il pagnoladista integralista si caratterizza per una mente più contorta e per l’amore per la coreografia: perchè limitarsi a tirare giù quattro madonne quando puoi sventolare un fazzoletto e creare un movimento dal forte tratto politico e colpevolista? Accusati di essere foraggiati dalla lobby degli industriali tessili (a Milano la vendita di fazzoletti dopo il 2010 è cresciuta del 47%), il pagnoladisti integralisti sono attenti a cogliere ogni minimo accenno di polemica. Famoso il caso di Vincenzo F., bancario di Cesano Maderno, arrestato per adunata sediziosa e vilipendio al presidente della Repubblica all’Esselunga Lorenteggio dopo aver convinto una ventina di massaie a protestare contro la mancata proroga dei punti Fidaty.

Rizzolisti nicchisti nichilisti. Nicchia del tifo nerazzurro con comportamenti vagamente paranoici: i rizzolisti nicchisti nichilisti sono sostanzialmente coinvinti che qualcuno ce l’abbia pesantemente con loro, sempre e comunque. Dopo lo scioglimento dei moggisti corleonesi e dei giraudisti marionettisti, i rizzolisti nicchisti nichilisti considerano l’arbitro come il Male assoluto e hanno recentemente chiesto alla Fifa di eliminare la figura del direttore di gara sostituendola con la moviola in campo, l’occhio di falco del tennis e l’autogestione del curling. Odiano vigili urbani, ausiliari del traffico, poliziotti, carabinieri e steward. A un volontario di protezione civile che sorvegliava un incrocio in zona San Siro, l’anno scorso il rizzolista Luca A. (poi denunciato per rissa) ha urlato dal finestrino della macchina: “Tu non mi dici dove devo parcheggiare. Chi ti manda, leccaculo di Blatter?”

Gabigollisti irragionevolisti. E’ l’ultima nata tra le frange del tifo nerazzurro. In questa setta, già notevole per dimensione, sono tra l’altro confluiti ex adepti della “Metti a Cassano fraktion”. I gabigollisti irragionevolisti sono convinti che le partite siano sostanzialmente inutili perchè basterebbe far giocare Gabigol per risolverle, pur accettando – da interisti democratici e allineati – il diritto dell’allenatore di non farlo giocare. Sono facilmente riconoscibili sugli spalti di San Siro perchè non guardano la partita: chi gioca a Ruzzle, chi legge un libro, chi dorme con la testa appoggiata all’amico di fianco. Si svegliano quando entra Gabigol. I più accesi, si svegliano già quando Gabigol si scalda. A Bologna, dopo il gol di Gabigol, hanno pianto istericamente per mezz’ora e si sono ritrovati all’autogrill di Fiorenzuola per il Baccanale del Camogli.

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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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ottobre 3, 2016
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Il dietro e il davanti

romainter

Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda  è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente  cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter  dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy,  il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

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