Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

settembre 20, 2016
di settore
119 commenti

Il centrattacco ha da puzza’

inter-juventus

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

share on facebook share on twitter

maggio 9, 2016
di settore
173 commenti

Sprazzi di Inter

image

Cioè, trovatemi voi una squadra più intellettualmente impegnativa dell’Inter. Per dire: con una giornata di anticipo – quindi, dandovi 7 giorni di tempo in più per rimuginare il senso di una stagione – ci scodella il risultato definitivo e noi tifosotti restiamo lì come quelli della Mascherpa, incapaci di emettere un giudizio definitivo.

Quarto posto in campionato.

Che è il miglior risultato degli ultimi cinque anni. Più una semifinale di Coppa Italia persa ai rigori.  Apperò. E quindi cosa facciamo? Come ci poniamo? Quanto siamo soddisfatti? O quanto siamo delusi? Quanto è pieno o vuoto il nostro bicchiere?

La risposta è: boh.

Sarebbe il caso di fare una media ponderata di questi ultimi cinque anni, tutti zero tituli, in cui il massimo che abbiamo saputo fare è arrivare quarti in campionato e/o in semifinale di Coppa Italia. E quando c’era pure l’Europa, bei tempi, agli ottavi di Champions o di Europa League.

Quindi potremmo anche essere abbastanza contenti.

Però è anche vero che Mancini ha avuto a disposizione molto di più rispetto a chi lo ha preceduto. E parlando proprio di quest’anno, molto molto di più. Ogni tanto mi sveglio di notte tutto sudato pensando a cosa avevano rifilato al povero Mazzarri. D’accordo, lui era un testone e poi è anche piovuto e tutto è andato a ramengo. Però poverino, e poverini noi, a farci forza a vicenda sussurrando che M’Vila non aveva le gambe così storte e Kuzmanovic non era così male e Osvaldo non era pirla come dicevano tutti.

Il capitale umano di quest’anno, al netto di qualche approssimazione, non l’ha avuto a disposizione nessuno degli altri allenatori di questi disgraziati cinque anni. Dopo anni di Inter “a togliere”, Mancini ha avuto il privilegio di “aggiungere”. Addirittura, di scegliere. Certo, nel limite della nostra essenza (perchè, ahinoi, non siamo più di prima fascia) e delle nostre possibilità (buone, non illimitate). Però ha scelto, dato indicazioni, segnato priorità. Non ha avuto tutto, ma parecchio.

E quindi questo quarto posto è: abbastanza rispetto alle quattro stagioni precedenti, ma poco rispetto alle possibilitá di quest’anno. Possibilitá reali, non teoriche. Le possibilità che ci si erano prospettate fino a Natale, in un campionato condotto anche con 4 punti di vantaggio, con un titolo d’inverno sfumato negli ultimi 90′ del girone d’andata, prima che sfumasse anche il culo e, soprattutto, prima che tornasse la Juve.

È un campionato da 6. Perché l’alunna Inter non si è sempre impegnata fino in fondo, e di fronte ai compiti più impegnativi spesso se l’è fatta addosso. In compenso ha dato segnali di vita e qualche sprazzo di genio e di talento. Da qui ripartiamo, dagli sprazzi migliori. Con il Mancio, in particolare, non si potrà più essere così indulgenti. Dopo questo campionato, anche noi possiamo permetterci di avere un pochino di puzza sotto il naso. Un pochino.

 

share on facebook share on twitter

marzo 9, 2015
di settore
235 commenti

Laserterapia e mezze mattonelle

image

Il format Mancini, ormai consolidatissimo, è: “(Frase relativa alla partita) ma commettiamo troppi errori”. Che è ovviamente un enorme passo avanti rispetto a “(Frase relativa alla partita) ma (scusa a caso)”. Hai cambiato l’allenatore, hai dato una svolta epocale ma è rimasto il ma. Il problema è sempre quello, il ma. Proposizione principale, ma, proposizione coordinata. Mancini ha portato aria nuova, schemi nuovi, giocatori nuovi, onestá intellettuale nell’analisi della partita, fantasia, coraggio, ma non è ancora riuscito a eliminare il ma, che sarebbe la quadratura del cerchio. Vorrebbe dire che giochiamo, produciamo, teniamo palla, siamo alti E (non MA) (frase a caso, contenente il verbo vincere declinato alla bisogna).

