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Ottobre 31, 2020
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Vita in campagna (sequel)

“Vita in campagna” (traduzione un po’ così dell’originale “Them thar hills”) è un cortometraggio del 1934. Una comica, come si diceva ai tempi. Una comica – forse, per me, LA comica – di Stanlio e Ollio. Debbo qui svelare un particolare molto intimo. Quando guardo “Vita in campagna”, una comica di 86 anni fa, rido come un bambino che la vede per la prima volta (un bambino oggi riderebbe per una comica? Boh). Solo che l’avrò vista, non so, minimo 75 volte. Cioè, facciamo due conti: l’avrò vista 20 volte da bambino. Poi, con l’avvento dell’internet e l’invenzione di YouTube, l’avrò vista un altro tot di volte, decine. Quando sono proprio giù di morale apro YouTube e guardo principalmente tre cose: il secondo gol di Milito a Madrid ripreso dagli spalti col telefonino da 20 angolazioni diverse, gli ultimi 10 minuti di Inter-Samp del 2005 oppure “Vita in campagna”. Oppure tutte e tre. Dopo, mi sento molto meglio.

“Vita in campagna” è quella comica in cui Stanlio e Ollio fanno una gita in roulotte perchè Ollio ha la gotta e deve riposarsi fuori città. Si accampano vicino a un pozzo da cui attingono l’acqua. In questo pozzo alcuni contrabbandieri avevano appena versato ettolitri di acquavite prodotta illegalmente. Stanlio e Ollio bevono col mestolo dal secchio e trovano l’acqua “ferruginosa”. Dopodichè, con loro che progressivamente si ubriacano, ne succede di ogni (e ogni volta rido anche so tutto a memoria). L’acqua ferruginosa, cazzo, che due geni quei due.

Ecco, riguardo a questo strano inizio di stagione dell’Inter, io ho una ipotesi tutta mia. Una notte di settembre, un gruppo di contrabbandieri braccato dalla finanza ha versato alcuni ettolitri di benzodiazepine prodotte illegamente in un pozzo vicino al Centro Suning di Appiano Gentile. Per qualche settimana, dai rubinetti di Appiano è scesa acqua “ferruginosa”, che rasserenava gli animi. Poi dev’essere successo qualcosa. Perchè oggi la squadra e lo staff dirigenziale hanno evidentemente bevuto da due brocche diverse.

La squadra è ancora sotto l’effetto dell’acqua ferruginosa. Svagata in attacco, dove non segni manco un’azione ogni 20, perchè con questa media oggi avremmo vinto 3-2 minimo. Svagata in difesa, dove contro un Parma senza pretese prendi due gol su due tiri, ti fai prendere alla sprovvista (mica dal Liverpool, dal Parma) e trac!, va tutto a culo. Con serenità tieni palla, fai medie mostruose di possesso, ti porti a casa il pallone e stop: nel mezzo, perchè sbattersi a tirare? Perchè incaponirsi a provare a metterla dentro? Perchè mettere gambe e polpacci e teste a repentaglio in quel casino dell’area di rigore? Poteri dell’acqua ferruginosa. Decisioni giuste? Quasi mai. L’acqua ferruginosa ti toglie la cazzimma.

Lo staff tecnico e dirigenziale, invece, da qualche giorno deve essere passato all’acqua minerale in bottiglia. Oggi Marotta (negli slot in cui solitamente i dirigenti si esibiscono in quattro banalità e via) si è concesso una doppia intervista da paura: prima della partita, ha detto che si è rotto i coglioni di dare i giocatori alle nazionali, si gioca troppo, ci si infortuna, basta, parliamone; dopo la partita, ha detto che va bene tutto, ma se non ci danno rigori come quello su Perisic allora se ne andassero affanculo gli arbitri, il Var, la Lega, la Figc, l’Uefa, la Fifa e i nazisti dell’Illinois.

Bum!

