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Dicembre 21, 2020
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Brutti ma buoni

I biscotti hanno normalmente nomi che poeticamente raccontano la loro forma, o che dialetticamente raccontano la loro storia. A parte i brutti ma buoni, che hanno il nome più sincero di tutti. Che ne so, potevano chiamarli robertini, o tortini, o zanzarini, o nutriini. E invece è stata fatta questa scelta brutale. I brutti ma buoni sono, in effetti, brutti ma buoni. E adesso non potresti chiamarli più in un altro modo.

Questo sofisticato ragionamento – che Iginio Massari me spiccia casa – mi è venuto oggi guardando l’Inter (o meglio, nei circa 60 minuti in cui sono rimasto sveglio e vigile, perchè negli altri 30 ho dormito come non mi capitava dal Gp di Ungheria del 2014). Alla nona delle dieci partite da giocare in un mese (da Inter-Torino del 22/11 a Verona-Inter del 23/12, cioè mercoledì) abbiamo messo insieme la sesta vittoria consecutiva in campionato in un sostanziale saliscendi di prestazioni mediamente bruttine, con alcuni momenti di bruttezza tipo oggi (almeno così mi raccontano, nel primo tempo dormivo come un bambino) o tipo i venti minuti finali col Napoli o come il primo tempo col Toro o come (segue elenco). Inframmezzate alle partite di serie A in questo mesetto ne abbiamo giocate anche tre in Champions, con il deprimente bilancio che conosciamo bene. Brutti col Real, buoni a Borussia, brutti con lo Shakhtar. Quindi siamo brutti, altroché, lo siamo stati in Champions, brutti e cattivi, e siamo però anche buoni, se è vero che siamo secondi in campionato e che in questo mese abbiamo recuperato 4 punti alla prima.

A questo punto potremmo fare un fioretto: ci impegniamo a seguire e a tifare con tutte le nostre forze la nostra squadra pur così brutta ma così buona, se la bruttezza giustifica i mezzi per arrivare a vincere le partite – se non tutte, il maggior numero possibile – e magari un qualcosa che possa rinfoltire la nostra bacheca dopo ormai quasi dieci anni di digiuno totale? Ci concentriamo sulla pratica e lasciamo perdere l’estetica?

Beh, si può fare, sarebbe un sacrificio molto relativo di fronte alla prospettiva di un qualcosa. Però l’Inter, senza farne una questione di mera estetica, dovrebbe tendere un po’ di più alla bellezza. Se si è belli, la fatica pesa meno. Se si è belli, l’aria intorno si alleggerisce. Se si è belli, è più facile arrivare al risultato. Non tipo oggi, quando schieriamo con lo Spezia la formazione-tipo che schiereremmo col Bayern o col Liverpool (che di per sè ti dice che c’è qualcosa di sbagliato già in premessa) e ci appiattiamo a giocare una non-partita nell’attesa che accada qualcosa. Può andare bene con lo Spezia, con le altre non so. Le partite tristi ti imbruttiscono, e noi abbiamo bisogno di leggerezza.

L’Inter, per essere più bella, intanto ha bisogno un ritocchino (vabbe’ dai, lo fanno in tante). Mercoledì ho visto in sequenza Juve-Atalanta e Inter-Napoli e ho avuto l’impressione che la squadra meno attrezzata fosse la nostra. Atalanta e Napoli avevano sei attaccanti tra campo e panca, l’Inter due. Lukaku e Lautaro, oltre al logoro Sanchez e al (boh) Pinamonti, hanno bisogno di qualcuno che li faccia rifiatare, o che consenta di rimescolare le carte o rinfrescare le forze. A gennaio il primo obiettivo deve essere quello. E poi la liberazione (anche dolorosa, anche assurda) dagli equivoci, perchè sono cose che pesano, gli equivoci, e non non abbiamo bisogno di pesi.

L’Inter brutta, a tratti oscena di questo mese, è anche molto buona, perchè il bilancio delle nove partite è 7-1-1 e vaffanculo, firmerei per la stessa cosa nelle prossime nove. Però serve cambiare faccia, serve tirare il fiato, serve darsi una rinfrescata. Serve accettare il fatto che in campo, al di là degli schemi e dei numeri, quando in campo ci vanno i buoni (e non i brutti) le cose vanno meglio. Tipo oggi, che metti Sensi e basta qualche tocco meno ammorbato della media per vincere la partita. Se non è Eriksen – dio santo, ormai l’abbiamo capito – l’uomo che ci può dare altra bellezza, beh, prendiamone un altro. Però la bellezza passa dai buoni, non dai brutti: stiamo parlando di calcio, non di biscotti.