Ci arriveremo? Possibile. Probabile. Peccato per il tempo che passa, per gli obiettivi che non ci aspettano, che restano lì sospesi e ti sembra di poterli prendere allungando un braccio e invece no, è un’illusione ottica e – soprattutto – c’è sempre meno tempo a disposizione. Tocca sospendere anche i giudizi e le considerazioni: come metabolizzi e consideri questo Napoli-Inter, dai primi settanta minuti da “vorrei ma non posso” o dagli ultimi venti minuti da “se voglio posso e ti faccio anche un culo così”?

Siamo quasi a metá marzo e – questo è un fatto – non abbiamo ancora vinto con una grande. Neanche stasera a Napoli, che poteva chiudere la gara prima ancora del tè caldo. Ma quei venti minuti finali, in condizioni che solo pochi mesi fa avrebbero determinato più probabilmente un 5-0 di un 2-2, sono una cosa bella e incoraggiante ma (il ma…) anche l’ennesima mezza mattonella con cui lastrichiamo il nostro percorso. Mezza qui, mezza lá, e dalla mezza classifica non ti schiodi. Peccato, valiamo molto di più. Il problema è che – ancora, e purtroppo – non meritiamo molto di più.

Teniamoci buono anche il cucchiaio di Icardi, il rigore del possibile 2-2 tirato con il laser negli occhi e con la pressione di una stadio ostile e di un risultato da riacchiappare. Maurito sta diventando grande, ha fisico e faccia di merda, ha i colpi dentro e fuori dall’area, il senso del gol e una personalitá che sboccia. Ci mancherá: almeno, che ce lo paghino bene.

share on facebook share on twitter

gennaio 17, 2015
di settore
117 commenti

Lento pede

Empoli - Inter

Nella città di Mazzarri siamo ritornati un po’ mazzarriani, come se la mazzarrite fosse nell’aria, un virus tipo Ebola, e noi scendendo dal pullman lo abbiamo preso, trac!, che sfiga. Un virus meno feroce, non mortale ma bastardo, comunque preciso negli effetti: toglie idee, lucidità, brillantezza, tipo quelle influenze gastrointestinali che nei due giorni in cui stai seduto sulla tazza pensi solo alla dissoluzione del tuo corpo. Ho l’impressione che l’Empoli abbia fatto un partitone, anche se poi potremmo star qui a discutere sulle percentuali esatte del brutti noi/belli loro. Di sicuro, del primo tempo con il Genoa è rimasto poco o nulla, e son passati appena 6 giorni, dannazione. Uno zero a zero che è il quinto risultato utile consecutivo in campionato (due sole vittorie, però), il sesto risultato utile consecutivo contando anche lo 0-0 a Qarabag. Ecco, dopo lo sciagurato secondo tempo con l’Udinese abbiamo sempre portato a casa qualcosa, prendiamola così, in fondo non è così banale. 8 gol fatti e 4 subiti in sei partite, anche questo non è affatto male in assoluto  (no, dico, eravamo passati in negativo). Però se qualcuno aveva segnato tre punti a Empoli nella tabella post-Genoa, ecco, siamo già in ritardo netto. Vedo montagne di tabelle appallottolate nel nostro gigantesco e ideale cestino. La rimonta è avviata, ma lentamente. Oddio, firmerei se mi dicessero: ogni due giornate recuperi una posizione. I conti tornerebbero. Ma ci manca ancora un po’ di spietatezza, non ci si può accontentare di partite così, poi si scappa la poesia e puff. Per dire: se giochiamo così mercoledì con la Samp, in una partita fondamentale – l’ha detto il Mancio che le Coppette bisogna vincerle -, rischiamo l’overdose da Orociok, e siamo solo a gennaio.

