Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

agosto 10, 2017
di settore
230 commenti

Capire Spalletti (o almeno provarci)

spalletti1

Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

share on facebook share on twitter

aprile 4, 2016
di settore
135 commenti

Limbo

belotti

La partita non l’ho vista, rimarrà un buco nero parzialmente riempito dagli highlights. Ho avuto una domenica intensa e l’Inter non ci stava neanche a spingerla, ma ero tranquillo: contro una squadra un po’ incompleta e un po’ demotivata (giusto il pepe al culo di una teorica implicazione nella lotta per non retrocedere, dove però ci sono parecchie squadre sotto e parecchio più scarse) mi ero già segnato mentalmente il più tre, il quarto posto servito su un piatto d’argento, il round a favore della Roma (sempre a più 5 ma con una partita in meno da giocare) ma noi diligentemente attaccati ai loro zebedei.

Macchè.

Ora, al netto di arbitri-fenomeni e di attaccanti avversari modello Nureyev, per noi parlano le cifre e l’atteggiamento. L’atteggiamento petaloso e mozzarelloso del secondo tempo, già visto e stravisto nel magico 2016 (14 partite di campionato, 5 vinte, 4 pareggiate, 5 perse: e dove vorresti mai andare?). E le cifre, tipo queste, appunto.

E le cifre avulse.

Le prime sette della classifica si sono staccate dalle altre. Dobbiamo ancora affrontare il Napoli per chiudere il cerchio, e il Sassuolo all’ultima giornata. Ma col Sassuolo abbiamo già giocato nel magico 2016, ultima di andata. Inter-Sassuolo 0-1, Milan-Inter 3-0, Juve-Inter 2-0, Fiorentina-Inter 2-1, Roma-Inter 1-1.

Un punto (e due gol) in cinque partite.

Lasciamo perdere la Coppa Italia, che ti capita di andare a fare una partita spensierata a Napoli e la vinci, e poi – dopo una tranvata galattica – ti capita di giocare nella migliore condizione possibile con la Juve (0-3 all’andata, sei fuori al 99,9%, cazzo te ne frega?) e a momenti fai l’impresa del decennio. Lasciamo perdere. In campionato parlano le cifre, e le cifre ti inchiodano.

Ti inchiodano alla tua assenza negli appuntamenti decisivi (è proprio un problema di profilo). Ti inchiodano al quinto posto, che magari diventerà quarto, chissà, e che speriamo non diventi sesto. Ormai siamo lì, in questo limbo numerico che è lo stesso limbo estetico e di personalità in cui ci dibattiamo da tre mesi e mezzo. Il brutto è che ti arbitrano male, te ne cacciano fuori due così, abboccano ai tripli tolup, e tu non hai un tubo da ribattere. Alla fine è così e basta: quinto e non più (di) quinto.

share on facebook share on twitter

novembre 1, 2015
di settore
268 commenti

La Grande Mancezza

image

Spiaggia, sabbia, sole, odore di crema al cocco, troppo presto per fare il bagno, partita a bocce. Boccino con tante bocce intorno, vicine, alcune tue, altre altrui, generalmente più vicine delle tue al pallino bianco, affollamento, casino. Sguardi scettici mentre tu, invece di piazzarne un’altra into the box e cercare di limitate i danni, scegli la soluzione più fantasiosa, bocciata generale alla cazzo, e c’è giá intorno gente che ridacchia e si dá di gomito prima ancora che tu carichi il colpo, gli avversari mentalmente fanno giá la somma dei punti, rumore di vetri infranti, cose cosí. Tu te ne fotti e persegui il tuo folle piano, ci pensi ancora un attimo e woooosh, lasci andare la boccia con un elegante movimento avambraccio-polso. Potrebbe rompere il parietale alla massaia della prima fila, o bucare il pedalò sullo sfondo, o sfiorare i 12 bambini del miniclub mentre l’animatrice sviene per lo spavento come una damina tisica. E invece sbammm!, la boccia va a finire nel traffico e vedi altre bocce volare via, di colore diverso dalla tua, tra sboffi di sabbia e ohhhhh del folto pubblico. Giuoco, partita e incontro.

In linea teorica non c’era alcun dubbio che Mancini sapesse il fatto suo e noi non ci capissimo una beata fava. Ecco, ora anche in linea pratica. Lui aveva davanti una situazione complicata (la Roma e i suoi 25 gol in  10 partite) e woooosh, ha fatto le mosse giuste, rispolverando due esterni mazzarriani e tenendo fuori El Nino del Pube de Oro. Argh!, ho fatto leggendo le formazioni verso le or 20,20 circa. Mai come in quel preciso istante ho sperato di non capirci un cazzo.

Ecco: non ci capisco un cazzo.

Ed è un sollievo, credetemi. Sai che risparmio di tempo? Perchè star lí a elucubrare formazioni funzionali a determinati schemi, quando c’è un allenatore che lo fa meglio di te? Capperi, mi si apre un mondo. Avrò del tempo libero. È bellissimo.

