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febbraio 7, 2016
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Il gol di Torti all’esordio in Serie A

Come il Mancio, anch’io oggi avrei segnato un gol a 50 e passa anni. Bastava ottenere un ingaggio a gettone dal Verona ed essere schierato da Delneri. Qui, oggettivamente, sta il difficile. Occhei, sono simpatico e ho discrete doti di fondo, ma non è che uno si può prendere un rischio del genere a cuor leggero (anche se dopo aver visto Ionita e Leroy Gomez penso che avrei potuto giocarmela). Però, metti che ormai sei retrocesso e decidi di giocarti la carta Torti. Togli Lele Moras o Emma Marrone, entra Torti, maglia numero 63.

“Chi casso è?”

“Boh, l’avranno preso a gennaio”

“Sembra più vecchio di Toni”

“Impossibile”

“Ha le maniglie dell’amore”

“Come Maxi Lopez?”

“Più o meno”

Delneri mi prende per un braccio e mi dá gli ultimi consigli:

“sfgdfddgj dtdrshshdgg sgfhfjftddhj dgdgdgckvfff”

“Ok mister”

Entro e vado a metacampo. Incrocio Brozo, Kondo, Rodrigo e vorrei abbracciarli e fare un selfie, ma non ho il telefono e soprattutto sono del Verona. Devo giocarmi la mia chance, prima che scoprano che sono vecchio, che non gioco una partita di pallone da una ventina d’anni e che mi hanno tesserato come giocatore svincolato free agent, ma senza avere avvertito l’ufficio di collocamento di Pavia.

Mi piazzo in mezzo, mentre saggiamente il mio Verona decide di giocare sulle fasce. Vedo in lontananza il Pazzo (credo sia lui, almeno: mi mancano tre diottrie e mezzo) che fluidifica e si infrange contro Murillo, rimpallo, tic, tic, tic, angolo.

Angolo.

Io che faccio? Mi giro verso Delneri:

“Fsfddjfjfu dfdrhdkfgdjch sfffdhhhdvcgd”

Dai gesti, mi sembra che intenda dire: ficcati in mezzo e non cagarmi il cazzo che ho giá i miei problemi.

Mi reco quindi in area.

Juan Jesus fa a Telles: “Marca tu El Gordo”

Telles fa: “No, ci pensa Murillo”

Murillo fa: “Ne devo giá marcare sette, ci pensa Brozo”

Brozo fa: “Non ho voglia, sono stanco. Maurito, tienilo tu il 63”

Icardi fa: “Cosa?”

Jesus: “El Gordo”

Perisic: “El?”

Intanto Rómulo batte l’angolo. Siccome sono del Verona ma com’è noto tifo Inter, tengo un profilo basso e non mi muovo.

Tanto non si muove nessuno.

Il pallone spiove verso il centro dell’area, i gialloblù vanno verso la porta, i bianchi tengono la posizione, Toni la spizza e io in quell’esatto istante penso che il verbo spizzare mi fa cacare, è un segno della corruzione della lingua italiana.

Poi noto che il pallone viene verso di me.

La mia vita mi scorre davanti. Perchè penso che adesso mi spazzeranno via, mi prenderò una gomitata nelle costole, un calcio negli stinchi, una testata sul sopracciglio, e allora chiudo gli occhi e dico addio, che bello morire così, sul campo, l’Inter verrà alle mie esequie, magari Ausilio dirá due parole dal pulpito sul mio destino beffardo, io interista ingaggiato dal Verona che prima di toccare il mio primo pallone in Serie A vengo colpito alla testa da Perisic in mezza rovesciata proteso nel tentativo di un disperato rinvio.

Chiudo gli occhi, colpisco con la fronte, sdeng!, cuoio bagnato e scivoloso, wow!, la palla va verso l’angolo opposto.

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaallll.

Il Bentegodi impazzisce, mi abbracciano dei tizi che non conosco con la mia stessa maglia.

“4-1 per il Verona! 4 gol di testa! Stavolta è stato Torti a battere Handanovic! 4-1!”

“Scusa Pardo, ma chi è questo Torti?”

“Ma che cazzo ne so… Ops, eravamo in onda?”

Io ovviamente non esulto. Spiegherò poi i motivi in sala stampa. Anzi, chiedo il cambio.

“Sfgdhdjfdytdh sfshshdryhjdk sffffhhsgdjhhhj!”