share on facebook share on twitter

novembre 19, 2014
di settore
122 commenti

Le scuse che non ti ho detto

Le cose sono precipitate e Mazzarri non ha avuto più tempo: una telefonata e puff!, finito. Stava meditando una svolta, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, ma non ha avuto l’opportunità di dimostrarlo. Tra le tante cose che ha pagato, la famosa frase “Poi è anche iniziato a piovere” è sicuramente tra le top five, o forse tra le top three, o forse è la top delle top, più ancora della difesa a tre o della punta unica con lo Stjarnan. Per questo aveva deciso di dimostrare che stava cambiando, che non era l’uomo basico che tutti conoscevamo, che le sue scuse avevano una profondità inapprezzabile a un primo esame e che forse non erano nemmeno scuse, ma briciole di umanità. Prima di tuffarci nell’era Mancio, ecco in un documento esclusivo le scuse che Mazzarri – aiutato da un ghost writer di cui non posso rivelare l’identità – era pronto a sfoderare in conferenza stampa. Chissà, avremmo imparato ad amarlo e un rinnovato clima di fiducia ci avrebbe portato verso traguardi inattesi. Non lo sapremo mai.

– Stavamo giocando bene, poi siamo stati condizionati dalle voci sulle dimissioni di Napolitano.

– Come puoi essere tranquillo quando ci sono degli occidentali che si arruolano nell’Isis?

– Stiamo pagando molto le gang-bang del giovedì.

– Con i ragazzi ci confrontiamo su tutto, anche sui problemi allo stabilizzatore ottico di iPhone 6 plus

– Il mercato dura tutto l’anno, guardate Stefano Folli che è passato a Repubblica.

– Con tanti infortunati è difficile esprimere il nostro potenziale artistico e architettonico.

– Nel primo tempo ho visto del gran calcio, poi ci siamo destrutturati come un piatto di Ferran Adrià.

– L’anno scorso avevamo nove giocatori in rinnovo, con la legge Fornero la situazione si è complicata

– Kovacic ha l’XFactor, ma non voglio soffermarmi sui singoli.

– Vedo i ragazzi disorientati, questa cosa della doppia spunta azzurra di Whatsapp non ci voleva.

– La difesa a tre è un buco nero, ne ho parlato con i ragazzi dopo aver visto Interstellar

– Poi è anche iniziato a piovere e il problema dell’eccessivo consumo di suolo si è visto tutto.

– L’Indonesia ha 238 milioni di abitanti e ne parlo spesso con il presidente.

– L’anno prossimo? Un bel trench-coat e sei a posto, sopra l’abito come sul denim.

– E’ innegabile, c’è preoccupazione per il patto del Nazareno.

mazzarri-2

share on facebook share on twitter

novembre 14, 2014
di settore
59 commenti

Scusa se richiamo il Mancio

La decisione ha richiesto un certo tempo – mica in assoluto, ma relativamente a questa stessa settimana: d’accordo che c’è la pausa per la Nazionale, ma siamo pur sempre a venerdì, la gente se ne va scravattata in ufficio e pensa al massacro di coglioni che si farà l’indomani con la moglie all’Esselunga  o domenica al pranzo con i parenti – un classico micidiale week end senza campionato – e ti arriva tra capo e collo la notizia che Mazzarri se ne va, quel tipo di epilogo che hanno certe serie un po’ mal scritte, che hai capito come andrà a finire al quarto episodio e te ne restano da vedere diciotto.

