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marzo 26, 2015
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Inter, la svolta è social (Lato B)

romolo

Vivo ancora di rendita sull’endorsement di Cassano: è in qualità di blogghe, infatti, che vengo invitato a una conferenza stampa alto di gamma nella sede dell’Inter, e quindi lascio Pavia per recarmi a Milano con il cuore colmo di gioia e trepidazione. Arrivato all’arcinoto parcheggio di Anorthosis Famagosta, vengo accolto da un cartello luminoso con la scritta “COMPLETO”, che in altri momenti mi avrebbe gettato nella più cupa costernazione, e in altri momenti ancora avrei interpretato come un preciso segno del destino prima di effettuare un’inversione a U e tirare giù qualche santo.

Ma non era uno di quei momenti.

Il blogghe è atteso in corso Vittorio Emanuele e no, no!, non può tornare a casa. Sei al completo, Famagosta del mio cazzo? E io vado avanti. Sgommata tipo James Bond sulla Nomentana, derapata al semaforo, impennata alla rotonda e mi trovo nei pressi della fermata di Romolo, dove con un gran culo trovo posto on the road. Ce la posso fare. Mentre corro mando un messaggio al mio amico Nick Rhodes, “Sono in fottuto ritardo ma arrivo, monscerì”, e mi calo nelle viscere di Milano.

corso

Esco in piazza Duomo, corro sotto una leggera pioggia verso il rutilante mondo di corso Vittorio Emanuele dove, con mio enorme scuorno, mi accorgo che non ci sono i numeri civici. No, poi ci credo che Pisapia si dimette: questa città è una giungla. Dopo settecento vetrine di abbigliamento, noto un portone e uno stemma amico sul petto di un uomo che presidia la hall.

“Arghhhh, non chiudere!”

ululo a una persona sconosciuta, che mi fissa spaventato come se avesse visto lo yeti uscire da Zara. Raggiungo l’uomo con lo stemma amico, che mi accoglie e mi scorta verso la meta tanto agognata. C’è una porta a vetri con scritto Inter, si apre e si entra nell’Inter. Nell’Inter! Vorrei tanto rotolarmi sulla moquette ma non posso. Ora, capisci ammè, sono le 13.05, forse 13.06, sono stato protagonista di quattro miracoli nel percorso (trovare una nuova fermata del metrò al primo colpo, trovare posto per la macchina, prendere la metro al volo in due fermate) e potrei ritenermi più che soddisfatto. La conferenza stampa è fissata per le 13 e quindi figuriamoci se non c’è il quarto d’ora accademico, ahhhhh jamme, traaaaaanqui, dobbiamo ancora iniziare, prenditi un caffè, figuuuuuuurati, mancano ancora dieci colleghi, a casa tutto bene? Cioè, potrei addirittura essere in anticipo.

No.

Potevo esserlo in un’altra vita. Ora il management dell’Inter è tutto inglese e la conferenza stampa è iniziata alle 13:00:00, con telefonata a Greenwich per sapere se l’orologio era in bolla. Così, quando aprono la porta della sala del board, dove tutti stanno già ascoltando il Ceo (rumore di tuoni), ecco, in quell’istante, in quel preciso istante, quando la porta fa un leggerissimo click e si apre, e mi cacciano dentro con un gentilissimo calcio in culo, ecco, in quel momento

tutti guardano me.

Mi guarda Bolingbroke che sta parlando, mi guarda Zanetti, mi guarda Claire Lewis, mi guarda Garth, mi guarda l’intero ufficio stampa, mi guarda l’interprete, mi guardano tutti gli altri. E mi guarda Nick Rhodes, uno sguardo di affetto e di prostrazione insieme, tipo quando un padre guarda un figlio che ha appena fatto una cazzata, tipo mettere il diesel al posto della benzina o accendere fuochi d’artificio in casa o mettere incinta un’attricetta, e mi lancia un’occhiata di cui inequivocabilmente colgo il senso:

“Ma tu dimmi, è questa l’ora di arrivare?, noi qui siamo precisi, mica come voi a Pavia, santa madonna, cos’hai nel cervello, una nutria?, qui non metti più piede, ho già fatto affiggere la tua foto all’ingresso tra gli indesiderati, esattamente in mezzo tra quelle di Moggi e di Comandini”.

