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Febbraio 21, 2021
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Irrilevanti un cazzo

Se mi trovate un periodo più strano nell’intera storia dell’Inter, beh, mandatemi una mail e documentatemelo, carte alla mano. Astenersi perditempo. Le cose si susseguono e si accavallano di brutto mentre noi stiamo seduti sui nostri divani tipo ottovolante di Gardaland, attaccati ai braccioli mentre ne vediamo di cotte e di crude, urliamo di sconcerto e poi di gioia, discese ardite e risalite, stomaci in gola e rutti liberi, Sole 24 Ore e Gazza, gnaooooooooooom, e via verso la prossima emozione. Che alla fine ti verrebbe da dire “vabbe’, esco a fare quattro passi nudo sul cornicione”, cose così, ma poi ti viene in mente che c’è la pandemia e il coprifuoco e allora ti rimetti sul divano e ti addormenti di botto, stravolto.

Due giorni fa il nostro maggiore azionista, che sta ad alcuni fusi orari di distanza, ci ha fatto sapere così, con quelle frasi delicatamente indirette, che
noi dobbiamo concentrarci sul campo di battaglia principale, lavorare in sottrazione. Ci concentreremo sul commercio al dettaglio, e quindi chiuderemo e taglieremo le nostre attività irrilevanti in favore del commercio al dettaglio senza esitazioni“. Il noi è riferito a Suning, cioè loro. Le attività irrilevanti invece siamo noi, noi dell’Inter, la società, i giuocatori, i tifosotti tutti, qualche milionata di persone sull’ottovolante, gnaoooooooooooom, siamo in vendita, siamo primi in classifica, gnaoooooooooooom, ho voglia di vomitare, no aspetta un attimo che mi macchi il giubbotto, gnaooooooooom.

L’attività irrilevante, nel giro degli ultimi 34 giorni, ha vinto tre scontri diretti di fila in campionato, Juve-Lazio-Milan, una cosa che non capitava da anni, così, a naso, direi dieci o undici almeno. Gli scontri diretti che erano il nostro tormento infinito, la cartina di tornasole della nostra inadeguatezza, la tranvata ogni volta che ti illudevi un pochino. E invece toh, guarda che filotto. E ora che non siamo più sempre inadeguati, che beffa, siamo diventati irrilevanti.

Ma c’è un’altra dichiarazione, al pari di quella di Zhang senior, che mi piace ricordare mentre siamo qui a dominare princìpi di erezione dopo il derby. E’ il 23 dicembre, antivigilia di Natale. Già si era tutti con le palle girate per la zona rossa incombente e per la Champions appena andata a puttane, una depressione pandemico-nerazzurra che ci faceva quasi dimenticare che, battendo il Verona, avevamo appena vinto la settima di fila in campionato. Per la serie “mai una gioia” Marotta, nel prepartita, cantava il de profundis a Christian Eriksen, un giocatorino mica da ridere (no, per dire, 450 presenze e 100 gol tra Ajax e Tottenhem, più 103 in nazionale, insomma, ne abbiamo visti di peggio) (alcune centinaia, a spanne) che Conte mandava in campo fisso al 92esimo, manco fosse il cugino di Pinamonti. “Ci sono i giocatori nella lista dei trasferibili, vogliono giocare di più e cercheremo di accontentarli, li lasceremo partire per poi sostituirli. Eriksen è fra questi, ha avuto difficoltà di inserimento, non è funzionale, è un dato oggettivo. È giusto dargli la possibilità di avere più spazio altrove”.

Non funzionale. Irrilevanti. Quel delicato gergo da riunione su Zoom tra proprietario, amministratore delegato e capo del personale. Frasi che rimbalzano incontrollate fra le tre dimensioni dell’Inter – l’aziendal-cinese, la sportivo-milanese e la reality-fattuale – e a seconda dei casi svaporano, perdono consistenza o la prendono di brutto, davanti ai nostri occhi impanicati, gnaooooooooom, che non sai se sognare il diciannovesimo o immaginarti con le pezze al culo in coda alla Caritas del calcio.

Rimanendo ai dati più oggettivi: siamo contemporaneamente in vendita, irrilevanti di fronte all’attività di commercio al dettaglio, e primi in classifica in serie A con quattro punti sulla seconda, a 15 giornate dalla fine di un campionato che se me ne trovate uno più strano – l’ho già detto? Gnaaaaaaaaaaaom! – contattatemi in pvt. Quanto reggerà questa situazione? Io non lo so, non lo sa nessuno. Ma quando vedo i miei giocatori – cioè, sono di Zhang, ma per me sono rilevanti, tanto rilevanti, mica come per lui – che dopo un gol si abbracciano tutti a crocchi piramidali, quelli in campo e quelli in panchina, Conte e Oriali, il masseur e Padelli, Lukaku che esulta in italiano, ecco, queste cose qui, a me si apre il cuore, mi viene da abbracciare e leccare il televisore e mi spingo a pensare che questa accolita di giovani milionari sappia ancora distinguere il gusto dell’impresa dall’incertezza di qualche stipendio. Sappia ancora distinguere tra la possibilità di scrivere un capitolo nel libro della storia dell’Inter e l’eventualità remota ma non scartabile che quel libro magari lo portino presto in tribunale.

I tre scontri diretti vinti in un mese sono state tre partite di grande consapevolezza e di fredda determinazione, due cosette che ci mancavano da un decennio virgola qualcosa. Ora che arriveranno partite meno fascinose bisognerà tenere la barra dritta e pedalare: già il fatto di poter dire che “il campionato si vince con le piccole” è la spia di un enorme upgrade che tra i saliscendi stagionali – gnaooooooooooom! – abbiamo costruito e messo in saccoccia.

Sarebbe facile parlare oggi di Lukaku, Lautaro e Barella. Ma forse, per un senso di giustizia divina o laica che sia, bisogna prima compensare qualche insulto e qualche sospiro di sfinimento. Handa in 52 secondi ha fatto più parate decisive che nelle 52 settimane precedenti. I due più fuori dai progetti – Eriksen e Perisic, alzi la mano chi non lo ha insultato a sangue negli ultimi due mesi (alzo la mano) – sono rientrati dalla porta principale. E ricordando le tante sòle viste a San Siro ma anche l’Eto’o terzino del Triplete, mi piace pensare che Conte, Eriksen e Perisic si siano finalmente venuti incontro. Ci hanno messo un po’ ma ce l’hanno fatta. Conte rassegnato a pensare che uno come Eriksen (già descritto sopra) e uno come Perisic (che ha giocato da titolare l’ultima finale mondiale e l’ultima finale di Champions) forse è meglio farli giocare e tenere in panca qualcun altro. Eriksen e Perisic rassegnati a non giocare magari esattamente nel posto preferito, ma disposti a riprendersi una dimensione importante, a sorridere e sudare con gli altri invece che a riscaldarsi con la pettorina o a isolarsi sulla fascia.