Dunque, essendo una decisione che ha richiesto tempo, la possiamo definire più thohiriana (presa con il business plan davanti) o morattiana (presa con la pancia, il cuore e comunque con ogni organo che non sia quello deputato alle decisioni vere)? No, perchè eravamo rimasti a un Thohir thohiriano (progetto con Mazzarri, si vedrà a fine stagione, bla bla bla e comunque col cazzo che ne pago un altro) e a un Moratti morattiano (che Mazzarri l’avrebbe già fatto fuori minimo un po’ di settimane fa, come ai vecchi tempi), e invece qui avanza un ibrido, un Thohir morattiano che chiude il libro mastro alla voce spese e però lo apre alla voce ricavi e nota che sono in ribasso, forse preoccupantemente più in ribasso di quanto non siano in rialzo le spese, e prende una di quelle decisioni che se fossimo quotati in Borsa va-va-vuuuu-maaa, vabbe’, ma non lo siamo e potremmo accontentarci di riportare gente allo stadio e mostrare volti più distesi nei bar, e magari spingerci persino a veder comprare le magliette di M’Vila e Andreolli.

Siccome Thohir mi sembrava thohiriano puro, io  – come tanti – mi ero ormai rassegnato ad arrivare al 31 maggio in questo clima di smobilitazione morale, tra partite un po’ così e scuse post-partita ormai grottesche (che poi, a farci caso, anche le spiegazioni plausibili ormai si ammantavano in automatico di inattendibile, grottesco, ridicolo. No, non era un bell’andare per nessuno). E invece Thohir è forse un po’ più interista di come lo immaginiamo, o – più semplicemente – il paiolo rimediato alla Uefa e la lettura dei libri mastri ricchi di segni meno lo ha indotto a cambiare qualcosa.

La solita, unica, inevitabile, comoda scelta di mandare via l’allenatore non potendo cacciare vie dieci giocatori bla bla bla? Ecco, tra gli ultimi storici esoneri della storia interista questo mi sembra il più complesso. Perchè, se non fosse stato collocato in questo scenario di crisi un po’ tecnica e molto economica, l’esonero di Mazzarri sarebbe avvenuto tempo fa. Quanto non so, ma sarebbe avvenuto. Ma prima di cacciare l’allenatore più pagato della serie A oggi ci devi pensare dieci volte, e a Mazzarri – a parte il contratto-autocapestro – è stato riconosciuta anche l’oggettiva difficoltà di avere operato in una situazione al limite: su tutte, ti assume un presidente e tre mesi dopo te ne ritrovi un altro, pure indonesiano. Per questo io mi ero segnato sul calendario 2015 la data del 31 maggio e bòn, mi ero messo in modalità attesa.

La situazione ambientale però era ormai insostenibile. Non mi ricordo di una così corale insofferenza per un nostro allenatore covata in un periodo così lungo. Sostenuto ormai solo dalla curva (“perchè un interista vero non fischia mai”, ok, mi può anche stare bene, ma il diritto di critica cerchiamo di conservarlo: lo stadio successivo è la recisione dello scroto), Mazzarri era mal sopportato dal resto del popolo. Da alcuni odiato (non trovo altra parola). Questo in assoluto non è bello nè mi piace: anche un Mazzarri è parte di noi, del nostro emisfero interista, del nostro giochettino che ci mantiene vitali da decenni. E ultimamamente mi ero sorpreso a provare contemporanemanente una fastidiosa disillusione tecnica e una significativa pietà umana. Quel laser puntato sugli occhi, poveraccio. Un laser simbolico di tutta una situazione: è possibile lavorare così?

A me Mazzarri, stringi stringi, lascia un solo bellissimo ricordo. 14 settembre 2013. Lady Alvarez che va in tackle su Hulk Chiellini, Chiellini che salta via come un birillo, Alvarez che alza la testa e serve Icardi, Icardi che lascia sfilare la palla, tira e la mette. Miracolo, miracolo!, urlavo zompando intorno al divano. Dopo essere stati sei mesi nel frullatore di Stramaccioni, stavo rivedendo la luce: Alvarez che vince un tackle contro un wrestler, il ventenne Icardi che segna un gol da trentenne, un allenatore solido che sa quello che vuole. Epperò è finito tutto lì, il ricordo rimane il solo disponibile nella mia scheda madre. Cinque secondi in 17 mesi, mi spiace doverlo ammettere, è molto poco.

