Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

Dicembre 10, 2020
di settore
359 commenti

Noi, i ragazzi dell’82

Passa il tempo, i capelli imbiancano, i ricordi si selezionano, la saggezza dovrebbe aiutarti a fare ordine negli avvenimenti e nei valori, ma il Mondiale dell’82 resta per me un momento chiave di una vita intera, una cosa che non schiodi dalla tua Top 10 perchè non c’è verso, e forse non ce n’è ragione, e comunque non è che te ne devi vergognare. Non è solo pallone, non è solo un giocoso rimando a un momento di felicità collettiva. E’ che per me quei giorni furono davvero speciali, e lo racconto sempre divertito, l’ho raccontato una sacco di volte – tipica cosa di chi invecchia – e lo racconto ancora oggi che sono appena morti Maradona e Paolo Rossi. Che piango come fossero stati miei amici e che nell’82 c’erano. L’82 erano loro.

Nel luglio del 1982 io avevo i Mondiali, e avevo anche la maturità. Non sono due cose molto compatibili, non potevano esserlo per uno che – perfetto modello di giovane italiano medio – viveva il calcio in maniera totale, molto romantica e moltissimo passionale. Che nel 1982 avrei avuto la maturità e i Mondiali mi era ben chiaro fin dal primo giorno di liceo, il calendario gregoriano e un naturale percorso scolastico mi proponevano la prospettiva di una coincidenza che, porca puttana, francamente pensavo di non meritarmi. Eppure andò così, com’era nella cose.

Nella clamorosa estate del 1982 ricordo tutto, tranne che di avere studiato – studiato seriamente, dico – per la maturità. Cioè, francamente: come si poteva con un Mondiale in cui l’Italia non usciva mai, e non sarebbe mai uscita? Ancora oggi, attribuisco alla vecchia formula a 24 squadre il merito della mia ingloriosa promozione: con la formula attuale, con tutte quelle partite in più, forse mi avrebbero bocciato. Le vidi quasi tutte, ce ne furono di meravigliose anche nei gironi – la Germania che perde con l’Algeria, l’Argentina che perde con il Belgio, la Spagna che perde con l’Honduras, un Brasile spettacolare come ai tempi più belli. L’Italia – tranne la finale – giocò tutte le partite di pomeriggio: cioè, onestamente, come ci si poteva concentrare su greco e latino quando alle cinque giocava l’Italia? Come?

L’Italia giocò la finale domenica 11 luglio, ore 20, estadio Santiago Bernabeu. Roberto Torti giocò l’orale della maturità sabato 17 luglio, ore 9, liceo classico Severino Grattoni di Voghera. Alla fine abbiamo vinto tutt’e due. L’Italia molto meglio di me, vabbe’, ma l’importante era – appunto – l’Italia. Quanto a me, mi salvò il tema di italiano, all’orale poi feci un po’ di melina, però abbastanza elegante, in discreto stile, almeno per quel che mi rammento. Dovevo rimediare tipo un 4 nello scritto di greco, o forse era un 3, a me piaceva latino, greco no, non mi è mai piaciuto. Feci un carosello solitario sulla mia 500 bianca lungo la circonvallazione di Voghera, con i finestrini abbassati perchè faceva caldo. Fine dei ricordi della maturità.

Del Mondiale 1982 invece ricordo tutto, ricordo dov’ero, cosa pensavo, cosa facevo. Ricordo che mi chiedevo, come tipo altri 50 milioni di ct da divano, perchè mai Bearzot insistesse a far giocare uno che non giocava da due anni e sembrava un morto in piedi in mezzo a 21 atleti decisamente più in forma di lui. Poi non mi sono chiesto più nulla, perchè Bearzot e Rossi hanno vinto il Mondiale, loro due, contro ogni evidenza, contro ogni ragionevole dubbio.

Sorteggiavano la lettera per gli orali quando i risultati concomitanti ufficializzavano che – dopo tre pallidi pareggi con Polonia, Perù e Camerun – passavamo sì il turno ma per finire nel gironcino a tre con Brasile e Argentina, una specie di tritacarne da cui al 99% saremmo usciti umiliati. Paolo Rossi e Diego Armando Maradona – il morto in piedi e l’astro nascente – si incrociarono sullo stesso campo il 29 giugno 1982 alle 17,15: non finì come da pronostico. L’Argentina prese tre pere anche dal Brasile e il 5 luglio, sempre alle 17,15 e sempre in quel cesso del Sarria di Barcellona, Italia-Brasile divenne l’inattesa partita-spareggio per le semifinali. Divenne una delle partite più belle di tutti i tempi.

