Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

novembre 3, 2018
di settore
600 commenti

Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

share on facebook share on twitter

settembre 15, 2018
di settore
191 commenti

Il Var è morto e anche l’Inter non si sente molto bene

C’è così tanto da dire di questa disgraziatissima partita con il Parma che un argomento è meglio spuntarlo subito: il gol di Dimarco (il tiro della vita suo, dei figli, dei nipoti e dei bisnipoti) NON è colpa di Handanovic. Certo, se in quelle zone grigie della sua mente (lo prendo? non lo prendo? mi si nota di più se mi tuffo o non mi tuffo?) il nostro portierone decidesse comunque, anche solo a livello accademico, si stendersi in tutta la sua ampiezza verso la traiettoria del tiro, non sarebbe necessario doversi guardare 300 dolorosissimi replay per sentenziare che: no, non l’avrebbe preso neanche Higuita facendo lo scorpione con la displasia dell’anca.

Veniamo al resto. Se il possesso palla è tuo per due terzi, tiri verso la porta 20 volte e non vinci – anzi, poi la perdi – c’è sicuramente della sfiga e ci sono altrettanto sicuramente dei problemi – problemi anche seri, avrebbe detto Dalla – più o meno nella stessa proporzione del possesso palla. 20 tiri possono dire tanto o quasi nulla. Intanto, se non ne entra uno. E poi se li cataloghi e ti accorgi che togliendo i tiracci del Ninja e le azioni passate da Perisic (l’unico vero nostro schema: datela a Ivan, magari qualcosa succede), ti resta poco poco. Pochi come i 4 punti e i 4 gol in 4 partite, soprattutto se rapportati ai presunti 12 punti da fare con questo calendario più morbido rispetto alle altre, e invece diventato durissimo.

Spalletti ha detto una verità, sintetizzabile così: cosa devo dire a ‘sti ragazzi, non sono una squadra presuntuosa. Eh, bravo, e quindi? Se non pecchiamo di presunzione, di cosa stiamo peccando? Di pesantezza di corpo e di mente? Di idee poche e confuse? Di condizione complessiva ancora da trovare – cazzo! – a un mese dall’inizio del campionato, a tre giorni dal tuo ritorno in Champions dopo un’assenza di sei edizioni, alla vigilia di un ciclo di partite serratissimo, una ogni tre giorni? E Spalletti – che si assume come da copione la responsabilità – di cosa sta peccando? Perchè dà sempre l’impressione di sbagliare le scelte di inizio gara e pure quelle del durante? Perchè – per dirne una – manda sempre in asfissia il centrocampo? Se Brozovic dovesse fare causa per mobbing, io testimonierò per lui, per dovere civico e morale.

Cioè, questa è la situazione a tre giorni dall’arrivo del Tottenham: roba che quando attaccherà la musichetta saremo presi da un attacco generale di cacarella, tutti, tra campo e spalti, perchè di Berardi e di Dimarco il mondo è pieno e il Tottenham ne avrà minimo sei o sette. Forse, li preferivo un po’ presuntuosi. Vabbe’, sarà una vigilia con un po’ di pathos. Che, in fondo, ci mancava.

Detto tutto questo (perchè i problemi sono al punto 1 e i mulini a vento vengono dopo, se vuoi essere serio), vogliamo parlare dell’arbitraggio? Perchè se questo è lo standard che ci aspetta, preparate i fazzoletti (per piangere e per le pagnolade). La non-ammonizione del portiere del Parma per avere interrotto il gioco ributtando in campo un secondo pallone (stavamo battendo un angolo e loro non erano schierati) è stata scandalosa e ha colorato subito di grottesco l’intero pomeriggio del signor Manganiello, uno spettacolo complessivamente brutto da vedere e culminato con l’episodio del fallo di mano di Dimarco sulla linea di porta. La traiettoria della palla era inequivocabile (con quale parte del corpo, se non il gomito, avrebbe potuto deviarla verso il basso?), il rigore era clamoroso. Ma il rigore non ce lo hanno dato, e la partita l’abbiamo persa.