Mazzarri era stato preso per i suoi precedenti di allenatore non vincente, ma efficiente. Se voi leggete il libro di Mazarri, troverete (oltre alla plateali ragioni della sua frustrazione professionale, riassumibile nel concetto “io sono un grandissimo allenatore e il mondo non se n’è ancora accorto”)  la sua filosofia di fondo ripetuta alla noia. Quella di far rendere una squadra al massimo delle sue possibilità e di far aumentare il valore della rosa. Lo ha fatto a Reggio Calabria, a Genova, a Napoli. E lo ha fatto davvero, intendiamoci: ha preso una squadra penalizzata e l’ha salvata, ha riportato la Samp a livelli più che decorosi, ha portato il Napoli in Champions. Però l’Inter è un’altra cosa e lui non ha mai capito. All’Inter e agli interisti non puoi raccontare le stesse cose di Reggio Calabria, non puoi porti rispetto ai tuoi impegni, ai tuoi obiettivi, ai tuoi avversari come fossi alla Reggina. E’ la modestia delle prospettive, il profilo troppo basso anche per un’Inter un po’ fuzzy come quella di oggi che non possiamo non rimproverare a Mazzarri. Un profilo tanto basso che perdi a Parma e riesci a trovare delle ragioni per le quali abbiamo perso, invece di limitarsi a dire “scusate, io ho sbagliato tutto e la squadra ha fatto cagare. Avete altre domande?”.

Un allenatore così può trasmettere qualcosa – con tutto il rispetto – a un giocatore della Reggina che deve recuperare 11 punti di penalizzazione e che non ha niente da perdere quando gioca con squadre superiori alla sua, cioè quasi tutte. A un ambizioso e  strapagato – e comunque su un’altra dimensione, più elevata – giocatore dell’Inter serve dell’altro. Forse il Mancio, me lo auguro per lui e per noi.

mazzarri-zanetti-derby-tifosi-esonero

share on facebook share on twitter

novembre 10, 2014
di settore
178 commenti

Zavorrati

image

Queste tutto sommato sono le partite che possono capitare. Le partite che non dovevano capitare sono altre, e sono quelle che ci zavorrano anima e corpo ormai da settimane. Una partita del genere – sfortunata, sbilanciata, buttata via –  l’avresti potuta vivere a cuore più leggero senza certe zavorre, ma a noi questa leggerezza non è più concesso. Anche lo spettacolo pomeridiano – il Parma che ci ha piallato una settimana fa ne prende 7 dai gobbi – non concilia il buonumore. Così come lo spettacolo serale della nuova classifica – siamo noni, ma con due punti di vantaggio sulla decima, un nono posto saldo insomma, un nono posto tranquillo. Un nono posto che non si sa bene come giudicare, perchè a metá novembre dobbiamo ancora incontrare Juve, Roma, Milan e Lazio e allora ti chiedi dove avrai mai lasciato tutti ‘sti punti per strada, visto che il gioco deve ancora farsi duro davvero, e ti chiedi quanto potrai scendere ancora. Domande retoriche, ovviamente.

La zavorra ti rende anche meno sopportabili le dichiarazioni del miste. Non solo “il Verona dá fastidio a chiunque” (a noi danno fastidio tutte le squadre, quindi perchè fare l’update ogni volta?), ma anche un epico “poi è pure iniziato a piovere” che mi ha fatto sentire piccolo così:  il generatore di risposte di Mazzarri (cioè io) a una cosa del genere manco ci aveva pensato. Ma anche in questo caso è questione di zavorre: ci potresti sorridere, però sei zavorrato e ti incazzi.