Ah giá, ero io il terzo cambio. Vabbè dai, resto, manca poco, magari ne segno un altro. Una vita a farsi seghe mentali, e poi scoprire che segnare un gol in Serie A è una cazzata. Mah.

verona

(seminascosto da Pisano, Torti segna il gol del 4-1)

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gennaio 25, 2016
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#epicmerda

lasagna

Spettatrice distratta post hangover con la Lazio, sostanzialmente culattona con l’Empoli, sprecona ma mai superiore con il Sassuolo, inguardabile con l’Atalanta, inqualificabile con il Carpi. Questa è stata l’Inter nell’ultimo mese. Cinque punti in cinque partite, 1 punto nelle ultime tre  in casa (non con Real Barcellona e Bayern ma con Lazio Sassuolo e Carpi). In queste cinque partite 4 gol, di cui un’autorete e uno a porta vuota. Sì, c’è stata anche la vittoria di Napoli, ma – come direbbe il giudice sportivo – era Coppa Italia e ha effetto solo in Coppa Italia. L’effetto in campionato, invece, è quello che facciamo oggi: schifo, purtroppo.

Avevamo lasciato l’Inter a Udine, ebbra di un 4-0, e là è rimasta. Non è evidentemente colpa dei party di Natale. Se fai 5 punti in un ciclo di 5 partite medio-facili (3 in casa e 2 fuori) in cui puoi ragionevolmente pensare di portarne a casa 13 (bilancio -8) prima che il calendario si faccia ben più insidioso, beh, allora più che smaltire i brindisi vuol dire che hai abdicato. Oggi abbiamo preso un gol in casa al 92′ da una squadra in 10. Non ci sono cazzi, questo è abdicare. Non è il fato, non è la sfiga, no. E’ abdicare di testa e di gambe, perchè non ci sono altre spiegazioni. Le ultime tre partite in casa se ne sono andate a puttane così, prendendo un gol nel finale. Tre su tre. Un po’ come per gli 1-0 in serie: se la statistica si fa pesante, non è (più) un caso.

Effettivamente siamo stati in bilico per settimane e settimane su un meraviglioso strapiombo in cui tutto ci andava quasi sempre bene: bastava un golletto e bastava che il nostro portiere parasse anche le scoregge. E’ una situazione molto a rischio, in effetti: perchè se ti va bene ogni volta è una goduria, ma se segni sempre e solo un gol, agli altri basta poco per fotterti. Del tutto o almeno parzialmente tipo oggi, che ti caghi in mano mentre un Lasagna qualsiasi fa la cosa che tu non hai fatto per 90 minuti: catapultarsi con voglia su un pallone invitante.

E anche questo – giocare non al cento per cento, traccheggiare in attesa della doccia, tirare poco come se tirare costasse qualcosa – è abdicare, abdicare a se stessi e ai propri obiettivi. Era bastata una sconfitta (che all’epoca potevamo considerare casuale, quella con la Lazio) per sentir dire dai nostri condottieri che il nostro obiettivo vero era la Champions, non lo scudo. Che sarà anche così, per carità, ma dirlo una settimana dopo aver condotto la classifica con 4 punti di vantaggio – con noi tifosotti belli gasati e la garra delle grandi occasioni – mi è sembrato così frettoloso e superficiale che mi era scappato un mezzo vaffanculo.

Ora, dopo Inter-Carpi, e al culmine di un mini-ciclo di 5 partite di merda, dovremmo dire – per l’evidenza dei fatti, più che altro – che il nostro vero obiettivo è l’Europa League. E, you know, sarebbe un disastro.

Restiamo al quarto posto, per carità. Ma siamo qui a guardare le terga della Signora dopo averla osservata a lungo arrancare da lontano: solo che loro, i gobbi, nelle ultime 11 partite hanno fatto 13 punti più di noi. Il Mancio parla dopo la partita con qualche sfumatura pesante del tipo: mi sono rotto i coglioni in generale, e due o tre dei miei giocatori me li hanno rotti in particolare. Bel clima, per una squadra che fino a qualche settimana fa andava avanti a sorrisoni,  selfie, champagne e #epicbrozo. Adesso andiamo nel panico se attacca il Carpi, questa è la cruda realtà.