Se una squadra che si è concessa ultimamente tanta bruttezza ne ha vinte sei su sei, vuol dire che questo campionato è molto più a portata di mano di quanto non vogliamo ammettere. Farselo sfuggire sarebbe da criminali. Bisogna pensare un po’ più positivo, da Zhang fino a Conte: scrollarsi di dosso questo nebbione concettuale e correre un po’ più liberi. E belli.

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Novembre 22, 2020
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Barba non facit allenatorem

Conte non si è nemmeno fatto la barba. E mica solo lui. Tutta l’Inter per un’ora è sembrata un Conte con la barba di due giorni, reduce da un paio di notti agitate, o semplicemente preda di quello spleen mattutino da giornata uggiosa, quando fai fatica ad alzarti, fai fatica a farti la doccia e, soprattutto, fai fatica a farti la barba. Ti guardi allo specchio, scruti le tue occhiaie, guardi la tua barba di due giorni e dici:

“Fanculo”

e dopo vaghi pensieri di morte cerchi di convincerti che con la barba di due giorni non sei poi così male, in fondo va un po’ di moda, non casca il mondo se non te la fai, ti dà quell’aria un po’ vissuta, un po’ stropicciata, un po’ Conte con la barba, simbolo del suo tormento, un milione al mese per cercare di vincere uno scudetto e una Champions League prendendo due gol a partita e vivere infelice, con la barba lunga e la faccia di chi non si sarebbe alzato per vedersi Inter-Torino nemmeno gratis da bordo campo per poi ricordarsi che l’allenatore è lui, e al limite per guadagnare dieci minuti di serenità prima di uscire non si fa la barba.

La prima ora di Inter-Torino è stata molto brutta. Contro una delle più assurde squadre del campionato, priva oltretutto del suo uomo migliore, ci siamo fatti allegramente prendere a pallate. Reduci da una vittoria in otto partite, più fuori che dentro in Champions, più brutti che belli in campionato, ci ripresentiamo impresentabili dopo la sosta per le nazionali come se sostanzialmente non ci interessasse nulla: il Torino, il campionato, l’amor proprio, la barba. Per svegliarci dobbiamo andare sotto 0-2 con mezz’ora da giocare, e lì – considerando che giochiamo contro quasi nessuno – ne mettiamo quattro e via, tutto è bene quel che finisce bene.

C’è una chiave molto banale e sicuramente verosimile per decrittare questa partita: con nove partite da giocare nei 30 giorni che verranno, e soprattutto a tre giorni dalla partita con il Real che al 90 per cento deciderà il nostro destino in Europa, bisogna che ci abituiamo al turn over e agli sbalzi di rendimento. Certo, sapere che un ciclo spaventoso di 10 partite in 33 giorni inizia con 62 minuti allucinanti con il Torino, beh, qualche dubbio sul nostro futuro lo legittima. E nessuno di questi dubbi è inedito (eufemismo). I giocatori si rendono conto della situazione? E l’allenatore è del tutto dentro il progetto – il suo, il nostro – o lascia parlare la sua faccia di oggi, con la barba di uno che non voglia di farsi la barba (figurarsi sbattersi per una causa che non lo prende più di tanto)?

Ormai giubilato Eriksen senza praticamenter averci mai creduto – comunque sia, uno spreco senza precedenti -, restiamo un cantiere aperto quando pensavamo tutti che la conferma di un top-allenatore inviso a mazza tifoseria fosse di per sè la base sicura per un fulgido avvenire. Domani mattina va a finire che la barba non me la farò nemmeno io. E avanti di questo passo avremo tutti delle facce orribili, tipo quegli allenatori che prendono due gol fissi a partita e per vincere devono farne sempre tre o quattro, una vitaccia di merda che non faremmo manco per un milione al mese.