Dopodichè arriva Conte. Sapete, quel tizio cordiale che ci allena, quello che ultimamente rideva sempre, diceva che andava tutto bene, i ragazzi crescono, le mamme imbiancano, eccetera. Stavolta è incazzato. Risponde male. Dice che è stufo di vedere la squadra dominare le partite epperò i gol li segnano gli altri, noi pochi, quasi niente. Che l’attacco è molle, che serve cattiveria, che così non va bene. “Scusa, ma a proposito di cattiveria, come mai per un’ora hai tenuto in panca Vidal, Brozo e il Ninja?”. Uh, è già incazzato, lasciamo stare.

E quindi, al netto di una partita per qualche tratto inguardabile, in generale molto ferruginosa, dove si vedere una squadra – la nostra – che palleggia senza fretta e senza un’idea brillante che sia una e l’altra assiste che annoiata e poi respinge e poi si ricomincia, vuoi vedere che almeno concettualmente è iniziata oggi la vera stagione dell’Inter? Quella in cui si ricomincia a essere ruvidi e ad accantonare il buonismo del volemose bene anche se non ci piacciamo più? Se la società si scuote dal torpore e se l’allenatore – dentro o fuori dal progetto, chissà, ma con il pedigree del competitivo – decide di sporcarsi un po’ le mani in attesa di trovare migliore sistemazione, resterebbe da risolvere il problema dell’acqua ferruginosa. Se vedete un furgoncino con le casse di minerale, ditegli di andare in viale dello Sport, 22070 Appiano Gentile (CO). Quanto agli arbitri, magari prima o poi la ruota gira (risolini in sottofondo, qualche risata, alcune bestemmie).

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Maggio 27, 2019
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Handa Nara (la maratona più pazza del mondo)

Metti che il Kenya debba scegliere, tra i venti top-maratoneti che ha, i 4 da mandare alle Olimpiadi 2020. Ogni volta è così, procedura complesa e crudele, ne devi lasciare a casa 16 forti. Vabbe’, Eliud Kipchoge ha il posto fisso da mo’, per distacco abissale. Poi sceglie anche il secondo, quello col tempo migliore, e si riserva di decidere gli altri due nomi all’ultima corsa, una specie di Trial. Il selezionatore in realtà la scelta l’ha già fatta. er uno in particolare. E’ uno pazzo, ma che per le Olimpiadi va benissimo. Uno forte, ma parecchio discontinuo (una testa di cazzo, diciamo). Lo prende da parte e gli dice: ascolta, alle Olimpiadi ci vai tu, è già stabilito, basta che oggi arrivi in fondo, sticazzi il tempo, basta che arrivi in fondo. Ok?

L’ultima maratona prima delle Olimpiadi parte. Il prescelto fa il suo dovere, poi comincia a farsi prendere un po’ dall’ansia, tipo che fa un chilometro a 2′ 45″ e quello dopo a 3′ 30″, in fondo ci arriva di sicuro e pure bene, però non è così che si corre. Poi prova ad allungare, poi rallenta, poi inciampa, poi fa il chilometro più veloce, poi si ingrippa. Comunque sia è in vantaggio sulla tabella di marcia e, accidenti, sa che arriverà in fondo in carrozza. ‘Na passeggiata de salute. Ma dopo il trentesimo chilometro ne fa di ogni. Allo spugnaggio del 32esimo corteggia pesantemente una volontaria e fa a botte col di lei fidanzato. Al 34esimo chiama un amico da un telefono a gettoni. Al rifornimento del 35esimo beve una birra media ghiacciata, al 37,5 fa uno spugnaggio con il catrame, al 38esimo si infila in un giardino dove è in corso una grigliata e mangia quattro wurstel con salsa barbecue, al 39esimo inizia a cantare “Nessun dorma” a squarciagola, al 40esimo trova per terra una copia di Playboy e si masturba dentro un wc chimico, al 41esimo prende sulle spalle un altro concorrente e lo trasporta per 500 metri, al 42esimo si mette a fare la ruota, a 50 metri dall’arrivo si ferma e concede un’intervista a Rolling Stones, poi finalmente taglia il traguardo. E’ arrivato in fondo, secondo i patti andrà alle Olimpiadi. Il selezionatore gli fa ok col pollice, poi sviene.

