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gennaio 8, 2017
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Specularmente a ritroso (ovvero: investire 5 euro)

Erano anni e anni che non vincevamo quattro partite di fila. Precisamente, uno (e qualche giorno). Era successo a fine 2015, nell’autunno dorato del Mancio ancora sorridente – come noi, del resto – e degli 1-0 straordinariamente ripetitivi per i fegati altrui: battemmo Bologna, Roma, Torino e Udinese – sempre loro – in una serie che culminò con il primato in classifica con 4 punti di vantaggio. Al che accadde che un amico (si chiama Gigi) mi chiamò al telefono per dirmi che davano l’Inter a 5 per la vittoria dello scudetto e che gli sembrava il caso che giocassimo 20 euro. Non mi soffermo sul seguito della storia (dell’Inter e dei miei fottuti 20 euro), ma allargo il campo e dico che si trattò in realtà di una splendida serie di sette partite, 6 vinte e una persa a Napoli  facendo un secondo tempo da paura. Poi niente, sul far del Natale io giocai i 20 euro sognando di incassarne 100 qualche mese dopo e l’Inter, per ringraziarmi della fiducia, smise d’amblè di giocare, a partire dalla magica notte di Melo e della Lazio, di Jovetic e del Mancio, e una storia va a puttane, sapessi andarci ioooooooooo.

Un anno e un mese scarso dopo ecco rifare una serie di 4 partite vincenti – Genoa, Sassuolo, Lazio, Udinese – che mi stimolano una riflessione parellela. Si tratta in realtà (punteggiata dalle ultime tragiche esibizioni europee, ma quelle vanno calcolate correttamente a parte) di una abbastanza splendida serie di otto partite in campionato, di cui 6 vinte, una pareggiata (bene, col Milan) e una persa (demmerda, col Napoli).

Sono le otto partite senza De Boer.

Non parliamone più. Lo fanno di continuo loro, i nostri beniamini, dal capitano Icardi che ricorda “il clima insostenibile” al morituro Jovetic che mentre prepara la valigia ancora non si capacita del perchè non lo faceva giocare nemmeno lui. E insomma, si capisce come se la passasse il povero Frank ad di là delle sue colpe. Ma De Boer è il passato, lo è ormai definitivamente se lo score è questo: via lui abbiamo quasi sempre vinto, non abbiamo quasi mai perso e, dopo un primo periodo di adattamento alla nuova guida, la squadra ne prende meno e ne mette di più. Lo dicono i numeri.

Ora, nessuno di noi può dire come proseguirà questa storia. Se si chiuderà qui o se davanti a un calendario molto invitante proseguirà. Io posso solo confessare di avere ricevuto (ma prima di Udinese-Inter, non dopo: prima) la telefonata del mio amico (si chiama Gigi) (sì, lo stesso dell’anno scorso) che mi ha chiamato per dirmi che danno l’Inter vincente in campionato a 65 e che gli sembra il caso di puntare 10 euro, 5 a testa. E tutto questo mi titilla una suggestione, quella di poter leggere questa storia specularmente a ritroso, che non so bene cosa voglia dire ma mi piace come formula. Nel senso che un anno e venti giorni fa la serie si infranse contro il nulla  che ne seguì, mentre mi piacerebbe assai che ora questa serie – partita dal nulla che l’ha preceduta – ora cresca e si moltiplichi.

Ma tutto questo è così fatuo, amici, così caduco, così appeso al filo dei garretti dei nostri incostanti beniamini (sospiro)… E poi non chiedetelo a uno che sta per sacrificare 5 euro sull’altare del più cazzone degli obiettivi. Credendoci, tra l’altro.

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novembre 21, 2016
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E’ da questi particolari

pioliperisic

Stavamo per perdere un derby in maniera crudele, avendo prodotto di più di chi lo stava vincendo – a tratti molto di più – e pagando troppo care le nostre solite sciocchezze, come se a noi non fosse più concesso non dico avere culo, ma almeno ogni tanto godersi il lusso di fare una cagata e sfangarla, così, con leggerezza, e in piena coerenza con uno sport che si gioca con un accessorio sferico. Mi spiaceva perchè non era giusto, oggettivamente. E mi spiaceva soprattutto per Pioli, che i suoi tentativi di organizzare la squadra in un certo modo e, di slancio, di vincere la partita li aveva fatti. Che pessimo inizio sarebbe stato perdere immeritatamente un derby.

