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Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

Giugno 25, 2020
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Due partite, un giramento di palle

Ieri sera, in suggestiva successione, ho assistito sul mio apparecchio televisivo agli incontri di giuoco calcio Inter-Sassuolo e Liverpool-Crystal Palace. Ok, chiaro, le due partite non erano esattamente sovrapponibili nè nelle motivazioni (per noi, restare aggrappati a una labile speranza di rientrare in corsa; per i Reds, vincere uno scudetto dopo 30 anni) nè, purtroppo, nell’impietoso raffronto tra le squadre in sè. Avendo visto le due partite da cima a fondo, tranne che per quel quarto d’ora in cui si sono sovrapposte, ecco, si è abbastanza sovrapposto il giramento di coglioni.

Parto dalla fine, cioè dalla partita di Anfield. Premier League, 31esima giornata. Il Liverpool ieri sera aveva 20 punti di vantaggio: doveva vincere per mettersi tranquillo stasera davanti alla tv, Chelsea-City, col City costretto a vincere sennò a Liverpool saranno fiumi di birra attesi per tre decenni. Tre giorni fa, la prima partita dei Reds dopo il lockdown era stato il derby con l’Everton, 0-0, con il City che rimonta due punti. Klopp fa un modestissimo turnover (in pratica toglie le tre riserve che aveva schierato: due che si sono infortunati, più Minamino) e mette in campo con il Crystal Palace del nostro caro Hodgson (nono in classifica, qualche assenza, poche ambizioni) praticamente la formazione tipo. Ricapitolando: 20 punti di vantaggio (insomma, se non lo vince stasera lo vincerà la prossima volta, o la prossima ancora, who cares?), stadio vuoto, voglia di un titolo atteso 30 anni, ok, ma tutt’altro che in pericolo. Beh, non so se l’avete vista anche voi: il Liverpool ha attaccato dal primo minuto all’ultimo, anche quando era in vantaggio 4-0. 74% possesso palla. 21 tiri in porta contro 3 (manco me li ricordo, Alisson giocava a Ruzzle col telefonino per ingannare il tempo). 6 corner a 0. A un certo punto Klopp a destra a posto di Alexander Arnold fa entrare un ragazzo di 19 anni, all’esordio in Premier, e poi uno di 17 a sinistra al posto di Manè. Niente, uguale: il Liverpool ha aggredito abbestia fino al 93′, l’arbitro fischia, tutti a casa belli sorridenti.

Mi è venuto da piangere.

Io avevo appena visto un’altra partita. Quella di una squadra, la mia, che ha subito tre gol ridicoli (e almeno un altro paio li poteva prendere con una difesa svagata e lenta come l’ho vista raramente) epperò poteva vincere senza problemi, avendo avuto due occasioni gigantesche (per quella di Gagliardini, in verità, non esiste un aggettivo adatto) per chiuderla sul 3-1 e sul 4-2 e avendole buttate miseramente nel cesso. Il ragazzo all’esordio in Premier, dopo un inizio timido, ha cominciato a sgroppare e a inserirsi che era una bellezza, tirando in porta tipo tre volte in venti minuti (uno dei tiri respinto con un miracolo). È lì che mi è apparso Gagliardini. “Eh dai, càpita”, potrebbe dirmi qualcuno. Una roba così io l’ho vista raramente, però può darsi che sia capitata, certo. Ma ho rivisto in questa azione surreale (così come nel successivo scavetto in contropiede di Candreva, invece di sfondare la rete come Gigi Riva) la stessa mollezza mentale e spirituale di Joao Mario che ha la palla per risolvere un derby a tre metri dalla porta e non ci si butta a corpo morto. Non so dove pensiamo di andare senza buttarci a corpo morto su qualche pallone, sull’avversario (in senso figurato), sulle partite, sugli obiettivi, su tutto.