Quanto a Icardi, voglio sperare che non sia stata solo una scelta tecnica, ma una punizione. Un capitano certe cose non le dice. Un giocatore sí, non è bello ma a un centravanti può scappare.  Un capitano no, le pensa ma non le dice, neanche sotto tortura. Ma voi ve lo vedete Zanetti, alla domanda “Scusi, ma lei non è stufo di sgroppare per gli altri a 40 anni?”, con una roba del tipo “Se non corro io qui non corre un cazzo di nessuno, non vede che branco di smidollati?”. Maurito imparerá a fare il capitano, di tempo ne ha.

Ma torniamo a noi e alla nostra classifica che adesso poggia le terga su un gruzzoletto di partite statisticamente significativo. Perchè ormai sono 11, le partite, e siamo (ancora) in testa. Ormai sono 11 e per 7 volte non abbiamo preso gol. Ormai sono 11 e per 6 volte abbiamo vinto 1-0, il risultato ansiogeno ma perfetto, il minimo sforzo con il massimo risultato. Ormai sono 11 e abbiamo 24 punti, ottenuti con soli 11 gol e – ribadisco – in questo non possiamo che migliorare.

E poi ci sono i segni. Medel che tira alla que viva el fratacchion e la infila dopo quei sedici-diciassette rimbalzi che intanto pensi che la prenderebbe anche un bambino dell’asilo e invece no. Handanovic che batte il record di parate/secondo e la Roma che batte il record di cagate/secondo nella stessa azione. Dai, sono segni.

Il problema è che tra l’1 e il 28 novembre giocheremo solo due partite (io la Nazionale la abolirei) e il 29 andremo a Napoli. Ecco, facciamo che ne riparliamo il 29 sera. Nel frattempo salutate la capolista, che noi vi facciamo ciaone e buonanotte.

 

share on facebook share on twitter

febbraio 6, 2015
di settore
153 commenti

De ranocchitudo interistorum

ranocchia

Che poi il problema, è chiaro, non è Ranocchia in sè. Il problema, purtroppo, è il ranocchismo dell’Inter intera. Dove il centro della questione continua a non essere  il povero Andrea Ranocchia, che in un’Inter diversa (metti con Samuel o Lucio 2009/2010 al fianco, con davanti Zanetti Cambiasso e Stankovic, per dire) avrebbe fatto probabilmente faville, ma il ranocchiamento di una rosa che in questo momento (voglio sperare che ci sarà un momento diverso, ecco) esprime quello che è. Una squadra che poteva capitalizzare – a livello di fiducia, di consapevolezza – le due partite con Juve e Genoa e invece ha fatto un punto nelle ultime quattro, perdendo due volte a tempo scaduto (una volta su calcio d’angolo, una volta da fallo laterale) (oratorio level). Una squadra che ha il possesso palla per due terzi di partita, e che di quella palla non sa letteralmente cosa farsene, visto che segna poco, tira poco, crea poco. E allora, ecco il punto, Ranocchia può inciampare al 93mo minuto nell’intervento più comico del decennio, ma quanti Ranocchia dobbiamo ringraziare per questo spaesamento che comincia a non avere più alcuna giustificazione?

Ranocchia capitano è il perfetto simbolo dell’Inter post triplete. Il cognome non aiuta (non so, prendi un John Terry, ti comunica un altro tipo di sensazione), ma questa è solo una battuta. L’Inter ha un Ranocchia capitano, questa invece è la realtà. Non Andrea Ranocchia in sè, ma un tipo come lui. Abituati a Zanetti, abituati a un’Inter che contemporanemante sfornava a nastro capitani in pectore – era un capitanificio, Zanetti, Cordoba, Cambiasso, Stankovic, Samuel etc. -, ora siamo a un capitan Ranocchia che dice tutto. Bravo ragazzo, buon giocatore, persona seria, e fin qui ci siamo e lo ringraziamo: ma poi? Oggi, al trentesimo inciampo, costretto a giocare su un infortunio, minato nella sua sicurezza, è tutto tranne che un capitano coraggioso. Scelta opinabile dall’inizio, dare la fascia a lui, e adesso quasi scaduta nel ridicolo: un peccato, per l’importanza della figura del capitano e per l’onore e l’onorabilità di Andrea Ranocchia stesso, che non merita di diventare il contro-idolo degli interisti nè il capro espiatorio di colpe non sue, al netto di una gigantesca puttanata al minuto 93, cioè oggettivamente non rimediabile. Comunque questo abbiamo e questo ci teniamo, degradarlo sarebbe una umiliazione che Ranocchia non merita.

Beh, si poteva fare qualcun altro da principio, no? Ecco il punto: chi?

