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Novembre 6, 2019
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Se questo è Antonio

Due mesi e mezzo di stagione, 9 vittorie su 11 in campionato (e secondo posto un punto dietro la Juve), più fuori che dentro in un girone di ferro in Champions dove hai giocato due primi tempi meravigliosi in due stadi da paura – roba che non vedevi da anni e anni – epperò metti insieme 4 punti in quattro partite, classifica magari immeritata ma impietosamente realistica sul tuo profilo attuale di squadra – bella, a volte bellissima, ma per più di un motivo non ancora a livello delle migliori d’Europa. Perchè dopo i primi tempi meravigliosi hai dovuto giocare anche i secondi tempi, e a volte – per colpe tue o anche solo per la piega degli eventi – la realtà si è fatta più dura, 45 minuti dopo.

Detto questo, cosa vuole Conte? Cosa sa lui che non sappiamo? A quale livello vuole alzare la tensione? Quali conti ha da regolare, pur pagato profumatissimamente? Con chi ce l’ha? O vuole solo – più di ogni altra cosa, lui così vincente, lui così legato agli sfracelli che ha sempre fatto nelle sue prime stagioni ovunque sia stato – pararsi il culo?

A Dortmund, sotto il Muro giallo, l’Inter ha prima segnato due gol (il secondo straordinario) e poi si è dissolta per un misto di stanchezza, distrazione, appagamento, basso profilo, eccesso di sicurezza (prendere gol da una propria rimessa laterale è roba da campetto, non da Champions). Siamo stati, rispetto a Barcellona, anche meglio nel primo tempo, e molto peggio nel secondo (là, almeno, gli avversari si erano dovuti sbattere parecchio per segnare, qui i primi due glieli abbiamo regalati). Meritavamo il pari, entrambe le volte, e abbiamo perso, entrambe le volte. E’ il gap che scontiamo, e forze sconteremo ancora per un po’.

Ma a Conte conviene spiattellare in diretta tv che il re è nudo, piuttosto che provare a farsi semplicemente una ragione di quello che è successo? Conviene fare il culo ai dirigenti che non gli hanno dato quello che (a bocce ferme) era stato pattuito, quando mancano ancora due lunghi mesi al mercato di gennaio (e quasi tre al suo epilogo)? Dopo che Marotta qualche giorno fa ha detto che lo scudetto non è un obiettivo per quest’anno, serviva che Conte dicesse a tutti che ‘sta cosa in fondo è vera ma non certo per colpa sua, ma dei dirigenti inadempienti e dei troppi giocatori scarsi che gli hanno lasciato tra i coglioni?

Conte, l’unico vero top player fatto e finito dell’Inter, ti mette di fronte al bivio: dopo questa sparata ad alzo zero, lo segui al traino della sua sterminata (e si spera benefica) ambizione o per prenderlo a calci in culo? E’ un bel problema.

Sono andato sul sito a controllare. La rosa della prima squadra è di 24 giocatori. Togli i tre portieri e due bambini (Esposito no, lui è compreso nel calcolo), restano 19 giocatori di movimento che non sarebbero nemmeno pochi. Togline due che non hanno mai visto il campo, togli anche Ranocchia che lo ha visto pochissimo, ne restano 16. A quel punto, gli infortuni hanno rovinato un equilibrio un po’ precario. Perchè dai 16, seguendo il ragionamento presunto di Conte, dovresti poi scremare gli scarsi, è qui – ma entriamo nella soggettività – i calcoli potrebbero farsi inquietanti.

Dell’Inter dei primi due mesi e mezzo ci sono dati certi. Due acquisti super a rinforzare il centrocampo – Barella e Sensi -, una coppia d’attacco di grandissima prospettiva, una difesa extra lusso, una batteria di laterali complessivamente mediocre (e non è un dato da poco per un 3-5-2), una panchina corta. Per il campionato tutto questo basta e avanza – chissà, un paio di ritocchi e potremmo essere davvero da scudetto -, per l’Europa no, essendoci capitata la sfiga di un girone molto duro.

Conte ha ragione, nella sostanza dei fatti. E’ nella forma che sbaglia. Lui che pretende che la squadra vada sempre a duemila, deve essere il primo a motivarla a tremila. Dal suo discorso di Dortmund non vorrei che passassero i messaggi peggiori. Tipo: che i giocatori più spremuti sono incolpevoli (e quindi legittimati a sentirsi stanchi), che i giocatori che fa giocare un po’ di sì e un po’ no sono dei ripieghi e non gli risolvono granchè (e quindi legittimati a sentirsi poco motivati), che gli altri sono fuori dal progetto a meno di concomitanze epocali (e quindi legittimati a controllare l’accredito dello stipendio mensile e bòn).