Qui non si parla solo di uomini (servirebbe un tomo a parte). Certo, restando al Liverpool: lasciando stare le superstar, ci “basterebbero” Alexander Arnold, Robertson ed Henderson al posto di Candreva, Biraghi e Gagliardini non solo per battere 9-3 il Sassuolo, ma per essere in testa al campionato e vincere l’Europa League. Ma parlare a cazzo di uomini non è granchè produttivo. Parliamo, almeno, di testa. Dopo il lockdown ho visto l’Inter non-vincere a Napoli una partita che valeva la finale di Coppa con la Juve. Poi ho visto l’Inter fare venti minuti di futbol bailado con la Samp e cagarsi in mano per tutto il secondo tempo. Poi ho visto l’Inter risparmiare il Sassuolo e poi stendergli tappeti rossi manco fossero d’accordo. No, chiedo per un amico: così dove vogliamo andare?

E mi spiace dirlo, ma Conte oggi sta fallendo esattamente nel campo dove nei primi tre-quattro mesi di stagione era stato il fattore decisivo. Qui non contano gli stadi vuoti o la triste stranezza di questo calcio Covid, non contano il caldo e le zanzare (le condizioni sono uguali per tutti). Qui conta che la stagione è ricominciata e noi con la testa non ci siamo. Ieri l’Atalanta ha recuperato due gol alla Lazio e ha vinto 3-2. Noi con il Sassuolo abbiamo fatto una figura patetica ed è ora – lo dico a Conte – di tornare al vecchio e sempre valido metodo dei calci in culo. Altrimenti, con un po’ di impegno, proviamo ad arrivare quinti: entreremmo nella storia, dalla porta del retro.

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Febbraio 10, 2020
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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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Gennaio 31, 2020
di settore
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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Dicembre 16, 2019
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Ridotti all’osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Dicembre 11, 2019
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Vorrei ma potevo

Più che un “vorrei ma non posso”, è stato un “avrei voluto e avrei potuto”. Se reggesse la consecutio, un “vorrei ma potevo”. E in questo senso fa un po’ male. Usciamo dalla Champions avendo sprecato nell’arco di sei partite il triplo o il quadruplo di quanto non abbiamo sprecato in quindici partite di campionato. I due sanguinosissimi punti persi con lo Slavia in casa e le sconfitte a Barcellona e Dortmund dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo (e a Dortmund sarebbe bastato pareggiare) ci hanno portati a un’ultima partita da dentro-fuori che – tra gol sbagliati, circostanze varie e assenze pesanti – ci ha detto malissimo. La palla non sempre gira come vuoi tu.

E’ finita male, come un anno fa. Nel 2018 siamo riusciti a buttarla via col match point in casa contro una squadra già eliminata e quarta, quest’anno – sbagliando dieci gol – contro una top già qualificata e scesa in campo con una specie di squadra B.

Ecco, il punto è (anche) questo. Con un po’ più di cattiveria sotto porta stasera avremmo festeggiato, pur con sei assenze e mezza per infortunio. Avremmo festeggiato con la nostra rosa imperfetta, con i nostri lungodegenti sul divano, con la nostra squadretta da “gradino sotto” eppure sempre e comunque pericolosa, propositiva, produttiva. Il Barcellona, che tante opportunità ci ha concesso, alla lunga ci ha invece dimostrato cosa ancora ci manca per sederci al tavolo delle grandi: avere una squadra B come la sua, con cui concedersi un turn over estremo e andare a vincere a Milano così, in souplesse, con i gol di una riserva e di un ragazzo del 2002.

Peccato, al netto di ciò che ci manca resta la sensazione di un grande spreco, di un obiettivo che ci sfugge pur essendo sempre stato a portata di mano. E anche di un po’ di sfortuna, perchè paghiamo carissimi i 20 minuti più sconcertanti della stagione, quelli di Dortmund, 20 fottuti minuti che ci escludono da un palcoscenico importante e, comunque, da un sogno. Se ci sono Lipsia, Valencia, Lione e un altro paio di scarse che la sfangheranno domani, potevamo tranquillamente starci anche noi.