Siamo sull’ottovolante a mille all’ora, anche noi tifosotti dobbiamo rassegnarci a non dare nulla per scontato e ad aspettarci ancora tutto – gnaooooooom! – e il contrario di tutto. Da Inter-Juve a oggi, in campionato, 14 gol fatti e uno subito. Lukaku che esulta in italiano. Eriksen che ride. Handanovic che ricorda Spalletti. Perisic che gioca per noi. Lautaro che pare Bonimba. Caro Zhang, ségnatelo: irrilevanti un cazzo.

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Gennaio 27, 2021
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Lo zingaro e il negro

Scusate, ma al diciassettesimo post in giro per i social che mette in relazione la lite Ibra-Lukaku (monkey? donkey?) alla Giornata della Memoria no, due cose mi sento di dirle. Due cose su due multimilionari che fanno trash talking sul prato che amo di più. Sul resto, portiamo rispetto e parliamo di calcio.

A me, di tutto quello che è successo ieri sera alla fine del primo tempo del derby, interessa soltanto che venga valutato correttamente quello che tutti hanno visto: che ha iniziato Ibra (fallo di Romagnoli su Lukaku, Lukaku manda affanculo Romagnoli, Ibra che non c’entrava proprio un cazzo inizia a insultare Lukaku). Sul resto stendiamo un velo pietoso, compreso la nostra tendenza a farla più grossa di quello che è, o a indignarci una volta sì e una volta no.

La volta no era di un giorno o due prima. E c’era proprio Ibra di mezzo. Abbiamo tutti trovato estremamente divertente le parole con cui (salvo prendersi tre pere in casa, uah uah) aveva preso per i fondelli Zapata durante Milan-Atalanta – trash talk quasi polite, manco una parolaccia -, e poi come De Roon gli aveva risposto, e poi come Ibra ha risposto De Roon. E via, video condivisi, meme a pioggia, quanto ci fa ridere Ibra che fa il bullo, eccetera eccetera. Tre giorni dopo Ibra fa il bullo a casa nostra e apriti cielo.

Sembra quasi che il trash talking sia un malcostume recente, “oddio ma senti cosa dicono, oddio che stronzo questo, oddio quanto mi fa scompisciare quello”. Semplicemente, con gli stadi vuoti si sente tutto anche da casa. Si sentono bestemmie epocali, moccoli giganteschi, liti furibonde, prese per il culo, mezze parole che però a volte pesano una casino. Parlando da spettatori, una parte dello spettacolo (vabbe’, chiamiamolo così) che ci era preclusa o affidata ai labiali. Adesso è lì, tutto da godere.

Il trash talking c’è da quando esiste lo sport, a meno che a bordo campo non ci fosse De Coubertin in persona e allora magari faceva brutto. Per chi ancora non l’avesse visto, “The last dance” oltre a essere una meravigliosa serie è anche un interessante trattato sul trash talking: Michael Jordan, uno dei più grandi sportivi di ogni epoca, è stato forse la massima espressione del trash talk nelle arene sportive, un rompicoglioni immenso che non faceva distinzioni di ceto e di maglie (se la prendeva anche con i suoi, allenarsi con Michael Jordan a volte era una iattura, che qualcuno l’avrebbe scuoiato vivo se non fosse stato Michael Jordan, appunto).

Se invece vogliamo metterla sul razzismo, diciamo che due come Lukaku (il negro) e Ibrahimovic (lo zingaro) l’argomento lo conoscono piuttosto bene sulla loro pelle e non ce li vedo proprio a usarlo contro gli altri. Ibra (che per me ha detto donkey, non monkey) è un bullo con più di vent’anni di carriera ai massimi livelli, anche da bullo: secondo me ha una frase pronta per tutti (figurarsi con uno con cui ha giocato e che gli sta sul cazzo), e se non ce l’ha se la inventa al momento. Ieri sera ha pisciato fuori dal vaso, nel senso che ha iniziato lui, manifestamente. E non solo, lo hanno lasciato continuare per un po’. Quindi, spero che questo venga valutato dalla giustizia sportiva. Per il resto, ragazzi, lasciamo stare le cose serie.

Questi stadi vuoti sono insopportabili, il pubblico manca, manca l’umore, manca il sottofondo. Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe stata la nostra stagione con il pubblico (qualche partita che avremmo risolto diversamente, ma anche qualche contestazione che ci avrebbe destabilizzati). Ma ieri sera, cosa sarebbe successo durante la rissa in un derby tra i due centravanti, davanti magari a 70mila spettatori? Boh, forse è meglio che sia andata così, una roba tra pochi intimi (a parte le milionate sul divano che hanno imparato il significato di monkey, donkey, bullshit e fuck your wife, meglio di un corso su Babbel).

Ci stiamo preoccupando un po’ troppo di due energumeni senza problemi economici che si sono fatti una litigata tipo campetto, tirando in ballo madri e mogli (no dico, dov’è la novità?). Torniamo alle cose serie. Forza Inter, abbasso Milan, Ibra vaffanculo, Juve merda, tifo Spal fin da quando ero bambino, viva lo sport.

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Febbraio 10, 2020
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Padelli d’Italia

Così come in un mondo di John e di Paul noi siamo (nella stragrande maggioranza dei casi) degli emeriti Ringo Starr, in un mondo di Handa e Curtois in panca ci vanno i Padelli, perchè è giusto così, per meritocrazia, per selezione tecnica e naturale, oltre che per una secolare convenzione del football – il portiere è uno, si veste diverso, usa le mani, quelle robe lì. Tu magari ne hai tre o quattro, cavoli tuoi, ma in porta ce ne va solo uno, gli altri guardano e aspettano che il titolare si rompa tipo, chessò, un mignolo del cazzo.