Ecco, l’Inter ieri sera è stata più o meno così. Ieri sera, in particolare, e negli ultimi sei mesi, più in generale.

Non voglio usare termini assoluti per descrivere il ciclone emozionale di Inter-Empoli, ma riferire soltanto sensazioni personali. Si è trattata di una delle esperienze più devastanti da quando sono interista – e sono decenni, santa madonna. Ci sono state altre volte in cui ho perso anni di vita sul divano o sugli spalti, ma non voglio scomodare paragoni inadeguati con partite magicamente epiche, o epicamente disastrose. Questa era un’Inter-Empoli – la terza contro la terz’ultima, che poi in effetti retrocede – e non ci sono paragoni adeguati. Era un’Inter-Empoli. Una fottuta Inter-Empoli, sulla carta la partita meno importante e meno affascinante dell’anno. Sulla carta, certo.

Che sia finita bene, è solo un particolare. A me – saranno anche questi ultimi sei mesi da tragedia etica e sportiva – non è ancora passata. Mi sembra di essere ancora davanti alla tv a vedere una partita divertentissima – purtroppo, una delle due squadre in campo era l’Inter – con 100 azioni d’attacco e 20 palle gol – purtroppo, una su tre capitata all’Empoli, davanti ai miei occhi spaventati e al mio cuore a brandelli.

Non è umano. Non è sano. E non venitemi a intortare con la solita storia della pazza Inter. Questa non è pazzia. E’ un qualcos’altro per cui non esiste una parola. E’ un mix di cose – purtroppo, la metà negative.

Ho perso il mio solito anno di vita, sbigottito, davanti alla tv. Senza Orociok (meno male, ne avrei mangiato un container), ho provato le seguenti sensazioni:

  • Vinciamola. Non importa come, ma vinciamola
  • Meno male che è l’ultima partita della stagione 2018-19
  • Non voglio più vedere – mai più, mai più – almeno sei-sette dei giocatori in campo

Questo è, per quanto mi riguarda, l’elemento più interessante, che ha reso Inter-Empoli un’esperienza unica. Tifavo Inter, è ovvio, fino allo sfinimento, ma nel contempo mi auguravo di non rivedere mai più questa Inter. Tifavo Inter, alla morte, e ne invocavo la rifondazione, alla morte. Non mi sono nemmeno accorto del fischio finale. Ero ancora lì che sudavo come un mantice e tifavo Inter e contemporaneamente la stramaledivo e finalmente, quando mi sono accorto che gente in borghese passeggiava per il campo, ho capito che eravamo in Champions. Che non so come, facendone di ogni, eravamo arrivati in fondo.

Ho cambiato canale. La Lega era al 34 per cento (al 45% a Pavia). Ho chiuso gli occhi, sfinito. Icardi, Dalbert, Perisic. La traversa. Wanda Nara. Non ho dormito. La stagione è finita così. Una stagione completamente insensata, tipo il fallo di Keita su Dragowski. Ciao Inter, ti amo ma hai abusato della mia pazienza. Vorrei poterti dire che ci rivediamo tra altri sei mesi, ma sono un uomo debole. Grazie Handa, uomo del destino. A tutti gli altri il mio cordiale vaffanculo. Forza Inter.

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Dicembre 12, 2018
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Oltre

