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gennaio 11, 2018
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Vabbe’ dai, la faccio con Coutinho

Dovessi essere invitato dalla Bocconi a tenere una lezione su “Football Management, Long Eye, Human Nature Fail, Fuzzy Technical Lungimirance and Very Very Cool International Market Strategy: la cessione a cazzo di Coutinho alla metà del prezzo di un Saponara”, io porterei una sola slide, anzi, una sola foto: questa.

Perchè la storia di questa foto spiega tutta la questione nella sua reale essenza.

Dunque, è la fine del mese di ottobre del 2012 e io (sono quello a sinistra) mi trovo in uno dei luoghi più belli del mondo (Appiano Gentile, oggi Suning Apslow Very Nice) in quanto invitato da una emittente televisiva locale (Inter Channel) per partecipare a una trasmissione diretta dal fratello di Nick Rhodes, Roberto Rhodes. Il quale il giorno prima mi chiama 1) per assicurarsi, da persona assennata qual è, che io sia vivo (sennò doveva cambiare ospite, lo trovo anche giusto) e 2) per avvertirmi che, qualora fossi stato interessato, potevo presentarmi non alle 14 come pattuito ma anche due o tre orette prima, in modo da poter assistere da bordo campo all’allenamento dei giuocatori della squadra dell’Inter.

“Sì, vabbe’, aspetta che guardo l’agenda (lascio passare alcuni secondi di silenzio, fingendo di consultare un’agenda che non ho mai posseduto), dunque, vediamo… massì dai, magari vengo”, dico al mio cortese interlocutore.

Ciao, a domani, ciao, ciao, clic.

Rido.

Piango.

Telefono ad amici e parenti, anche a conoscenti che non sentivo da 15 anni, per vantarmi.

Non dormo la notte.

La mattina dopo, all’alba, mi metto davanti allo specchio come Richard Gere in “American Gigolò” per scegliere il vestito più adatto, poi affardello lo zaino e parto. Quando arrivo ad Appiano, mi presento alla porta carraia e pronunciando la parola d’ordine (“Schelotto e Mudingay / per il Milan sono guai / Mudingay e Schelotto / io del Milan me ne fotto”) mi fanno entrare dopo avermi sottoposto a una sommaria perquisizione corporale e avermi fatto sottoscrivere l’autocertificazione di non avere parenti juventini entro il terzo grado.

A fine allenamento, mi mischio agli altri presenti vicino a una siepe che delimita il vialetto che porta dai campi di allenamento agli spogliatoi. Lì, mi spiegano, passeranno i giocatori alla spicciolata e sarà possibile guardarli, annusarli, incitarli e – avendo un po’ di faccia di tolla e molto culo – toccarli e/o fare una foto insieme.

Fisso i miei tre obiettivi: Milito, Cassano e Stramaccioni.

Con l’amico L., anche lui imbucato insieme a un club e incontrato casualmente a bordo campo, stipulo una semplice ma sagace intesa: io fotografo lui e lui fotografa me. La cosa non è agevolissima, perchè io sono da solo e lui invece deve badare a un piccolo gruppo con le mie stesse esigenze, ma ci proviamo.

Con Stramaccioni è ‘na passeggiata de salute: sorrisi, abbracci, strette di mano, ancora due minuti e ci invitava a pranzo al Biffi. Con Milito la cosa è più formale e sbrigativa, il Principe non sorride molto ma nemmeno si sottrae e mostra un momento di perplessità solo quando, dopo la foto che conservo gelosamente tra i ricordi più cari di una vita intera, mi corico dentro una pozzanghera per consentirgli un confortevole passaggio verso la bouvette.

Manca Cassano.

Ancora ebbro di emozione per la foto con il mio eroe di Bernal, lascio scorrere senza manco cagarli vari giocatori (cioè, del tipo Zanetti, Samuel, Palacio, Guarin, un implume Handanovic, mica solo Silvestre o Castellazzi o Alvarez) e cerco con gli occhi Fantantonio.
Che arriva.

Lascio passare avanti qualche bambinetto, così, per fair play. Poi, quanto toccherebbe a me, Cassano si gira e se ne va. Il tifosotto che alberga dentro di me mi avrebbe spinto a inginocchiarmi e a singhiozzare “Antonio, cazzo, sono venuto da Pavia, no dico, Pavia!”, ma per fortuna sono riuscito a dominarmi. Vedo in lontananza altri giocatori avvicinarsi e io, per compensare la delusione della non-foto con Cassano, faccio un cenno a L. chiedendogli di stare pronto.

“Ah, c’è Coutinho. Vabbe’, dai, la faccio con Coutinho”

dico con la delusione di uno che stava aspettando Jennifer Lawrence e poi passa Alessandra Mastronardi.

“Vabbe’, dai, la faccio con Coutinho”.

Coutinho era questo, nell’ottobre 2012, due mesi e mezzo prima della cessione al Liverpool per 13 milioni. Era un giocatore che, tra i 18 e i 20 anni di età, in un campionato più due mezzi campionati, cinque nostri diversi allenatori avevano messo in campo 47 volte (28 in campionato), di cui due terzi per uno spezzone di partita. Un giocatore di probabile grande prospettiva che in quel momento era acerbo per un certo calcio e inutile per le nostre folli aspettative a triplete ancora caldo e a società spedita dritta verso il baratro. E’ un giocatore oggi fortissimo, quasi 26enne, pagato dal Barcellona con una cifra epocale (unica società a potersela permettere dopo l’affare Neymar) e come un campione epocale, quando alla sua età altri campioni epocali hanno fatto ben altro. Non ha vinto nulla (tranne all’Inter, due trofei in panchina), non ha fatto nulla neanche in Nazionale (38 presenze di cui 13 amichevoli e di cui 11 a partita iniziata) nel Brasile meno vincente della storia.