Resta, di questa Champions, la clamorosa esplosione di Lautaro. Cinque partite da top player in tutto e per tutto, quest’ultima straripante e piena di delizie tecniche e fisiche. Non è poco. Vabbe’, l’Inter comunque non muore qui, restano un sacco di cose da fare. Rimettiamo insieme la truppa e andiamo. Forza Inter.

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Dicembre 8, 2019
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De fischiatoris coglionitate

Non vinciamo più nulla dal 29 maggio 2011, finale di Coppa Italia, stadio Olimpico di Roma, Inter-Palermo 3-1, doppietta di Eto’o più Milito nei minuti di recupero (Eto’o più Milito. Debbo trattenere le lacrime). Da quel sollevamento di coppetta, la nostra settima coppetta, sono passati a oggi 3.113 giorni trascorsi annoiandoci poco (due cambi di proprietà, per dire), tifando molto (ci mancherebbe altro) e soffrendo moltissimo, in un avvicendarsi di trentasette allenatori e duecentoquaranta giocatori non sempre adatti all’Inter, nonchè ai nostri palati fini.

Arrivavamo da Eto’o e Milito (e Zanetti, e Cambiasso, e Sneijder, e Maicon, e Julio Cesar, eccetera, eccetera, eccetera) e ci siamo trovati via via con Zarate, Forlan, Palombo, Schelotto, Alvaro Pereira, Rocchi, Belfodil, Botta – ho una foto con Botta, e voi no -, Osvaldo, M’Vila, Taider, Montoya, Gabigol (presentato in mondovisione streaming manco fosse la reincarnazione di Pelè), Dalbert eccetera eccetera eccetera, non vincendo più nulla, patendo le pene dell’inferno, salendo sulle montagne russe di fugaci esaltazioni e lunghe depressioni, fallendo qualificazioni anche alle coppe più farlocche, vincendo random belle partite e a stretto giro perdendone di orripilanti, sposando le tesi dei vari mister per poi abiurarle il mese dopo (o macerarci nei dubbi, nelle ipotesi migliori), convivendo con le regole del fair play finanziario che ci sembrava applicato in modo così fiscale e frustrante a una sola squadra al mondo, la nostra. Eccetera, eccetera, eccetera.

L’8 dicembre 2019 – cioè oggi – siamo in testa in campionato al rirmo del nostro record assoluto di punti e con due di vantaggio sulla Juve (sì, quella squadraccia infame che ne ha vinti otto di fila e che fino a ieri sera era l’unica imbattuta nei maggiori campionati d’Europa) e siamo all’antivigilia di una partita dentro-fuori di Champions con il Barcellona (non con il Beer Sheva). Abbiamo mezza squadra fuori, un reparto falcidiato, una rosa complessivamente stanca dopo tre mesi e mezzo a duecento all’ora. Un allenatore e una società che ci stanno issando a forza a livelli mai raggiunti nel corso degli ultimi fottuti 3.113 giorni.

E noi fischiamo i nostri giocatori per un passaggio sbagliato?

Intendiamoci, sulla faccenda dei fischi si rischia di fare della gran retorica. Nessuno, nessuno può scagliare la prima pietra in quanto senza peccato. Le nostre carriere di tifosi interisti sono costellate di fischi, insulti, madonne tirate all’indirizzo di chiunque e da dovunque – stadio, divano, bar, ufficio, macchina, letto, cesso, spiaggia, dovunque abbiamo avuto in sorte di guardare/ascoltare/intuire una partita dell’Inter. E’ normale. Ripenso ancora con orrore a quella volta che io – io, santiddio, un tifosotto zuzzurellone se ce n’è uno – ho fatto partire un urlo localizzato – sapete, quelle piccole rivolte che coinvolgono un piccolo spicchio di stadio perchè solo lì si coglie un qualcosa – ai danni di Recoba.