Dell’esistenza e del benessere psicofisico dei Padelli – intesi come categoria del pensiero – normalmente ce ne strafottiamo, finchè tipo cede un mignolo al titolare (il titolare che, per restare al nostro caso specifico, una parte del tifo nerazzurro ancora periodicamente sfancula, dicendo che a Julio questo al massimo gli spicciava i guanti, salvo poi farsi la cacca nelle mutande quando il de cuius è, appunto, indisposto, e a rimpiangere quanto è pazzescamente bravo maledetta sfiga di merda). Anzi, peggio: rosi un poco dall’invidia e dall’altrui 730, fantastichiamo di mondi dorati dove nessuno sta meglio di un Padelli e di un Berni (soprattutto Berni), atleti di professione, uomini stipendiati per allenarsi tutti i giorni con dei campioni, andare in trasferta gratis, partecipare alla cena di Natale, firmare autografi, fare selfie, vedere le partite dalla migliore poltrona di San Siro (a bordo campo, ma proprio bordo bordo bordo).

Il problema è che poi chiediamo ai Padelli, quando viene il loro turno all’improvviso, di entrare in campo come se fossero degli Handanovic, tali e quali, nelle sicurezze, nelle movenze, nelle potenzialità, nel timing, in tutto. Chiediamo ai Padelli di essere le perfette controfigure del titolare quando giocano una partita ogni tre anni – se il mignolo non si riassesta, addirittura due, magari tre o quattro -. Chiediamo a Ringo Starr di suonare l’intro di Let it be al posto di Paul che si è rotto un mignolo inciampando sulle scale. “Figa, non suono una tastiera tipo non so, da tre anni”. Ma mentre discuti sei già sul palco, seduto, e John ti sta guardando: “Dai attacca”. “Sono un portiere”. “Massì, facevo per dire”.

Padelli, dopo tre anni di tribuna rossa primissimo sub-anello, finalmente vede il campo e a stretto giro di una settimana lo abbiamo già vivisezionato. Ha salvato il culo non si sa bene come a Udine, poi col Milan è andato un po’ così. Così così. Vabbe’, oggettivamente, sul primo gol pare di vederlo Handa che si protende sulla sinistra e smanaccia comodo il pallone, che cambia traiettoria, passa dietro il culo di Rebic e va in angolo. 0-0

Oh, poi magari corner, Romagnoli, gol. Magari no. Ma queste sono seghe.

Handanovic è molto più forte di Padelli, che infatti è la riserva di Handanovic. Padelli è un signor portiere, altrimenti non sarebbe il secondo dell’Inter, ma non è Handanovic. Handanovic se non si rompe i fottuti mignoli gioca sempre, se se li rompe deve giocare Padelli. Fin qui ci siamo, è una situazione oggettivamente disegnata da qualità personali, talento, doveri contrattuali e posizione Inail.

Quello che umanamente mi è dispiaciuto è vivere – calandomi nei panni di un Padelli qualsiasi – il lunedì post-derby di Padelli, il nostro, l’originale. La mattina legge le pagelle di 10 giornali e legge sempre la stessa cosa, brutta, parecchio, “buco nero”, “disastro”, “Handa dove sei”, robe che incoraggiano, che rincuorano. Nel pomeriggio, poi, legge sul Televideo che l’Inter sta prendendo un altro portiere, un altro Padelli (stessa età, stessa subalternità agli eventi della vita e alle pieghe della carriera, qualche partita giocata in più, certo, ma poi non tantissime), come se il suo provare a essere – finalmente – un John o un Paul puff! fosse una chance già evaporata, ok Pado, basta così, hai giocato il derby, non ti lamentare, a momenti ce lo inculavi, prendiamo Viviamo che forse è meglio, forse.

Ero ad Appiano il giorno che Viviano si fece male nel corso di un allenamento estivo aperto al pubblico, quando ancora aprivano la tribunetta e la gente arrivava a frotte a vedere Milito, Eto’o, Zanetti, Cambiasso, gente così (e Gasperini). Mi ricordo bene il giorno, perchè alla radio avevano appena detto che era morta Amy Winehouse: 23 luglio 2011. Un pomeriggio di festa, entusiasmo, cori per tutti (persino per Gasperini, giuro). Ero con figlie e nipoti attaccato alla recinzione a vedere qualche frammento di Inter post triplete. Partitella, tiro da lontano, Viviano ci va di piede per accompagnare una palla che sfiora il palo, fa un brutto movimento, chiede di uscire. Il giorno dopo apprenderemo che si era rotto il crociato. Fine.

Aveva 25 anni, l’Inter l’aveva già comprato da un pezzo, tre campionati a Brescia, uno in A col Bologna, un marcantonio talentuoso, pareccho. Poteva essere lui l’Handanovic, e invece – per quella inutile scivolata del cazzo – è rimasto un Viviano, cioè un Padelli. Zero presenze da noi, poi una lunga serie di trasferimenti, un ritorno a certi livelli con la Samp, quindi un trasferimento allo Sporting Lisbona dove lo presentano tipo Neuer e invece diventa un Padelli qualsiasi. Che torni da noi alla soglia dei 35 anni a rivestire una maglia che avrebbe potuto essere davvero sua, vabbe’, è suggestivo e fa anche piacere. Ma Padelli?

Il mondo, che forse con i Padelli non è buono (al limite benevolo), con Padelli – lui, l’originale – se va così è pure un po’ cattivo. E un po’ cattivi lo siamo anche noi. Ha sbagliato, va bene, ma in fondo non è successo nulla, no? Con quei tre/quattro che ha davanti, forse un paio di minuti in porta potrei giocarli anch’io, all’occorrenza, senza fare troppi danni. Questo improvviso attacco di panico – perchè ci accorgiamo il 10 febbraio 2020 che abbiamo tre portieri di 34, 35 e 36 anni e che se si rompe il mignolo sbagliato sono cazzi – boh, mi pare un po’ grottesco. Con Padelli in porta abbiamo fatto 6 punti in due partite. Grazie a Padelli, in fondo, abbiamo giocato la partita più esaltante dell’ultimo decennio. E 12 ore dopo prendiamo un altro portiere di 34 anni, quasi 35?

In tutto questo io abbraccio Padelli e gli dico: non te la prendere. E continua a mettere il mattoncino della tua diligenza, della tua serietà, del tuo spirito di gruppo in questa meravigliosa cosa che stiamo costruendo. In questo mondo di John e di Paul, le canzoni della madonna le firmano i John e i Paul, non ci sono cazzi. Gli altri suonano la batteria, accordano le chitarre, montano i riflettori, guidano il camion. Ma poi sull’albo d’oro ci andate tutti insieme, e a me – a noi – è questo che interessa, giuro, non se uno sbaglia un’uscita (se poi vinciamo un derby 4-2 da 0-2). Viva i Padelli di tutto il mondo, l’apostrofo rosa tra le parole “t’avrei ammazzato ma poi abbiamo inculato in Milan e quindi ‘sti gran cazzi”.