Il Var è morto, ragazzi, e forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta che sia vivo e vegeto. Oggi, a San Siro, se ancora rantolava ha avuto il colpo di grazia. Lo abbiamo inventato e l’abbiamo ucciso nel giro di un annetto. Sarà usato per casi abnormi, una volta ogni due giornate, giusto per sentire dire che funziona. Una prece. E’ stato (quasi) bello, ti ricorderemo per quei solari e impertinenti rigori contro la Juve che nessun arbitro avrebbe mai fischiato. Infondeva un senso di giustizia e sicurezza, il Var, in un rapporto dare-avere in cui riconoscevi un fondo di oggettività. Non ha nemmeno deciso il campionato, che la Juve ha vinto comunque (quasi) in carrozza. Era addirittura piaciuto alla Fifa, che lo ha portato al Mondiale. Giusto così: in un paese che sogna il ritorno al servizio militare e alle vaccinazioni fai-da-te, poi, era un pericoloso – quasi visionario – strumento di modernità.

share on facebook share on twitter

aprile 29, 2018
di settore
691 commenti

Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

share on facebook share on twitter

aprile 23, 2018
di settore
121 commenti

Koulibaly, l’uomo che incasinò le cose

Non so se qualcuno si sia davvero accorto dell’evento di oggi pomeriggio: Inter e Lazio (la Roma no, è chiedere troppo: aveva giocato – e vinto, dannazione – il giorno prima) hanno disputato la loro partita in contemporanea. E’ stato un brivido durato giusto una mezz’ora: il tempo che la Lazio all’Olimpico sistemasse le cose con la Samp, poca roba, il pathos è finito presto. Mentre noi a Verona sudavamo lacrime e sangue, con Euchessina finale.

Beh, in quel breve, rilassante lasso di tempo in cui sullo 0-2 pensavo fosse più che finita, sono andato a vedermi a ritroso il calendario. Così, per  curiosità: tipo che mi intrigava sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con Roma e Lazio, le due squadracce con cui ci contendiamo i residui posti in Champions.

Il risultato è stato sorprendente: l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Roma era stato in Inter-Roma, seconda di ritorno. L’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Lazio era stato in Inter-Lazio, ultima d’andata.

Cioè, questa formula del campionato-spezzatino ci ha tolto – praticamente sempre – il gusto del duello a distanza, quella cosa un po’ vintage e terribilmente coinvolgente del rimpallo da un campo all’altro per sapere cosa succede alla tua diretta avversaria, per vivere in real time le evoluzioni della classifica, per aumentare l’adrenalina occupandosi di due o tre partite invece che solo di una. Il triello per i due posti in Champions tra Inter, Roma e Lazio si è sempre giocato su piani sfalsati, in orari diversi, spesso in giorni diversi, a volte anche a due giorni di distanza.

Adrenalina a parte, c’è un aspetto che ogni volta mi destabilizza (e a volte mi scogliona, anche parecchio): per capire quanto vale davvero il tuo risultato, devi aspettare che tutti abbiano giocato. Magari vinci al sabato e stapperesti uno sciampagnino, ma le altre giocano il giorno dopo e se vincono è come se non fosse successo niente. O magari pareggi e perdi e ti impiccheresti al ponte dei Frati Neri, ma chissà, poi pareggiano o perdono anche le altre e tutto torna in discussione. Oppure le altre vincono e bòn,  ti senti morire dentro. Ok, nessuno ti toglie il gusto (o il disgusto) della singola partita, ma trascorsa la latenza post-match (commenti, smoccolamenti, discussioni, birre), e a meno che l’ultimo ad aver giocato sia stato proprio tu, c’è sempre un qualcosa che resta fastidiosamente in sospeso. O fascinosamente in sospeso.

Tipo oggi.

La Roma sabato vince a Ferrara, la Lazio domina in casa con la Samp e tu – in contemporanea! – sei lì che te la giochi col Chievo e alla fine in qualche modo la sfanghi. La quintultima giornata di campionato, per quanto riguarda il triello Champions, finisce con un nulla di fatto, le distanze restano invariate e c’è una partita in meno a disposizione per recuperare. E quindi?

E quindi la vittoria a Verona va bene ma non benissimo. Finchè non scendono in campo anche Juve e Napoli, e finchè non si gioca il minuto 89′, quasi 90′. Al minuto 89′ la Juve ha 4 punti di vantaggio, a 4 giornate dalla fine. Al minuto 90′, per interposto Koulibaly, la Juve ha un punto di vantaggio.