Ero al primo arancio, un settore che a volte ci vorrebbe il napalm – lo dico affettuosamente, eh? L’Inter attacca dalla mia sinistra verso destra. Toldo con la mani passa la palla a Recoba sull’out sinistro, vicino alla panchina avversaria, Recoba è distratto, a momenti perde il pallone, brusìo, ma comunque non lo perde, non succede niente, la palla torna a Toldo che stavolta la rimette in gioco verso qualcun altro e l’azione riprende. Recoba però torna indietro e dice qualcosa a Toldo, con mimica incazzosa. Al che io (diciamo che, al netto delle sue enormi doti tecniche e del gol del 3-2 con la Samp, ho sempre fodamentalmente ritenuto il Chino un simpatico rubastipendi), istintivamente, e in netto contrasto con la mia indole gandhiana, mi sono alzato e ho urlato “ma pensa a giocare, coglione!”, trascinando con me trecento-quattrocento primoarancisti che hanno urlato le peggio cose per 4-5 secondi. E io ho trascorso il resto della partita pensando che la Digos avrebbe visionato il filmato e cercato l’autore dell’urlo localizzato e mi sarei preso tipo un 15 anni di Daspo e pensavo “come lo dico alle mie figlie, che le potrò riportare allo stadio tipo nel 2022?”).

Vabbe’, detto questo: ma come cazzo è che fischiamo questa Inter? Come cazzo ci permettiamo di farlo? Come?

Ho fischiato Inter insopportabili – giocatori insopportabili, allenatori insopportabili – in situazioni insopportabili, chessò, al nono posto in classifica, sotto di quattro gol con l’Atalanta, incapaci di fare un passaggio in verticale, o un tiro in porta. Ho fischiato, quello sì, Inter indolenti, Inter in sciopero bianco, Inter incapaci di sollevarsi – e di sollevarci – dalla mediocrità. Ho espresso il mio dissenso come non può non capitare anche al più interista degli interisti se seduto in mezzo ad altri migliaia di persone che con il loro umore ti trascinerebbero anche nel più atroce gorgo di autolesionismo.

Ma fischiare questa Inter, oggi, in queste condizioni, in questo momento storico no, non esiste. Non esiste proprio.

Sì, lo so, primoarancisti, primorossisti (e via salendo), lo so che tra voi c’è gente molto più brava a fare i cross e le diagonali di Lazaro e Biraghi, ma purtroppo l’Inter non ha ingaggiato voi, ahimè, e ci dobbiamo tenere loro. Voi, che poggiate il culo sugli scomodi e cari seggiolini posti lungo le fasce laterali, voi che a forza di mugugni e insulti avete rovinato le carriere di decine e decine di modesti esterni destri e sinistri che magari avrebbero potuto diventare bravi in altre condizioni ma che sono rimasti modesti, cercate di frenare i vostri istinti. Vorreste Alexander-Arnold e Marcelo? Fate una colletta e statevene buoni.

A Candreva, sopravvissuto a tre stagioni di primo arancio e protagonista indiscusso nella quarta stagione all’Inter, andrebbe assegnato il Nobel per la Pace. E’ un reduce, in tutto e per tutto. C’è gente che ha appeso le scarpe al chiodo per molto meno. Tra i fischiatori di Candreva, ovviamente, c’ero anch’io. Come dominare i propri istinti al quarantesimo cross consecutivo troppo alto/troppo basso/troppo lungo/troppo corto? Ho tirato giù tutti i santi del calendario gregoriano, ma dal divano. Allo stadio non fischio mai, non prima del ventiseiesimo errore, almeno. Allo stadio tifo Inter, senza condizioni. Ho tifato Schelotto come tifavo Maicon, ho tifato Rocchi come tifavo Boninsegna (beh, oddio, qui forse ho esagerato). Al clamoroso gol sbagliato da Lukaku in Inter-Verona mi sono accartocciato su me stesso – mentre attorno a me ne dicevano di ogni, roba da chiudere il secondo rosso per un paio d’anni – e non ho detto nulla. Nulla. Ho i testimoni. E so di avere avuto ragione io, e ora me ne bullo come un alunno di seconda media all’intervallo.