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Febbraio 10, 2020
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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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Settembre 26, 2019
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Due stadi e una capanna (ovvero: la sostenibile leggerezza del rendering)

“Permesso, scusi”. Nella ressa, chiedo a uno uguale a Zaccardo se mi fa passare avanti di due metri per ritirare le cuffie per la traduzione. “Prego”. A braccia alzate, tipo limbo, mi infilo in un pertugio tra la schiena del sosia di Zaccardo e la pancia – l’epa, intendo – di uno uguale a Massaro. Quando supero l’ostacolo e mi trovo davanti a un nuovo sbarramento umano, faccia a faccia con uno uguale a Galante, mi rendo conto che non sono dei sosia ma i pezzi originali. Al che mi prende l’ansia da prestazione. Cordoba mi sorride per cortesia, io per idolatria, e a seguire cerco di scattare una foto a Marotta e Galliani che si stringono la mano ma un tizio mi dice che non si possono scattare foto, al che prendo ed entro in sala chiedendomi tra me e me: “Perchè l’ho fatto, una foto a Marotta e Galliani, perchè l’ho fatto?”

Sono al Politecnico di Milano (toh, ecco Zanetti, Franco Baresi, Riccardo Ferri, Boban… oh mioddio, mi scusi, dico a una tizia a cui ho appena dato una gomitata a una tetta) per la presentazione dei due progetti del nuovo stadio di San Siro  by Inter and Milan all together (toh, Scaroni e Antonello, uh Scarpini, uh Suma, uh la Milly, e questo è Galfianakis, no, come si chiama, sì insomma, quello nuovo del Milan… oh mi scusi tanto, mi perdoni, faccio a una finta bionda a cui ho pestato l’alluce che spuntava da un paio di sandali dell’apparente valore della mia quattordicesima) e a un certo punto mi siedo e aspetto che inizi lo show.

Posso?

(silenzio, poi brusio)

Perchè volete distruggere lo stadio Giuseppe Meazza, santa madonna, perchè? Perchè volete smontare pezzo per pezzo un punto fermo della mia vita nera e azzurra, il luogo dove ho urlato un milione di volte e abbracciato decine di persone conosciute e sconosciute e tifato indistintamente per Boninsegna e Obinna e acquistato decine di cornetti Algida già sciolti a prezzi da denuncia all’Authority? Perchè?

Mi risponde Antonello in persona, fissandomi dal palco mentre un riflettore illumina lui e uno illumina me. Vedo, in un monitor, la mia faccia con scritto in sovrimpressione “jackass”.

“Vedi, mio appassionato e stolto amico, non conviene”.

Me lo spieghi, sire.

“Allora: lo stadio dove sei solito appoggiare le terga è stato costruito in tre fasi (1926, 1956, 1990) e si vede, è un accrocchio che a te sembra meraviglioso ma in realtà è un catalogo di problemi che ora ti elenco”.

La prego, prendo nota.

“Ha 24mila metri quadri di spazio a disposizione, contro i 100mila degli stadi più recenti. La visibilità del primo anello è limitata al campo, non si vede il resto dello stadio. Il comfort degli spalti non è a norma, i centimetri a disposizione devono passare da 70 a 80. Ci sono problemi di servizi al secondo e terzo anello… “.

Ma i cessi ci sono, dai. Vabbe’, fanno un po’ cagare, ma…

“… non è solo un problema di bagni, amico mio, ma anche di punti di ristoro eccetera. Quasi 50mila spettatori teorici senza servizi. E poi il progetto di ristrutturazione del Meazza lo abbiamo fatto, ma comportava interventi pesanti che avrebbero comunque tolto identità allo stadio così com’è ora, con il solito problema che sul lato arancio non ci si può ampliare. E come potremmo conciliare lavori del genere con le stagioni calcistiche di due società che impongono partite ogni tre giorni? Inter e Milan dovrebbero spostarsi in altri stadi, distanti anche 100-200 km da San Siro… ma dove? Tu ci andresti, per dire, a Brescia o a Reggio Emilia?”

Va bene, dai, mi avete quasi convinto: fatemi vedere ‘sti due progetti.

“Prego, agevolate i filmati”. Buio in sala.

Mentre li guardo, copio e incollo.

Uno. Il progetto “Gli Anelli di Milano” presentato da Manica/Sportium prevede due anelli iconici, intrecciati e separati in perfetto equilibrio che simboleggiano l’unione di due club, eterni rivali sul campo, che hanno unito le forze per conservare una delle tradizioni più amate di Milano. Gli iconici anelli del nuovo stadio integreranno al loro interno LED e soluzioni architettoniche dedicate alla personalizzazione da parte delle squadre e dei brand durante le partite. Lo stadio sarà integrato in un masterplan che avrà lo scopo di rivitalizzare e trasformare l’area di San Siro in un distretto verde dedicato all’intrattenimento e attivo tutto l’anno mantenendo il campo di gioco originale al suo posto e liberamente accessibile alla comunità.

Due. “La Cattedrale” progettata da Populous prende ispirazione dai due luoghi più iconici di Milano: il Duomo e la Galleria. Proprio una galleria, inondata dalla luce solare, circonderà lo stadio il quale sarà avvolto da un’elegante facciata in vetro. “La Cattedrale” è stata progettata per essere di volta in volta unica e riconoscibile per le due tifoserie grazie all’uso di installazioni tecnologiche. Lo stadio è stato progettato per essere il più eco-sostenibile d’Europa: la galleria sarà ventilata naturalmente e disporrà di strategie di riscaldamento passivo; pannelli solari saranno integrati sulla copertura e tutta l’acqua piovana verrà raccolta per essere riutilizzata nell’impianto. Lo stadio sarà circondato da 22 acri di spazi verdi permeabili.

Fammi un commento, dico a me stesso.

