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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Agosto 18, 2020
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Fino alla finale

In due mesi un concentrato di emozioni – le più diverse – che si solito sono contenute in una stagione intera. Il calcio del dopo lockdown è stato questo: irreale e poi quasi normale, avendo fatto il callo all’assenza di pubblico. Incredibile – nel senso di non credibile – e poi incredibile, in quel senso lì. Un tutto, persino troppo, dopo il vuoto assoluto. Due mesi che sembrano due anni, ma sono inconfutabilmente due mesi, 60 giorni, una manciata di settimane.

Due mesi e quattro giorni fa giocavamo un’altra semifinale, quasi impossibile, e mi ricordo – visto che poi l’impresa si era rivelata assolutamente possibile – l’incazzatura per avere rinunciato così a una finale di Coppa Italia contro la Juve, visto che di finali non ne giocavamo da 9 anni. Un mese e mezzo fa ero in Toscana sul cocuzzolo di un colle e mi sputtanavo metà dei giga mensili per vedere Inter-Bologna sul telefonino, in un climax al contrario che mi ha portato ad un passo dal lanciare il Samsung in un altoforno e dal disdire Dazn e lo stesso contratto telefonico fino alla settima generazione, per poi sparire e cibarmi di bacche. Meno di un mese fa giocavamo con la Fiorentina la partita della resa definitiva in campionato, uno 0-0 che – non accadde, ma solo per un eccesso di relax – consegnava lo scudo alla Juve con quattro giornate di anticipo, con la lista degli sprechi che ci faceva roteare gli zebedei a mille.

Proprio con la Fiorentina – alzi la mano chi ci avrebbe giocato 5 euro alla Snai – finiva un’Inter e ne iniziava un’altra. Era il 22 luglio. Del 2020, sì. Non sembra passato un pezzo? Vabbe’, quella sera di 27 giorni fa abbiamo spento la tv e ci siamo coricati guardando il soffitto e pensando che, per il terzo campionato di fila, saremmo probabilmente arrivati quarti. E invece tre vittorie di fila in campionato, secondo posto, miglior risultato dal 2011. E poi tre vittorie di fila in Europa League, finalissima. Non è meraviglioso?

Nelle 10 partite post Bologna (8 vinte e due pareggiate) mettici in mezzo la qualunque – partite ottime, partite discrete e partite demmerda -, compreso un clamoroso sfogo di Antonio Conte le cui conseguenze non sono ancora del tutto definite. Sta di fatto che, tirando le somme, la nostra stagione si protrarrà fino al 21 agosto (quasi un anno da quando era iniziata, Inter-Lecce 4-0, 26 agosto 2019) per giocarci una finale (non capitava da nove anni) europea (non capitava dal 2010, dal Triplete).

Ogni altra considerazione, prospettiva, previsione ecc. ecc. sarebbe in questo momento del tutto fuori luogo. E dire quanto siamo stati bravi buoni e belli contro il Botafogo Donetz potrebbe essere un onanismo a perdere. Fermiamoci qua e ricarichiamo per l’ultima volta le pile. A definire la stagione dell’Inter manca ancora una partita, e i bilanci si tireranno solo venerdì notte. Resta solo da fare una cosa: ringraziare i ragazzi per avere protratto le nostre emozioni fino al penultimo giorno disponibile e avvertire Christopher Nolan che questo tempo denso e compresso della stagione Covid meriterebbe una sceneggiatura delle sue.

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Gennaio 31, 2020
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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Gennaio 27, 2020
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Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello

L’immensa, indicibile tristezza per la morte di Kobe Bryant rende
stanotte lo psicodramma nerazzurro un po’ ridicolo, com’è inevitabile. E
com’è forse giusto che sia. Nel frullatore di emozioni di oggi – le
nostre all’ora di pranzo, fino a quelle del mondo intero in serata di
fronte alla scomparsa di una giovane leggenda – mettici pure che la
Lazio pareggia, che la Juve perde e che il tuo misero punticino con il
Cagliari a fine giornata si guadagna il suo perchè. La morte di un
immenso campione riporta alla caducità delle cose terrene: il calcio è
una faccenda grave ma non seria, le conclusioni si tirano alla fine e i
drammi sono altri.