A livello di atleti seri – questo è un requisito di base – non saremmo mica messi male. Anche Handanovic sarebbe stato un buon capitano (parla anche un italiano perfetto), ma anch’io sono tra quelli che pensa che il capitano non debba essere il portiere, soprattutto in una squadra che ha la personalità di un bambino dell’asilo. Uh, ma ce ne sono altri. Per esempio: Hernanes e Palacio sono due giocatori di profilo internazionale. Ma – eccoci al punto – non sono il Ranocchia del centrocampo e il Ranocchia dell’attacco, due giocatori bravi e forti finchè si vuole ma senza carisma. Vidic poteva essere una scelta di immagine, ma è una sciagura, un Ranocchia al quadrato, o forse al cubo. Lasciamo perdere Nagatomo (serve parlare italiano) e Juan Jesus (il Ranocchia brasileiro). Diamola a un giovane? Beh, non a Kovacic, il Ranocchia dei Balcani, eccelso giocatore e personalità ancora non pervenuta, uno che diventerà una grande giocatore lontano da Milano, incastonato in una squadra un po’ più strutturata, non in questa Inter così poco propensa – ma perchè, poi? perchè? – a tirare fuori i coglioni.

Rimarrebbe Icardi, uno che ha appena dato dei pezzi di merda ai suoi tifosi, non esattamente un comportamento da capitano. Perchè lui, peraltro, a conti fatti il miglior interista della stagione, la fascia la meriterebbe, se non altro a scopo terapeutico. Come a Guarin, un altro personaggio borderline cui una responsabilità vera non potrebbe fare che bene. Ma qui, forse, ormai siamo ai confini con la fantascienza. Se rimane, il capitano un giorno sarà Shaqiri: il miglior rapporto qualità/zebedei  è già suo, anche se nel febbraio 2015 all’Inter sarebbe facile primeggiare. Forse ce la farei anch’io, uno zuzzurellone se ce n’è uno.

 

 

share on facebook share on twitter

settembre 28, 2014
di settore
494 commenti

Comete e sostanze psicotrope

Serie A - 5a Giornata

Non è successo niente. Ripetetelo venti volte, intervallando con un sospiro. Non è successo niente. N-I-E-N-T-E (sospiro). Non può essere vero quello che abbiamo visto. E se anche fosse vero – (rumore di deglutizione) – non è possibile che uno scempio del genere si possa ripetere in natura a stretto giro. Intendo: nei prossimi 15-20 anni come minimo. Quindi tranquilli, dormite sereni. Avete avuto paura? Passerà. E’ una classica partita-cometa, come quando rifili 4 pere ai gobbi. Càpita, sì, ma ogni tanto. E quindi – (rumore di deglutizione) càpita anche il contrario, di prenderne 4 in un tempo dal Cagliari, più un rigore sbagliato (quindi potevano essere 5) (in un tempo) (dal Cagliari). L’unica cosa vera è che dopo 5 giornate abbiamo sette punti di distacco dalla Juve (e dalla Roma). Ecco, questo è vero, ed è brutto. Io mi fido solo dei numeri, e se i numeri sono impietosi io mi preoccupo. Sulle faccende esoteriche, quasi paranormali, invece sono pronto a discutere. Non può ripetersi. Uff, no. Certo che no. Come può ripetersi che 11 giocatori facciano contemporaneamente cagare? Oh, undici: ahahahahah, spassoso. No dai, nemmeno nel peggiore dei sogni. E che l’allenatore abbia preso almeno 5-6 decisioni sbagliate contemporaneamente nel mettere giù la formazione? O che i tuoi tre difensori centrali giochino in preda a una specie di torpore quando la palla passa dalle loro parti, specie in area, o il tuo terzino giapponese nel giro di 20 minuti regali un assist agli avversari e, compensando la reattività di un bradipo, si faccia espellere per due falli ingenui da far spavento? Ma dai, è evidente! O non è successo o, se è successo – (rumore di deglutizione) – non si ripeterà. E quando mai si ripeterà un calendario così facile a inizio stagione (Torino, Sassuolo, Palermo, Atalanta, Cagliari) (intervallate da partite con islandesi e ucraini)? Ecco, è tutto una cometa. Anche il calendario-cometa. Calendario da 13-15 punti, e invece ne fai 8. Bleah, che scorrettezza. Questo calendario ci ha evidentemente deconcentrati. E’ evidente. Ahò, quando ce ne mannate una forte? Sai, come quei pugili che sanno di trovarsi davanti uno scarso, salgono sul ring un po’ controvoglia, ahò!, poi scherzano con il rivale, saltellano, lo irridono, tengono la guardia bassa, i guantoni all’altezza delle ginocchia, ahò!, e poi sbamm, perchè anche ai pugili scarsi due o tre cose le hanno insegnate, i montanti li sanno portare e se ti prendono alla mandibola (i pugni-cometa) tu vai giù come un sacco di patate. Tipo, non so se rendo l’idea, se giochi in casa con – mettiamo – l’ultima in classifica e ne prendi 4 in un tempo, quasi 5, ecco, una roba così. E’ EVIDENTE che non sono cose che si possono ripetere, tranquilli, è evidente.

Ora vado a dormire. Magari mi risveglio e siamo ancora alla quarta giornata. Sì, voglio dormire fino a dopodomani: datemi quello che hanno preso Vidic, Nagatomo e Andreolli e non se ne parli più.

share on facebook share on twitter