Allora. I due progetti sono una figata. Certo, questi rendering sono sempre delle piccole trappole visive a concettuali. Diventerà davvero così? No, perchè se la spianata di asfalto attorno allo stadio diventerà davvero così – che vinca uno o vinca l’altro – è davvero una enormefigata. In sala, vicino a me, c’è anche il banchetto del comitato di residenti contrario alla mega operazione, ma non chiedo niente alle due sciure: io abito a Pavia, il giorno che fanno lo Zanza Stadium o il Nutria Drome me ne occuperò a tutto tondo. Adesso parliamo di Milano, quartiere San Siro, e mi prenderò quel che viene. E le istanze dei residenti mi auguro vengano rispettate (anche se non le conosco, ma le immagino: un lungo cantiere e uno stadio-monstre vivo 365 giorni l’anno possono preoccupare i meno ganassa).

Tutti, dico, ci prenderemo quel che viene. Sentimentalmente, sarei per incatenarmi allo stadio Giuseppe Meazza. Più realisticamente, il mondo sta andando altrove rispetto ai nostri cuori a brandelli. Una slide mi ha impressionato: dal 2000 a oggi, nei cinque principali campionati europei, sono stati costruiti 22 nuovi grandi stadi, alcuni grandissimi. Dove? Sette nel Regno Unito (tra cui Wembley, Arsenal e Tottenham, questi ultimi firmati Populous), sei in Germania, 4 in Spagna, 4 in Francia. Uno in Italia, sappiamo tutti qual è e manco lo nomino. Sappiamo anche che importanza ha avuto per la storia recente dei suoi proprietari in tenuta optical, che manco li nomino.

Niente, è così e basta.

Quindi avremo – noi e i cacciaviti, inseparabili – un nuovo stadio. Vinca uno o vinca l’altro, sarà alto meno della metà (da 68 scenderà a 30 metri), avrà una ventina di ettari di verde attorno, oltre ad attività varie che potrebbero comportare fino a 3.500 nuovi posti di lavoro (dicunt), un minore impatto acustico sul vicinato (anche questo meno della metà, dicunt, perchè sarà una struttura chiusa), e sarà uno stadio esclusivo, milanese, uno stadio concepito per essere lì, non uno stadio pret-a-porter che potrebbe stare indifferentemente a Mosca, Johannesburg o Pavia (sia nel caso vinca lo Zanza Stadium, sia nel caso vinca il Nutria Drome).

Mi scorrono i rendering davanti, a volte sembra di essere in un San Siro rabbellito abbestia, a volte sembra di essere al centro commerciale di Arese, tutto pulito e luminoso, pieno di gente che sembra uscire da Primark per entrare da Zara e invece sono tifosotti che escono dalla tribuna e vanno al cesso (bellissimo anche il cesso).
Fine dello show. Dicono che sopra ci sarà il buffet, ma io odio i buffet, soprattutto se ti costringono all’attesa in un’anticamera e la gente da fuori ti vede e dice “guarda quel maiale che aspetta il buffet”. Allora saluto tutti ed esco.

Passa Riccardo Ferri che mi fa “ciao!” come se mi conoscesse. In effetti ci siamo già conosciuti due volte, e magari si ricorda di me, sai, quei flashback, “dove cazzo ho già visto questo bifolco?”, e io stavo per dirgli di Pavia, delle nutrie eccetera, ma poi sono andato alla stazione della Bovisa ad aspettare il treno. Non hanno ancora chiarito chi sceglierà il progetto, non hanno ancora detto niente sui tempi. Spero che abbiano percorsi dedicati per chi arriverà col deambulatore, perchè io almeno una partita – in un futuro ancora senza parametri – me la vorrei proprio vedere. E anche pisciare in cessi bellissimi, dove un apposito gioco di led (rossi se gioca il Milan, blu se giochiamo noi) trasformerà il mio rivolo dorato in una piccola cascata delle Marmore.

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Settembre 22, 2019
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Stronza Inter

La tormentata vigilia del derby, segnata dallo spiacevole litigio Lukaku-Brozovic, si è conclusa con la vittoria per 2-0 nel derby con i gol di Lukaku e Brozovic. Subito dopo il derby, Conte si è riunito con Zhang e Marotta per mettere a punto una opportuna strategia per i prossimi mesi:

LITIGI. Si è deciso per una regolare turnazione tra giocatori al fine di assicurare che almeno due si mandino affanculo tra di loro prima delle prossime partite. Inter-Lazio: martedì 24 litigheranno Sensi e Politano (Sensi non avrebbe pagato 50 euro per il regalo di compleanno a Missiroli nel 2017); Sampdoria-Inter: venerdì 27 litigheranno Godin e Vecino (per un vecchio attrito risalente all’elezione di Miss Uruguay 2015, quando Vecino fu costretto dalla federazione a cedere il posto in giuria al capitano); Barcellona-Inter: martedì 1 ottobre litigheranno Borja Valero e Berni, mentre Oriali litigherà con un addetto del Camp Nou (“pezzo di merda, l’avevi acceso tu l’impianto di irrigazione?”); Inter-Juventus, tra il 3 e il 5 ottobre litigheranno Conte e Marotta (non ne vogliamo sapere nulla).

INNO. Accantonata la demodè “Pazza Inter” e prossimo a pensionare la melensa “C’è solo l’Inter”, Conte avrebbe commissionato ai Boomdabash “Stronza Inter”, un gradevole pezzo reggaeton di cui “Mucchio Selvaggio” ha anticipato un frammento del testo: “Ci accapigliamo / quasi ci odiamo / in campo sputiamo / lo scudo vinciamo”.

EVENTI. Conte ha annullato tutti gli eventi di beneficenza fino alla fine del prossimo maggio. Barella è stato sorteggiato per tirare sassi nei vetri delle cliniche pediatriche di Milano e di assumersene la piena responsabilità: “Siamo stufi del buonismo alla Moratti”. Alla cena di Natale, lo scambio degli auguri sarà sostituito da una gara di rutti tra gli otto giocatori più ubriachi, che si sfideranno in due gironi all’italiana di quattro squadre, con semifinali e finalissima in diretta su Real Tv.

PREMI. Conte ha minacciato le dimissioni immediate alla fine del girone d’andata se la società si troverà in una qualsiasi delle prime dieci posizioni del premio Fair Play. Per ammonizioni, espulsioni, squalifiche e deferimenti Marotta sta studiando un apposito tariffario: “Giusto premiare i più meritevoli”.

STAFF. Nuovo responsabile delle pubbliche relazioni sarà Jeffrey Deaver.