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Novembre 8, 2020
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Una su otto

Delle ultime otto partite (5 in campionato e 3 in Champions), giocate in 35 giorni, l’Inter ne ha vinta una (2-0 fuori casa con il Genoa), pareggiate cinque e perse due. In estrema sintesi: non meritavamo di perdere le due che abbiamo perso, ci è andato stretto il pari nelle cinque che abbiamo pareggiato (in alcuni casi, meritavamo proprio di vincere), se non per rarissimi spezzoni di partita ci siamo trovati sotto nel gioco, e però è andata così. Rispetto alle nostre ultime medie abbiamo preso un sacco di gol e quasi tutti su azione, e ne abbiamo segnato una miseria rispetto al cumulo delle occasioni create. Che si tratti di segnare il gol sicurezza o di non prendere il gol inculata, abbiamo perso totalmente la confidenza con il concetto di “chiudere la partita”.

Tutto, in questa strana Inter di questo periodo di merda, è leggibile in vari modi. Una vittoria nelle ultime otto partite è un bilancio in rossissimo, ma nelle otto partite in questione hai giocato con Lazio (fuori), Milan, Atalanta (fuori) e tre volte in Champions (due fuori) (sempre se ha senso con gli stadi vuoti parlare di casa e fuori): insomma, non proprio un ciclo tranquillo. Che la partita la faccia quasi costantemente tu, è certamente un bene. Che non la chiudi mai, ma proprio mai, è invece una cosa che ormai sfiora l’inconcepibile. Quando Conte dice che “finchè si gioca in questa maniera” non c’è da preoccuparsi, a 31 giornate dalla fine del campionato può anche avere ragione. Però, a giocare in questa maniera (quale, poi? dominare e non vincere mai?), ci siamo probabilmente fottuti la Champions, ancora recuperabile ma senza possibilità di altri passi falsi. E noi, nelle ultime otto partite, di passi falsi ne abbiamo fatti sette.

Certo, la sfortuna, certo, gli arbitri… E poi gli stadi vuoti, il Covid, le convocazioni nelle nazionali… le altre grandi hanno gli stessi problemi (magari non gli arbitri e la sfortuna, gli altri sì), i tamponi non li fanno solo a noi. E noi “grandi” non lo siamo per niente, perchè le sei partite importanti di questo ciclo di otto non le abbiamo vinte, nemmeno una, producendo sempre tanto e raccogliendo sempre poco, o zero. Non si capisce bene quale pressione stia patendo la squadra: voglio dire, dalla tribuna rossa o arancione non brontola nessuno. Ma dopo le (brevissime) vacanze siamo un disastro: dal computo delle partite ne mancano solo due, le prime due, entrambe vinte, miracolosamente quella con la Fiorentina, ordinariamente quella col Benevento (cinque gol subiti in tutto, tutti su azione). E non è un volere ma non potere, è il contrario: noi possiamo tanto, forse tutto, ma non vogliamo.

Il nostro simpatico Conte ha appena dato dell’ubriaco a chi lo critica e lo vede moscio. E vabbe’, la grinta gli viene fuori a spot, non incide ma fa il permaloso (sospiro). Poi ha detto una cosa interessante: io le partite le preparo, poi però non vado in campo e le situazioni le devono risolvere i giocatori. Beh, non ci deve più essere tutto quel feeling con lo spogliatoio. Eriksen non lo ha fatto nemmeno scaldare. E noi qui, a non capire se questa squadra può vincere tutto o se è già iniziata la dismissione. Sogniamo lo scudetto e, guardando il calendario, ci accorgiamo che è novembre e, come tante volte in tempi recenti, quando è tornata l’ora solare e l’autunno volge verso l’inverno ci trema già la sedia sotto il culo.

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Agosto 18, 2020
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Fino alla finale

In due mesi un concentrato di emozioni – le più diverse – che si solito sono contenute in una stagione intera. Il calcio del dopo lockdown è stato questo: irreale e poi quasi normale, avendo fatto il callo all’assenza di pubblico. Incredibile – nel senso di non credibile – e poi incredibile, in quel senso lì. Un tutto, persino troppo, dopo il vuoto assoluto. Due mesi che sembrano due anni, ma sono inconfutabilmente due mesi, 60 giorni, una manciata di settimane.