Martedì ci giochiamo il futuro e una paccata di milioni in una partita in casa con il Barcellona (non il Beer Sheva). Sapete, quella squadra che ha Messi, Suarez, quegli scarsoni lì. Ecco: provate a fischiare. Provate a pensare anche solo lontanamente di fischiare. Se, onestamente, avete in animo di andare allo stadio e fischiare, e però capite che al vostro problema ci può essere una soluzione – cioè stare a casa -, andate su Facebook, mi contattate in privato e concordiamo la cessione del biglietto. Vado io al posto vostro, senza offesa. Forza Inter. Amiamola. E fischiamola quando lo merita: ma al primo posto in campionato, e alla vigilia di Inter-Barcellona, fischiarla è proprio da gran coglioni. Grandissimi, incommensurabili coglioni.

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Dicembre 7, 2019
di settore
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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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Dicembre 2, 2019
di settore
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Primo: restare primi

Primi in classifica prima di Natale (quattordicesima giornata): non è bellissimo? Eh beh, certo, bellissimissimo. Però attenti, non è proprio inedito: è vero, nell’accidentato post-triplete – di cui ricordiamo principalmente le sofferenze – ci era comunque già successo anche di recente, molto di recente: In due stagioni diverse, con due allenatori diversi. Siamo stati primi, primi da soli, e non è finita benissimo.

Nel campionato 2014/15 (Mancini), il 12 dicembre, vincendo 4-0 a Udine (sedicesima giornata) ci trovammo incredibilmente in testa con 4 punti di vantaggio sulla seconda. Poi ci fermammo, alla diciannovesima potevamo ancora diventare campioni d’inverno battendo in casa il Sassuolo, ma perdemmo. Finimmo il campionato quarti, a 24 punti dalla prima.

Nel campionato 2017/18 (Spalletti), battendo in casa 5-0 il Chievo (quindicesima giornata), superammo di un punto il Napoli sconfitto a Torino dalla Juve (che era terza). Due giornate dopo puff!, eravamo già terzi. Finimmo il campionato quarti, a 23 punti dalla prima, e solo grazie all’incornata di Vecino a pochi secondi dal baratro.

Cosa distingue il campionato 2019/20 da questi due vicissimi (ed effimeri) precedenti? Beh, un po’ di cose. Intanto, il nostro mostruoso score parziale: 12 vittorie, un pari, una sconfitta, record assoluto per l’Inter nelle prime 14 giornate. Poi, il fatto che nelle due occasioni precedenti la Juve fosse partita molto male: stavolta no, ci ha sconfitti ed è tuttora imbattuta, ma noi le siamo davanti. Terza cosa, che riguarda tutti noi tifosotti: le altre due volte, più o meno, eravamo abbastanza consci che la nostra situazione fosse un pochino sopra le righe, un po’ oltre le nostre reali possibilità: stavolta no, ammettiamolo, siamo gasati abbestia.

Fino a un paio di mesi fa, nonostanti la partenza sprint, continuavamo a dirci inferiori alla Juve e al Napoli. Sulla Juve, ovvio, è meglio usare tutte le cautele del caso e continuare ad ammettere (è così, del resto) che ci dividono dai gobbi alcune oggettività – su tutte, la sterminata rosa che noi non abbiamo. Ma il Napoli, oggi, il Napoli partito per essere l’anti-Juve e per arrivarci comodamente davanti è invece 17 punti indietro (17 punti in 14 giornate!), e forse proprio questa è una parziale ma clamorosa evidenza che qualcosa, rispetto agli anni scorsi, sembra essere davvero cambiato.

Altre cose? Suning si è progressivamente rivelata una proprietà sempre più munifica e incisiva, soprattutto ora che finalmente le ristrettezze del Fpf non ci devastano più l’esistenza: non ci possiamo lamentare, ma proprio no. Conte si sta riaffermando per quello che è, un allenatore con i supremi controcazzi, valore aggiunto come quell’altro che per scaramanzia non nomino. E il peso specifico della rosa è aumentato, con alcuni innesti oculati e importanti, per quanto ancora non sufficienti a darci una dimensione effettivamente compiuta, soprattutto in Europa (dove nonostante enormi passi in avanti rischiamo di uscire con le pive nel sacco, come un anno fa. Che beffa sarebbe).