AMICIZIA. In caso di almeno due risultati non positivi consecutivi (due sconfitte, due pareggi, un pareggio e una sconfitta), Conte chiederà a metà della rosa di corteggiare le mogli/fidanzate dell’altra metà della rosa.

CAMERATISMO. Marotta ha disposto, per i giorni del ritiro, il divieto di usare playstation e telefonini. Per i momenti conviviali veranno organizzati tornei di schiaffo del soldato, rubabandiera, palla asino, catch, calcio saponato, boxe thailandese e stalking.

SCARAMANZIA. Lukaku e Brozovic saranno compagni di camera fino al 2025. Conte ha fatto segretamente installare nella loro camera ad Appiano un russatore artificiale, un generatore di insulti razzisti e un emettitore di scoregge elettronico.

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Settembre 22, 2019
di settore
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L’importanza di incontrare Fabio

Ho un amico che si chiama Fabio ed è milanista. Siamo stati (parlo di podismo) compagni di squadra (parlo di differenti profili: lui non dico un Messi, ma un bel Lewandowski; io, un Gabigol con la mononucleosi). Ci siamo incontrati più volte a Pavia e dintorni per le gare o, in maniera del tutto casuale, durante allenamenti in strada o al parco, in pista o sull’alzaia. E ci siamo accorti di una cosa: quando ci siamo visti prima di un derby, ha sempre vinto l’Inter. Dopo le prime due o tre volte che ‘sta cosa si è verificata, prima di un Inter-Milan io ho cercato sempre di allenarmi in zona Fabio, sperando di incontrarlo. E mi piaceva pensare che lui, nei giorni pre-derby, uscisse a correre rasente i muri e con le mani sui coglioni.

Poi Fabio, per lavoro, qualche anno fa è andato ad abitare in Svizzera, e ciao.

Venerdì mattina, alle 10, esco per una corsetta e mi inoltro nel parchetto d’ordinanza. Dopo un quarto d’ora, in fondo a un rettilineo, vedo venirmi incontro – a un ritmo molto superiore al mio, savasandìr – una sagoma amica. E’ Fabio. Ci abbracciamo istintivamente, poi facciamo mente locale. Io esulto come un bambino dell’asilo, lui mi guarda affranto come avesse visto la sua macchina nuova appiattita da un rullo tipo i cartoni di Wile Coyote. Poi abbiamo parlato del più e del meno come due che non si vedevano da un po’, ma è chiaro che la frittata era fatta. Se uno, milanista, che vive in Svizzera, torna a Pavia nel weekend del derby, esce a correre e trova me, beh, si potrebbe anche non giocare.

A quel punto per me i problemi erano solo due, di ordine esoterico e morale.

Scaramanzia. Non potevo dire a nessuno che avevo incontrato Fabio e che quindi la vittoria era certa, per non rompere l’incantesimo.

Onestà intellettuale e lotta all’insider trading. Non potevo rivelare al mondo che l’Inter avrebbe vinto il derby per non mandare in bancarotta società di scommesse legali o bookmaker clandestini.

A dire la verità, non ero nemmeno tanto convinto di scrivere questo post, pensando ai derby dei prossimi vent’anni almeno. Ma la possibilità di trovare Fabio prima di un derby è ormai ridotta al lumicino: non solo lui vive in Svizzera, ma col cazzo che la prossima volta tornerà a trovare i suoi prima di un Milan-Inter. Quindi bòn, ho scritto.

Quanto alla partita, non c’è nulla da dire. Era scritto che avremmo vinto, non voglio fare il fenomeno nè infierire su quei barboni dei cacciaviti. Saluto la capolista e vado a dormire. Ah, solo una cosa: Juve merda.

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Maggio 10, 2019
di settore
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Il paradosso di Warwick

Nel 1976 Adriano Panatta trionfò agli Internazionali di Roma battendo Vilas in finale, ma al primo turno rischiò l’impossibile vincendo al tie break del terzo set con Warwick, dopo avergli annullato 11 match point (sei sul 5-2, tre sul 5-4 e gli ultimi due al tie break: stavano 6-4 per Warwick e Panatta fece gli ultimi quattro punti). Il mese dopo vinse il Roland Garros, battendo Borg ai quarti e Salomon in finale, ma superò il primo turno battendo 12-10 al quinto set tale Utka, cui annullò un match point con una veronica.

No, era per dire che le vicende del Liverpool e (soprattutto) del Tottenham, finaliste in Champions dopo un percorso – diciamo così – accidentato, non sono certo un inedito nella storia dello sport. I loro gironi eliminatori (i più duri in assoluto, al limite della crudeltà) sono stati come i primi turni di Panatta: qualificati a parità di differenza reti per numero di gol segnati, è come fossero passati al tie break annullando qualche match point. L’Inter è il Warwick di Roma ’76: ha avuto un’infinità di palle per chiudere la partita e si è suicidata sull’ultima. E il Napoli è l’Utka di Parigi ’76: ad Anfield al 93′ ha avuto con Milik l’occasione di vincere il match, ma l’ha sbagliata.

Se ci aggiungiamo l’Eintracht, cui abbiamo steso un tappeto rosso negli ottavi di Europa League e sconfitto ai rigori in semifinale dal Chelsea, le suggestioni degli incroci del destino con l’Inter sono parecchie. Abbiamo regalato la qualificazione al Tottenham, potevamo esserci noi in finale a Madrid? Abbiamo sbagliato un rigore all’andata con l’Eintracht, potevamo esserci noi a Londra a giocarci la finale ai rigori?

Ehm, no.

Curiosamente, nell’anno in cui siamo tornati in Champions, mai come adesso possiamo dire di avere sperimentato le differenze. Che sono enormi. Poteva l’Inter post-vacanze di Natale (mobbing Perisic, Icardi degradato che sparisce per due mesi e si dà al porno, ecc. ecc.) essere protagonista del percorso del Tottenham cui abbiamo ceduto il posto? Cioè, tipo battere due volte il Dortmund, passare i quarti con il City andando a segnare tre gol a Manchester, e poi fare la pazzesca rimonta con l’Ajax andando a segnarne altri tre ad Amsterdam?

No.