E quindi, mentre il tempo passava e addirittura scadeva, già ripensavo alla monetina gettata in aria da Cut the Wind prima del via e rimasta in bilico tra due fili d’erba, quelle cose che capitano una volta ogni diecimila lanci di monetina e che ti lasciano pensare che sì, è chiaro, è un segno, ti hanno fatto la fattura e sono cazzi. Pioli mette Medel centrale difensivo (l’uovo di Colombo) e Medel si infortuna. Entra er Pomata, fa un’immane cagata a centrocampo e i cacciaviti segnano il possibile gol partita. Mentre da noi le occasioni capitano quasi tutte sulla testa di Perisic (che in croato significa “testa a pera”) e così la tua mezz’ora iniziale, in cui manco gliel’hai fatta vedere, passa velocemente in cavalleria. Alla seconda occasione seria il Milan la mette. Li raggiungerai, ti puniranno subito dopo. Sembra già scritto.

Poi tutto si ricompone a tempo scaduto. E con il gol del pareggio, dopo avere scartabellato i tuoi peggiori pensieri, più che perplimerti per le due volte in cui sei andato in svantaggio, festeggi una storica doppia rimonta; più che maledirli per i gol sbagliati e gli inutili cross morbidi, celebri la doppietta dei tuoi esterni extralusso; più che rimuginare sulle quindici cose che ancora non vanno, ti concentri su quelle quattro o cinque che hanno (ri)cominciato ad andare.

E quindi ti puoi incazzare per le mollezze di Ansaldi e Miranda sui gol, per le solite murillate, per un centrocampo inedito che va un po’ a sbalzi, per un Icardi che la vede poco e male. Ma poi stappi lo champagne per una squadra che ha cambiato passo, ha ritrovato il gusto di metterci cuore e palle oltre il minimo sindacale, ha pagato care le poche amnesie ma non si è mai depressa fino a rimediare con un piede già sotto la doccia, che vuol dire averci creduto.

Medel in difesa, il posto è quello. Kondogbia sbaglierà anche tanto, ma ha toccato più palloni che il tutto il 2016 (e nell’ultimo quarto d’ora più palloni lui da solo che gli altri 21 in campo). Abbiamo ripreso a correre, in senso fisico. Si è rivisto lo stesso spirito di Inter-Juve, e ora ci smentiscano sul sospetto che ci si concentri solo per le grandi occasioni. Pioli è partito col piede giusto: sarebbe stato più difficile dirlo se avessimo perso il derby invece di riacciuffarlo al 93′, e tra tante sfighe almeno godiamoci questo piccolo e tardivo segnale positivo. Avanti così, senza perdere altro tempo.

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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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settembre 25, 2016
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Ho visto Ranocchia (The return of Little Frog)

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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settembre 18, 2016
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Vi prego, restate così

interjuve2

Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

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marzo 19, 2016
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Marzo pazzerello

Spiace aver pareggiato prendendo un gol di culo nei minuti finali, ma è un dispiacere attenuato dal fatto che a) è giusto così e b) in questo mese di marzo, dopo i pessimi due mesi precedenti, si respira un’aria decisamente nuova. A Roma ce la siamo giocata, contro una squadra che arrivava da 8 vittorie consecutive e con cui dovremo continuare a giocarci la chimera del terzo posto. Era meglio vincere, ovvio, ma con il pareggio siamo in vantaggio negli scontri diretti ed è come se avessimo recuperato mezzo punto.

Bene così. In questo marzo pazzerello è il quinto risultato utile di fila (Inter-Juve, Inter-Palermo, Inter-Bologna, Bayern-Juve, Roma-Inter) in un clima positivo, di gol, di punti, di gioco, di umore. Peccato che finisca qui, marzo. Finisce al giorno 19, una specie di beffa per noi che avremmo pagato per abbreviare gennaio e febbraio che invece non finivano mai. E vabbè’.