E sabato sera c’è Inter-Juve.

E’ tutto una questione di attimi e di centimetri. Se Tomovic a Verona avesse avuto una palla più vicina al gambone proteso, e se Koulibaly avesse incornato peggio e preso la traversa, sarebbe stata un’Inter-Juve con un’Inter virtualmente già condannata al quinto posto e con una Juve col match point scudetto in canna, che scialando di sarebbe anche accontentata di un pari. Inter-Juve 0-0, una roba così, addio Champions per noi e (quasi) benvenuto scudetto per loro.

E invece no.

Vedi, bisogna sempre aspettare che si giochi anche l’ultima partita per avere un quadro definito della situazione. Koulibaly ha stravolto il campionato, e mica solo quello di Napoli e Juve. Basti pensare, per esempio, a quale diverso – e inestimabile – valore assumono ora Inter-Juve e Roma-Juve, le prossime due trasferte della Gobba. Che poteva essere, a Milano, una squadra tranquilla in pieno controllo della situazione e a Roma, forse, nel peggiore dei casi, ancora in grado di gestire due risultati su tre, sempre che il Napoli non avesse mollato nel frattempo.

E invece adesso è una corrida totale, a cinque. Le prime due, le altre tre, con i cammini che si intersecano. Fottiamocene delle prime due (sognando lo Zeroplete, ovvio), vediamo le altre tre. Tra cui noi.

La Roma nell’ordine ha l’angosciato Chievo in casa (gioca sabato alle 18, prima di Inter-Juve), poi l’angosciato Cagliari in trasferta, poi l’angosciata Juve in casa e poi, all’ultima, una trasferta tranquilla a Sassuolo.

La Lazio ha una trasferta indecifrabile a Torino col Toro (sarà tranquillo, incazzato, disinteressato, interessato? boh), un’indecifrabile partita in casa con l’Atalanta (in teoria, alla caccia di un posto in Europa, quindi non neutra, ecco), una drammatica trasferta a Crotone (a meno di miracoli o apocalissi, sarà una squadra in lotta per salvarsi) e poi l”Inter.

l’Inter ha la Juve a San Siro (supergulp!), una maledetta partita a Udine (nel perdono 11 di fila per venire a rimpere il cazzo a noi, vedrai), un’innocua partita col Sassuolo (peraltro, mai fidarsi del Sassuolo) e la Lazio.

Ognuna ha i suoi problemi. Visto così, sarà un finale bellissimo, anche se fino alla penultima giornata giocato lungo i soliti piani sfalsati, che peggioreranno le cose. But, who cares? E’ così e basta. Grazie Koulibaly, adesso camminiamo rasente i muri e fantastichiamo a 360 fottuti gradi.

 

 

share on facebook share on twitter

aprile 8, 2018
di settore
122 commenti

La ruota che (non) gira

Ci contavano i pali, adesso non li contano più. Ci calcolavano il culo, adesso non lo calcolano più. Sono diventati esercizi inutili perchè ormai, a romperci il cazzo, ci pensa da solo il Fato. E mica da oggi. Domenica 11 marzo, ventottesima giornata, mentre noi ci facevamo un paiolo tanto per pareggiare 0-0 in casa col Napoli – partita che almeno segnava una svolta sostanziale dopo l’interminabile serie delle mozzarelle nerazzurre – accadevano le seguenti cose: la Lazio pareggiava al 90′ una partita già persa con un colpo di tacco alla sperindio da venti metri che manco al campetto, e il Milan vinceva al 90′ una partita già pareggiata con il primo gol in campionato di un centravanti di cui si erano dimenticati gli stessi cuginastri. Noi un punto, sudando sette camicie, gli altri tre: al novantesimo, gratis.

Oggi, a Torino, al minuto 36′, Belotti in azione di contropiede non sa a chi passare il pallone, corre, rallenta, si guarda in giro, non sa cosa cazzo fare,  si mette a litigare con i compagni, del tipo “qualcuno si smarchi o vi ammazzo a mani nude”. Perisic in rimonta da dietro allunga il gambone e gli toglie la palla. Che finisce dritta a De Silvestri, come Belotti non avrebbe saputo fare. Che la crossa a Ljajic, che al mercato mio padre comprò e la mette dentro.