Con il cuore spezzato, parliamo di calcio. Il proverbio di oggi è:
quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda Manganiello. Ha
arbitrato male? Boh, probabilmente sì, il suo atteggiamento già lo
conoscevamo. Non ci ha dato un rigore, questo è certo. Poi? Le
ammonizioni c’erano, l’espulsione di Lautaro anche, e il Toro sarà tanto
più coglione quante più giornate gli daranno (espulsione e sceneggiata a
tempo scaduto, che cagata). Dopodichè direi di fermarci qui, mancano 17
giornate e tante altre cose capiteranno. Capita, per esempio, che tu
pareggi (per un autogol sfigato all’inverosimile, tallone più palo, ma
vaffanculo) e la butti in tragedia e che poi nelle ore successive le tue
avversarie fanno un punto in due, per esempio. Non è tutto già scritto,
evidentemente. E se vi piace pensare al complotto, io penso a Mourinho e
a come reagiva lui. Nella famosa partita delle manette, ormai quasi 10
anni fa, Inter-Samp, finita 0-0, l’arbitro Tagliavento cacciò fuori
Samuel e Cordoba nel corso del primo tempo: Inter in 9, senza i due
centrali difensivi. E cosa fece Mourinho? Niente, lasciò dentro tutte le
punte, per tutta la partita. Con il gesto delle manette fece esplodere
lo stadio e l’Italia intera, ma non tralasciò l’obiettivo di vincere
quella partita, anche in 9, senza togliere gli attaccanti.

Ecco, guardiamo alla luna, e non a Manganiello. E guardiamo
all’obiettivo che non centriamo più, quello di vincere le partite.
Cinque pareggi nelle ultime sette, questa è la luna. Quattro volte in
vantaggio e quattro volte raggiunti, questa è la luna. La perdita del
controllo della partita per un calo fisico che arriva ormai a
orologeria, la quasi totale impossibilità di cambiare le carte in corso
d’opera con i cambi: questa è la luna.

Il campionato vero inizierà da domenica prossima, con una squadra che
potrebbe uscire rafforzata come non mai dal mercato di gennaio. Con un
centrocampista top che ci darà anche soluzioni di tiro dalla distanza e
su punizione, con due esterni che ci immaginiamo ben al di sopra della
linea di mediocrità su cui eravamo assestati, con una punta esperta (e
fisicata) in più a far rifiatare il reparto. Rifiatare sarà uno dei
verbi chiave delle ultime 17 partite: una cosa che – tra rosa risicata e
infortuni in serie – non ci siamo mai potuti permettere, e si vede.

17 partite sono tante ma, contemporaneamente, non c’è più tempo: tra
poco avremo Milan e Lazio a distanza di una settimana, e poco dopo la
Juve. Cioè, fra 35 giorni i nostri destini potranno essere già decisi, e
quantomeno ben definiti. 17 partite sono tante ma, appunto, non c’è più
tempo. Dobbiamo tornare quelli di due-tre mesi fa o saranno cazzi.

Per questo trovo davvero inutile star qui a parlare di Manganiello e
del solito presunto complotto plutocalciomediatico nei nostri confronti.
C’è un bel modo per andare oltre, ed è quello di vincere. Non lo
facciamo più, pur creando quasi sempre tanto (ed è la vera ragione per
cui personalmete non mi dispero). Torniamo a farlo, torniamo a chiudere
le partite, torniamo a crederci fino all’ultimo secondo. Eravamo primi,
ora siamo secondi e virtualmente terzi: ma sempre in cima, nonostante
tutto. Riordiniamo le idee, gestiamo le forze e torniamo a vincere. Non
maceriamoci nelle presunte ingiustizie: non serve a un cazzo e porta
pure male. Torniamo a vincere, e gli altri si fottano.