Domani ci sará un super vertice con Thohir. E cosa potrá mai succedere? Boh. Siamo tutti zavorrati, come i nostri tre difensori centrali. Ci muoviamo lenti e in direzioni incerte.  E quindi? Recuperemo infortunati e un po’ di forze, troveremo convinzione, magari smetterá anche di piovere. Le squadre avversarie ci daranno sempre un po’ fastidio, ma non si può pretendere l’impossibile.

share on facebook share on twitter

novembre 7, 2014
di settore
65 commenti

L’orgoglio di Mazzarri e il mistero Aristide

image

Questo girone di Europa League – diciamolo – ha rotto le palle e quindi ogni discorso tecnico lascia il tempo che trova. Anzi, non serve nemmeno. A Saint Etienne (luogo evidentemente dove non hanno un cazzo da fare) il Calderone era sold out per assistere a un incontro di calcio tra la squadra B dell’Inter di Mazzarri e i padroni di casa reduci da tre 0-0. No, per dire. Molto più interessanti le interviste post partita, in cui si nota un mazzarrismo trasmesso alla truppa, nel senso che tutti hanno parlato di una partita che sembrano aver visto solo loro. Va bene, un discreto primo tempo, ma nel secondo c’è stato l’assalto di una squadra che non aveva ancora nè vinto nè segnato un gol in Coppa, o l’ho visto solo io? Comunque tutto è bene ciò che finisce bene e basterá un punto per qualificarsi. Mazzarri è orgoglioso della squadra e anche questo va bene. Per forza, più che per amore, giocano anche i giovani. Adesso vediamo cosa succede in campionato, perchè in Coppa è troppo facile, non c’è gusto.

Resta un interrogativo. Voglio dire: se al posto di Milito, di Diego Milito, ci avessero mandato il fratello Gaby, cosa sarebbe successo? Niente gol, niente triplete, fino a che qualcuno si sarebbe accorto dello scambio di persona. No, ecco, perchè adesso bisognerebbe avere il coraggio di controllare se sia davvero Nemanja il Vidic che ci hanno mandato, e non il misconosciuto fratello gemello Aristide, identico ma molto meno forte. Aristide Vidic ha giocato nell’ultima stagione nello Sgfryfiuvujink, serie B delle Isole Faroer, ma era finito della lista degli svincolati e si allenava con la Nazionale disoccupati della Groenlandia. Da luglio si sono perse le sue tracce e la coincidenza delle date è inquietante. Un tizio del tutto simile ai Vidic (quindi il gemello mancante) sarebbe stato visto da un turista di Manchester alle Mauritius in compagnia di quattro fighe galattiche. Alla domanda “Damn, you are Vidic, aren’t you?” avrebbe risposto “Yes” e subito dopo “No!” seguito da un enigmatico “Do your dicks, son of a bitch”.

share on facebook share on twitter

novembre 3, 2014
di settore
162 commenti

Generatore di risposte di Mazzarri

Giocare con la difesa a tre. E’ un problema, perchè è il modulo che la squadra conosce di più ma i nuovi innesti non hanno ancora i raggiunto i dovuti automatismi.

Giocare con la difesa a quattro. E’ un problema, perchè è un modulo che adottiamo soltanto sporadicamente e il reparto stenta a raggiungere i dovuti automatismi.

Giocare ogni tre giorni. E’ un problema, perchè non abbiamo respiro.

Giocare ogni sette giorni. E’ un problema, perchè siamo abituati a giocare ogni tre giorni.

La pausa della Nazionale. E’ un problema, perchè si recuperano gli eventuali infortunati ma si perde il ritmo, e poi ho giocatori in giro per mezzo mondo.

Il periodo senza pause per la Nazionale. E’ un problema, perchè a molti giocatori fa bene uno stimolo diverso e non si recuperano gli eventuali infortunati.

Giocare con una sola punta. E’ un problema, perchè si chiede all’attaccante un grande lavoro e serve essere tempestivi negli inserimenti da dietro.

Giocare con due punte. E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa a centrocampo.