Nella mia personalissima tabella-qualificazione, avevo sfrondato tutte le possibilità secondarie e mi ero prefigurato due soli scenari per la sesta e ultima giornata del gironcino di Champions: 1) vinciamo, il Tottenham non vince a Barcellona, e quindi passiamo il turno; 2) vinciamo, ma vince anche il Tottenham e quindi pazienza, bravi, abbiamo fatto il nostro, usciamo alla pari con la seconda per una fottuta questione di gol facendo 10 punti in un girone del genere, sono triste, devastato ma orgoglioso e perciò lo accetto. Non mi ero nemmeno posto il problema che con il Psv si potesse non vincere – il Psv matematicamente quarto, eliminato e senza alcun obiettivo che non fosse quello di fare la sua dignitosa figura. Non me l’ero nemmeno posto dopo un quarto d’ora – palo per noi, gol loro, che sfiga, ma adesso li riprendiamo, che ci vorrà mai?, e poi il Tottenham sta pure perdendo, forza. Dopo mezz’ora invece ero disperato sul divano, perchè era evidente che stavamo facendo una partita di pessimo profilo, in preda all’agitazione, un’agitazione che era anche quella di dar via veloce la palla a un compagno a caso sperando che ce l’avesse lui, un’idea (ma nessuno ne aveva una), e con alcuni uomini che non giustificavano la loro presenza in campo e forse nemmeno nell’Inter in senso lato. Ho stancamente ripreso a smadonnare a secondo tempo inoltrato (quando almeno avevamo ricominciato a tirare, un barlume di lucidità, tirando può anche essere che si segni), sono imploso al gol del Capitano e poi mi sono afflosciato quando, poco dopo, ho visto la squadra fare melina a centrocampo invece di cercare il gol-sicurezza, un tiki-taka funebre che ha coinciso col pareggio del Tottenham – il minimo che potesse capitare – e allora giù, all’assalto, sperando nella garra charrua, nel caso, nel culo. Non va sempre bene. Sipario.

E noi, noi tifosotti?

Punto primo: non ci si può negare il diritto di esseremolto delusi e incazzati, perchè l’Inter ieri sera ha fatto una partita molto deludente che ci ha fatto, appunto, molto incazzare. E’ una situazione oggettiva, non è pianginismo, severgninismo, bertolismo, disfattismo, non è niente di tutto questo. E’ che butti nel cesso un sogno (magari a breve termine, ma chi se ne frega) insieme a un’opportunità servita su un piatto d’argento, quella di vincere una partita (non contro Barcellona, Real, City, no, in casa contro il Psv già eliminato) e di dare un significato a tutta una stagione. Adesso sei fuori dalla Champions e quel che è peggio fai sbiadire i ricordi epici di Lazio-Inter e Inter-Tottenham, che davano a tutti noi l’immagine nitida di una squadra imperfetta ma pazza e con i controcoglioni. Erano due ricordi Champions. E invece guarda che sfacelo concettuale, che merda.

Punto secondo: adesso però facciamo tutti un bello sforzo – noi e la società, la squadra, l’universo Inter – e guardiamo oltre. Abbiamo trascorso una nottata a twittare su quanto è perdente Spalletti, su quanto fa schifo Perisic, su quanto è finito Nainggolan eccetera eccetera. Ecco, va bene tutto, ci siamo sfogati?, prendiamo atto e mettiamoci un punto. Un punto e virgola, almeno. Non è accettabile – dall’ultimo dei tifosotti in su – dire che “come ogni anno la nostra stagione finisce a dicembre”. Non è vero. La nostra stagione – la seconda parte, almeno – inizia tra tre giorni, ore 18, stadio Meazza, Inter-Udinese. Non è finito un cazzo a dicembre, se non la nostra Champions suicida. C’è da arrivare almeno quarti in campionato (e se ce l’abbiamo fatta l’anno scorso, sant’iddio…), c’è da andare avanti il più possibile nei giovedì di Europa League (o preferite Masterchef?), c’è da vincere (da vincere, punto) la Coppa Italia. C’è un sacco di roba da fare, se lo vogliamo almeno un po’. Se ci verrà il magone a sentire la musichetta suonare per gli altri, è solo per colpa nostra. Ma non continuiamo la nostra stagione a piagnucolare come sciampiste davanti a Beautiful. Il famigerato “percorso di crescita” non è solo questione di musichetta. E’ anche dimostrare la dignità, l’orgoglio, la forza di andare oltre ogni inciampo. Sennò cambiamo nome, e confondiamoci nel gruppo.

