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gennaio 5, 2015
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Io e Pino

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Nell’estate del 1976, è sera, sono al campo sportivo di Arma di Taggia per assistere a un concerto (uno dei primi live della mia vita, forse il primo) di cui capirò abbastanza poco: Napoli Centrale, jazz rock partenopeo, un po’ eccessivo per un dodicenne di Voghera in vacanza al mare. Al sax James Senese, al basso tale Pino Daniele. Lunga pausa. Nell’estate del 1979 guardo distrattamente alla tv il Festivalbar, tale Pino Daniele canta Je sò pazzo e io penso che vabbe’, questo dice cazzo in una canzone e così tutti parlano di lui, tzè. Nella primavera del 1980 (com’è? Solo gli stupidi non cambiano mai idea?) sto guardando la tv, c’è un programma in seconda serata su Rai1 e resto folgorato dal pezzo che passa con la sigla finale. Mi pare proprio quello della rima pazzo-cazzo. Aspetto i titoli di coda, lui in effetti è Pino Daniele, la canzone si chiama I say i’ stò ccà, un blues un po’ in napoletano e un po’ in inglese, una voce della madonna, le tastiere, ten-ten ten-ten, l’armonica. Quando, un paio di giorni dopo, ho comprato Nero a metà non potevo cogliere la grandezza intima del gesto. Stavo entrando in possesso di uno dei dieci dischi più belli della storia della musica leggera italiana e stavo indirizzando i miei gusti musicali verso una direzione ben precisa, che rimarrà quella. All’insegna dell’essere curioso e onnivoro, dello spizzicare qua e là, delle lunghe fedeltà e delle brevi infatuazioni, ma con un fil rouge che non si spezzerà mai.

Io avevo sedici anni e mezzo e Pino Daniele 25. Fare un disco come Nero a metà a 25 anni significa essere un grande della musica. No, scusa: un grandissimo.

Nell’ordine, negli anni successivi: mi regaleranno Vai mo’, che album, che conferma. Poi mi procurerò il precedente Pino Daniele per ascoltarlo fino alla consunzione, potentissimo, e anche Terra mia per conoscere i primordi. Poi arriverà Bella ‘mbriana, un livello di qualità a cui nessun italiano poteva lontanamente puntare. Poi Musicante, sperimentando una chitarra nuova (mai un disco uguale al precedente, mai). Poi il live Sciò, doppio lp, libidine.

Nel 1985 sono a Merano, durante il servizio militare, ed esce Ferry Boat. Tornando a casa per una licenza, un venerdì pomeriggio, scendo a Bolzano e corro a un negozio di dischi sotto i portici, poi corro di nuovo in stazione e prendo il treno per Milano per un pelo. Poi l’arab rock (boh? lo diceva Pino) di Bonne Soirée e quell’assolo disperato di sax di un disperato Larry Nocella. Poi Schizzechea with love, poi Mascalzone latino tutto con la chitarra acustica (ma Faccia gialla l’avete mai ascoltata? No?).

E qui si opera al cuore.

Nel frattempo, l’avevo visto in concerto, nel 1981, al Festival dell’Unità di Voghera, che era un festival con i controcazzi. Era il tour di Nero a metà e se ci ripenso mi vengono i brividi e sento ancora il mal di culo della lunga attesa seduto nel cortile della ex caserma. Poi l’avevo visto a Pavia, anche lì cortile del castello, anche lì mal di culo ma che concerto, era il tour di Bella ‘mbriana, una band spaziale, un concerto meraviglioso. Poi l’avevo visto di nuovo a Pavia, al palasport, d’inverno, tour di Mascalzone latino: ricordo solo che durante un pezzo si ferma, dice stop stop stop, cala il silenzio: “Scusate, mi sono sbagliato”. Applauso, e ricomincia.

Torna dopo i by-pass nel 1991 con Un uomo in blues, bel disco, e altri ne seguiranno, di inediti e di live. Comprerò l’ultimo album nel 1997, Dimmi cosa succede sulla terra. Per uno che aveva amato anche al milionesimo ascolto le parole di Voglio di più, A testa in giù, Chi tene ‘o mare e decine di altre (oltre che grandissimo musicista, il primo Pino Daniele era anche un eccellente paroliere), la deriva di testi del tipo Che Dio ti benedica, che fica o Col sorriso di plastica mentre fai la ginnastica era non più serenamente accettabile, così come lo sprofondo delle collaborazioni – prima Wayne Shorter, Gato Barbieri, Mel Collins, Pat Metheny, ora Irene Grandi e Alessandra Amoroso – imbarazzante. E’ la vita. Tutti abbiamo un parente con cui abbiamo rotto i ponti o un amico che improvvisamente non abbiamo più visto nè sentito. Io avevo Pino Daniele. Sono stato con lui per 17 anni di grandi emozioni, e ormai da 17 lo avevo lasciato al suo destino. Non ho ricordi di Pino Daniele con pettinatura stilosa e vestiti griffati. Pino Daniele è uno solo, per me, quello con la criniera scarmigliata, i vestiti inguardabili, ingobbito sul microfono, sudato, spuorco, poderoso, immenso.

Prima di salutarlo nel 1997, lo avevo ancora visto a Milano, al Forum, due volte: da solo sul palco, che emozione, nel tour del rientro dopo l’operazione, e poi con Pat Metheny, concertone. Poi allo showcase di presentazione di Non calpestare i fiori nel deserto, quell’occasione irreale in cui hai davanti Pino Daniele che suona per te e altre cinquanta persone, roba da matti. Poi ero andato alla presentazione del suo libretto “Storie e poesie di un mascalzone latino”, una robetta buttata lì un po’ così, ma lui era Pino Daniele e io mi sono messo in fila per l’autografo.  Tocca a me. Mi guarda: “Tu?”. Roberto. Scrive: a Roberto, Pino Daniele. “Ciao”. Ciao. Ciao Pino.

Cinque giorni fa, la sera di San Silvestro, mentre sono a tavola con amici, orecchio dal televisore – acceso per captare il countdown ufficiale per il brindisi – uno che sembra fare decorose cover di Pino Daniele, poi sento un assolo di chitarra e mi dico: minchia, lo fa proprio preciso. Mi alzo e vedo che è Pino Daniele in persona. Canta allo show di Capodanno di Rai1, mentre canta scorre sullo schermo il testo della canzone. E’ un karaoke, praticamente. Pino Daniele. Torno a tavola con il magone.

Lo stesso magone che ho adesso a ripensare al mio Pino, il mio amicone, quello del periodo 1980-1997, quello che ho conosciuto per un assolo di armonica e ho abbandonato prima che fosse troppo tardi. Non ci siamo più visti da allora, ma mi ha lasciato cose – dischi, canzoni, musiche, emozioni – che non si cancellano e che per fortuna restano per i posteri, me compreso. Il feeling è sicuro / Quello non se ne va.  A volte non si deve aver paura di dire banalità del tipo “un piccolo pezzo della mia vita che se ne va”: anche se si tratta di un musicante, anche se sono solo canzonette, a volte è vero.

pino

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