Adesso recuperiamo infortunati e squalificati e prepariamoci allo sprintone delle ultime otto. E per favore, Mancio, fai pure il creativo ma non togliere più Perisic.

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marzo 12, 2016
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Arriveremo a Roma

A parte quella cosa idiota e demodè di prendere a sassate un pullman dei tifosi ospiti, il resto tutto bene. Anzi no, si è infortunato Icardi, e potrebbe essere lunga, e potrebbe essere una bella sfiga proprio adesso che viene il bello. Il resto tutto bene. Beh, oddio, partita non granchè  e discreto ciapa-ciapa finale, che ti metti a guardare con insistenza l’orologio e a desiderare l’orociok. Il resto tutto bene. A parte l’ammonizione di Palacio a tempo scaduto, così scatta la squalifica e salta la prossima  (fuori Icardi e Palacio, no dico, partiamo alla grande).

Il resto tutto bene. Quarta vittoria di fila in casa in campionato  (più la fajolada alla Juve), che è comunque un sintomo che le cose si sono rimesse a correre in un certo modo. E adesso la Roma. Il campionato ce lo giochiamo sabato e quella di stasera era una pericolosa partita-ponte, di quelle che giochi pensando a quella dopo (e non si sa mai). E’ andata, e quindi festeggiamo. Con moderazione. Perchè il difficile deve ancora arrivare, ci andremo un po’ malmessi e dopo aver fatto due punti nelle ultime cinque trasferte.

Stasera importavano solo i tre punti. Lasciamo sul campo qualche pezzo, ma siamo in rincorsa. Sarà durissima, ma in novanta minuti potremmo riprenderci molto di quello che abbiamo perso nei due sciagurati primi mesi del 2016. Quelli che non hanno fantasia la definirebbero una bella sfida. Però le banalità a volte ci azzeccano.

perisic

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marzo 7, 2016
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Avanti, una alla volta

ljiajc

Sono successe tali cose negli ultimi otto giorni che in realtà sembrano otto settimane – otto mesi, forse – e siamo passati dalla sostanziale umiliazione contro la Juve di domenica scorsa alla vittoria consapevole contro il Palermo passando attraverso il folle mercoledì di Coppetta, la serata che ci ha riconciliato con il mondo pur con un finale amaro. Tutto e il contrario di tutto. A un ritmo così frenetico che a questo punto, per non uscire pazzi, è il caso di guardare solo avanti e di scordarci il (recente) passato, i pessimi primi due mesi del 2016. Mancano dieci partite e pensiamo a quelle, stop.

Da dove ripartiamo? Boh, per esempio da tre vittorie consecutive in casa in campionato (quattro se aggiungiamo la Coppetta), che sono la prima striscia positiva dai tempi lontanissimi del panettone. E da una ritrovata vena complessiva, sei gol in quattro giorni e undici facce finalmente distese, di chi ha vinto e di chi ha fatto il proprio dovere. Le cose van così veloci che non possiamo essere sicuri di nulla, ma almeno possiamo pensare – con un velato pudore – che quelli veri siamo questi qui, quelli degli ultimi quattro giorni, e che magari adesso ci rimettiamo in viaggio e chissà, recuperiamo il tempo perduto, l’autostima, le ambizioni.

Massì, scurdammoce ‘o passato. Mancano dieci giornate e ci dobbiamo provare. E volendo ridurre l’orizzonte, manca una partita (Bologna, in casa) per andare alla penultima resa dei conti (Roma, fuori) e laggiù, in quello stadiaccio nemico, giocarci ciò che ci resta di questo balzano campionato. La Roma è un esempio fulgido di quello che potremmo essere, o dovremmo fare: erano in crisi nera, si sono rimessi a pedalare, ne hanno vinte sette di fila e sono ancora lì che se la giocano e magari sognano, nonostante tutto.

Noi invece siamo quelli che, in testa al campionato con 4 punti di vantaggio, abbiamo fatto 12 punti nelle successive 11 partite in cui non ci siamo fatti mancare nulla, dalle crisi di panico con il Carpi ai tre gol presi dai gonzi e cinque in due tranche dai gobbi, senza colpo ferire. Potremmo tenere seminari su “L’arte di incularsi un campionato: strategie e sprofondi morali”, ma anche un corso di aggiornamento su “Rimettersi in piedi nel giro di tre giorni”, why not? Mancano dieci giornate, da giocare una per volta, cercando di trarne il meglio. Io ci voglio credere. Anche perchè di perdere interesse per il campionato due, tre o quattro mesi prima che finisca, diciamolo, mi sarei anche rotto i coglioni.