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Comunque, la conferenza stampa subisce per causa mia un’interruzione di circa 7 millisecondi – perchè ormai sono tutti precisi, mica come prima – e io mi rassereno. Mi indicano la mia sedia, è davanti a Scarpini e di fianco al buffet, e questo è un colpo basso per uno che è a dieta da cinque giorni. Ascolto i dirigenti parlare sotto l’effetto di un effluvio di tramezzini e insaccati, e temo il momento – perchè so, date le condizioni, che potrebbe arrivare, e che non potrei fare nulla per fermarlo – in cui mi alzerò, mi straccerò la camicia tipo Hulk e afferrerò 17 panini e me li caccerò in bocca uno dietro l’altro come Poldo Sbaffini dopo aver gridato

“Via la libertà, viva l’Inter, abbasso le diete, Juve merda”.

Per fortuna la conferenza stampa finisce in tempo. Mentre la gente è impegnata nei convenevoli, io ingoio un panino al prosciutto senza nemmeno masticarlo.

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Capisco, nel frattempo, che nessuno ce l’ha con me per quella storiaccia del ritardo, che sono in un luogo amico, anzi, sono proprio in paradiso, vedo milioni di coppe attraverso la vetrata, vedo la storia, vedo Nick che mi sorride, e vedo il direttore commerciale che viene verso di me e mi dice

“Nice to meet you!”

e a me non viene la risposta, ma solo un largo sorriso. E quindi, senza proferire verbo, gli stringo la mano con un inchino che manco Nagatomo.

Poi passa la direttrice marketing, che mi saluta in italiano e io – che ero pronto a rispondere in inglese – resetto velocemente e rispondo a tono. In un attimo di distrazione generale, mi defilo un attimo e ingoio un panino pomodoro e mozzarella. Arriva Nick, molto cordiale, quattro chiacchiere, che armonia, che comunanza!, ormai sono perfettamente a mio agio. E infatti corrompo la Sabine e andiamo a farci le foto nella sala delle coppe come due studenti in gita.

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Quando torno nella sala del board a riprendere la giacca, trovo Nick e Claire. “Ti presento Roberto Torti, è un noto blogghe“. E il direttore marketing mi allunga deliziosamente la mano per una ri-presentazione, questa volta preceduta dall’introduzione very cool  di Nick. “Davvero?”, fa lei. E io, ciondolando il braccio tipo Gene Kelly: “Ma no, è lui che mi vuole bene”. Nick rincara la dose: “No no, è uno molto seguito”. “Devo avere paura?”, mi fa la lady. E io, “Ma nooooo”, e anche Nick le dice “Ma noooo, poi è uno che ci mette molta ironia”, e lei mi sorride e io anche, sorridiamo tutti, e Nick la prende sottobraccio e la porta via, verso un’altra stanza, in un altro luogo dell’Inter, e capto che le sta dicendo altre cose su di me, tra le quali mi sembra di cogliere la parola “cialtrone”.

Esco, prendo due metro ancora al volo – 4 su 4, record all time mai più migliorabile – e in mezz’ora sono a Pavia. Ma ci pensate a che culo abbiamo a essere interisti?