Due mesi e quattro giorni fa giocavamo un’altra semifinale, quasi impossibile, e mi ricordo – visto che poi l’impresa si era rivelata assolutamente possibile – l’incazzatura per avere rinunciato così a una finale di Coppa Italia contro la Juve, visto che di finali non ne giocavamo da 9 anni. Un mese e mezzo fa ero in Toscana sul cocuzzolo di un colle e mi sputtanavo metà dei giga mensili per vedere Inter-Bologna sul telefonino, in un climax al contrario che mi ha portato ad un passo dal lanciare il Samsung in un altoforno e dal disdire Dazn e lo stesso contratto telefonico fino alla settima generazione, per poi sparire e cibarmi di bacche. Meno di un mese fa giocavamo con la Fiorentina la partita della resa definitiva in campionato, uno 0-0 che – non accadde, ma solo per un eccesso di relax – consegnava lo scudo alla Juve con quattro giornate di anticipo, con la lista degli sprechi che ci faceva roteare gli zebedei a mille.

Proprio con la Fiorentina – alzi la mano chi ci avrebbe giocato 5 euro alla Snai – finiva un’Inter e ne iniziava un’altra. Era il 22 luglio. Del 2020, sì. Non sembra passato un pezzo? Vabbe’, quella sera di 27 giorni fa abbiamo spento la tv e ci siamo coricati guardando il soffitto e pensando che, per il terzo campionato di fila, saremmo probabilmente arrivati quarti. E invece tre vittorie di fila in campionato, secondo posto, miglior risultato dal 2011. E poi tre vittorie di fila in Europa League, finalissima. Non è meraviglioso?

Nelle 10 partite post Bologna (8 vinte e due pareggiate) mettici in mezzo la qualunque – partite ottime, partite discrete e partite demmerda -, compreso un clamoroso sfogo di Antonio Conte le cui conseguenze non sono ancora del tutto definite. Sta di fatto che, tirando le somme, la nostra stagione si protrarrà fino al 21 agosto (quasi un anno da quando era iniziata, Inter-Lecce 4-0, 26 agosto 2019) per giocarci una finale (non capitava da nove anni) europea (non capitava dal 2010, dal Triplete).

Ogni altra considerazione, prospettiva, previsione ecc. ecc. sarebbe in questo momento del tutto fuori luogo. E dire quanto siamo stati bravi buoni e belli contro il Botafogo Donetz potrebbe essere un onanismo a perdere. Fermiamoci qua e ricarichiamo per l’ultima volta le pile. A definire la stagione dell’Inter manca ancora una partita, e i bilanci si tireranno solo venerdì notte. Resta solo da fare una cosa: ringraziare i ragazzi per avere protratto le nostre emozioni fino al penultimo giorno disponibile e avvertire Christopher Nolan che questo tempo denso e compresso della stagione Covid meriterebbe una sceneggiatura delle sue.

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Gennaio 31, 2020
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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Gennaio 27, 2020
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Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello

L’immensa, indicibile tristezza per la morte di Kobe Bryant rende
stanotte lo psicodramma nerazzurro un po’ ridicolo, com’è inevitabile. E
com’è forse giusto che sia. Nel frullatore di emozioni di oggi – le
nostre all’ora di pranzo, fino a quelle del mondo intero in serata di
fronte alla scomparsa di una giovane leggenda – mettici pure che la
Lazio pareggia, che la Juve perde e che il tuo misero punticino con il
Cagliari a fine giornata si guadagna il suo perchè. La morte di un
immenso campione riporta alla caducità delle cose terrene: il calcio è
una faccenda grave ma non seria, le conclusioni si tirano alla fine e i
drammi sono altri.