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Novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

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Settembre 15, 2018
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Il Var è morto e anche l’Inter non si sente molto bene

C’è così tanto da dire di questa disgraziatissima partita con il Parma che un argomento è meglio spuntarlo subito: il gol di Dimarco (il tiro della vita suo, dei figli, dei nipoti e dei bisnipoti) NON è colpa di Handanovic. Certo, se in quelle zone grigie della sua mente (lo prendo? non lo prendo? mi si nota di più se mi tuffo o non mi tuffo?) il nostro portierone decidesse comunque, anche solo a livello accademico, si stendersi in tutta la sua ampiezza verso la traiettoria del tiro, non sarebbe necessario doversi guardare 300 dolorosissimi replay per sentenziare che: no, non l’avrebbe preso neanche Higuita facendo lo scorpione con la displasia dell’anca.

Veniamo al resto. Se il possesso palla è tuo per due terzi, tiri verso la porta 20 volte e non vinci – anzi, poi la perdi – c’è sicuramente della sfiga e ci sono altrettanto sicuramente dei problemi – problemi anche seri, avrebbe detto Dalla – più o meno nella stessa proporzione del possesso palla. 20 tiri possono dire tanto o quasi nulla. Intanto, se non ne entra uno. E poi se li cataloghi e ti accorgi che togliendo i tiracci del Ninja e le azioni passate da Perisic (l’unico vero nostro schema: datela a Ivan, magari qualcosa succede), ti resta poco poco. Pochi come i 4 punti e i 4 gol in 4 partite, soprattutto se rapportati ai presunti 12 punti da fare con questo calendario più morbido rispetto alle altre, e invece diventato durissimo.

Spalletti ha detto una verità, sintetizzabile così: cosa devo dire a ‘sti ragazzi, non sono una squadra presuntuosa. Eh, bravo, e quindi? Se non pecchiamo di presunzione, di cosa stiamo peccando? Di pesantezza di corpo e di mente? Di idee poche e confuse? Di condizione complessiva ancora da trovare – cazzo! – a un mese dall’inizio del campionato, a tre giorni dal tuo ritorno in Champions dopo un’assenza di sei edizioni, alla vigilia di un ciclo di partite serratissimo, una ogni tre giorni? E Spalletti – che si assume come da copione la responsabilità – di cosa sta peccando? Perchè dà sempre l’impressione di sbagliare le scelte di inizio gara e pure quelle del durante? Perchè – per dirne una – manda sempre in asfissia il centrocampo? Se Brozovic dovesse fare causa per mobbing, io testimonierò per lui, per dovere civico e morale.

Cioè, questa è la situazione a tre giorni dall’arrivo del Tottenham: roba che quando attaccherà la musichetta saremo presi da un attacco generale di cacarella, tutti, tra campo e spalti, perchè di Berardi e di Dimarco il mondo è pieno e il Tottenham ne avrà minimo sei o sette. Forse, li preferivo un po’ presuntuosi. Vabbe’, sarà una vigilia con un po’ di pathos. Che, in fondo, ci mancava.

Detto tutto questo (perchè i problemi sono al punto 1 e i mulini a vento vengono dopo, se vuoi essere serio), vogliamo parlare dell’arbitraggio? Perchè se questo è lo standard che ci aspetta, preparate i fazzoletti (per piangere e per le pagnolade). La non-ammonizione del portiere del Parma per avere interrotto il gioco ributtando in campo un secondo pallone (stavamo battendo un angolo e loro non erano schierati) è stata scandalosa e ha colorato subito di grottesco l’intero pomeriggio del signor Manganiello, uno spettacolo complessivamente brutto da vedere e culminato con l’episodio del fallo di mano di Dimarco sulla linea di porta. La traiettoria della palla era inequivocabile (con quale parte del corpo, se non il gomito, avrebbe potuto deviarla verso il basso?), il rigore era clamoroso. Ma il rigore non ce lo hanno dato, e la partita l’abbiamo persa.