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maggio 23, 2015
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L’uovo di Cracco

han

1 – Palla persa a centrocampo, 2 – Ranocchia e Handanovic che si ostacolano a vicenda, 3 – gol subito. A me questa cosa, il gol del 2-2, è piaciuta un sacco. Cioè, voglio dire, è l’enciclopedia della nostra stagione. E’ come Pavarotti che canta Nessun dorma, è come Keith Richards che fa uno dei suoi riff, è come Benigni che ti recita la Commedia, è come Cracco che viene a casa tua e ti cucina un tuorlo d’uovo marinato con fonduta leggera di parmigiano. E’ la specialità, la nostra specialità. E allora tu vedi perdere un pallone alla cazzo a centrocampo, vedi Ranocchia e Handanovic piombare su quel pallone in netto anticipo ma all’unisono come due bambini dell’asilo di 90 chili spaventandosi a morte l’un con l’altro, vedi la palla dirigersi lemme lemme verso il primo avversario che passa di lì e che ovviamente segna, e tu cosa fai?

Niente, applaudi.

Mi sono alzato in piedi e ho detto: Sublime! Bravi! Bravissimi!

L’arte va capita, e questa è la nostra arte. E’ stato un momento bellissimo. Del resto cosa dite se Paul McCartney vi canta Let it be davanti al naso? O se Carl Lewis vi salta otto metri e mezzo nel lungo nel vostro giardino? O se Totò vi recita la Livella? O se Houdini si libera da settanta catene? O se la Juve fa un bel comunicato stampa? Niente, fate così, applaudite, sublime!, sublime!, perchè è la summa, il meglio. La specialità.

E poi pali, traverse, gol sfiorati, gol annullati, rigori non dati, cagate in difesa, stronzate a centrocampo. E poi l’inculata finale, altra specialità di un campionato trascorso piegati a novanta.

Sublime. Grazie ragazzi per questa partita-bigino, per questa partita-riassunto, per questa partita-dimostrazione, per questa partita-powerpoint. La prossima volta avvertiteci prima, chè ci evitiamo le precedenti trentasei.

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aprile 11, 2015
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Sessantaquattresimi di finale

Soccer: Serie A; Hellas Verona-Inter

Abbiamo vinto a Verona. Uh, bene. A una trentina di punti dal primo posto, a una quindicina dal terzo, a sette-otto punti dalla posizione che ci garantirebbe un ingresso in Europa League al costo di piacevoli preliminari in Siberia a metà luglio, ecco, fatico a concentrarmi e a trovare un perché. Tra la Juve che perde a Parma (ultima, fallita, derelitta e dignitosa) e l’Inter che gioca a Verona oggi (giuro, fino all’ora di pranzo pensavo giocasse domani, poi mi è scappato l’occhio su un tg), più che la trentesima giornata mi sembrava la trentottesima, quando su dieci partite sono sì e no tre o quattro ad avere un minimo perché e le altre sono tutte un po’ fuzzy, divertenti per chi ha il cuore leggero, indolori per gli altri. E invece no, dopo questa ce ne sono altre otto che non ci servono a nulla di materiale. Di immateriale sì, certo: a ricostruirsi una credibilità, a sistemare un po’ di cose, a scegliere chi resta e chi parte, a lucidare i pezzi migliori. Da qui alla fine per noi sono tutti sessantaquattresimi di finale.

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marzo 20, 2015
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L’eclissi (totale)

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Era giusto, doveroso sperare come ora é giusto, doveroso ammettere che sarebbe stato un miracolo. Non tanto in sè (il Wolfsburg è una buona squadra, ma non certo imbattibile), quanto relativamente a una stagione in cui le statistiche non mentono più, e se siamo arrivati alle porte della primavera senza aver vinto una partita importante – genericamente contro una grande o contro una squadra a cui dovevi rimontare due gol in coppa, per esempio – un motivo ci sará. È questo il dato irritante: il non dare mai, a certi livelli ma purtroppo a livelli più bassi, la sensazione di sicurezza, forza, consapevolezza. Niente, ormai da tempo immemore, da Mancini in su, tutto questo è chiedere troppo all’Inter e non c’è un cazzo da fare.

Persino il Torino che esce provandoci fino al 96′ riesce a darci una lezione. Non bastasse aver visto i gobbi passeggiare a Dortmund, o la Fiorentina scherzare la Roma. C’è modo e modo, e il modo degli altri è meglio del nostro.

Adesso ci restano due mesi e mezzo scarsi con l’obiettivo di inseguire un quinto posto, che è triste in sè e difficile (e perciò  triste al quadrato) in assoluto. La serie negativa di marzo si allunga, facciamo cagare a tutto tondo, Cesena o Wolfsburg per noi pari sono se c’è da far fatica nell’ordinaria amministrazione, aprire squarci in difesa, perdere luciditá al primo impiccio, prendere gol alla prima verticalizzazione decorosa. Il quinto posto è una specie di Pordoi, e noi siamo in crisi di fame.