Per dire che – al netto di tutto il resto – il culo ti assiste o non ti assiste, e se non ti assiste sono veramente cazzi.

Quella dell’11 marzo fu una domenica sanguinosa, per noi, e questa non lo è stata di meno: un vorticoso giro di uccelli paduli ha tenuto al palo la Roma e un po’ anche il Milan, ma tre punti persi d’un botto dalla Lazio pesano di brutto.  E’ chiaro – non è una grande novità, ma giova ricordarlo – che a questo punto del campionato, con il duello-scudetto ancora in corso, la corsa per l’Europa aperta a molte soluzioni e con sette squadre ancora impelagate nella lotta per la salvezza, non esistono partite facili o difficili: esistono partite, punto, da vincere o almeno pareggiare, guardando di sguincio – e con angoscia – quello che combinano le tue dirette avversarie. Sarà così per le ultime sette giornate, quindi prepariamoci.

Il problema è il culo.

In questo momento, e da molte settimane, forse mesi, l’Inter non ne ha, o ne gode random, e comunque sempre in misura minore alla sfiga che incombe e l’attanaglia. Prendi le ultime due partite. A leggere che abbiamo fatto un punto senza segnare un gol, ti verrebbe da dire: che merda. Se però le partite le hai viste, allora ti puoi macerare nel dubbio: cosa abbiamo mai fatto di male, e a chi, e quanto, per avere fatto un punto invece di almeno quattro se non di sei? Com’è che abbiamo perso a Torino tirando 15 volte e battendo 16 angoli a 1? Com’è che giochiamo, creiamo, corriamo, mordiamo e non incassiamo?

L’Inter di queste due ultime partite – 1 punto, 0 gol, 30 tiri, 25 corner, 50 azioni d’attacco, 100 cross, 1 milione di calorie lasciate sul prato – avrebbe fatto a fettine qualsiasi avversaria cui abbiamo devoluto punti nei due mesi e mezzo di buco nero. E oggi non avremmo problemi, o ne avremmo molti meno. A parte non l’avere segnato e di conseguenza non avere vinto, cosa puoi rimproverare all’Inter vista con Milan e Torino? No, ma ve la ricordate l’Inter con la Spal, il Crotone, il Genoa, o quella dei primi 60′ col Benevento?

Certo, non si può certo essere fatalisti al mille per mille, e affidarsi solo ai capricci della Fortuna. Non vincere due partite cruciali senza segnare un gol è sintomo anche di un qualcosina che non va: tipo che se è il caso entri in porta col pallone, e invece no, ti fermi appena prima. No buono. Ma c’è di sicuro una cappa merdosa che rende vagamente marrone il cielo sopra questa Inter,  un cappa in cui al non-culo aggiungi sfumature di Var millesimato (cioè al millimetro) e interpretazioni un po’ così. Altri segnali che da questo pantano ti devi tirare fuori da solo, rigorosamente da solo.

Di bello c’è che ce la possiamo fare, e questo ce lo dice quello che abbiamo visto nell’ultimo mese. Per arrivare terzi o quarti in questo campionato siamo discretamente attrezzati e oggettivamente in un buon momento. A me l’Inter del derby e l’Inter di Torino è piaciuta. E’ un’Inter che non ha segnato, purtroppo, ma tutto il resto l’ha fatto bene. Un’Inter a cui non puoi rimproverare nulla di quello che le rimproveravi due e tre mesi fa, tipo impegnarsi, attaccare, tirare fuori i coglioni, quelle robe lì.

Avere sfiga è una brutta cosa, ma c’è qualcosa di peggio: cioè arrendersi all’evidenza di avere sfiga. Perchè è tutto ancora lì, a portata di mano. Basta aggrapparsi, non mollare, aspettare che la ruota giri. E’ tutto semplice e terribilmente complicato al tempo stesso, ma un finale di campionato sul velluto e dove tutti ti regalano la qualunque – almeno per noi – non l’hanno ancora inventato.

share on facebook share on twitter

febbraio 22, 2018
di settore
45 commenti

Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

share on facebook share on twitter

gennaio 28, 2018
di settore
789 commenti

Spal Ferrara-Gioaimari Milano 1-1

Handao Mario: 5. A parte un’uscita a vuoto tipo labirintite fulminante, vigila bene la porta per quasi novanta minuti fino all’azione del pareggio: sta per offrire il suo corpo alla scienza, poi pensa a chi glielo fa fare e si limita a sperare che Paloschi la tocchi male. Ottimista.

