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Dicembre 8, 2019
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De fischiatoris coglionitate

Non vinciamo più nulla dal 29 maggio 2011, finale di Coppa Italia, stadio Olimpico di Roma, Inter-Palermo 3-1, doppietta di Eto’o più Milito nei minuti di recupero (Eto’o più Milito. Debbo trattenere le lacrime). Da quel sollevamento di coppetta, la nostra settima coppetta, sono passati a oggi 3.113 giorni trascorsi annoiandoci poco (due cambi di proprietà, per dire), tifando molto (ci mancherebbe altro) e soffrendo moltissimo, in un avvicendarsi di trentasette allenatori e duecentoquaranta giocatori non sempre adatti all’Inter, nonchè ai nostri palati fini.

Arrivavamo da Eto’o e Milito (e Zanetti, e Cambiasso, e Sneijder, e Maicon, e Julio Cesar, eccetera, eccetera, eccetera) e ci siamo trovati via via con Zarate, Forlan, Palombo, Schelotto, Alvaro Pereira, Rocchi, Belfodil, Botta – ho una foto con Botta, e voi no -, Osvaldo, M’Vila, Taider, Montoya, Gabigol (presentato in mondovisione streaming manco fosse la reincarnazione di Pelè), Dalbert eccetera eccetera eccetera, non vincendo più nulla, patendo le pene dell’inferno, salendo sulle montagne russe di fugaci esaltazioni e lunghe depressioni, fallendo qualificazioni anche alle coppe più farlocche, vincendo random belle partite e a stretto giro perdendone di orripilanti, sposando le tesi dei vari mister per poi abiurarle il mese dopo (o macerarci nei dubbi, nelle ipotesi migliori), convivendo con le regole del fair play finanziario che ci sembrava applicato in modo così fiscale e frustrante a una sola squadra al mondo, la nostra. Eccetera, eccetera, eccetera.

L’8 dicembre 2019 – cioè oggi – siamo in testa in campionato al rirmo del nostro record assoluto di punti e con due di vantaggio sulla Juve (sì, quella squadraccia infame che ne ha vinti otto di fila e che fino a ieri sera era l’unica imbattuta nei maggiori campionati d’Europa) e siamo all’antivigilia di una partita dentro-fuori di Champions con il Barcellona (non con il Beer Sheva). Abbiamo mezza squadra fuori, un reparto falcidiato, una rosa complessivamente stanca dopo tre mesi e mezzo a duecento all’ora. Un allenatore e una società che ci stanno issando a forza a livelli mai raggiunti nel corso degli ultimi fottuti 3.113 giorni.

E noi fischiamo i nostri giocatori per un passaggio sbagliato?

Intendiamoci, sulla faccenda dei fischi si rischia di fare della gran retorica. Nessuno, nessuno può scagliare la prima pietra in quanto senza peccato. Le nostre carriere di tifosi interisti sono costellate di fischi, insulti, madonne tirate all’indirizzo di chiunque e da dovunque – stadio, divano, bar, ufficio, macchina, letto, cesso, spiaggia, dovunque abbiamo avuto in sorte di guardare/ascoltare/intuire una partita dell’Inter. E’ normale. Ripenso ancora con orrore a quella volta che io – io, santiddio, un tifosotto zuzzurellone se ce n’è uno – ho fatto partire un urlo localizzato – sapete, quelle piccole rivolte che coinvolgono un piccolo spicchio di stadio perchè solo lì si coglie un qualcosa – ai danni di Recoba.