Giocare con tre punte. E’ un problema, perchè ci si sbilancia troppo.

Giocare con quattro punte. E’ un problema, e non solo perchè non ho quattro punte a disposizione.

Giocare con il rifinitore. E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa dietro.

Giocare senza rifinitore.  E’ un problema, perchè rinunciamo a qualcosa davanti.

Fare tanti gol. E’ un problema, il 7-0 con il Sassuolo ha finito con il condizionarci.

Fare pochi gol. E’ un problema, perchè gli attaccanti si deprimono. Ah sì, beh, è anche oggettivamente più difficile vincere, ma non ne farei una questione specifica.

Arrivare da due vittorie consecutive. E’ un problema, perchè si rischia di perdere la necessaria tensione.

Arrivare da due sconfitte consecutive. E’ un problema, perchè si rischia di venire travolti dalla tensione.

Arrivare da due pareggi consecutivi. E’ un problema, perchè si rischia di non raggiungere la necessaria tensione.

Arrivare da una vittoria e un pareggio / da un pareggio e una sconfitta / da una vittoria e una sconfitta. E’ un problema, perchè i risultati altalentanti non ci danno certezze.

Avere tanti infortunati. E’ un problema, perchè non c’è ricambio e giocando così spesso siamo costretti a spremere diversi giocatori.

Avere pochi infortunati. E’ un problema, perchè al di là del turn over non è facile tenere gli stimoli alti nell’intera rosa.

Restare in inferiorità numerica. E’ un problema, perchè in dieci contro undici è difficile imporre il gioco.

Restare in superiorità numerica. E’ un problema, perchè si rompono gli equilibri in campo e la squadra avversaria, rimasta in dieci, si libera dagli schematismi e di trova nella condizione di moltiplicare le proprie forze.

Avere un rigore contro. E’ un problema, perché è da anni che va avanti così e la squadra ci soffre.

Avere un rigore a favore. E’ un problema, perché non  eravamo abituati a queste situazioni e la squadra ci soffre.

Giocare in casa. E’ un problema, perchè i nostri tifosi sono molto esigenti e in questo momento la squadra – e io stesso – ci sentiamo molto esposti agli umori dello stadio.

Giocare in trasferta. E’ un problema, perchè il clima ostile aumenta la pressione in un momento già negativo.

Giocare in campo neutro. E’ un problema, perchè destabilizza la squadra che non coglie il calore del proprio stadio nè la tensione dello stadio altrui.

Giocare in Europa. E’ un problema, perchè le trasferte sono lunghe e le squadre avversarie sono molto motivate.

Giocare in Italia. E’ un problema, perchè l’Inter è l’Inter e tutti vogliono fare bella figura.

Giocare in Paesi non riconosciuti dall’Onu. E’ un problema, perchè rischi di trovare identità forti che vogliono mettersi in mostra.

Se ti applaudono. E’ un problema, perché poi arrivi impraparato al momento dei fischi.

Se ti fischiano. E’ un problema, perché dal tuo pubblico ti aspetti applausi.

Se ti fischiano all’americana / Se ti applaudono ironicamente. E’ un problema, perché ti distrai nell’interpretare l’umore del pubblico.

Giocare alle 12,30. E’ un problema, perchè è un orario anomalo e si rischia ancora di imbattersi in giornate calde.

Giocare alle 15. E’ un problema, perchè non giochiamo quasi mai alle 15 e rischiamo di trovarci impreparati.

Giocare alle 18. E’ un problema, perchè non è nè troppo presto nè troppo tardi, non sai mai cosa e quando mangiare.

Giocare alle 20,45. E’ un problema, perchè ci guarda un sacco di gente e questa squadra non è ancora preparata a certe pressioni.

Giocare alle 21,05. E’ un problema, perchè non è ancora stata ben chiarita questa cosa dei 5 minuti che rischia di togliere concentrazione ai giocatori più precisi.