Dambrao Mario: 5. Al rientro cerca di tenere il campo con sicurezza e di non stressare il ginocchio. Gli riesce bene soprattutto la seconda cosa. Dalla sua parte Betty Kurtic fa un po’ troppo volume per poterlo assolvere.

Joao Marianda: 5. E’ tra i migliori, o i meno peggiori (la Crusca chiuda un occhio), ma è coinvolto nel disastro finale come un correntista di Banca Etruria: non ha colpe ma lo prende in quel posto.

Milao Skririo: 5. Lo Skriniar di due mesi fa nell’azione del pareggio sarebbe uscito da solo dall’area a testa bassa svellendo 15 spallini e involandosi in contropiede triangolando con se stesso e segnando il 2-0. Ma due mesi fa erano due mesi fa.

Joao Marielo Cancelao: 5. Vedi alla voce Miranda, oggi il 5 è il voto migliore che si può dare anche a chi si è guadagnato onestamente la pagnotta. E’ un mistero vivente: schierato a sinistra, gioca per 55 minuti col solo piede destro. Al primo cross di sinistro è gol. Questo incasinerà ulteriormente Spalletti, quindi 5.

Joao Borjao Valerio: 4. Facciamo volentieri alcune eccezioni al 5. Borja non può giocare male, non ce lo possiamo permettere. Infatti il nostro centrocampo sembrava la spiaggia di Dunkirk prima che arrivassero le barche civili e Tom Hardy.

Vecinao Mario: 5. Serenamente: lo stiamo rovinando. Lui non è Iniesta, ok, e quelli intorno a lui fanno ca-ca-re, roba che alla prossima partita gli viene l’attacco di panico mentre esce dal tunnel con il bambino per mano. E fa giocare il bambino.

Marceo Brozorio: 5. L’Inter ha fatto talmente schifo che lui sembrava interessato alle sorti della partita, quasi sbattersi. Ha scosso la testa il 24,2% in meno rispetto alla media delle partite precedenti.

Candrevao Mario: 4. E’ l’Hamsik dell’Inter, nel senso che ormai lo sostituiscono sempre per fare spazio a chiunque. La differenza è che nei 60-70 minuti in cui gioca Hamsik incide, segna, controlla, domina, penetra, difende (seguono altri 17 versi di intonazione positiva).

Ivanao Perio: 4. Ne azzeccasse una, santa madonna. Amnesty International ha chiesto alla Croazia se per caso sia stato maltrattato.

Maurao Icardario: 4. Il Capitano vive in un mondo tutto suo: cioè, gioca come se Candreva e Perisic fossero in gran forma, aspettando palle che non arriveranno mai. Non arrivano, si intristisce, triplice fischio, pullman, casa, Instagram, dormire.

Ederao Citadins Martirio: 5. Perfetta media tra la buona volontà (6), la simpatia (6), l’educazione (6), i risultati (4) e il profilo tecnico (3). Al campetto quelli come lui facevano furore. Ok, Ferrara è un campetto, ma non in quel senso.

Robertao Gaglialdirio: 4. E’ arrivato da un anno, da nove mesi tentiamo di recuperarlo da un leggero infortunio e da uno spaesamento senza confini. Uomo decisivo, per la Spal.

Rafinhao Rafinhario: s.v. Ha tre giorni per tornare al Barcellona, una clausola tipo Amazon che potrebbe risparmiargli un pessimo semestre.

share on facebook share on twitter

dicembre 24, 2017
di settore
122 commenti

Vi ricordavate che dovevamo morire?