Da lì in avanti Paolo Rossi – resta uno dei romanzi più avvicenti del calcio di ogni tempo – prese in mano la sua e le nostre vite. Tre gol al Brasile – il morto in piedi! Tre gol! -, due alla Polonia, uno alla Germania, il primo, in finale. Cosa avesse visto Bearzot dietro quello che tutti vedevano, boh, resta uno straordinario mistero. Del resto, la grandi imprese dello sport hanno sempre un alore di sovrannaturale. Fu per Paolo Rossi una rivincita pazzesca su uno snodo crudele della sua vita, due anni di carriera svaniti per un incontro sbagliato nella hall di un albergo, per una frase sibillina scappata chissà come. Si sarebbe scoperto che non c’entrava nulla, che l’avevano messo in mezzo, che il suo nome era anche funzionale a un certo tintinnare di manette.

Era una persona perbene, mite, simpatica. Una persona normale. Ci ha fatto vincere un Mondiale, mi ha fatto perdere 10 punti alla maturità e per questo gli ho sempre voluto bene. Non è mai stato interista, ma non è mai stato un problema. Gli ho visto segnare due gol a San Siro con il Perugia (ma noi ne segnammo tre: foglia morta del Beck, rigore di Spillo e coast to coast di Pasinato). Ciao Pablito, e salutami Diego: la gloriosa estate del 1982 – ricordate? – ce la siamo goduta insieme. Bei tempi, cazzo.

share on facebook share on twitter

Agosto 16, 2017
di settore
234 commenti

A noi ci ha rovinato Elisabetta Caporale

Scrivo questo post in quanto atleta (poco) agonista tesserato Fidal, categoria Master, tessera n. CH049899, quindi non rompetemi i coglioni (cioè, era per dare un contorno ben definito alla cosa)

Sabato, penultima giornata dei mondiali di atletica, il peggiore della storia azzurra come somma di ogni singolo risultato dei 36 atleti iscritti alle gare (un terzo e un sesto posto su strada, un solo finalista – decimo – in pista), con un occhio guardavo le gare e con l’altro mi dedicavo a una delle più interessanti letture sportive degli ultimi 10-15 anni. “Repubblica” dedicava mezza paginetta di intervista a tale Liz Nicholl, 65 anni, una tipica signora inglese col capello biondo e corto e con l’aria discretamente cazzuta. L’intervista, che è moooolto interessante per capire come vanno le cose nel mondo e come vanno invece in Italia, la potete leggere integralmente qui. Intanto sintetizzo.

La signora Nicholl è a capo di una società che in Italia non esiste e che invece, in Gran Bretagna, fa da tramite tra lo Stato e il Comitato olimpico nazionale. In soldoni: in Italia il finanziamento dello Stato va al Coni che poi lo destina alle varie federazioni; in Gran Bretagna è la Uk Sports (la società di cui la signora Nicholl è Ceo) a decidere a chi dare il finanziamento dello Stato prima che se ne occupi il Comitato olimpico, secondo un crudelissimo criterio meritocratico. Fai risultati, o mi garantisci di avere una più che ragionevole certezza di farne a breve? Ok, ti do i soldi. E comunque tranquillo che tra un annetto torno e vedo come li hai spesi, se sei migliorato, che risultati hai avuto, che gare hai fatto e come procede la tua preparazione in chiave olimpica. Non hai combinato una cippa? Arrivederci e grazie. Anzi no, ringraziami tu se non ti chiedo indietro i soldi.

Tutto questo perchè in Gran Bretagna si erano un pochino preoccupati dopo le disastrose Olimpiadi di Atlanta: un solo oro, 15 medaglie in tutto. No, dico: la Gran Bretagna. Roba da vergognarsi per secoli. E invece si sono vergognati giusto per qualche mese e poi sono passati alla fase pratica di ricostruzione di un movimento sportivo olimpico che aveva toccato il fondo. 12 anni dopo, Pechino 2008, la Gran Bretagna è quarta nel medagliere. 16 anni dopo, Londra 2012, la Gran Bretagna ospita le Olimpiadi e vince 65 medaglie, terza nel medagliere. Quattro anni dopo, a Rio, ne vince 67, seconda nel medagliere.