Il Conte motivatore estremo non è questo. Questo è un Conte che lancia un messaggio forte e chiaro: più di così non ce la faccio, nemmeno io che sono il miglior allenatore della galassia, e più di così i giocatori non ce la fanno, perchè ne faccio giocare 13-14 e nemmeno mi piacciono tutti. Un messaggio che non serve all’Inter, non serve gli interisti. A noi serve vedere la squadra continuare a giocare come in questi due mesi e mezzo, una squadra cresciuta a immagine e somiglianza di Conte, quello vero, quello che pensa a vincere e a dimostrare di essere il migliore di tutti. Il Conte post-Dortmund è un uomo ambizioso e pericolosamente scoglionato (“Mi tocca dire sempre le stesse cose, venisse a parlare qualche dirigente”: santa madonna, ma che dichiarazione è?). Siccome di Inter pericolosamente scoglionate nelle nove stagioni post-triplete ne abbiamo viste a iosa, ecco, non ricominciamo proprio ora che le cose vanno (quasi) a meraviglia.

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Settembre 16, 2019
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Conte uno di noi (nonostante noi)

Una sorta di riflesso pavloviano, a distanza ormai di mesi dal loro arrivo, continua a farmi mettere mano al telecomando ogni volta che in video appaiono Conte e (ancora di più) Marotta. “Ehi, chi ha cambiato canale? Stavo guardando l’Inter!”, dico dal divano. Quando realizzo – mi ci vogliono un paio di secondi – che l’Inter sono loro, faccio finta di nulla e vado avanti a guardare. Dopo un’altra manciata di secondi, l’interismo torna a pervadermi e mi resetta la memoria: lui è il mio allenatore, lui è il mio amministratore delegato per l’area sportiva, forza Inter, Juve merda.

Siccome il post sarà dedicato all’argomento “avete rotto i coglioni con ‘sta storia che Conte e Marotta erano/sono gobbi, pensiamo a vincere qualcosa ché non lo facciamo da un po’, santa polenta”, con l’aneddoto di cui sopra volevo chiarire con sincerità la mia posizione: ho ancora le mie teoriche difficoltà ad affrontare serenamente la questione. «Se non ti è chiaro quel che dico e dubiti che sia vero, guarda almeno se non dubiti di dubitarne; e, se sei certo di dubitare, cerca il motivo per cui sei certo. In questo caso senz’altro non ti si presenterà la luce di questo sole, ma la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». Non lo dicono Bernard-Henri Levy o Pierluigi Pardo , ma Sant’Agostino. E un po’ mi ci rivedo. Incontrassi Sant’Agostino per strada gli direi: “Non capisco bene ciò che dici, Maestro, ma intravvedo nelle tue parole il motivo per cui metto mano al controllore remoto del mio apparecchio televisivo”.

Detto questo – tralasciando per brevità Marotta -, Conte è il mio allenatore.

E nelle ultime ore lo sto apprezzando parecchio, e non tanto per le tre vittorie consecutive contro tre squadrette di seconda o terza fascia. Lo apprezzo per il suo comportamento, che per alcuni è stato ipocrita e che invece io giudico esattamente all’opposto, nel segno cioè di una scomoda sincerità.

Iniziamo dal dibattitone sul mancato saltellamento al coro dei tifosi. “Chi non salta juventino è”, e lui non salta. Secondo un sillogismo di puro stampo aristotelico: Conte è gobbo. E invece io dico: Conte è serio. E’ stato tesserato della Juventus per16 stagioni, 13 da giocatore e tre da allenatore. Fa bene a non saltare. Non perchè, secondo il sillogismo, lui è juventino. Ma per una forma di rispetto che si deve a una maglia indossata per 16 anni e a chi ti ha fatto 192 lauti bonifici. Se Zenga o Cambiasso – i primi due che mi vengono in mente – assunti dalla Juve o dal Milan si mettessero a saltellare, noi cosa diremmo?

Con la piccata frase in conferenza stampa a Sarri, poi, Conte ha rapidamente chiuso il cerchio. Se alla Juve porta giustamente rispetto, ne porta un po’ meno all’allenatore che siede in quella che fu la sua panchina e che alla sua prima partita butta lì una serie di piagnistei che a confronto Mazzarri era un fachiro. Che al 15 settembre il gioco sia già così duro, non so come la pensiate voi, ma per me è una bellezza. Conte ha risposto da professionista informato sui fatti. Uno che ha stato 16 stagioni alla Juve dice a Sarri: ma di che cazzo ti lamenti? Uno che è stato 16 stagioni alla Juve ha scelto di non far finta di non sapere che quella, quella che fu anche sua, è la “parte forte”. Lo dice ora che vede il mondo da un’altra angolazione, che è sempre di lusso ma non la migliore. Conte non deve rinnegare 16 anni di Juve, Conte deve portare la sua nuova squadra più in alto possibile. Conte è il mio allenatore, il resto – quando i patti sono chiari – è fuffa.

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