Cioè, guarda la sfiga: non ti vanno a togliere la pausa natalizia proprio nell’unico anno in cui ne avresti avuto bisogno come la crema di mascarpone sul panettone? Naturalmente, fino alla scorsa stagione abbiamo detto il peggio possibile delle lunghe vacanze natalizie del nostro calcio. Vinci prima di Natale? Ecco, adesso ‘sta cazzo di pausa ci toglie il ritmo. Perdi prima di Natale? Ecco, invece di rimediare velocemente alla sconfitta se ne vanno tutti alle Maldive e buonanotte al secchio. Fai cagare e perdi i pezzi prima di Natale (è la storia di queste ore)? Ecco, nel periodo in cui fino a un anno fa avremmo quantomeno potuto ricaricare le pile, ti aspettano nel giro di dieci giorni Milan, Lazio e Fiorentina. Ovvero: derby dentro-fuori di Coppa Italia con i cugini che stanno molto peggio di te e, arrivati al fondo del barile, non possono che fare meglio (anche se è difficile immaginare come); match-spareggio per il quarto posto nel tuo momento peggiore con avversari non impeccabili ma certamente più sereni davanti alla prospettiva di un insperato sorpasso; prima di ritorno su campo tradizionalmente ostico e avaro. Poi, dopo una pausa per non ho capito bene cosa, ci sarà la Roma.

No, prima che mi dimentichi: Buon Natale a tutti.

Dicevamo: ognuno di noi aveva ben presente che prima o poi si doveva morire, un po’ perché ce lo auguravano tutti (vabbe’, ci sta) e un po’ perchè ce le ricordavamo spesso anche tra di noi, come i frati trappisti, incontrandoci agli angoli dei chiostri ogni volta che la serie positiva si allungava di uno. Diciamo che, se quattro indizi fanno una prova (Juve, Pordenone, Udinese, Sassuolo: quattro partite, un gol), il momento magico è ampiamente finito e, senza isterismi (in fondo siamo ancora terzi), bisogna provare a riordinare le idee e fare un po’ di training autogeno, oltre che rimettere in piedi la baracca (leggasi: quei quattro o cinque che improvvisamente si sono afflosciati su se stessi) senza per forza attenderci un altro momento magico, ma un concreto cammino verso il nostro unico obiettivo.

Vabbe’, lasciamo da parte la grottesca serata col Pordenone, ma nelle tre partite prenatalize di campionato abbiamo fatto un punto, tra l’altro in quella più difficile, in cui probabilmente abbiamo speso le ultime riserve di quella energia mentale che ci aveva trascinato fin lassù. Tre partite, un punto, un gol: Juve e Napoli ne hanno fatti sette, Roma e Lazio quattro. Ergo, in tre partite abbiamo perso sei punti da Juve e Napoli, tre da Roma e Lazio.

E sono proprio i tre punti persi da Roma e Lazio che fanno tremendamente girare i coglioni, oltre che preoccupare per il futuro. Persi con Udinese e Sassuolo. Persi alla vigilia degli scontri diretti, che sono quelli veri, quelli decisivi (perchè Napoli e Juve possiamo già darli per persi, e il campionato ce lo giochiamo sicuramente con le romane).

Serviva una pausa e non ci sarà. Siamo soli con noi stessi. Del tipo: con Miranda e D’Ambrosio che staranno fuori un mese, con Perisic in crollo fisico verticale, con Candreva che mira direttamente alla sagoma, con Icardi che in tre partite avrà visto quattro palloni, con il centrocampo non brillantissimo (per dire). Quello zuzzurellone di Brozo ci suggerisce l’immagine più nitida: come lui, noi che rincorriamo l’avversario senza morderlo, ci fermiamo per lasciarlo ripartire,  scuotiamo la testa, non lo prendiamo più.

Doveva capitare, prima o poi, sennò non si perdeva mai, sennò era scudetto, e onestamente non siamo attrezzati. Ora però bisogna metterci una pezza: in questo campionato a cinque, tutto possiamo fare tranne arrivare quinti. Ricordati che puoi arrivare quinto, fratello: lo dicevano anche i frati trappisti prima del torneo conventuale di scala 40.

share on facebook share on twitter

dicembre 3, 2017
di settore
213 commenti

Visti da Torino

Un’Inter come sempre poco sportiva ha infierito su un Chievo incompleto (mancavano Castro, Hetemaj, Radovanovic, Eriberto, Marazzina, Cristiano Ronaldo e Messi) vincendo 5-0 al termine di una sterile quanto irritante prestazione d’attacco: solo 5 gol, appunto, a fronte di 37 tiri in porta, un misero 13,5% che deve far riflettere Spalletti e l’intera società. Cioè, non la società Inter, Zhang, Thohir, Tronchetti Provera, quelli lì. No: la società nel suo complesso, le coscienze, il singolo cittadino, De Coubertin, Malagò, Gentiloni, Dio. Il pandoro è in crisi e l’arroganza del panettone ha prevalso, facendosi giuoco di un clima natalizio orribilmente calpestato nei suoi valori più pregnanti.