La signora Nicholl non guarda in faccia a nessuno: ha segato nazionali di sport altisonanti (volley e basket) perchè non facevano risultati, rischiando l’impopolarità ha segato addirittura nazionali paralimpiche (tipo quella di rugby) per lo stesso motivo e perchè non guarda in faccia a nessuno. Cito solo un interessante passo dell’intervista: “Non siamo un ente di beneficenza. Investiamo sul futuro e dove si vince. Finanziamo gli sport con soldi pubblici, quindi abbiamo una responsabilità. Non ci dobbiamo occupare di far fare movimento alla popolazione, ma della programmazione olimpica. Trattiamo con il governo, presentiamo un piano, otteniamo fondi – per Tokyo 2020 sono 385 milioni di euro – e li ridistribuiamo senza tanti giri inutili, a chilometro zero. Paghiamo direttamente gli atleti e forniamo loro tutto quello di cui hanno bisogno in termini di assistenza tecnica, logistica, medica. Ma entrare nel programma non è un matrimonio. Ognuno di loro è sottoposto a continua verifica. E se i risultati non sono in linea con le aspettative, escono dal programma. Noi non dobbiamo essere politicamente corretti o fare buone azioni, ma costruire una leadership sportiva. UK Sport è un organismo governativo, indipendente dal comitato olimpico britannico e dalle federazioni sportive. Noi non partiamo dalla base per andare alla ricerca del risultato, facciamo l’opposto, partiamo dal risultato, e mettiamo in campo tutto il necessario per sostenerlo. Altrimenti azzeriamo gli aiuti”.

Mentre mi innamoravo del decisionismo della signora Nicholl, ripensavo a nazioni meno farlocche della nostra, tipo la Francia che a Londra 2017 ha preso tre ori e uno, in particolare, con un ragazzo che negli 800 metri a un certo punto è andato in testa e non ce n’è stato per nessuno. O tipo la Norvegia, no dico, la Norvegia, che prende l’oro con un pazzo che nei 400 ostacoli parte come un forsennato, stacca tutti i neri e vince nello stupore generale, compreso il suo. 27 nazioni hanno vinto un oro, in pista ha vinto una medaglia anche la Siria: perchè noi no? Perchè noi mai?

Ecco, veniamo all’Italia e all’atletica in particolare, la regina degli sport olimpici. A noi, alle Olimpiadi, la scherma e il tiro salvano sempre il culo, ma negli altri sport andiamo un po’ a sbalzi e nell’atletica siamo all’anno zero. Ma non da Londra 2017, eh? Da decenni. Se togliamo la strada (marcia e maratona), sono vent’anni che facciamo letteralmente ridere. Restando ai Mondiali, l’ultimo oro in una corsa è del 1999 (Fabrizio Mori, 400 ostacoli), l’ultimo oro in pista è del 2003 (Gibilisco, asta), l’ultima medaglia in pista è del 2011 (Di Martino, alto femminile, bronzo). Negli ultimi 5 mondiali abbiamo vinto 4 medaglie (zero ori): oltre al bronzo della Di Martino, altri due dalla marcia (Rubino e Palmisano) e l’argento di Valeria Straneo nella maratona di Mosca 2013. Nell’intera storia dei mondiali (il primo fu nel 1983) abbiamo vinto solo 11 ori (gli Usa ne hanno vinti 10 solo la scorsa settimana), di cui 5 nella marcia.

Quest’anno abbiamo portato 36 atleti, di cui 29-30 senza alcuna speranza di medaglia, la metà senza nemmeno quella di andare in finale. In quattro hanno fatto il loro personale, sette o otto – loro compresi – hanno fatto il primato stagionale. Gli altri manco quello. Ho letto, dopo la fine dei Mondiali, le interviste al presidente della federazione e al commissario tecnico della nazionale. Si dimostrano delusi e preoccupati, promettono che da adesso si cambia davvero (cosa che mi sembra di avere già sentito nel corso degli ultimi lustri), che si ragionerà solo in proiezione dei grandi eventi, che cambierà la programmazione degli atleti, che saranno più seguiti, che si eviterà di farli allenare da soli o per telefono ecc. ecc.