In più, forse c’è anche qualche problema nell’ammiraglia. Il Mancio insiste negli equivoci, e per una squadraccia in cerca di certezze è un accanimento poco terapeutico.

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marzo 16, 2015
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Indietro

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Ogni tanto le cifre ti inchiodano, come dopo questo triste Inter-Cesena: in 27 partite abbiamo vinto 9 volte, una ogni tre. Una volta il Perugia arrivò secondo in campionato con 9 vittorie (21 pareggi, zero sconfitte), ma era un campionato a 16 squadre e le vittorie valevano due punti. Oggi, vincendo una partita ogni tre, in Europa non ci arrivi, nonostante davanti a noi spesso si faccia gara a chi fa peggio. L’anno scorso per arrivare quinti ne abbiamo dovute vincere 15, e significherebbe doverne vincere 6 delle 11 che rimangono. Cosa certo non impossibile, ma terribilmente distante dalla nostra media del 33,3 per cento. E sempre parlando di cifre depressive, mentre fino a un paio di settimane – vigilia di Inter-Fiorentina, dopo tre successi di fila – fantasticavamo ancora sul terzo posto, oggi siamo distanti cinque punti dal quinto, e le due squadre che sono al quinto posto hanno giocato una partita in meno.

In marzo abbiamo giocato quattro partite, tre in campionato e una in Europa League: due pareggi e due sconfitte. Giovedì, dopo questo filotto, ci giochiamo una bella fetta di stagione, perchè sarebbe più facile risollevarla in Europa, la stagione, che non in un campionato dove ne vinci una ogni tre e ormai si sta terribilmente allontanando anche il più minimo degli obiettivi. All’Inter dovremmo chiedere di vincere con il Wolfsburg segnandone due e subendone zero. Magari a segnare ci riusciamo anche, ma a non subirne non ce la facciamo quasi mai.

Le cifre che ci inchiodano sono anche quelle delle occasioni perse – un’infinitá – di restare in corsa, recuperare, mettersi in scia, eccetera eccetera. L’ultima risale a qualche ora fa. Devolvi un tempo e un golletto ai derelitti avversari, poi insegui, rimonti, sbagli, smadonni. Pareggi. Giá visto, giá vissuto. Mi sono rotto i coglioni di fare i conti – i soliti – su dove saremmo stati se avessimo vinto. Anche una vittoria col Cesena avrebbe avuto un suo perchè. E invece qui, lontani da tutto e da tutti, ad aspettare un dentro-o-fuori crudele e a non chiedere – per pudore – di tirare fuori i coglioni.

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marzo 12, 2015
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Regalagli Carrizo

Drupi

(Karaoke)

Regalagli Carrizo
e sono giorni tristi
per quando farà buio
se lui non parerà

regalami se puoi
la qualificazione
la Lega dell’Europa
la mia felicità

Cazzate così grandi
da fare invidia a Melo
e l’ombra dei capelli
legati con un filo

quel filo di pensieri
bellissimi che avevo
rimettilo semmai
in panca a breve e poi

regalagli Carrizo
per le mie notti insonni
per i miei giorni tristi
se in Coppa non sarò

lo giocherò alle carte
in una mano sola
non toglierò un profeta
per metter quella sòla

regalagli Carrizo

per una volta ancora
vorrei veder l’Europa
toccare pure ferro
e poi ricominciare

vorrei segare il Wolsfburg
e andare più lontano
vorrei far tante cose
tenendoti per mano

regalagli Carrizo
gli vada di traverso
come questa sconfitta
in terra d’Aleman

come la prima volta
che ho visto il tuo bel viso
regalagli Carrizo
lo porterò per sempre
affancul

VfL Wolfsburg vs Inter Milan

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marzo 9, 2015
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Laserterapia e mezze mattonelle

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Il format Mancini, ormai consolidatissimo, è: “(Frase relativa alla partita) ma commettiamo troppi errori”. Che è ovviamente un enorme passo avanti rispetto a “(Frase relativa alla partita) ma (scusa a caso)”. Hai cambiato l’allenatore, hai dato una svolta epocale ma è rimasto il ma. Il problema è sempre quello, il ma. Proposizione principale, ma, proposizione coordinata. Mancini ha portato aria nuova, schemi nuovi, giocatori nuovi, onestá intellettuale nell’analisi della partita, fantasia, coraggio, ma non è ancora riuscito a eliminare il ma, che sarebbe la quadratura del cerchio. Vorrebbe dire che giochiamo, produciamo, teniamo palla, siamo alti E (non MA) (frase a caso, contenente il verbo vincere declinato alla bisogna).