L’Inter si è presentata all’appuntamento priva di Miranda, Gagliardini e Vecino ma Spalletti, prudentemente, li ha sostituiti con altri giocatori. Una mossa ai limiti del regolamento che alla lunga sortirà i suoi frutti.

Dopo un sostanziale predominio tattico degli ospiti, la squadra a barre nerazzurre è passata in vantaggio al 23′ con Perisic in circostanze eticamente inaccettabili: tiro di Santon che non segna da mille anni, respinta di uno strupefatto Sorrentino, Perisic non aspetta che l’avversario si rialzi e la mette dentro. I maestri del calcio si rivoltano nei loro sepolcri. Il Chievo non demorde e agisce genialmente come Muhammad Alì con Foreman a Kinshasa (l’altro mena, lui assorbe) ma poi cede al 38′: Icardi scorrettamente ruba palla e si invola, finta una prima volta il tiro (senza rispetto per l’avversario) e poi la mette sul secondo palo, molto vicino al palo, quindi praticamente un palo a favore, eh, ci risiamo.

Nel secondo tempo la musica non cambia. Perisic sigla il 3-0 al 57′ in un festival della disonestà: approfitta di un malinteso tra i difensori del Chievo, prende palla e invece di restituirla la tiene, attende l’uscita di Sorrentino e tira di sinistro dove lui non può prenderla, da vero bullo: un inutile, irritante sfoggio di brutalità. Il colmo lo si raggiunge tre minuti dopo: Candreva si invola sulla destra senza aspettare i difensori in maglia gialla, crossa al centro dove Skriniar scivola, la palla gli colpisce la testa e finisce rocambolescamente in rete. Il Var, naturalmente, tace. Il quinto gol arriva al 90′, nonostante il Chievo avesse chiesto di non recuperare e quindi, calcolando il coefficiente Istat, la partita potesse considerarsi già finita e comunque nel semestre bianco certe cose non si possono fare.

Niente a che vedere con il calcio champagne di Sarri o con i capolavori tattici di Allegri e Di Francesco: l’Inter continua un campionato al di là delle proprie possibilità e dei parametri del buon costume, confidando in un complotto plutocratico e atomistico e in una buona stella che non sembra non tramontare mai. Li attendiamo qui, allo Juventus Stadium, confidando di poter giocare ad armi pari: senza pali, senza Var, senza culo, l’Inter è un piccolo punto nell’universo del calcio. Senza Icardi, senza Perisic, senza Candreva, senza Handanovic, senza Borja Valero, senza Brozovic, senza D’Ambrosio, senza Skriniar, senza Santon, senza Ranocchia, senza Joao Mario, beh, con il Chievo non sarebbero proprio esistiti.

share on facebook share on twitter

novembre 27, 2017
di settore
94 commenti

Il fallo di Perisic e le nasate a Roberto Spada

Chissà se l’uso alquanto bizzarro del Var e, più in generale, del buon senso in Udinese-Napoli e Lazio-Fiorentina avrà ricondotto la grottesca discussione sul fallo-non-fallo di Perisic in Cagliari-Inter a un simpatico momento lisergico del sabato sera. No, perchè tra Udine, dove al Napoli viene dato un rigore random senza avere ben capito chi sgambetta chi (resta in piedi anche l’affascinante ipotesi di uno sgambetto incestuoso), e Roma, dove alla Lazio viene dato allo scadere un rigore contro in circostanze tipo film di Bud Spencer e Terence Hill, è andato in scena una sorta di tentativo di buttare il Var in vacca, e dovremmo tutti ringraziare De Rossi se invece questo simpatico strumento mantiene il suo appeal e la sua stringente necessarietà: quella di poter rivedere un’azione e decidere altrimenti se la si è vista male, punto.