Mancano 24 fottute partite alla fine del campionato, nelle cinque che mancano al giro di boa dobbiamo giocare con Roma, Napoli e Atalanta, poi ci saranno le altre 19 in cui nelle ultime stagioni ne abbiamo combinate di cotte e di crude, e quindi tutto il nostro estemporaneo onanismo potrebbe lasciare il posto a una botta di realismo che ci turberà le vacanze di Natale e l’approdo al 2020 e poi via via il percorso verso maggio. Ma queste 14 giornate di campionato, e anche le ondivaghe 5 partite di Champions, ci hanno fatto respirare un’aria che non sentivamo da un po’. Un’aria frizzante, che un po’ ti stordisce. Le suggestioni di una coppia d’attacco inattesa e fantastica, le stagioni più sottotraccia ma altrettanto clamorose di gente tipo Brozo o De Vrij, la scoperta di giocatori tipo Sensi e Barella di cui – questa è una cosa fantastica – riusciamo a fare a meno attingendo alle energie di giocatori che fino a qualche mese fa intimamente schifavamo: tutto questo ci sta issando a un livello di testosterone che al confronto Rocco Siffredi fa colazione con il bromuro.

La cosa migliore è darsi un contegno e vivere alla giornata. Il bello viene adesso. Potrebbe anche essere il brutto, come nelle passate stagioni. Ma noi ci crediamo, un po’ di più. E l’Inter è più forte, un po’ di più.

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Novembre 28, 2019
di settore
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I nuovi mostri

Avevamo un grande attaccante, di cui eravamo prigionieri (perchè per sei stagioni abbiamo avuto un unico schema: diamogli la palla, magari qualcosa succede). Adesso abbiamo due grandi attaccanti, che ci hanno liberati. Due attaccanti che giocano insieme (insieme!), dall’inizio (dall’inizio!), dialogano, si cercano, lavorano e si sbattono per sè ma anche per l’altro, segnano, si abbracciano, si prendono per mano. Ci prendono per mano.

Al 27 di novembre hanno segnato 11 gol a testa (Lukaku 10 in campionato e 1 in Champions, Lautaro 6 in campionato e 5 – 5! – in Champions), siamo secondi in campionato con 11 vittorie su 13 e ancora in corsa in Champions (nonostante il girone tostissimo, lo sciagurato pareggio in casa con lo Slavia e le due super-trasferte perse dopo essere stati in vantaggio) e tra i noi vaga ancora qualche vedova di Icardi e qualche incontentabile (eufemismo) che pensa che Lukaku sia scarso.

Faccio volentieri il mio coming out: due mesi e mezzo fa (era la metà di settembre) ho trascorso un’intera partita – penso fosse quella con l’Udinese – a insultare Lautaro. Ma come fai – mi chiedevo – a essere così clamorosamente forte nei movimenti e a non vedere mai quella cazzo di porta? Che attaccante sei? Perchè non la metti mai? Qualche giorno prima – e la cosa mi aveva fatto incazzare ancora di più – aveva segnato una tripletta in Nazionale contro il Messico. E probabilmente era stata quella – io, stolto, ancora non potevo averlo capito – la chiave di volta della sua stagione, un’iniezione di estrema consapevolezza. Da lì in poi Lautaro – che è 4 anni e mezzo più giovane di Icardi – ha fatto cose straordinarie, a mazzi.