Ci arriveremo? Possibile. Probabile. Peccato per il tempo che passa, per gli obiettivi che non ci aspettano, che restano lì sospesi e ti sembra di poterli prendere allungando un braccio e invece no, è un’illusione ottica e – soprattutto – c’è sempre meno tempo a disposizione. Tocca sospendere anche i giudizi e le considerazioni: come metabolizzi e consideri questo Napoli-Inter, dai primi settanta minuti da “vorrei ma non posso” o dagli ultimi venti minuti da “se voglio posso e ti faccio anche un culo così”?

Siamo quasi a metá marzo e – questo è un fatto – non abbiamo ancora vinto con una grande. Neanche stasera a Napoli, che poteva chiudere la gara prima ancora del tè caldo. Ma quei venti minuti finali, in condizioni che solo pochi mesi fa avrebbero determinato più probabilmente un 5-0 di un 2-2, sono una cosa bella e incoraggiante ma (il ma…) anche l’ennesima mezza mattonella con cui lastrichiamo il nostro percorso. Mezza qui, mezza lá, e dalla mezza classifica non ti schiodi. Peccato, valiamo molto di più. Il problema è che – ancora, e purtroppo – non meritiamo molto di più.

Teniamoci buono anche il cucchiaio di Icardi, il rigore del possibile 2-2 tirato con il laser negli occhi e con la pressione di una stadio ostile e di un risultato da riacchiappare. Maurito sta diventando grande, ha fisico e faccia di merda, ha i colpi dentro e fuori dall’area, il senso del gol e una personalitá che sboccia. Ci mancherá: almeno, che ce lo paghino bene.

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febbraio 20, 2015
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Perchè perchè / al minuto novantatrè

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Al minuto 12, prima esulto e poi eseguo la cerimonia dell’ammainaOrociok. “Stasera non mi servite” e li rimetto in dispensa. Torno sul divano con un sorriso ebete sul viso. Secondo statistiche ufficiose, l’Inter non segnava due gol in una trasferta di coppa europea nei primi 12 minuti da 74 anni. Pochi minuti dopo, cerco angosciato su Google la seconda statistica: l’Inter non prendeva due gol in un minuto in una trasferta di coppa europea passando da 2-0 a 2-2 da 158 anni. Al che sento salire prepotente il desiderio di cioccolato misto a biscotto, ma orgogliosamente resisto alla tentazione di riprendere gli Orociok ammainati e mangiare un paio di blister all’istante. Però, con un occhio al televisore, mi metto a cercare qualcos’altro come un tossico in astinenza. E trovo un cioko Milka wafer rotondo, scaduto il 25 luglio 2014. Prendo una decisione: cazzo, lo mangio. E poco dopo facciamo il 3-2. Ora, trovare gli Orociok è facilissimo, ma trovare ciockowafer scaduti da sette mesi no. Per la cabala, dico.

Vabbe’. La mia riflessione all’intervallo è: il portiere del Celtic nel primo gol ha respinto un pallone fuori un metro, nel secondo gol si è fatto passare la palla tra le gambe, nel terzo gol ha fatto l’assist a Palacio. Cioè, cosa pretendiamo di più? Se non vinciamo, calci in culo da Glasgow a Milano. Ecco. Anche perchè prendiamo un gol al 93′ come  a Napoli. Ecco.

La seconda riflessione è: se muoio nella notte per intossicazione da ciokowafer scaduto, non leggerò la Gazza di domani.

A fine partita, mi chiedo per quanto tempo ancora dovremo scontare l’impanicamento ormai cronico della nostra difesa. Ogni pallone è una sofferenza. Ranocchia ancora il simbolo: alterna interventi di grande tempismo a cazzate immani, scivolate chirurgiche ad acrobazie da festival internazionale del circo di Montecarlo. Jesus trasmette ansia. Campagnaro non si può vedere. E noi qui, come loro, sballottati tra cross e contropiedi, a sgranare il rosario in attesa che il pallone parta e – voglia il cielo – non arrivi.