All’Inter, che in tema arbitrale è da sempre un’apripista (passiva, spesso), è invece toccata in sorte la sera prima una nuova modalità del Var: il terzo tempo. Mi spiego: il primo tempo è l’azione che vede l’arbitro in campo, il secondo tempo è l’azione che l’addetto al Var vede nel suo salottino e che quindi l’arbitro rivede al monitor, il terzo tempo (per fortuna ininfluente sul risultato, ma molto influente sui cervelli più deboli e sui fegati più compromessi) è l’azione vista e reinterpretata in tv da ex giocatori di serie A ed ex arbitri di serie A che – al settecentesimo moviolone ingrandito col telescopio ottico – con personalissime opinioni smentite dalla stesse immagini che scorrono dietro il loro crapone pretendono di dimostrare che a) hanno ragione loro, fidatevi, b)  il Var ha le sue falle e c) il 99% delle persone non capisce un cazzo mentre loro sì.

Ora, io posso tranquillamente accettare che un esperto (disponendo di un tempo infinitamente superiore a quello di un arbitro e del Var stesso) cerchi di chiarire chi ha atterrato Maggio – l’avversario, il fuoco amico, poltergeist – o se la gamba dello stuntman viola è davvero arrivata prima del piedone laziale. Ci sta. Ma non posso accettare che di fronte alla solarità di un’azione o di un gesto vengano avanzate in diretta tv della ipotesi alternative, in quella che un tempo Paolo Rossi avrebbe definito la negacion de la evidencia.

A Cagliari Pairetto jr si ferma 30 secondi davanti al monitor: 25 secondi in attesa che arrivino le immagini (forse è il caso di sostituire i vecchi Telefunken) e 5 secondi, forse meno, per guardare un’altra volta l’unica cosa che gli interessa: dove inizia e dove finisce il salto di Perisic. Perchè poteva anche darsi che Ivanone nostro si fosse tuffato a bomba nell’area piccola, o fosse piombato sugli avversari volando come Bruce Lee in “L’urlo di Chen terrorizza Casteddu”, o che allargando indice e medio della mano destra avesse puntato ai bulbi oculari di Rafael e zac!

Invece no: Perisic, in un gesto atletico abbastanza mostruoso (alle Olimpiadi di Saint Louis sarebbe salito sul podio nel salto in alto da fermo), sale e poi scende in perpendicolare, non si sposta di un millimetro. E’ il portiere del Cagliari che si sposta, che cerca di andarlo a contrastare, com’è ovvio che sia. Ergo, tutto regolarissimo. Tranne che per l’ex arbitro che dice che la condotta di Perisic è stata “negligente”, il tutto sotto lo sguardo di compatimento di Riccardo Ferri, incredulo nel sentire tutto ciò, lui che di manate e di gomitate – date e prese – e di mischie e di colpi di testa è uno dei massimi esperti italiani.

No, perchè allora facciamo una class action e sosteniamo Roberto Spada nella sua causa per lesioni contro il giornalista Rai che lo ha colpito violentemente a nasate.

Ma vabbe’, tutto questo è già in archivio. Se si discute l’azione di Perisic (e il gol, si badi bene, del 3-1, nemmeno decisivo), vuol proprio dire che siamo diventati grandi, sempre meno barzellette, sempre meno folklore,  sempre più avversari accreditati, sempre più uccelli paduli in agguato ad altezza rettale. Ora che si è esaurito il filone aureo del culo, non sanno più come catalogarci. “Quelli che il Var”, forse. Ecco, forse. Ma se i favori arbitrali sono il salto di Periris, ragazzi, di pastasciutta ne dovete ancora mangiare.

Come vorrei che tutto questo rosicamento fosse per noi come lo spinacio per Popeye. Perchè adesso le difficoltà aumentano. Tipo che le nostre formazioni abitudinarie già domenica col Chievo – con tre titolari assenti – ce le possiamo scordare. Tipo che la nostra rosa risicata si fa risicatissima. Tipo che poi c’è la Juve. Non possiamo distrarci a festeggiare i due punti guadagnati sulla quinta. Abbiamo giusto il tempo di stringerci a coorte. Chi non salta (come Perisic) prostituto intellettuale è.

share on facebook share on twitter