Il Var è morto, ragazzi, e forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta che sia vivo e vegeto. Oggi, a San Siro, se ancora rantolava ha avuto il colpo di grazia. Lo abbiamo inventato e l’abbiamo ucciso nel giro di un annetto. Sarà usato per casi abnormi, una volta ogni due giornate, giusto per sentire dire che funziona. Una prece. E’ stato (quasi) bello, ti ricorderemo per quei solari e impertinenti rigori contro la Juve che nessun arbitro avrebbe mai fischiato. Infondeva un senso di giustizia e sicurezza, il Var, in un rapporto dare-avere in cui riconoscevi un fondo di oggettività. Non ha nemmeno deciso il campionato, che la Juve ha vinto comunque (quasi) in carrozza. Era addirittura piaciuto alla Fifa, che lo ha portato al Mondiale. Giusto così: in un paese che sogna il ritorno al servizio militare e alle vaccinazioni fai-da-te, poi, era un pericoloso – quasi visionario – strumento di modernità.

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Aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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Aprile 23, 2018
di settore
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Koulibaly, l’uomo che incasinò le cose

Non so se qualcuno si sia davvero accorto dell’evento di oggi pomeriggio: Inter e Lazio (la Roma no, è chiedere troppo: aveva giocato – e vinto, dannazione – il giorno prima) hanno disputato la loro partita in contemporanea. E’ stato un brivido durato giusto una mezz’ora: il tempo che la Lazio all’Olimpico sistemasse le cose con la Samp, poca roba, il pathos è finito presto. Mentre noi a Verona sudavamo lacrime e sangue, con Euchessina finale.

Beh, in quel breve, rilassante lasso di tempo in cui sullo 0-2 pensavo fosse più che finita, sono andato a vedermi a ritroso il calendario. Così, per  curiosità: tipo che mi intrigava sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con Roma e Lazio, le due squadracce con cui ci contendiamo i residui posti in Champions.

Il risultato è stato sorprendente: l’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Roma era stato in Inter-Roma, seconda di ritorno. L’ultima volta che avevamo giocato in contemporanea con la Lazio era stato in Inter-Lazio, ultima d’andata.

Cioè, questa formula del campionato-spezzatino ci ha tolto – praticamente sempre – il gusto del duello a distanza, quella cosa un po’ vintage e terribilmente coinvolgente del rimpallo da un campo all’altro per sapere cosa succede alla tua diretta avversaria, per vivere in real time le evoluzioni della classifica, per aumentare l’adrenalina occupandosi di due o tre partite invece che solo di una. Il triello per i due posti in Champions tra Inter, Roma e Lazio si è sempre giocato su piani sfalsati, in orari diversi, spesso in giorni diversi, a volte anche a due giorni di distanza.

Adrenalina a parte, c’è un aspetto che ogni volta mi destabilizza (e a volte mi scogliona, anche parecchio): per capire quanto vale davvero il tuo risultato, devi aspettare che tutti abbiano giocato. Magari vinci al sabato e stapperesti uno sciampagnino, ma le altre giocano il giorno dopo e se vincono è come se non fosse successo niente. O magari pareggi e perdi e ti impiccheresti al ponte dei Frati Neri, ma chissà, poi pareggiano o perdono anche le altre e tutto torna in discussione. Oppure le altre vincono e bòn,  ti senti morire dentro. Ok, nessuno ti toglie il gusto (o il disgusto) della singola partita, ma trascorsa la latenza post-match (commenti, smoccolamenti, discussioni, birre), e a meno che l’ultimo ad aver giocato sia stato proprio tu, c’è sempre un qualcosa che resta fastidiosamente in sospeso. O fascinosamente in sospeso.

Tipo oggi.

La Roma sabato vince a Ferrara, la Lazio domina in casa con la Samp e tu – in contemporanea! – sei lì che te la giochi col Chievo e alla fine in qualche modo la sfanghi. La quintultima giornata di campionato, per quanto riguarda il triello Champions, finisce con un nulla di fatto, le distanze restano invariate e c’è una partita in meno a disposizione per recuperare. E quindi?

E quindi la vittoria a Verona va bene ma non benissimo. Finchè non scendono in campo anche Juve e Napoli, e finchè non si gioca il minuto 89′, quasi 90′. Al minuto 89′ la Juve ha 4 punti di vantaggio, a 4 giornate dalla fine. Al minuto 90′, per interposto Koulibaly, la Juve ha un punto di vantaggio.

E sabato sera c’è Inter-Juve.