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Gennaio 13, 2020
di settore
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A metà strada

Avevo scioccamente riposto qualche aspettativa nella Roma, che mi ha ripagato con due gol (presi) nei primi 10 minuti. Mi piaceva pensare al titolo d’inverno non tanto per quel che vale in sè (poco), quanto nelle responsabilità che poteva darci. Vabbe’, pace, nessuno ci regalerà nulla da qui a maggio. Nell’attesa che alla Lazio svanisca la nuvoletta di Fantozzi al contrario, e che il metabolismo chieda prima o poi il conto ai corpi e alle menti degli atalantini, il duello con la Juve continuerà finchè lo terremo vivo noi, così come abbiamo fatto per l’intero girone d’andata. 14 vittorie, 4 pareggi e una sconfitta, per un totale di 46 punti con un percorso quasi immacolato in trasferta: la scorsa estate ci avremmo messo un milione di firme.

Ieri Conte, al termine di una delle partite più critiche di questa prima parte di stagione – messi sotto come ci era capitato pochissime volte, un secondo tempo allo sbando tipo a Barcellona o a Dortmund -, ha centrato perfettamente il punto. Abbiamo 11 punti in più dell’Atalanta che ci ha strapazzati e questo dà la dimensione di ciò che abbiamo fatto da agosto a oggi. Allo stesso modo, l’impotenza di dare una svolta alla partita attingendo a una panchina semivuota ci dà l’altra faccia della nostra dimensione, quella di una squadra che ha già ricavato il 100 per cento dalle proprie attuali possibilità e che per andare oltre ha bisogno di qualcos’altro. Abbiamo avuto problemi anche peggiori, negli ultimi due mesi. Ma sabato sera sono bastate le assenze contemporanee di due centrocampisti (Barella e Vecino, quindi uno nemmeno titolare) e di un jolly delle fasce (D’Ambrosio) per mettere Conte nella già sperimentatissima posizione di non poterci fare un cazzo (per tacer di Sanchez, cui l’attuale Politano può giusto pulire le scarpe).

Girano nomi importanti: vediamo cosa succede, con serenità. Oggi siamo uno squadrone a gittata ridotta, che così com’è potrebbe essere costretto a fare scelte dolorose quando gli impegni si affastelleranno. Con due o tre innesti, invece, potremo guardare lontano e dare sostanza all’incommensurabile passo in avanti fatto quest’anno in termini di concretezza, attaccamento all’obiettivo, motivazione, cazzutaggine. Al di là delle scaramanzie, è inutile nascondersi o far finta che vada già bene così. No no. Siamo solo a metà strada, vogliamo divertirci ancora un po’. E il bello è che lo possiamo fare davvero.

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Dicembre 16, 2019
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Ridotti all’osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Dicembre 11, 2019
di settore
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Vorrei ma potevo

Più che un “vorrei ma non posso”, è stato un “avrei voluto e avrei potuto”. Se reggesse la consecutio, un “vorrei ma potevo”. E in questo senso fa un po’ male. Usciamo dalla Champions avendo sprecato nell’arco di sei partite il triplo o il quadruplo di quanto non abbiamo sprecato in quindici partite di campionato. I due sanguinosissimi punti persi con lo Slavia in casa e le sconfitte a Barcellona e Dortmund dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo (e a Dortmund sarebbe bastato pareggiare) ci hanno portati a un’ultima partita da dentro-fuori che – tra gol sbagliati, circostanze varie e assenze pesanti – ci ha detto malissimo. La palla non sempre gira come vuoi tu.

E’ finita male, come un anno fa. Nel 2018 siamo riusciti a buttarla via col match point in casa contro una squadra già eliminata e quarta, quest’anno – sbagliando dieci gol – contro una top già qualificata e scesa in campo con una specie di squadra B.

Ecco, il punto è (anche) questo. Con un po’ più di cattiveria sotto porta stasera avremmo festeggiato, pur con sei assenze e mezza per infortunio. Avremmo festeggiato con la nostra rosa imperfetta, con i nostri lungodegenti sul divano, con la nostra squadretta da “gradino sotto” eppure sempre e comunque pericolosa, propositiva, produttiva. Il Barcellona, che tante opportunità ci ha concesso, alla lunga ci ha invece dimostrato cosa ancora ci manca per sederci al tavolo delle grandi: avere una squadra B come la sua, con cui concedersi un turn over estremo e andare a vincere a Milano così, in souplesse, con i gol di una riserva e di un ragazzo del 2002.