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marzo 3, 2016
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Revenants

Dopo il primo rigore, e ancora più dopo il secondo, era chiaro che Carrizo non ne avrebbe mai parato uno. Quindi l’unico modo di vincere era andare ad oltranza, ed esauriti i giocatori avrebbe cominciato a tirare chiunque – Gabriel Garko, Don Livio  Falzaga, Mal dei Primitives, Uto Ughi, Pat Rafter,  Raffaele Sollecito, Gennaro Capuozzo, Bob Sinclair, Gianni Ciardo, Alessandro Cecchi Paone, Jimmy il Fenomeno, Nathan Falco Briatore, Benito Urgu, Francesco Ingravallo, Bugs Bunny, Michele Pecora, Psy, Ciccio Formaggio, Gaetano Quagliariello, Lou Castel, Tito Stagno, Engelbert Humperdinck – e Carrizo non avrebbe parato uguale, ma qualcuno poteva tirare fuori, ecco.

Che poi, ovvio, mica è colpa di Carrizo (il colpo di genio sarebbe stato mettere dentro Handa come terzo cambio, ma stavamo perdendo i pezzi), che tra l’altro aveva evitato un finale grottesco – la squadra che si distrae collettivamente al 121′ e la Juve che segna, santa madonna -. No, era solo per sottolineare uno dei tanti simbolismi di questa partita in cui hai fatto trenta ma non trentuno, che è un po’ il nostro marchio di fabbrica attuale. E la sera che ne fai tre alla Juve, la strapazzi come raramente è accaduto nella storia e provochi  milioni di riempimenti di Linidor all’unisono, ecco, niente, poi tutto sfuma così, con dei rigori tirati a porta vuota e tu che prendi la traversa non abbastanza di sguincio.

Così, sdraiato per terra davanti al televisore, dopo la più bella e tesa e sudata e passionale partita degli ultimi cinque anni e mezzo, più che altro mi sono incazzato. Perchè, rimanendo ai soli ultimi due mesi, se avessimo giocato ogni partita con la metà della voglia e del furore di questa sera chissà dove saremmo. E invece abbiamo visto cose che noi interisti umanisti ci gira il cazzo.

Perchè, amici, perchè? Bisognava giocare il ritorno di una partita partendo da tre gol sotto per tirar fuori – finalmente – i coglioni? Bisognava farsi scherzare da Juve (due volte) e Milan per trovare le motivazioni per ripartire? Bisognava far due punti in tre partite con Sassuolo, Carpi e Verona per arrivare una sera piovosa a pensare che sì, perchè non provare a inculare i gobbi?

Nel giro di tre giorni abbiamo dato il peggio e il meglio contro gli stessi avversari. Incredibile come l’Inter che quasi comicamente, domenica sera, gestiva lo svantaggio a Torino, il mercoledì abbia giocato una partita all’arrembaggio per 120 minuti. Come se la stessa compagnia di attori avesse girato “Alex l’ariete” la domenica e “Revenant” il mercoledì.

Ecco, sì: redivivi. Adesso rimanete così – vivi – per i prossimi due mesi e mezzo. Avete un po’ di nostre incazzature da purgare e un terzo posto  che, giocando così, non è impossibile. Basta volerlo davvero, tipo Inter-Juve addì 2 marzo 2016 in Milano.

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febbraio 7, 2016
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Il gol di Torti all’esordio in Serie A

Come il Mancio, anch’io oggi avrei segnato un gol a 50 e passa anni. Bastava ottenere un ingaggio a gettone dal Verona ed essere schierato da Delneri. Qui, oggettivamente, sta il difficile. Occhei, sono simpatico e ho discrete doti di fondo, ma non è che uno si può prendere un rischio del genere a cuor leggero (anche se dopo aver visto Ionita e Leroy Gomez penso che avrei potuto giocarmela). Però, metti che ormai sei retrocesso e decidi di giocarti la carta Torti. Togli Lele Moras o Emma Marrone, entra Torti, maglia numero 63.