Non può essere, tecnicamente, un rimpianto. Nemmeno inserito a pieno titolo nella all stars dei nostri rimpianti/errori messa insieme dalla Gazzetta, insieme a Frey (se c’è un ruolo che abbiamo sempre coperto strabene, quello è il portiere), Cannavaro (potevano metterci un link agli articoli di Moggi e del Brindellone, no?), Sammer (che diventerà un inspiegabile Pallone d’Oro in tutt’altro ruolo), Keane (?), Kanu (da noi lungodegente in cardiochirurgia) e i soliti altri, perché solo l’Inter sbaglia a valutare i giocatori e li cede in fretta e male e moriremo tutti.

Detto questo, auguro a Coutinho (che nella foto qui sopra sorride dolcemente con uno sconosciuto che voleva fare la foto con un altro) ogni bene e ogni successo e tanti bei trofei, che ora arriveranno perchè va al Barcellona, mica all’Espanyol. Ma cinque anni fa i tempi non erano maturi, lui era gracile e noi vittime delle solite immotivate e irresistibili speranze. Amala, viva Coutinho, abbasso la Gazza, viva lo sport.

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maggio 21, 2014
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De senectute

imageFatta eccezione per Mariga, formalmente (credo) ancora a libro paga ancorchè scomparso dalla circolazione, con il malinconico addio di Zanetti, Cambiasso, Milito e Samuel, cui va aggiunto quello del lungodegente Chivu di qualche settimana fa, nell’Inter non c’è più traccia dei 18 giocatori che andarono a referto nella notte di Madrid. Si chiude un capitolo storico e glorioso, che ha le facce, le cosce, i piedi e i cuori proprio di quei quattro argentini lì, che hanno onorato la nostra maglia non solo baciandola in favore di telecamera, ma portandola in cima al mondo a forza di gol e di sudore, di passione e di professionalitá, di talento e di intelligenza. Quattro campioni che, sotto questo punto di vista (ma ce ne sono altri che possano interessare un interista?) ci mancheranno in maniera lacerante.

Ma la demadridizzazione dell’Inter credo vada interpretata anche attraverso una chiave meno sentimentale. A me, non lo nascondo, considerando la faccenda nel suo complesso è scappato l’avverbio “finalmente”. Un finalmente non certo riferito all’immenso capitale umano  e sportivo che perdiamo. Ma riferito, questo sì, alla compimento della demadridizzazione, un processo così lento e faticoso, quasi estenuante, tanto necessario quanto tardivo da far scappare un “finalmente” anche a me, che a Madrid ci sono andato e, in fondo, non sono mai tornato. Da che pulpito, no? Parlo di demadridizzazione e mi confesso tuttora ampiamente madridizzato, con ancora addosso quel carico di magia,  sparso qua e lá qualche brandello di stato di grazia vissuto sui gradoni del Bernabeu. Ma io sono un tifosotto romantico. Per l’Inter è diverso.

A Madrid, il 22 maggio 2010, quattro anni fa giusti giusti, Zanetti stava per compiere 37 anni, Samuel ne aveva giá 32, Stankovic li avrebbe compiuti a fine estate, Milito ne avrebbe compiuti 31 venti giorni dopo, Cambiasso e Chivu erano nell’anno dei trenta. Li abbiamo salutati quattro anni dopo. Loro, le loro giunture stanche, i loro contratti mostruosi. Ne è valsa la pena?

Forse no. Non parlo di loro, che se avessimo potuto clonarli, santo cielo, se solo avessimo potuto… Parlo dell’Inter, parlo delle quattro stagioni seguite alla sbornia del Triplete, un clamoroso hangover di coppe, gol e birre medie. Ripropongo la domanda: ne è valsa la pena?

Lasciamo stare la stagione 2010/11, con tanti impegni da onorare e la legittima tentazione di vincere ancora il più possibile con quello squadrone, non fosse altro che per inerzia. Dopo, purtroppo, è stato un disastro. E la madridizzazione ha fatto i suoi danni. Zanetti si è ritagliato la sua nicchia da highlander, Cambiasso si è rivelato irrinunciabile lá in mezzo. Ma intorno sono rimaste le icone, in un fragore di legamenti e bicipiti femorali, infortuni e lunghi recuperi, sprazzi dei tempi andati e inevitabili ricadute. L’Inter non ha avuto il coraggio di demadridizzarsi nè la forza (i soldi, la sapienza, la lungimiranza) di rinnovarsi. È rimasta in una terra mediana, in un limbo, nè carne nè pesce. Quattro anni fa scrivevamo la storia, oggi festeggiamo il quinto posto matematico con una giornata di anticipo. (sospiro)

I nostri argentini hanno dato tutto quello che avevano fino alla fine, onore e gloria a questi campioni. Non avere costruito un’alternativa al loro invecchiamento, non avere creato un ricambio credibile a giocatori di un tale livello (lo ribadisco: livello tecnico, umano, professionale), è invece una colpa che sconteremo ancora per chissá quanto. Quanto alla malinconia di certi addii, con giocatori immensi diventati l’ombra di se stessi, è questione di scelte: meglio vederli andar via sulle loro gambe o trattenerli fino alla soglia del deambulatore? Scelte, sia chiaro, in cui raramente potrai dire di averci azzeccato, o di non averci sofferto.

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