Ero al primo arancio, un settore che a volte ci vorrebbe il napalm – lo dico affettuosamente, eh? L’Inter attacca dalla mia sinistra verso destra. Toldo con la mani passa la palla a Recoba sull’out sinistro, vicino alla panchina avversaria, Recoba è distratto, a momenti perde il pallone, brusìo, ma comunque non lo perde, non succede niente, la palla torna a Toldo che stavolta la rimette in gioco verso qualcun altro e l’azione riprende. Recoba però torna indietro e dice qualcosa a Toldo, con mimica incazzosa. Al che io (diciamo che, al netto delle sue enormi doti tecniche e del gol del 3-2 con la Samp, ho sempre fodamentalmente ritenuto il Chino un simpatico rubastipendi), istintivamente, e in netto contrasto con la mia indole gandhiana, mi sono alzato e ho urlato “ma pensa a giocare, coglione!”, trascinando con me trecento-quattrocento primoarancisti che hanno urlato le peggio cose per 4-5 secondi. E io ho trascorso il resto della partita pensando che la Digos avrebbe visionato il filmato e cercato l’autore dell’urlo localizzato e mi sarei preso tipo un 15 anni di Daspo e pensavo “come lo dico alle mie figlie, che le potrò riportare allo stadio tipo nel 2022?”).

Vabbe’, detto questo: ma come cazzo è che fischiamo questa Inter? Come cazzo ci permettiamo di farlo? Come?

Ho fischiato Inter insopportabili – giocatori insopportabili, allenatori insopportabili – in situazioni insopportabili, chessò, al nono posto in classifica, sotto di quattro gol con l’Atalanta, incapaci di fare un passaggio in verticale, o un tiro in porta. Ho fischiato, quello sì, Inter indolenti, Inter in sciopero bianco, Inter incapaci di sollevarsi – e di sollevarci – dalla mediocrità. Ho espresso il mio dissenso come non può non capitare anche al più interista degli interisti se seduto in mezzo ad altri migliaia di persone che con il loro umore ti trascinerebbero anche nel più atroce gorgo di autolesionismo.

Ma fischiare questa Inter, oggi, in queste condizioni, in questo momento storico no, non esiste. Non esiste proprio.

Sì, lo so, primoarancisti, primorossisti (e via salendo), lo so che tra voi c’è gente molto più brava a fare i cross e le diagonali di Lazaro e Biraghi, ma purtroppo l’Inter non ha ingaggiato voi, ahimè, e ci dobbiamo tenere loro. Voi, che poggiate il culo sugli scomodi e cari seggiolini posti lungo le fasce laterali, voi che a forza di mugugni e insulti avete rovinato le carriere di decine e decine di modesti esterni destri e sinistri che magari avrebbero potuto diventare bravi in altre condizioni ma che sono rimasti modesti, cercate di frenare i vostri istinti. Vorreste Alexander-Arnold e Marcelo? Fate una colletta e statevene buoni.

A Candreva, sopravvissuto a tre stagioni di primo arancio e protagonista indiscusso nella quarta stagione all’Inter, andrebbe assegnato il Nobel per la Pace. E’ un reduce, in tutto e per tutto. C’è gente che ha appeso le scarpe al chiodo per molto meno. Tra i fischiatori di Candreva, ovviamente, c’ero anch’io. Come dominare i propri istinti al quarantesimo cross consecutivo troppo alto/troppo basso/troppo lungo/troppo corto? Ho tirato giù tutti i santi del calendario gregoriano, ma dal divano. Allo stadio non fischio mai, non prima del ventiseiesimo errore, almeno. Allo stadio tifo Inter, senza condizioni. Ho tifato Schelotto come tifavo Maicon, ho tifato Rocchi come tifavo Boninsegna (beh, oddio, qui forse ho esagerato). Al clamoroso gol sbagliato da Lukaku in Inter-Verona mi sono accartocciato su me stesso – mentre attorno a me ne dicevano di ogni, roba da chiudere il secondo rosso per un paio d’anni – e non ho detto nulla. Nulla. Ho i testimoni. E so di avere avuto ragione io, e ora me ne bullo come un alunno di seconda media all’intervallo.

Martedì ci giochiamo il futuro e una paccata di milioni in una partita in casa con il Barcellona (non il Beer Sheva). Sapete, quella squadra che ha Messi, Suarez, quegli scarsoni lì. Ecco: provate a fischiare. Provate a pensare anche solo lontanamente di fischiare. Se, onestamente, avete in animo di andare allo stadio e fischiare, e però capite che al vostro problema ci può essere una soluzione – cioè stare a casa -, andate su Facebook, mi contattate in privato e concordiamo la cessione del biglietto. Vado io al posto vostro, senza offesa. Forza Inter. Amiamola. E fischiamola quando lo merita: ma al primo posto in campionato, e alla vigilia di Inter-Barcellona, fischiarla è proprio da gran coglioni. Grandissimi, incommensurabili coglioni.