Con il cuore spezzato, parliamo di calcio. Il proverbio di oggi è:
quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello. Ha
arbitrato male? Boh, probabilmente sì, il suo atteggiamento già lo
conoscevamo. Non ci ha dato un rigore, questo è certo. Poi? Le
ammonizioni c’erano, l’espulsione di Lautaro anche, e il Toro sarà tanto
più coglione quante più giornate gli daranno (espulsione e sceneggiata a
tempo scaduto, che cagata). Dopodichè direi di fermarci qui, mancano 17
giornate e tante altre cose capiteranno. Capita, per esempio, che tu
pareggi (per un autogol sfigato all’inverosimile, tallone più palo, ma
vaffanculo) e la butti in tragedia e che poi nelle ore successive le tue
avversarie fanno un punto in due, per esempio. Non è tutto già scritto,
evidentemente. E se vi piace pensare al complotto, io penso a Mourinho e
a come reagiva lui. Nella famosa partita delle manette, ormai quasi 10
anni fa, Inter-Samp, finita 0-0, l’arbitro Tagliavento cacciò fuori
Samuel e Cordoba nel corso del primo tempo: Inter in 9, senza i due
centrali difensivi. E cosa fece Mourinho? Niente, lasciò dentro tutte le
punte, per tutta la partita. Con il gesto delle manette fece esplodere
lo stadio e l’Italia intera, ma non tralasciò l’obiettivo di vincere
quella partita, anche in 9, senza togliere gli attaccanti.

Ecco, guardiamo alla luna, e non a Manganiello. E guardiamo
all’obiettivo che non centriamo più, quello di vincere le partite.
Cinque pareggi nelle ultime sette, questa è la luna. Quattro volte in
vantaggio e quattro volte raggiunti, questa è la luna. La perdita del
controllo della partita per un calo fisico che arriva ormai a
orologeria, la quasi totale impossibilità di cambiare le carte in corso
d’opera con i cambi: questa è la luna.

Il campionato vero inizierà da domenica prossima, con una squadra che
potrebbe uscire rafforzata come non mai dal mercato di gennaio. Con un
centrocampista top che ci darà anche soluzioni di tiro dalla distanza e
su punizione, con due esterni che ci immaginiamo ben al di sopra della
linea di mediocrità su cui eravamo assestati, con una punta esperta (e
fisicata) in più a far rifiatare il reparto. Rifiatare sarà uno dei
verbi chiave delle ultime 17 partite: una cosa che – tra rosa risicata e
infortuni in serie – non ci siamo mai potuti permettere, e si vede.

17 partite sono tante ma, contemporaneamente, non c’è più tempo: tra
poco avremo Milan e Lazio a distanza di una settimana, e poco dopo la
Juve. Cioè, fra 35 giorni i nostri destini potranno essere già decisi, e
quantomeno ben definiti. 17 partite sono tante ma, appunto, non c’è più
tempo. Dobbiamo tornare quelli di due-tre mesi fa o saranno cazzi.

Per questo trovo davvero inutile star qui a parlare di Manganiello e
del solito presunto complotto plutocalciomediatico nei nostri confronti.
C’è un bel modo per andare oltre, ed è quello di vincere. Non lo
facciamo più, pur creando quasi sempre tanto (ed è la vera ragione per
cui personalmete non mi dispero). Torniamo a farlo, torniamo a chiudere
le partite, torniamo a crederci fino all’ultimo secondo. Eravamo primi,
ora siamo secondi e virtualmente terzi: ma sempre in cima, nonostante
tutto. Riordiniamo le idee, gestiamo le forze e torniamo a vincere. Non
maceriamoci nelle presunte ingiustizie: non serve a un cazzo e porta
pure male. Torniamo a vincere, e gli altri si fottano.

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Gennaio 13, 2020
di settore
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A metà strada

Avevo scioccamente riposto qualche aspettativa nella Roma, che mi ha ripagato con due gol (presi) nei primi 10 minuti. Mi piaceva pensare al titolo d’inverno non tanto per quel che vale in sè (poco), quanto nelle responsabilità che poteva darci. Vabbe’, pace, nessuno ci regalerà nulla da qui a maggio. Nell’attesa che alla Lazio svanisca la nuvoletta di Fantozzi al contrario, e che il metabolismo chieda prima o poi il conto ai corpi e alle menti degli atalantini, il duello con la Juve continuerà finchè lo terremo vivo noi, così come abbiamo fatto per l’intero girone d’andata. 14 vittorie, 4 pareggi e una sconfitta, per un totale di 46 punti con un percorso quasi immacolato in trasferta: la scorsa estate ci avremmo messo un milione di firme.