Un 3-3 a Glasgow in sè è un risultato positivo, che diventa ‘na tragedia se pensi che potevi e dovevi vincerla 4-1. Io tra l’altro ho mangiato un wafer scaduto ad minchiam e potrei decedere nella notte per un cazzo, un 3-3 in trasferta, vita grama, destino gramo. La squadra c’è dal centrocampo in su, Shaqiri è un’iradiddio (ma come mai ce l’hanno venduto? Da non crederci), si lotta e si suda, ho visto un sacco di lanci bellissimi e di movimenti in sincrono, Icardi ha fatto un tot di cose deliziose, Palacio ha avuto molto culo ma se non altro è tornato reattivo, e Carrizzo ha fatto la sua porca figura.

E allora perchè, perchè / ti fai inculare al minuto novantatrè?

Inter, prima causa di stress in Lombardia. Ma è per questo che ti amiamo, e tu te ne approfitti. 10 gol nelle ultime tre partite e ora qui, con gli occhi al soffitto, ripensando alla nostra difesa, a Guidetti e alla lavanda gastrica che mi faranno, lo so, vedo giá la scena, “Cos’ha mangiato, dio santo?”, “Guardi, vincevamo 2-0 e poi non ho capito più un cazzo”.

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febbraio 16, 2015
di settore
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Il figliuol prodigo

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Siccome trattasi di un campo dove abbiamo lasciato spesso lacrime e sangue e giramenti di coglioni, la vittoria di Bergamo vale anche un pochino più di tre punti. Nella stagione degli asterischi (*ma ottimi nel possesso palla), possiamo aggiungerne tranquillamente uno (*sempre dietro anni luce, ma abbiamo vinto bene a Bergamo) e stavolta di tenore sereno e positivo. E se il valore assoluto del successo è quello che è (squadraccia se ce n’è una, l’Atalanta, diciamolo), il valore relativo è bello rotondo. Anche perchè Bergamo si è confermato uno degli stadi peggio popolati d’Italia, un continuo lamento intervallato da insulti, e ululati, e smoccolamenti, e sputazzi, e che cazzo!, una roba difficilmente sopportabile anche da una personcina animata da buoni sentimenti e da spirito sportivo quale sono io, privo di orociok nella dispensa e quindi – al diciassettesimo lamento, al trentaquattresimo coro con insulto – particolarmente esposto al clima di nervosismo. Tanto che durante il primo tempo a un certo punto mi alzo dal divano, metto la faccia a due centimetri dallo schermo ed emetto un rantolo del tipo

“Ma pensate a giocare, bifolchi!”

del quale mi sono vergognato, pur essendo solo in casa. Oddio, mi sto imbruttendo, argh! Anche perchè c’era da indignarsi da cittadini ed esseri umani, ma non c’era da rotolarsi negli allori. Il primo tempo è stato un po’ così e tra i due nostri gol ho visto troppa Atalanta e poca Inter, un’Inter che sembrava più quella di Empoli o di Sassuolo che non quella di domenica scorsa col Palermo. E quindi, nauseato dal popolo bergamasco e deluso dal nostro mollismo che riemergeva, assumevo sul divano posizioni sempre più passive. Finchè a un certo punto Guarin ha fatto un gol della madonna – quei gol tutto tranne che casuali, quei gol che estirpi un pallone, ti liberi di un paio di buzzurri, alzi la testa, miri l’angolo lontano e la metti lì con un tiro a giro, insomma, appunto, un gol della madonna – e i pianeti si riallineano. Se anche Guarin, l’apparente irrecuperabile Guarin, il sempre in lista cessioni Guarin, l’inaffidabile per definizione Guarin, inizia a fare partite così, di sostanza, di gol, di assist e di rigori procurati, ecco, forse la strada è quella giusta.

Come Mazzarri aveva riportato il Gabbianone e il Meraviglia al vivere civile, il Mancio ha deciso che Guarin – da un anno e mezzo l’uomo in meno – può essere l’uomo in più e ha ragione da vendere. Guarin a noi serve, e ci serve così, preciso. Senza Icardi, con due punte impresentabili, con la difesa che ogni tanto ti fa sudare freddo, abbiamo vinto 4-1 a Bergamo e ci deve essere una ragione. Oggi il centrocampo grondava qualità e fiato, e forse è da qui che dobbiamo ri-ri-ripartire, dal reparto che era un buco nero e adesso è diventato la base di tutto. Pensa se davanti con Icardi si mette a giocare uno a caso che si regga in piedi, e pensa se dietro a un certo punto trovano il centro di gravità: oh ragazzi, qui si rimonta, e di brutto brutto brutto.

 

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