E probabilmente non avrebbe passato nemmeno i quarti di Europa League con il Benfica, per non dire della semifinale con il pur malmostoso Chelsea. Probabilmente non avremmo messo insieme cinque rigoristi nemmeno per tentare la lotteria a Stanford Bridge. Ma questa in fondo era la Coppa di ripiego. Torniamo a quella vera. Nella Champions, dagli ottavi in poi, cosa avrebbe mai potuto fare l’Inter? Non la più che dignitosa Inter autunnale. No, quella delle due partite con l’Eintracht. O quella di Inter-Bologna, o di Cagliari-Inter, o di Inter-Lazio, o di Udinese-Inter?

Le partite che ci sono rimaste negli occhi e nel cuore degli ultimi due mesi di questa folle e meravigliosa Champions 2019 (le quattro pazzesche semifinali, ma anche City-Tottenham, Bayern-Liverpool, Juve-Ajax, Psg-United, Atletico-Juve e – sì, ammettiamolo – Juve-Atletico), parlando di Inter, ci restituiscono solo paragoni impietosi. Nell’anno della Champions riguadagnata, la Champions si è mostrata anche terribilmente distante dai nostri standard. Del resto non puoi pensare, a questi livelli, di stare fuori dai giochi per sette anni e rientrare come se nulla fosse. Questo, ovviamente, al netto delle differenze tecniche tra le rose dei singoli club. Differenze, anche queste, enormi.

L’Inghilterra, dopo anni sincopati, porta quattro club nelle due finali, un record. E nelle quattro – incredibile – non ci sono i due Manchester (passi lo United, stagione un po’ così, ma il City è in testa al campionato con 95 punti). Noi – l’Italia, intendo – quest’anno siamo stati la Juve, che vince il campionato con mille punti di vantaggio ma in Champions tra ottavi e quarti sbaglia completamente tre partite su quattro; la Roma, che non passa gli ottavi con il Porto; Inter e Napoli sfigate al sorteggio e sfigatissime nel verdetto dei gironi, ma poi pessime nell’approccio in Europa League alle prime difficoltà. Un velo pietoso su Milan e Lazio.

Ne dobbiamo mangiare di pastasciutta. Per ora, da calciofili, nell’inquieta attesa di Inter-Chievo (sì, proprio così: l’inquieta attesa di Inter-Chievo), godiamoci la bellezza altrui. La bellezza, la tecnica, l’intensità, la voglia, la fame, le palle, le gigantesche palle altrui. Tipo il Liverpool che ne fa 4 al Barcellona senza Salah, o tipo il Tottenham che ne fa tre all’Ajax senza Kane. Cioè, sarebbe come se noi giocassimo le partite più importanti e più impossibili della stagione senza Icardi*.

(*adoro chiudere i pezzi buttando lì un tema che fa incazzare).

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Ottobre 23, 2018
di settore
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Icardi feat. Vecino

Dopo quelle mille-duemila visioni del gol del derby su ogni possibile device, sono addivenuto alla seguente considerazione tecnico-tattica: è chiaro che Vecino ha una specie di X Factor. Non passerà alla storia del calcio – nè di quello italiano nè di quello uruguagio – ma noi ne conserveremo sempre un ricordo nitido e affettuoso, quasi barzotto. Non lo troveremo mai ai vertici delle statistiche – se non di qualche categoria esoterica – ma per noi sarà sempre quello che la mette e la rimette, portatore sano della garra charrua, qualunque cosa essa sia. L’Inter,  quella attuale, non ha fatto (ancora) niente per essere un po’ Beatles, ma Vecino – che poteva essere un Pete Best qualsiasi – è una reincarnazione calcistica di Ringo Starr, l’uomo sbagliato al posto giusto, almeno a spot. Però siccome gli spot aumentano di numero, è chiaro che questo Vecino – torno alla seconda riga – ha l’X Factor.

Vecino al minuto 92′ di Inter-Milan non voleva fare il best cross ever dell’era post tiplete, ma l’ha fatto. A passargli il pallone, male, era stato Candreva. Trovo tutto questo straordinariamente simbolico. Candreva passa un pallone molle e rimbalzante – quasi inutile, mancando un minuto alla fine di un derby sfigato che dovevamo vincere e stavamo pareggiando 0-0 – a Vecino, stretto tra un milanista e la linea di fondo, e Vecino con quel pallone fa quello che a Candreva non è riuscito in tre stagioni e diciassettemila tentativi:

il best cross ever.

E’ chiaro che l’X Factor qui si mescola sapientemente con l’audacia, lo sperindìo e una determinante dose di culo. Ma ci sta, porco cane. Agli home visit del traversone, Candreva si sarebbe presentato con la forza dell’esperienza e degli studi balistici, ma la giuria avrebbe sbadigliato al quarto calcione e avrebbe scelto Vecino perchè un cross così non si era mai visto. E non lo vedremo mai più, sia chiaro. Però è bastato, ha avuto la sua funzione, il suo successo, il suo deflagrante effetto. Perchè è planato dritto sulla testa di Mauro Icardi, un altro con l’X Factor, categoria goleador solista uomo over (the top).

Ora, qui dobbiamo soffermarci su un particolare fondamentale. Il best cross ever poteva finire in fallo laterale (in tal caso, qualche decina di migliaia di persone allo stadio e qualche milione sul divano avrebbero gratuitamente mandato affanculo Vecino: pensate a quanto è labile il confine tra la garra charrua e la merda totale) se Maurito non fosse stato là al centro dell’area a incornarlo. Anzi, di più: se il finto indolente Maurito (per alcuni interisti, nonostante tutto, il peggior centravanti del campionato italiano) non avesse seguito il pallone molle di Candreva a Vecino e poi il pallone eretto e parabolico di Vecino verso il centro dell’area – verso di lui, più o meno – eseguendo un cambio di direzione che al 92′ avresti anche la facoltà di non fare – per stanchezza, sfiducia, scoglionamento, distrazione, frustrazione dopo aver toccato 15 palloni in 90 minuti -, eppure lo fai.

E così altrochè Ringo e Maurito: Vecino e Icardi diventano i Lennon-McCartney dell’inculata torrida ai poveri cugini, un gol della madonna al 92′ di un derby ingiustamente destinato allo 0-0, che libidine. E come per Lennon e McCartney, non sai bene dove inizino i meriti dell’uno e finiscano quelli dell’altro in un gol che è a doppia firma, anche se a metterla è solo uno. Tra John e Paul era finita male (How do you sleep?), ma qui si parla di pallone, roba più easy. Questo gol al Milan è un tale accrocchio di X Factor singoli e di fortunati eventi assortiti che probabilmente non ne vedremo più uno così. Vabbe’, però è stato bello. E Mauro e Matias riposano tranquilli: a non dormire, questo è chiaro, sono i milanisti.