Giocare con il caldo. E’ un problema, perchè il dispendio fisico rischia di giocare un brutto scherzo a una squadra come la nostra.

Giocare con il freddo. E’ un problema, perchè la temperatura rigida rischia di giocare un brutto scherzo a una squadra come la nostra.

Giocare nelle mezze stagioni. E’ un problema, vabbe’, questo è noto, la classica situazione che ti frega.

Giocare con le squadre deboli. E’ un problema, perchè la partita con l’inter rappresenta sempre una grande motivazioni per le provinciali.

Giocare con le squadre medie. E’ un problema, perchè non sai mai come prenderle.

Giocare con le squadre forti. E’ un problema, perchè è un problema, diciamolo.

Vincere. E’ un problema, perchè poi ti adagi.

Pareggiare. E’ un problema, perchè è frustrante.

Perdere. E’ un problema, perchè entri in una spirale negativa.

Giocare. E’ un problema.

mazzarri

share on facebook share on twitter

novembre 2, 2014
di settore
101 commenti

Noi, Fonzie e la striscia di schiuma

image

Con lo stesso trasporto con cui lo avevo difeso quatto giorni fa da fischi a prescindere epperciò ingiustificati, stanotte lo mando intimamente affanculo, con il mio animo bonaccione messo spalle al muro dalla cruda evidenza dei fatti. De Ceglie è solo un accidente, come il triplice Ekdal di quell’infausto pomeriggio: come un sacco di gente che abbiamo rivelato, rivitalizzato o rianimato – c’è una Storia che parla per noi – abbiamo fatto pescare il jolly a questo ex gobbo che (sei gol in carriera fino a ieri)  ha segnato una doppietta nell’unico modo a lui possibile, trovandosi cioè  del tutto incidentalmente con un pallone tra i piedi in posizione favorevole. De Ceglie è l’ultimo dei problemi. Il penultimo è: come mai – non essendo Butragueno – si è trovato per due volte libero a tre metri dalla porta? Il terzultimo è: come si fa realmente a tirare avanti se in panca hai mezza Primavera? Il quartultimo è: perchè?

Deve essere un problema lessicale, di comunicazione. Se nemmeno perdendo 2-0 a Parma, contro una squadra che perdeva da sei partite, che ne aveva perse otto su nove, che aveva preso tre gol a partita di media in casa (pausa); se nemmeno la sera in cui perdi una partita che, se vinta, avrebbe tenuto a galla i tuoi sogni più eccessivi in attesa che il gioco si facesse duro (Verona, Milan e Roma le prossime tre), ecco, se nemmeno in una sera così ammetti una colpa, l’esistenza di un problema, la criticitá di una situazione, insomma, quando lo fai? Sei come Fonzie quando doveva dire grazie. Non ce la faceva. E tu non ce la fai. Non ce la fai a dire cose, a dirci cose.

Quando ci darai questa soddisfazione? Boh. Nella sera in cui apprendo che anche “arrivare da due vittorie  consecutive” può averci svantaggiato, alzo le braccia. Non posso farci niente, sei più forte. Io ho visto una partita di merda, tu hai visto una supremazia del 65-70 per cento. Mi arrendo. Io sono rimasto ancorato a vecche visioni di questo sport farlocco. Tipo: ok, manca qualcuno, potremmo stare meglio, ma giochiamo con una depressissima ultima in classifica e con tre punti restiamo in zona Champions. Ergo: bisogna vincere. Ergo: ci proviamo. Seriamente.

Non è questione di chi c’è e di chi non c’è, e nemmeno che si gioca ogni tre giorni (basta con ‘sta storia, cazzo). E’ questione di essere così o cosá, e noi siamo cosá. Parma-Inter segna la nostra stagione, ci dá una dimensione, un limite. E’ come la schiuma della bomboletta degli arbitri: arrivate fin qui, ma state dietro. Ecco: siamo arrivati fin qui e ci fermiamo.

share on facebook share on twitter