Vabbe’, si vedrà. Magari hanno letto anche loro l’intervista alla signora Nicholl e una mezza ispirazione gli verrà. Intanto oggi questi siamo, un’accozzaglia di atleti volenterosi e mediamente non molto ambiziosi, sempre più melting pot, dove gli atleti militari (mantenuti da noi) vanno peggio dei non militari, dove gli atleti vecchi vanno meglio dei giovani (no, dico, ci si è lamentati dell’assenza di Fabrizio Donato nel triplo: ma figa, ha 41 anni!), dove l’intera squadra su pista è stata umiliata da Marco Lingua, il martellista, 39 anni, unico finalista delle spedizione, uno che è uscito dal gruppo della Finanza e si allena da solo in una società che ha il suo nome e dove è l’unico iscritto, fa i pesi sotto il portico di casa e i lanci nel campo di suo zio.

Dice il presidente della federazione: troppi ragazzi si accontentano di fare il minimo per le grandi manifestazioni e stop, come se l’obiettivo fosse raggiunto così. Vero, è una vergogna, una vergogna concettuale. Vai ai mondiali e manco fai il tuo primato stagionale: forse ha ragione la signora Nicholl, la prossima volta dai retta a me, bimbo, stai a casa e guardali dal divano. Ma il minimo non è il solo obiettivo di questi ragazzi. Ce n’è un altro, più subdolo, più irritante, più inutile: arrivati ai mondiali o agli europei, fare la propria gara, essere (di solito) eliminati e andare in zona mista a farsi intervistare da Elisabetta Caporale.

Qui va in scena un teatrino grottesco, dove questi ragazzi (e soprattutto le ragazze) si guardano nel monitor, si sistemano la chioma e partono con una sequela di giustificazioni del tutto irrilevanti e spesso puerili, in cui la frase chiave è “non so come mai” e poi chiedono se possono salutare a casa. Mi sono visto tutti i mondiali e questo schema – vado da Elisabetta Caporale, piagnucolo, mi scuso, saluto e me ne vado – l’ho visto mimino quaranta volte. Con rare eccezioni, tipo la Trost che ha definito la sua gara “non decorosa”, centrando in pieno la definizione. Ma la sincerità, nel medagliere, fa sempre zero. E comunque don’t worry, se hai fatto cagare c’è Elisabetta Caporale che ti garantisce il suo compatimento e la sua assoluzione: “Ti capisco”, “Abbiamo sofferto anche noi”, “Coraggio” eccetera eccetera, in un cameratismo psicoterapeutico che diventa fastidioso al secondo giorno di gara e al decimo ti costringe a fermarti appena prima di gettare il televisore in cortile urlando

“Bastaaaaa, mi avete rotto il cazzo, siete la rovina dell’Italia”!

In questo sprofondo tecnico e morale della nostra atletica leggera, mi sono così creato una mia intima convinzione: che a noi ci ha rovinato Elisabetta Caporale. E adesso sarà difficile togliermela. Io in Italia applicherei in toto il piano Nicholl a partire da domani mattina, ma eliminare la zona mista potrebbe essere un primo passo verso la rinascita di un movimento allo sbando.

share on facebook share on twitter

Giugno 14, 2014
di settore
73 commenti

Fermate il Mondiale: voglio scendere

Consapevole dei rischi (è sabato mattina), mi reco dunque al mio solito supermercato. Senza fare nomi, è quella catena francese, sapete, quella con quel marchio, con quel nome… Vabbe’, aneddoto. Due giorni prima della Maratona di Roma ero alla Garbatella, esco dalla metropolitana, cerco un supermercato senza trovarlo, e quindi chiedo indicazioni a un signore con cagnolino al guinzaglio, il tipico pensionato di quartiere che secondo me è lì che aspetta che qualcuno gli chieda un’indicazione. E infatti me la dà: “Ahò, mo’ ggiri qui a ddestra no?, poi vai ddritto fino all’incroscio, ‘o vedi, ‘ndo sta a parcheggià quer cammion der cazzo, ‘cci sua gguarda quant’è ggrosso, ecco, li ggriri a ssinistra – cioè, praticamente segui quer negro – e te ce trovi dentro”. Grazie,ma  che supermercato è? “Ahò, ‘spetta, Kufur, come cazzo se chiama”.