“Chi casso è?”

“Boh, l’avranno preso a gennaio”

“Sembra più vecchio di Toni”

“Impossibile”

“Ha le maniglie dell’amore”

“Come Maxi Lopez?”

“Più o meno”

Delneri mi prende per un braccio e mi dá gli ultimi consigli:

“sfgdfddgj dtdrshshdgg sgfhfjftddhj dgdgdgckvfff”

“Ok mister”

Entro e vado a metacampo. Incrocio Brozo, Kondo, Rodrigo e vorrei abbracciarli e fare un selfie, ma non ho il telefono e soprattutto sono del Verona. Devo giocarmi la mia chance, prima che scoprano che sono vecchio, che non gioco una partita di pallone da una ventina d’anni e che mi hanno tesserato come giocatore svincolato free agent, ma senza avere avvertito l’ufficio di collocamento di Pavia.

Mi piazzo in mezzo, mentre saggiamente il mio Verona decide di giocare sulle fasce. Vedo in lontananza il Pazzo (credo sia lui, almeno: mi mancano tre diottrie e mezzo) che fluidifica e si infrange contro Murillo, rimpallo, tic, tic, tic, angolo.

Angolo.

Io che faccio? Mi giro verso Delneri:

“Fsfddjfjfu dfdrhdkfgdjch sfffdhhhdvcgd”

Dai gesti, mi sembra che intenda dire: ficcati in mezzo e non cagarmi il cazzo che ho giá i miei problemi.

Mi reco quindi in area.

Juan Jesus fa a Telles: “Marca tu El Gordo”

Telles fa: “No, ci pensa Murillo”

Murillo fa: “Ne devo giá marcare sette, ci pensa Brozo”

Brozo fa: “Non ho voglia, sono stanco. Maurito, tienilo tu il 63”

Icardi fa: “Cosa?”

Jesus: “El Gordo”

Perisic: “El?”

Intanto Rómulo batte l’angolo. Siccome sono del Verona ma com’è noto tifo Inter, tengo un profilo basso e non mi muovo.

Tanto non si muove nessuno.

Il pallone spiove verso il centro dell’area, i gialloblù vanno verso la porta, i bianchi tengono la posizione, Toni la spizza e io in quell’esatto istante penso che il verbo spizzare mi fa cacare, è un segno della corruzione della lingua italiana.

Poi noto che il pallone viene verso di me.

La mia vita mi scorre davanti. Perchè penso che adesso mi spazzeranno via, mi prenderò una gomitata nelle costole, un calcio negli stinchi, una testata sul sopracciglio, e allora chiudo gli occhi e dico addio, che bello morire così, sul campo, l’Inter verrà alle mie esequie, magari Ausilio dirá due parole dal pulpito sul mio destino beffardo, io interista ingaggiato dal Verona che prima di toccare il mio primo pallone in Serie A vengo colpito alla testa da Perisic in mezza rovesciata proteso nel tentativo di un disperato rinvio.

Chiudo gli occhi, colpisco con la fronte, sdeng!, cuoio bagnato e scivoloso, wow!, la palla va verso l’angolo opposto.

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaallll.

Il Bentegodi impazzisce, mi abbracciano dei tizi che non conosco con la mia stessa maglia.

“4-1 per il Verona! 4 gol di testa! Stavolta è stato Torti a battere Handanovic! 4-1!”

“Scusa Pardo, ma chi è questo Torti?”

“Ma che cazzo ne so… Ops, eravamo in onda?”

Io ovviamente non esulto. Spiegherò poi i motivi in sala stampa. Anzi, chiedo il cambio.

“Sfgdhdjfdytdh sfshshdryhjdk sffffhhsgdjhhhj!”

Ah giá, ero io il terzo cambio. Vabbè dai, resto, manca poco, magari ne segno un altro. Una vita a farsi seghe mentali, e poi scoprire che segnare un gol in Serie A è una cazzata. Mah.

verona

(seminascosto da Pisano, Torti segna il gol del 4-1)

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