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Gennaio 22, 2015
di settore
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Waka waka

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Ecco, in effetti noi avremmo bisogno di un idolo. De-tripletizzata la squadra, ora in fase di thohirizzazione e mancinamento, avremmo bisogno di un qualcuno da cui aspettarci qualcosa, ma non in un semplice rapporto tifoso-calciatore (io tifo Inter fin da quando ero bambino e tu, mercenario strapagato momentaneamente fasciato dei miei colori, sei pregato di farmi vincere la partita), ma in un più complicato e affascinante rapporto tifoso-idolo (io tifo Inter fin da quando ero bambino e in quanto tifoso sono un mentecatto squilibrato e tu, mercenario strapagato dei miei coglioni, mi piaci oltre ogni ragione e ti concedo qualsiasi cosa perchè sei il mio idolo e gli altri non sono un cazzo).

Per dire: Recoba era un idolo. Io lo avrei strozzato a mani nude, e ha avuto l’impulso di farlo almeno settantacinque volte, ma ammettevo che da lui era lecito aspettarsi un qualcosa, anche perchè vedevo gli altri – quelli per cui Recoba era davvero un idolo, e io non li capivo fino in fondo, anzi, li sfanculavo di frequente – che avevano una strana luce acquosa negli occhi – una canna? no – perchè loro erano sicuri che il Chino, anche nel corso di una delle sue numerose partite di merda, un qualcosa avrebbe tirato fuori. Questa sfumatura l’ho capita quando un figuro seduto davanti a me, dopo un gol di Di Biagio di testa su calcio d’angolo tirato da Recoba stretto sul primo palo, pem!, si mise a saltare come un bambino urlando “Il cervello è bacato, ma il piede è telecomandato!” e lì capii per la prima volta che ci sono gli idoli ad personam o settoriali, insomma, ognuno ha il suo, e magari attualmente c’è qualcuno che come idolo ha Kuzmanovic e io lo rispetto.

Ecco, però noi, interisti del 2015 con le balle un po’ fruste, avremmo bisogno di un idolo corale. Un idolo corale che duri. No, perchè ci sono anche gli idoli caduchi, o addirittura gli idoli istantanei. Io ho vissuto a San Siro a metà degli anni Settanta una partita così, in cui a un certo punto – era un’Inter-Lazio finita 3-1 – tutto San Siro (tutto San Siro!) intonò il coro Ce-Ri-Lli Ce-Ri-Lli, una cosa bellissima, un omaggio a un giovane calciatore con i calzettoni abbassati che illuminò quella partita – era in trance agonistica, sembrava Suarez, giocava a testa alta, serviva palloni deliziosi – e io lì, anch’io, Ce-Ri-Lli, arghhhhhh!, e Franco Cerilli poi di fatto sparì, e però giocò una partita da idolo, e io c’ero e lo ringrazio perchè son cose che si ricordano.

No, ecco, però a noi oggi l’idolo usa-e-getta serve  poco o nulla. Ci servirebbe  un idolo vero, corale, mediamente duraturo. Che poi, non so se si è capito, l’idolo mica deve per forza essere il più forte. Ovvio, forte lo deve essere, ma niente superlativi assoluti o relativi. Serve uno di cui intravvedi una dote superiore (tipo Recoba, che poi ne aveva una decina inferiori, di doti, tra cui il cervello, ma quel sinistro, quel tiro, quel lampo di follia), uno che ti trasmette un brivido, uno per cui metteresti la mano sul fuoco perchè lui ci sta mettendo le gambe e le palle.

Uno da cui aspettarsi un qualcosa. Tipo lo Shaqiri di Inter-Samp, tipo, per dire.

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