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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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gennaio 20, 2016
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Vedi Napoli e poi frocio

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Non sapremo mai come sarebbero stati i titoli di domani, i titoli veri, i titoli puri, se si sarebbero soffermati sull’Inter brutta che però vince, o sull’Inter con Jovetic e senza Icardi, o sull’Inter che fa cacare ed è in semifinale di Coppa Italia, o sull’Inter che l’ultima volta a Napoli c’erano Ronaldo e Simoni. Tutto si è spostato sul duello rusticano tra Mancini e Sarri, che in effetti – fatti salvi i due gol, uno meraviglioso e uno molto bello – è stato molto più divertente dell’intera partita.

Mancini ha fatto coming out. No, nel senso che ha rivelato con dovizia di particolari cosa si dicono due allenatori durante una mezza rissa a fine match. Cioè, mai avrei pensato che in un campo di calcio ci si desse del frocio. Io ero rimasto a negro di merda, figlio di puttana, portami tua sorella, ti apro il culo, madonna quanto sei scarso, quelle robe lí. Debbo dire che non pensavo ci si desse del frocio.

Certo che Mancini – un po’ come le ragazze di Colonia – se l’è andata a cercare. È chiaro che se mi metti la sciarpetta da mille euro, il cappottino tre quarti, il pantalone a sigaretta, le scarpe da tre stipendi, il capello sale e pepe, la blefaroplastica e quanto ce n’è, è chiaro che l’uomo in tuta ti dá del frocio. Poteva dirti stronzo, imbecille, skipper di merda, invece è andato dritto al punto e ti ha detto frocio.

Sarri ha dei precedenti specifici sul tema frocio, e la cosa dovrebbe preoccupare più lui di noi, perchè magari ti scappa detto in osteria o dopo un Varese-Empoli, ma poi – come certe scoregge che tu pensi sempre di poter domare – ti scappa anche in mondovisione e la faccenda si fa un po’ più spessa. Peccato che ora si incrini un po’ la bella favoletta dell’allenatore operaio molto di sinistra che magari vince lo scudetto epperò dá del frocio al collega che lo ha appena inculato battuto sul campo, ma vabbe’, passerá. Anzi, diventerá un eroe popolare. Magari non un’icona gay – diciamo che qualche fan se l’è giocato – ma un eroe popolare sí, di quelli attaccati a certi valori, non a queste stronzate dei culattoni che si sposano. Un comunista che piace alla destra.

A chi daranno più giornate, a Sarri o al frocio delatore? Questa è una bella domanda.

Intanto, per la cronaca, siamo in semifinale di Coppa Italia. E siamo tornati –  spero non occasionalmente – quelli di due mesi fa, quelli che vincevano facendo vomitare gli esteti del calcio. Che va stra-bene cosí, sia chiaro, va benissimo. Spero solo che la Saiwa non faccia troppe pressioni: partite cosí, con poche emozioni e scorribande a orologeria, fanno crollare i consumi di Orociok e tutti noi sappiamo su quali cazzo di equilibri si regga il mercato della galletta col cacao appiccicato sopra.

 

 

 

 

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dicembre 5, 2015
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Un po’ slavi e un po’ cinesi

inter-genoa

E’ la cosa che ci riesce meglio, perchè non replicarla – anche all’infinito, ragazzi, per me non c’è problema – ? Siamo i cinesi di noi stessi: ci copiamo, e sempre un pochino meglio. Ci siamo sfogati col Frosinone, ci siamo dati una dimensione adulta nella sera della sconfitta di Napoli: bene, basta seghe, ora torniamo alla nostra principale occupazione e inclinazione: vincere per 1-0 indignando gli amanti del bel giuoco, gli esteti dalla vita tormentata – una vita ad rosicandum, perché così brutti non siamo, e che cavolo. Il rumore dei nemici si avvicina, in serate come questa, ai decibel di una segheria Ikea. Non che ce ne sia poi il motivo: manca un numero astronomico di partite, il Natale e la Juve fanno la stessa cosa – si avvicinano -, quasi sei mesi di campionato sono ancora da giocare, uh, è tantissimo, quasi troppo. Ma insistere sulla provocazione dell’1-0 è diabolico, perchè perseveriamo, e questo ci piace. Vogliamo battere il record degli 1-0, vogliamo battere il record del truciolato per chilometro quadrato, vogliamo battere – no, non vogliamo, ma ormai sarà così, è scritto – il record del rapporto negativo tra falli fatti ed espulsioni subite, o quello del numero di cannonieri slavi e decisivi. Vogliamo tanto, tutto. E mi raccomando: giocando male, che è più bello.

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novembre 30, 2015
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A star is born

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Nella stagione dei paradossi – brutti e ohibò, davanti a tutti – e degli 1-0 a nastro, l’Inter diventa grande nella serata in cui trova una squadra davvero più forte, con l’attaccante più fottutamente in forma del mondo, e perde la partita e perde pure il primato. L’Inter diventa una grande squadra perdendo, non avendocela fatta del tutto a diventarla vincendo. C’è stata più densitá, c’è stato più cuore, c’è stato più gioco – il gioco! – nel secondo tempo di Napoli, giocato in 10 e dopo un frustrantissimo gol del 2-0 che avrebbe ammazzato un bisonte, che in tutto il resto del campionato. Se esiste una legge di compensazione, abbiamo purgato tutto il culo di 13 giornate con due pali presi nei minuti di recupero. E se in altre occasioni avrei sfasciato la casa e poi, non pago, avrei aperto le finestre per urlare

aaaaaaaaaaaaaarghhhh!!!!

alla luna e ai condòmini strappandomi i vestiti come Hulk, o come Pozzecco, stavolta resto incredulo ed esausto e penso a quando ho visto l’ultima volta l’Inter giocare come nel secondo tempo di Napoli e no, non mi viene in mente.  Aspetta, provo a ripensarci. No, niente.

