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maggio 13, 2014
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5000 (motivi per non andare)

Mi reco all’alba (le 9, vabbe’, ma è la mia alba metabolica) al campo Coni di Pavia per disputare una gara che, nella lista delle mie preferenze, occupa la top ten della munnezza: i 5000 metri su pista. Com’è noto, la gara consta di 12 giri e mezzo di anello in tartan, cioè la morte civile. Facendo colazione e riordinando le idee, mi preparo al peggio: e cioè arrivare ultimo della batteria facendo registrare un tempo infamante, diciamo superiore ai 4′ 30″/km, roba da mammolette del podismo. Comunque esco, vado, mi iscrivo, mi rendo conto che la mia batteria non partirá prima di un’ora e mezza e quindi faccio le cose con estrema calma. Del resto, perchè prendersela, sapendo che arriverò ultimo e farò un tempo di merda?

“Perchè ci sei andato, scusa?”

Ma perchè lo sport è questo e De Coubertin sarebbe fiero di me. Il problema è che io non sono particolarmente fiero di me, ma come direbbero i latini, santiddio, “per aspera ad astra”. Attendo quindi con pazienza la mia batteria. Ci sono due cose belle: 1) la partenza è sul rettilineo opposto, il che conferisce al momento un’aura di eroismo (io penso che vada apprezzato ogni mio tentativo di spiegazione del perchè mi ostino a presentarmi alle gare su pista); 2) ti chiamano uno per uno, dicono il tuo cognome, tu rispondi con il numero del tuo pettorale, ti sistemi dove ti dicono di sistemarti, insomma, sembra una gara vera. Noto la presenza di gente che, facendo un rapido calcolo, non solo mi doppierà, ma potrebbe doppiarmi due volte, tipo quelle macchine sfigate di Formula 1, you know. Vabbe, mi dico, ma chi se ne

PUM!

O figa, si parte. Mariano Settorini è qui, bello reattivo. Ingaggio un duello sulla prima curva con un noto professore e con un tipo più alto di me e un po’ ciccione, non tanto, un pochino, diciamo corpulento. Supero Ciccio, supero il prof, il prof mi risupera. Tutto questo nei primi duecento metri. E nonostante questo sfrenato agonismo, questo superarsi e ricorrersi e mercarsi stretto e sportellarsi e sverniciarsi, insomma, nonostante tutto questo io, il prof e Ciccio

siamo gli ultimi tre.

Ma questo non è un problema. Questo era preventivato. Mi piazzo dietro al prof, sembriamo Moser e Saronni al trofeo Baracchi, solo che quelli arrivavano in copia, mentre io ai 2500 scoppio, mi affloscio. Vabbe’, ciao prof, vattene pure, io tengo il mio ritmo, le gazzelle mi hanno già doppiato la prima volta e io mi assesto tranquillamente al penultimo posto. Al che, facendo questa considerazione, mi sento pervaso da un senso di non so cosa, una sorta di frustrazione zen, non so se mi spiego. Vabbe’. Vado, ma sempre più lento. Mancano due giri e le gazzelle ripassano per la seconda volta, Iddio le strafulmini. Dlen dlen dlen. Manca un giro. E mentre sono lì che penso che tra poco stopperò il Garmin, tirerò il fiato, berrò un bicchiere d’acqua, insomma quelle robe lì, a meno di duecento metri dall’arrivo, in piena curva, in vista del traguardo, ecco, insomma, proprio in quell’istante cruciale,

Ciccio mi supera.

Mi supera e sprinta. E’ lui il penultimo. Io ultimo. Gli ultimi 50 metri li faccio con il morale a pezzi. Medito il ritiro. Come si fa a ritirarsi negli ultimi 40, 30, 20 metri? Potrei fermarmi, girare a sinistra, sul prato, tra gli occhi increduli del gruppetto che è sul traguardo e aspetta me per chiudere il cronometraggio, sì cazzo, potrei farlo, perchè no? ora mi fermo, vado sul prato e urlo

“Vi odio tutti!”

ma non lo faccio. Taglio in traguardo. Stoppo il Garmin. Ultimo, ma a 4′ 29″ al chilometro. Il podismo è crudele, ma hai sempre una soddisfazione. Magari lo 0. 1 per cento di soddisfazione, ma ce l’hai. Non odio nessuno. Viva il podismo. Viva Ciccio. Juve merda.

5000

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