E’ tutto una questione di attimi e di centimetri. Se Tomovic a Verona avesse avuto una palla più vicina al gambone proteso, e se Koulibaly avesse incornato peggio e preso la traversa, sarebbe stata un’Inter-Juve con un’Inter virtualmente già condannata al quinto posto e con una Juve col match point scudetto in canna, che scialando di sarebbe anche accontentata di un pari. Inter-Juve 0-0, una roba così, addio Champions per noi e (quasi) benvenuto scudetto per loro.

E invece no.

Vedi, bisogna sempre aspettare che si giochi anche l’ultima partita per avere un quadro definito della situazione. Koulibaly ha stravolto il campionato, e mica solo quello di Napoli e Juve. Basti pensare, per esempio, a quale diverso – e inestimabile – valore assumono ora Inter-Juve e Roma-Juve, le prossime due trasferte della Gobba. Che poteva essere, a Milano, una squadra tranquilla in pieno controllo della situazione e a Roma, forse, nel peggiore dei casi, ancora in grado di gestire due risultati su tre, sempre che il Napoli non avesse mollato nel frattempo.

E invece adesso è una corrida totale, a cinque. Le prime due, le altre tre, con i cammini che si intersecano. Fottiamocene delle prime due (sognando lo Zeroplete, ovvio), vediamo le altre tre. Tra cui noi.

La Roma nell’ordine ha l’angosciato Chievo in casa (gioca sabato alle 18, prima di Inter-Juve), poi l’angosciato Cagliari in trasferta, poi l’angosciata Juve in casa e poi, all’ultima, una trasferta tranquilla a Sassuolo.

La Lazio ha una trasferta indecifrabile a Torino col Toro (sarà tranquillo, incazzato, disinteressato, interessato? boh), un’indecifrabile partita in casa con l’Atalanta (in teoria, alla caccia di un posto in Europa, quindi non neutra, ecco), una drammatica trasferta a Crotone (a meno di miracoli o apocalissi, sarà una squadra in lotta per salvarsi) e poi l”Inter.

l’Inter ha la Juve a San Siro (supergulp!), una maledetta partita a Udine (nel perdono 11 di fila per venire a rimpere il cazzo a noi, vedrai), un’innocua partita col Sassuolo (peraltro, mai fidarsi del Sassuolo) e la Lazio.

Ognuna ha i suoi problemi. Visto così, sarà un finale bellissimo, anche se fino alla penultima giornata giocato lungo i soliti piani sfalsati, che peggioreranno le cose. But, who cares? E’ così e basta. Grazie Koulibaly, adesso camminiamo rasente i muri e fantastichiamo a 360 fottuti gradi.

 

 

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Aprile 8, 2018
di settore
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La ruota che (non) gira

Ci contavano i pali, adesso non li contano più. Ci calcolavano il culo, adesso non lo calcolano più. Sono diventati esercizi inutili perchè ormai, a romperci il cazzo, ci pensa da solo il Fato. E mica da oggi. Domenica 11 marzo, ventottesima giornata, mentre noi ci facevamo un paiolo tanto per pareggiare 0-0 in casa col Napoli – partita che almeno segnava una svolta sostanziale dopo l’interminabile serie delle mozzarelle nerazzurre – accadevano le seguenti cose: la Lazio pareggiava al 90′ una partita già persa con un colpo di tacco alla sperindio da venti metri che manco al campetto, e il Milan vinceva al 90′ una partita già pareggiata con il primo gol in campionato di un centravanti di cui si erano dimenticati gli stessi cuginastri. Noi un punto, sudando sette camicie, gli altri tre: al novantesimo, gratis.

Oggi, a Torino, al minuto 36′, Belotti in azione di contropiede non sa a chi passare il pallone, corre, rallenta, si guarda in giro, non sa cosa cazzo fare,  si mette a litigare con i compagni, del tipo “qualcuno si smarchi o vi ammazzo a mani nude”. Perisic in rimonta da dietro allunga il gambone e gli toglie la palla. Che finisce dritta a De Silvestri, come Belotti non avrebbe saputo fare. Che la crossa a Ljajic, che al mercato mio padre comprò e la mette dentro.