Grazie ragazzi. Grazie per non esservi fermati alle apparenze. Gol a freddo (ditemi voi a quale altro giocatore sarebbe venuto in mente di fare un tiro del genere) più espulsione (ridicola, Callejon ha simulato, Allan sfiorato con le scapole): sembrava la replica di Inter-Fiorentina e sareste stati giustificati. E invece no. Non siamo spariti. Non abbiamo rinunciato. Ce la siamo giocata fino al 94′, in uno stadio in preda all’effetto Euchessina.

Bravi tutti. Bravo il Mancio nei cambi (fuori Icardi, impietoso il confronto con Higuain, e partita ribaltata in 10 contro 11), bravo il Mancio dopo la partita (su Premium ha mandato affanculo una intera generazione di commentatori), fantastici Ljajic e Perisic, ma bravi tutti, tutti. Perdendo, abbiamo dato il più impetuoso segno di vita dall’inizio dell’era Thohir. Perdendo, abbiamo dato un clamoroso perchè alle 13 partite precedenti: se facevamo schifo ed eravamo primi, adesso dove possiamo arrivare?

Comunque sia, e comunque vada, grazie Inter: ci sono altre 24 partite e non è cambiato nulla. Ma sei cambiata tu.

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settembre 1, 2015
di settore
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Che al mercato per Mancio comprò

Una cosa non saprei spiegare bene adesso, al bar, se qualcuno mi ponesse la questione: qual è l’esatto motivo per cui un anno fa Mazzarri (e noi con lui) doveva fare le nozze coi fichi secchi (M’Vila, Osvaldo, un penoso Vidic, un Palacio malconcio per mesi e mesi a venire) e oggi Mancini è stato accontentato in quasi tutto (e noi con lui) in un mercato che per noi non era così scoppiettante dai tempi d’oro del decennio scorso?

Non ho spiegazioni tecniche, contabili, finanziarie, strategiche e filosofiche, se non due: l’anno scorso il Fair play ci rompeva sostanzialmente le palle e Mazzarri – io ho letto il suo libro con attenzione e queste cose le so – si era mentalmente e fisicamente prestato (dietro lauto compenso, beninteso) a replicare a Milano la sua attivitá di valorizzatore delle (talvolta) modeste rose a sua disposizione; un giochino che lo eccitava ben più di un trofeo,  un attitudine a metá tra il fachiro e il grande pensatore, il gusto di poter andare a fine anno dal suo presidente e tirare una riga sotto l’elenco dei giocatori, “ecco, l’anno scorso valevano tot e ora valgono tot, e in più siamo arrivati X in campionato e al turno Y nelle coppe, quindi dimmi che sono il più bravo”.

L’anno scorso era chiaro che ci sarebbe voluto un esorcista, più che un allenatore. E infatti Mazzarri fece appena in tempo a bere il vino novello, senza nemmeno arrivare ai primi panettoni di tardo autunno. Arrivò il Mancio, ottenne quattro giocatori che avrebbero fatto comodo anche al fachiro di San Vincenzo e che furono utilissimi a centrare l’ottavo posto, ovvero l’ottavo in ordine d’importanza tra gli obiettivi minimi di una qualsiasi Inter che si rispetti, “evitare i preliminari di Coppa Italia”, mecojoni.

Ma poi, perchè dovrei andare al bar e spiegare ‘sta cosa? Me ne sto a casa a rimirare le colonne delle entrate e delle uscite e, intimamente, esulto e mi eccito.

Uscite. Podolski, Obi, Jonathan, Taider, Felipe, Campagnaro, Kuzmanovic, Andreolli. E fin qui, voglio dire, arrivederci e grazie. Hernanes per me è una liberazione, simbolo di un’Inter incompiuta e inconcludente, giocatore che non ci ha mai risolto un cazzo. Leggo: era l’unico davvero di classe. Ecco, il solito giocatore da asterisco: *però è di classe. Tzè, non lo rimpiangerò e credo che non cambierá il destino dei gobbi. Peccato averlo dato a loro, certo, ma ritengo un successo aver trovato una squadra disposta a pagarcelo. Kovacic è stato un sacrificio pesante ma ben retribuito: era così ovvio che fosse l’unico ad avere mercato ad alto livello che io, un tifosotto senza nè arte nè parte, ci scrissi un post il 15 giugno dandolo per venduto: ho sbagliato solo i tempi, non i modi. Shaqiri è stato una sorpresa, un mese fa ci ero rimasto maluccio ma adesso, con i nomi dei sostituti davanti, ho giá ampiamente metabolizzato.

Entrate. Jovetic, Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Felipe Melo, Telles, Montoya, Ljajic, Biabiany (e Santon, rispetto al fachiro).

No, cioè, storciamo il naso?

Adesso cambia tutto. È ufficiale che abbiamo altre ambizioni, è naturale che adesso l’allenatore non faccia più lo sperimentare o il finto tonto. Relativamente a un campionato italiano di livello medio basso e relativamente al fatto che la Juventus fará meno punti degli anni scorsi,

ecco,

relativamente a tutto questo, che ci piaccia o no, che ci sbalestri o meno, ce la dobbiamo giocare.

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