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marzo 26, 2015
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Inter, la svolta è social (Lato A)

I tifosi e lo stadio al centro di tutto. Un bel programma, nobile, ambizioso – bello, appunto – e non poteva che venire da un management straniero e intellettualmente vergine rispetto alla realtà del calcio italiano. E anche di quello interista, sì. In attesa dei risultati, quelli sportivi, che da soli olierebbero qualsiasi meccanismo (sospiro), c’è un piano filosofico-commerciale che vorrebbe ridare smalto all’interismo sul campo, quello della militanza attiva, a San Siro (la nostra Mecca, ma se possibile un po’ più Mecca rispetto a ora) così come a distanza, attraverso pc e smartphone, in un rapporto social che è un inedito assoluto per l’Italia. Un rapporto continuo di dare-avere: tu mi dai la tua passione, mi riempi lo stadio eccetera, io ti do delle opportunità, uno stadio migliore eccetera. Obiettivo: un corpo unico squadra-società-tifoseria che cresca e sia il valore aggiunto – anzi no, il fulcro, il valore principale a pari merito – della scalata sportiva, perchè l’Inter entri nella top ten mondiale (progetto Thohir) e non ne esca più.

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Oggi se ne parlerà sui giornali e sui siti, nella prospettiva di una campagna (si chiama #milionidinomi) che partirà martedì 31 marzo, ma ieri ne hanno parlato a giornalisti della carta e del web i principali manager dalla società: il ceo Michael Bolingbroke, il vice presidente Javier Zanetti, il direttore marketing Claire Lewis e il direttore commerciale David Garth (e in sala c’era pure Fassone). Insomma, non un comunicato stampa mandato via mail, ma un segnale, un preciso indirizzo affidato a volti e voci precisi, i più alti in grado. A cui si aggiunge un nome e un volto in contumacia (ieri la squadra riposava), ma investito di un ruolo-guida in questa Inter del futuro a tutti i livelli, e cioè Mancini (che forse è una notizia). Che poi tutti i buoni propositi siano destinati a infrangersi se la squadra arrancherà tipo quest’anno, o se il tasso di mediocrità ci terrà lontano dalle vittorie e dalla coppe internazionali (il nostro core business), gliel’abbiamo anche detto lì, intorno al tavolone con vetrata che dà sulla sala delle Coppe, cioè la nostra storia. E loro lo sanno benissimo. E’ un piano quinquennale, si avanzerà per gradi, dandosi una certa fretta (diciamo così).

Stadio al centro di tutto. San Siro, all’occhio del manager straniero, appare maestoso e sgarrupato insieme, e soprattutto produce poco. E (altro soprattutto) non si riempie. Punto primo: uno stadio migliore, più accessibile e più pieno. Bolingbroke lo ha ripetuto un sacco di volte: stadio pieno. Ci saranno iniziative dedicate, un occhio speciale agli abbonati (meglio: al fatto di abbonarsi), una politica dei prezzi favorevole ai gruppi familiari.

Tifosi al centro di tutto. Attraverso il web si creerà un canale privilegiato, snello e h24. La campagna, presentata dal nostro amico Roberto Monzani, parte martedì 31 e si chiama #milionidinomi. Ci si iscrive e si crea il link con la società, attraverso cui nei prossimi mesi si muoveranno un sacco di cose. Ognuno riceve subito un logo dell’Inter composto dai nomi della hanno fatto la storia nerazzurra e al centro ci sarà il suo, tipo Mario Rossi, per dire. Un bel jpg da condividere su Facebook, Twitter, foto sfondo, foto diario, foto profilo, quelle robe lì. L’Inter costruirà una banca dati del tifo, terrà i contatti con i supporter, sentirà il loro parere e intanto li premierà (non tutti, vabbe’, quelli con più culo) con biglietti per le partite e quelle cosette che i soldi non possono comprare, tipo accesso agli spogliatoi, visita ad Appiano (ri-sospiro).

Innovarsi, crescere. Inventare. Vincere. Sempre avanti, sempre prima degli altri. Viva lo stadio, viva i social, viva i tifosi. E viva questa nuova Inter che parla inglese e pensa in italiano (ma un po’ più in alto, please: riempire lo stadio sarà più facile).

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