Per dire che – al netto di tutto il resto – il culo ti assiste o non ti assiste, e se non ti assiste sono veramente cazzi.

Quella dell’11 marzo fu una domenica sanguinosa, per noi, e questa non lo è stata di meno: un vorticoso giro di uccelli paduli ha tenuto al palo la Roma e un po’ anche il Milan, ma tre punti persi d’un botto dalla Lazio pesano di brutto.  E’ chiaro – non è una grande novità, ma giova ricordarlo – che a questo punto del campionato, con il duello-scudetto ancora in corso, la corsa per l’Europa aperta a molte soluzioni e con sette squadre ancora impelagate nella lotta per la salvezza, non esistono partite facili o difficili: esistono partite, punto, da vincere o almeno pareggiare, guardando di sguincio – e con angoscia – quello che combinano le tue dirette avversarie. Sarà così per le ultime sette giornate, quindi prepariamoci.

Il problema è il culo.

In questo momento, e da molte settimane, forse mesi, l’Inter non ne ha, o ne gode random, e comunque sempre in misura minore alla sfiga che incombe e l’attanaglia. Prendi le ultime due partite. A leggere che abbiamo fatto un punto senza segnare un gol, ti verrebbe da dire: che merda. Se però le partite le hai viste, allora ti puoi macerare nel dubbio: cosa abbiamo mai fatto di male, e a chi, e quanto, per avere fatto un punto invece di almeno quattro se non di sei? Com’è che abbiamo perso a Torino tirando 15 volte e battendo 16 angoli a 1? Com’è che giochiamo, creiamo, corriamo, mordiamo e non incassiamo?

L’Inter di queste due ultime partite – 1 punto, 0 gol, 30 tiri, 25 corner, 50 azioni d’attacco, 100 cross, 1 milione di calorie lasciate sul prato – avrebbe fatto a fettine qualsiasi avversaria cui abbiamo devoluto punti nei due mesi e mezzo di buco nero. E oggi non avremmo problemi, o ne avremmo molti meno. A parte non l’avere segnato e di conseguenza non avere vinto, cosa puoi rimproverare all’Inter vista con Milan e Torino? No, ma ve la ricordate l’Inter con la Spal, il Crotone, il Genoa, o quella dei primi 60′ col Benevento?

Certo, non si può certo essere fatalisti al mille per mille, e affidarsi solo ai capricci della Fortuna. Non vincere due partite cruciali senza segnare un gol è sintomo anche di un qualcosina che non va: tipo che se è il caso entri in porta col pallone, e invece no, ti fermi appena prima. No buono. Ma c’è di sicuro una cappa merdosa che rende vagamente marrone il cielo sopra questa Inter,  un cappa in cui al non-culo aggiungi sfumature di Var millesimato (cioè al millimetro) e interpretazioni un po’ così. Altri segnali che da questo pantano ti devi tirare fuori da solo, rigorosamente da solo.

Di bello c’è che ce la possiamo fare, e questo ce lo dice quello che abbiamo visto nell’ultimo mese. Per arrivare terzi o quarti in questo campionato siamo discretamente attrezzati e oggettivamente in un buon momento. A me l’Inter del derby e l’Inter di Torino è piaciuta. E’ un’Inter che non ha segnato, purtroppo, ma tutto il resto l’ha fatto bene. Un’Inter a cui non puoi rimproverare nulla di quello che le rimproveravi due e tre mesi fa, tipo impegnarsi, attaccare, tirare fuori i coglioni, quelle robe lì.

Avere sfiga è una brutta cosa, ma c’è qualcosa di peggio: cioè arrendersi all’evidenza di avere sfiga. Perchè è tutto ancora lì, a portata di mano. Basta aggrapparsi, non mollare, aspettare che la ruota giri. E’ tutto semplice e terribilmente complicato al tempo stesso, ma un finale di campionato sul velluto e dove tutti ti regalano la qualunque – almeno per noi – non l’hanno ancora inventato.

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Febbraio 22, 2018
di settore
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Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

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