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Dicembre 28, 2017
di settore
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Viva la Rai (tu dimmi da che parte stai)

Grazie a internet ci si mette un minuto: qualche clic e un doveroso incrocio di informazioni ed ecco un raggio di luce illuminare gli oscuri e misteriori motivi per cui Giunone è incazzata con Enea, i pisani odiano i livornesi (e viceversa, ovviamente), The Joker ha un problema con Batman e Selvaggia Lucarelli ce l’ha a morte con Asia Argento (e viceversa, ovviamente).

Ma, di preciso, cos’ha mai fatto l’Inter alla Rai?

Clicco e riclicco e non trovo una cippa. L’Inter, è notorio, non gode di buona televisione. Ormai alle derive di Sky e di Premium ci abbiamo fato il callo e ne abbiamo colto (più o meno) le intime motivazioni, tra aziendalismi assortiti, retropensieri spinti e dna dei commentatori. “Molti nemici molto onore” è uno slogan destro e un po’ sinistro, ma è giusto per rendere l’idea. Lo sappiamo, bòn, nella vita c’è di peggio di qualche prostituto intellettuale e stiamo pur sempre parlando di quattro calci a un pallone. Ma la Coppa Italia 2017/18 ha aperto un nuovo scenario. Tirando in ballo la Rai, di cui ogni tanto dimentichiamo l’esistenza e che con la Coppetta invece si riappropria occasionalmente del palco principale. Sia chiaro, noi mica pretendiamo trattamenti di riguardo (per carità!) o le telecronache tifose (che sono una pagliacciata). Ma…

… di preciso, cosa abbiamo mai fatto alla Rai?

Riavvolgiamo il nastro e torniamo alla sera di Inter-Pordenone, 12 dicembre, ore 20,45. E’ chiaro a tutti che si tratta di un evento simpaticamente anomalo. Una squadra di Lega Pro che non è mai stata in A e nemmeno in B si trova a giocare 1) gli ottavi di Coppa Italia 2) con l’Inter 3) capolista in Serie A 4) a San Siro 5) in diretta 6) in chiaro 7) sulla tv di Stato. Bum! Per chi ama lo sport ci sono tutti gli ingredienti per vivere con un certo pathos la vigilia e guardare con curiosità la partita. Davide contro Golia e quanto ce n’è. Anche il nostro cuore nerazzurro batteva affettuosamente per l’avventura sopra le righe del Pordenone, figurarsi quello dell’Italia non interista. Tutti col Pordenone, chiaro, giusto così. Tutti a gufare: embe’, l’avremmo fatto anche noi per un Juventus-Giana Erminio o per un Milan-Pro Piacenza.

Un po’ meno scontato, piuttosto, che anche la Rai, col passare dei minuti, si trasformi in una specie di Tele Pordenone, schierandosi senza alcun pudore giornalistico, etico, umano, professionale e  concettuale per Davide e gufando apertamente contro Golia, augurandosi ogni cinque minuti che la partita potesse andare in un certo modo, uno solo, quello più sorprendente, più clamoroso, più apocalittico, più fantasy, più orgasmoso, che al confronto il Leicester è ‘na stronzata. Durante i rigori, al match point del Pordenone sembra di stare a Berlino nel 2006. E alla fine la delusione è palpabile quando lo spietato Nagatomo mette il duemillesimo penalty: lo staff Rai è stravolto come i quattromila pordenonesi sul terzo anello blu. Minchia, è passata l’Inter, che barba, che noia, che sfiga.

Resta il dubbio: atmosfera fastidiosa, occhei, ma come non comprendere che nella specialità del momento un uomo di sport possa nutrire una naturale simpatia per il Pordenone, per quanto essa ti sfugga tamquam dal gargarozzo e sgorghi dei microfoni copiosa come l’effetto del morbo di Montezuma? Assolti per insufficienza di prove.

Il 27 dicembre, in diretta tv in chiaro su Rai1, va in scena Milan-Inter. L’Inter nel breve volgere di 15 giorni è caduta in disgrazia e arriva in pullman con gli avvoltoi sopra, ma il Milan (una squadra barzelletta in crisi epocale) è messo molto peggio. Quindi, secondo l’algoritmo Rai, al contenuto già accattivamente della partita (no, dico: il 27 dicembre al posto della replica di “Tutti insieme appassionatamente” hai in prima serata un derby dentro-fuori di Coppa Italia. Sciambola!) bisogna aggiungere un carico artificiosamente emozionale, per fare finta che la partita interessi davvero a questa accozzaglia di non-milanesi e per creare un ambiente del genere “calcio emozionante tipo (metti un Paese a caso) e non come la nostra sbobba che però vi edulcoriamo perchè pagate il canone e noi vi vogliamo ravvivare la serata”. Ergo: va in campo una squadra disperata, con un allenatore disperato, con un pubblico disperato ad affollare gli spalti mentre piove e tira vento. Sosteniamola, no?

Telecronisti e commentatori, allo stadio e nello studio, vengono rapidamente settati sulla modalità “raccontiamo una partita di merda apprezzandone lo spirito agonistico e sottolineando in ogni occasione gli sforzi della più debole e le mancanze della più forte che magari perde e quindi yeah!”.

Non è colpa della Rai se quel mollaccione di Joao Mario ha centrato a porta vuota il corpo morto di uno dei fratelli Donnarumma invece di sfondare la rete col pallone, nè se Skriniar ha azzoppato Kalinic (che non avrebbe segnato mai) facendo entrare Cutrone (che ha segnato), nè se l’Inter da quattro partite fa sostanzialmente cagare per una serie di motivi che qui non è il caso di ripetere. Ma 120 minuti di tifo mascherato sono fastidiosi per quei poveri milioni di interisti già prostrati da Brozovic eccetera eccetera.

Il dopopartita non è stato meglio della partita. L’arrivo al microfono di Gattuso (di Gattuso!) viene salutato con salamelecchi che a Pyongyang si sognano. Poco prima, dal terreno di gioco, Thomas Villa congedava Cutrone dopo l’intervista con “ora vai a fare la doccia sennò prendi freddo”. Al che ha iniziato a scendermi sangue dal naso e, arginando l’epistassi e senza più chiedermi che cosa avesse mai fatto l’Inter alla Rai (a quel punto avevo anche i miei cazzi), ho girato su Boing.

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