Per Lukaku ho messo in dubbio amicizie di lunga data. “E’ scarso, fa schifo, è una sòla”. Per me è sempre stato un top player a prescindere, solo per il fatto di vedergli addosso quella maglia numero 9 che non sopportavo più di vedere associata al mio ex-attaccante preferito dell’universo, uno che a un certo punto si è messo a marcar visita come un congedante a militare e a scattare foto soft porno con la moglie mentre gli altri dovevano inseguire obiettivi minimi. Diamo tempo a Lukaku, ho sempre detto. Con quel fisico lì deve essere al 100 per cento e per mesi non lo è stato, anche per spirito di sacrificio. Quello che fa in una partita – spiegavo di fronte a sguardi attoniti – è tantissimo, solo che voi (silenzio, poi brusìo) non capite un cazzo. Posso immaginare che quella meraviglia fisica e tecnica vista a Praga sì, fosse il Lukaku al 100 per cento, però se qualcuno mi certifica che è tipo al 90, allora vado alla Snai e faccio puntate da qui al 2025 su ogni possibile competizione, anche al trofeo Birra Moretti del 2023, per dire.

La novità tecnica, tattica e concettuale di avere due attaccanti così forti a guidarci verso obiettivi ancora ignoti (che poi magari si riveleranno fuffa, ma questo è lo sport) è così stravolgente che chi se ne frega, vada come vada, ma il divertimento di questi primi mesi dell’era Conte non ha prezzo. Un divertimento vero, una palpitazione gioiosa. Un altro anno a vedere mediamente 2.000 passaggi laterali, 50 cross e 3 tiri in porta a partita mi avrebbe probabilmente ucciso. Adesso ciò che abbiamo davanti è una squadra che ci prova sempre, che non molla mai la presa, che ha già gettato il cuore oltre l’ostacolo un tot di volte (vogliamo parlare della reazione compatta e corale della squadra agli infortuni? vogliamo parlare del centrocampo old fashion messo in campo a Praga?)

Handanovic ha evitato la beffa delle beffe, dopo un gol annullato andando indietro col Var fino a immagini in bianco e nero in cui si vedeva che sì, magari il metro è un po’ severo, ma Giubertoni un mezzo fallo lo ha fatto. Gli altri ci hanno messo tutti del loro. E poi il resto, tutto il resto, ha la firma dei due mostri là davanti, madonna santa, uno spettacolo che non si vedeva da anni. Sono talmente euforico che non mi viene neanche da dire Juve merda. Ma che si fotta la Juve, guarda.

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Novembre 6, 2019
di settore
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Se questo è Antonio

Due mesi e mezzo di stagione, 9 vittorie su 11 in campionato (e secondo posto un punto dietro la Juve), più fuori che dentro in un girone di ferro in Champions dove hai giocato due primi tempi meravigliosi in due stadi da paura – roba che non vedevi da anni e anni – epperò metti insieme 4 punti in quattro partite, classifica magari immeritata ma impietosamente realistica sul tuo profilo attuale di squadra – bella, a volte bellissima, ma per più di un motivo non ancora a livello delle migliori d’Europa. Perchè dopo i primi tempi meravigliosi hai dovuto giocare anche i secondi tempi, e a volte – per colpe tue o anche solo per la piega degli eventi – la realtà si è fatta più dura, 45 minuti dopo.

Detto questo, cosa vuole Conte? Cosa sa lui che non sappiamo? A quale livello vuole alzare la tensione? Quali conti ha da regolare, pur pagato profumatissimamente? Con chi ce l’ha? O vuole solo – più di ogni altra cosa, lui così vincente, lui così legato agli sfracelli che ha sempre fatto nelle sue prime stagioni ovunque sia stato – pararsi il culo?

A Dortmund, sotto il Muro giallo, l’Inter ha prima segnato due gol (il secondo straordinario) e poi si è dissolta per un misto di stanchezza, distrazione, appagamento, basso profilo, eccesso di sicurezza (prendere gol da una propria rimessa laterale è roba da campetto, non da Champions). Siamo stati, rispetto a Barcellona, anche meglio nel primo tempo, e molto peggio nel secondo (là, almeno, gli avversari si erano dovuti sbattere parecchio per segnare, qui i primi due glieli abbiamo regalati). Meritavamo il pari, entrambe le volte, e abbiamo perso, entrambe le volte. E’ il gap che scontiamo, e forze sconteremo ancora per un po’.