E dunque mi reco al Kufur. C’è già troppa gente rispetto ai miei gusti, ma se uno va a fare la spesa al sabato non si deve lamentare. Cioè, come l’Italia: vai a giocare in Amazzonia, bòn, non ti lamentare. Ma oltre alla troppa gente c’è qualcosa di fastidioso. La musica è più alta del solito, molto più alta:

“Tunz-e-tunz-e-tunz-e-tunz”

e la cosa mi dà così fastidio che mi sembra di sentire pure una vuvuzela in sottofondo. Vabbe’, cerco di riprendere un contegno. La vuvuzela, tzè. Ho bisogno di ferie. Tunz-e-tunz-e-tunz. “Scusi, dove sono le pile?” “Come?” Tunz-e-tunz-e-tunz. “Dove sono le pile?” “Le?” Santa madonna. “LE PI-LE!” Mentre dico pile la musica si abbassa (praticamente nel giro di venti metri si sente solo un uomo che urla PI-LE) e la commessa mi guarda schifata: “Chieda al banco informazioni”. Mi viene da mandarla affanculo, ma mi accorgo che sta facendo un lavoro di merda – un accrocchio alto due metri di girandole tricolori – e lascio stare. Vado al bando informazioni, deserto, ma mi accorgo che le pile sono lì di fianco. Grazie a questa botta di culo sto riprendendo la pace con me stesco, quando sento un rumore agghiacciante:

“PPPPPPPPPPPAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”.

Mi giro e vedo un tipo attempato avvolto in un tricolore che soffia dentro una vuvuzela, tipo spirometria. Intorno c’è altra gente travestita da tifoso che comincia a ritmare “I-TA-LIA, I-TA-LIA”. Mi do un pizzicotto, mi guardo intorno, sì, io sono vivo, sono sveglio, non ho assunto sostanze psicotrope, questo è il Kufur di Pavia.

E questi chi cazzo sono?

“I-TA-LIA!” “PPPPPAAAAAAAAAAAAAAAA”! Sto per aggredire il trombettiere con un cric (vicino alle pile c’è il reparto accessori auto) ma propendo per una decisione pacifica. E unilaterale. Me ve vado. Scappo. Via da questo postaccio. Cazzo, ho dimenticato la mozzarella per la pizza. “PPPPPPPPPPPAAAAAAAAAAAAAA!”. Te la infilo del culo la vuvuzela, porca puttana. Mozzarella, mozzarella. Eccola. E lì accade l’impossibile.

Ta-Tarata-Tarata-taratattattà”

L’Inno di Maneli.

Cioè, c’è gente che magari vince la maratona alle Olimpiadi e sale sul podio e chiude gli occhi e piange, e io invece sono qui con la mozzarella per la pizza in mano. Gli altoparlanti del Kufur diffondo la versione integrale. Le massaie continuano a far la spesa, i mariti si imboscano o vengono cazziati, altri si umiliano a fare gli sherpa, i bambini corrono qua e là.

“Siam pro-o-ntialla moorte l’Itaalia chiamò”

“Sì!”

faccio io all’addetta alle casse automatiche che mi chiede se tocca a me. Intorno c’è gente che fa la spesa mondiale. Praticamente tu prendi un certo genere di prodotti, e se l’Italia vince avrai diritto a futuri sconti, e se l’Italia non vince avrai diritto a futuri sconti, un po’ meno elevati. Praticamente è come fare la spesa alla Snai, compri i biscotti e tifi Italia per avere 3 euro di sconti invece che 1,5. La gente è arrazzatissima: “Mamma, comprami i sofficini chè stasera vinciamo”. Questo paese non ha più speranze.  Al Kufur non tornerò prima di agosto, col cazzo che mi rivedono prima. Anche perchè se ritrovo il gruppetto con la vuvuzela potrei fare una strage. E Cronaca Vera ci farebbe un titolone:

“Violenta finto tifoso al supermercato in pieno giorno con una trombetta colorata nell’ano”

e io ho una reputazione da difendere. Io.

kufur

share on facebook share on twitter

Giugno 7, 2014
di settore
77 commenti

La zona umida

Mondiali 2014. allenamento della Nazionale ItalianaA Mangaratiba il tasso di umidità è più alto di qualsiasi altro punto della lunga fettuccia di terra che scende giù a sud da Rio: oggi pomeriggio, per il primo allenamento, superava ampiamente il 50 per cento, con temperatura di 27 gradi. (ANSA)