Ieri Conte, al termine di una delle partite più critiche di questa prima parte di stagione – messi sotto come ci era capitato pochissime volte, un secondo tempo allo sbando tipo a Barcellona o a Dortmund -, ha centrato perfettamente il punto. Abbiamo 11 punti in più dell’Atalanta che ci ha strapazzati e questo dà la dimensione di ciò che abbiamo fatto da agosto a oggi. Allo stesso modo, l’impotenza di dare una svolta alla partita attingendo a una panchina semivuota ci dà l’altra faccia della nostra dimensione, quella di una squadra che ha già ricavato il 100 per cento dalle proprie attuali possibilità e che per andare oltre ha bisogno di qualcos’altro. Abbiamo avuto problemi anche peggiori, negli ultimi due mesi. Ma sabato sera sono bastate le assenze contemporanee di due centrocampisti (Barella e Vecino, quindi uno nemmeno titolare) e di un jolly delle fasce (D’Ambrosio) per mettere Conte nella già sperimentatissima posizione di non poterci fare un cazzo (per tacer di Sanchez, cui l’attuale Politano può giusto pulire le scarpe).

Girano nomi importanti: vediamo cosa succede, con serenità. Oggi siamo uno squadrone a gittata ridotta, che così com’è potrebbe essere costretto a fare scelte dolorose quando gli impegni si affastelleranno. Con due o tre innesti, invece, potremo guardare lontano e dare sostanza all’incommensurabile passo in avanti fatto quest’anno in termini di concretezza, attaccamento all’obiettivo, motivazione, cazzutaggine. Al di là delle scaramanzie, è inutile nascondersi o far finta che vada già bene così. No no. Siamo solo a metà strada, vogliamo divertirci ancora un po’. E il bello è che lo possiamo fare davvero.

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Dicembre 16, 2019
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Ridotti all’osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Dicembre 11, 2019
di settore
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Vorrei ma potevo

Più che un “vorrei ma non posso”, è stato un “avrei voluto e avrei potuto”. Se reggesse la consecutio, un “vorrei ma potevo”. E in questo senso fa un po’ male. Usciamo dalla Champions avendo sprecato nell’arco di sei partite il triplo o il quadruplo di quanto non abbiamo sprecato in quindici partite di campionato. I due sanguinosissimi punti persi con lo Slavia in casa e le sconfitte a Barcellona e Dortmund dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo (e a Dortmund sarebbe bastato pareggiare) ci hanno portati a un’ultima partita da dentro-fuori che – tra gol sbagliati, circostanze varie e assenze pesanti – ci ha detto malissimo. La palla non sempre gira come vuoi tu.

E’ finita male, come un anno fa. Nel 2018 siamo riusciti a buttarla via col match point in casa contro una squadra già eliminata e quarta, quest’anno – sbagliando dieci gol – contro una top già qualificata e scesa in campo con una specie di squadra B.

Ecco, il punto è (anche) questo. Con un po’ più di cattiveria sotto porta stasera avremmo festeggiato, pur con sei assenze e mezza per infortunio. Avremmo festeggiato con la nostra rosa imperfetta, con i nostri lungodegenti sul divano, con la nostra squadretta da “gradino sotto” eppure sempre e comunque pericolosa, propositiva, produttiva. Il Barcellona, che tante opportunità ci ha concesso, alla lunga ci ha invece dimostrato cosa ancora ci manca per sederci al tavolo delle grandi: avere una squadra B come la sua, con cui concedersi un turn over estremo e andare a vincere a Milano così, in souplesse, con i gol di una riserva e di un ragazzo del 2002.

Peccato, al netto di ciò che ci manca resta la sensazione di un grande spreco, di un obiettivo che ci sfugge pur essendo sempre stato a portata di mano. E anche di un po’ di sfortuna, perchè paghiamo carissimi i 20 minuti più sconcertanti della stagione, quelli di Dortmund, 20 fottuti minuti che ci escludono da un palcoscenico importante e, comunque, da un sogno. Se ci sono Lipsia, Valencia, Lione e un altro paio di scarse che la sfangheranno domani, potevamo tranquillamente starci anche noi.

Resta, di questa Champions, la clamorosa esplosione di Lautaro. Cinque partite da top player in tutto e per tutto, quest’ultima straripante e piena di delizie tecniche e fisiche. Non è poco. Vabbe’, l’Inter comunque non muore qui, restano un sacco di cose da fare. Rimettiamo insieme la truppa e andiamo. Forza Inter.

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