Ma a Conte conviene spiattellare in diretta tv che il re è nudo, piuttosto che provare a farsi semplicemente una ragione di quello che è successo? Conviene fare il culo ai dirigenti che non gli hanno dato quello che (a bocce ferme) era stato pattuito, quando mancano ancora due lunghi mesi al mercato di gennaio (e quasi tre al suo epilogo)? Dopo che Marotta qualche giorno fa ha detto che lo scudetto non è un obiettivo per quest’anno, serviva che Conte dicesse a tutti che ‘sta cosa in fondo è vera ma non certo per colpa sua, ma dei dirigenti inadempienti e dei troppi giocatori scarsi che gli hanno lasciato tra i coglioni?

Conte, l’unico vero top player fatto e finito dell’Inter, ti mette di fronte al bivio: dopo questa sparata ad alzo zero, lo segui al traino della sua sterminata (e si spera benefica) ambizione o per prenderlo a calci in culo? E’ un bel problema.

Sono andato sul sito a controllare. La rosa della prima squadra è di 24 giocatori. Togli i tre portieri e due bambini (Esposito no, lui è compreso nel calcolo), restano 19 giocatori di movimento che non sarebbero nemmeno pochi. Togline due che non hanno mai visto il campo, togli anche Ranocchia che lo ha visto pochissimo, ne restano 16. A quel punto, gli infortuni hanno rovinato un equilibrio un po’ precario. Perchè dai 16, seguendo il ragionamento presunto di Conte, dovresti poi scremare gli scarsi, è qui – ma entriamo nella soggettività – i calcoli potrebbero farsi inquietanti.

Dell’Inter dei primi due mesi e mezzo ci sono dati certi. Due acquisti super a rinforzare il centrocampo – Barella e Sensi -, una coppia d’attacco di grandissima prospettiva, una difesa extra lusso, una batteria di laterali complessivamente mediocre (e non è un dato da poco per un 3-5-2), una panchina corta. Per il campionato tutto questo basta e avanza – chissà, un paio di ritocchi e potremmo essere davvero da scudetto -, per l’Europa no, essendoci capitata la sfiga di un girone molto duro.

Conte ha ragione, nella sostanza dei fatti. E’ nella forma che sbaglia. Lui che pretende che la squadra vada sempre a duemila, deve essere il primo a motivarla a tremila. Dal suo discorso di Dortmund non vorrei che passassero i messaggi peggiori. Tipo: che i giocatori più spremuti sono incolpevoli (e quindi legittimati a sentirsi stanchi), che i giocatori che fa giocare un po’ di sì e un po’ no sono dei ripieghi e non gli risolvono granchè (e quindi legittimati a sentirsi poco motivati), che gli altri sono fuori dal progetto a meno di concomitanze epocali (e quindi legittimati a controllare l’accredito dello stipendio mensile e bòn).

Il Conte motivatore estremo non è questo. Questo è un Conte che lancia un messaggio forte e chiaro: più di così non ce la faccio, nemmeno io che sono il miglior allenatore della galassia, e più di così i giocatori non ce la fanno, perchè ne faccio giocare 13-14 e nemmeno mi piacciono tutti. Un messaggio che non serve all’Inter, non serve gli interisti. A noi serve vedere la squadra continuare a giocare come in questi due mesi e mezzo, una squadra cresciuta a immagine e somiglianza di Conte, quello vero, quello che pensa a vincere e a dimostrare di essere il migliore di tutti. Il Conte post-Dortmund è un uomo ambizioso e pericolosamente scoglionato (“Mi tocca dire sempre le stesse cose, venisse a parlare qualche dirigente”: santa madonna, ma che dichiarazione è?). Siccome di Inter pericolosamente scoglionate nelle nove stagioni post-triplete ne abbiamo viste a iosa, ecco, non ricominciamo proprio ora che le cose vanno (quasi) a meraviglia.

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