Minchia, poveracci. 27 gradi e umidità ampiamente sopra il 50 per cento. Argh! Che angoscia. I nostri eroi costretti ad allenarsi in condizioni impossibili. Sto per sentirmi male, mi manca il respiro pensando – chessò – a Candreva che boccheggia mentre fa hop hop a bordocampo. Mestiere di merda, il calciatore. Poi mi cade l’occhio sulla centralina meteo di Pavia, ora di pranzo.

temper

Osteria, mi dico. Anche a  Paviangaritiba si sta veramente di merda, ma questo io lo sostengo da anni. Certo, questa città – la mia – butta nel cesso occasioni su occasioni. Invece di stare qui passivi ad aspettare l’Expo o l’ondata delle zanzare, santamadonna, non si poteva invitare qui la Nazionale una settimana? Invece di costringere la Federazione a installare una sauna a Coverciano, non si poteva mettere giù due porte all’area Vul e organizzare il ritiro premondiale? Se Pavia avesse lu mere sarebbe una piccola Maceiò, ma quando a temperature e tassi di umidità non abbiamo niente da invidiare all’inverno tropicale brasiliano. Altro che ritiro nel resort a bordo Amazzonia. Bastava a bordo Ticino.

Certo, pensate ai poveri azzurri. Partono dall’Italia in questi giorni di estate anticipata, cambiano emisfero e trovano 27 gradi e 50 per cento di umidità.

Ma è pazzesco.

Di solito ci si lamenta per gli sbalzi di temperatura. Stavolta ci si lamenta per il non-sbalzo di temperatura. Parti che è quasi estate e fa caldo, arrivi che è quasi inverno e fa caldo uguale. In effetti è assai bizzarro. Bisognerebbe organizzare i Mondiali in zone miti e temperate, le altre zone si fottano. Sì, certo, il Brasile bla bla bla. Ma questa storia dell’umidità? L’umidità rende nervosi. Ti si appiccicano i vestiti, in macchina ti metti la cintura e quando esci hai una riga trasversale di bagnato sulla camicia, se bevi sudi, se non bevi muori, se bevi il giusto non risolvi un cazzo.

Sono solidale con gli azzurri. Troppo umido.

Dice: ma il caldo c’è per tutti, l’umidità c’è per tutti. Per la Svizzera, il Ghana, la Russia, l’Andorra, la Germania. Vero, ma per noi è diverso. Noi siamo più delicati e anche un pelo più ansiosi. E’ colpa dei media. Appena fa un po’ più caldo del normale, a ogni telegiornale parte il servizio sul tema “Occhio che morirete tutti di caldo fatevene una ragione e comunque prendete queste due precauzioni che abbiamo copincollato così magari sopravvivete e arrivate all’inverno quando faremo il servizio che morirete tutti di freddo ma adesso non precorriamo i tempi procediamo con un flagello per volta”. A noi ci spaventano così, dando nomi impressionanti alle ondate e di caldo e confezionando servizi dei tg secondo i quali

“Se ci sono 47 gradi e c’è afa, bisogna evitare di fare sport alle due del pomeriggio in luoghi non ombreggiati e con il bar chiuso per turno”.

Che in effetti è un consiglio da buon padre di famiglia. Per cui azzurri, armatevi di pazienza, accendete le pale sopra il letto, rilassatevi e fate come vi dico:

1) bere molto, anche se non avete sete, e mangiare molta frutta, anche se vi fa cagare.

2) evitate cibi pesanti, fritti, intingoli, grigliate, stufato d’asino, brasato con polenta e churrasco a pranzo (se si gioca nel pomeriggio)

3) nel pomeriggio (se non si gioca) andare in un centro commerciale con aria condizionata.

4) non indossare trend leggings alla caffeina (questa l’ho letta sul sito di Panorama, quindi deve essere vero)

5) preferite indumenti di cotone e bianchi a indumenti sintetici e colorati.

Dice: ma noi abbiamo la maglia azzurra sintetica, come facciamo a giocare con una maglia bianca di cotone? A questa domanda, pur pertinente, c’è un solo tipo di risposta: ma che cazzo, ve l’ho detto io di andare ai Mondiali?

share on facebook share on twitter