Peccato, al netto di ciò che ci manca resta la sensazione di un grande spreco, di un obiettivo che ci sfugge pur essendo sempre stato a portata di mano. E anche di un po’ di sfortuna, perchè paghiamo carissimi i 20 minuti più sconcertanti della stagione, quelli di Dortmund, 20 fottuti minuti che ci escludono da un palcoscenico importante e, comunque, da un sogno. Se ci sono Lipsia, Valencia, Lione e un altro paio di scarse che la sfangheranno domani, potevamo tranquillamente starci anche noi.

Resta, di questa Champions, la clamorosa esplosione di Lautaro. Cinque partite da top player in tutto e per tutto, quest’ultima straripante e piena di delizie tecniche e fisiche. Non è poco. Vabbe’, l’Inter comunque non muore qui, restano un sacco di cose da fare. Rimettiamo insieme la truppa e andiamo. Forza Inter.

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Dicembre 7, 2019
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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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Dicembre 2, 2019
di settore
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Primo: restare primi

Primi in classifica prima di Natale (quattordicesima giornata): non è bellissimo? Eh beh, certo, bellissimissimo. Però attenti, non è proprio inedito: è vero, nell’accidentato post-triplete – di cui ricordiamo principalmente le sofferenze – ci era comunque già successo anche di recente, molto di recente: In due stagioni diverse, con due allenatori diversi. Siamo stati primi, primi da soli, e non è finita benissimo.

Nel campionato 2014/15 (Mancini), il 12 dicembre, vincendo 4-0 a Udine (sedicesima giornata) ci trovammo incredibilmente in testa con 4 punti di vantaggio sulla seconda. Poi ci fermammo, alla diciannovesima potevamo ancora diventare campioni d’inverno battendo in casa il Sassuolo, ma perdemmo. Finimmo il campionato quarti, a 24 punti dalla prima.

Nel campionato 2017/18 (Spalletti), battendo in casa 5-0 il Chievo (quindicesima giornata), superammo di un punto il Napoli sconfitto a Torino dalla Juve (che era terza). Due giornate dopo puff!, eravamo già terzi. Finimmo il campionato quarti, a 23 punti dalla prima, e solo grazie all’incornata di Vecino a pochi secondi dal baratro.

Cosa distingue il campionato 2019/20 da questi due vicissimi (ed effimeri) precedenti? Beh, un po’ di cose. Intanto, il nostro mostruoso score parziale: 12 vittorie, un pari, una sconfitta, record assoluto per l’Inter nelle prime 14 giornate. Poi, il fatto che nelle due occasioni precedenti la Juve fosse partita molto male: stavolta no, ci ha sconfitti ed è tuttora imbattuta, ma noi le siamo davanti. Terza cosa, che riguarda tutti noi tifosotti: le altre due volte, più o meno, eravamo abbastanza consci che la nostra situazione fosse un pochino sopra le righe, un po’ oltre le nostre reali possibilità: stavolta no, ammettiamolo, siamo gasati abbestia.

Fino a un paio di mesi fa, nonostanti la partenza sprint, continuavamo a dirci inferiori alla Juve e al Napoli. Sulla Juve, ovvio, è meglio usare tutte le cautele del caso e continuare ad ammettere (è così, del resto) che ci dividono dai gobbi alcune oggettività – su tutte, la sterminata rosa che noi non abbiamo. Ma il Napoli, oggi, il Napoli partito per essere l’anti-Juve e per arrivarci comodamente davanti è invece 17 punti indietro (17 punti in 14 giornate!), e forse proprio questa è una parziale ma clamorosa evidenza che qualcosa, rispetto agli anni scorsi, sembra essere davvero cambiato.

Altre cose? Suning si è progressivamente rivelata una proprietà sempre più munifica e incisiva, soprattutto ora che finalmente le ristrettezze del Fpf non ci devastano più l’esistenza: non ci possiamo lamentare, ma proprio no. Conte si sta riaffermando per quello che è, un allenatore con i supremi controcazzi, valore aggiunto come quell’altro che per scaramanzia non nomino. E il peso specifico della rosa è aumentato, con alcuni innesti oculati e importanti, per quanto ancora non sufficienti a darci una dimensione effettivamente compiuta, soprattutto in Europa (dove nonostante enormi passi in avanti rischiamo di uscire con le pive nel sacco, come un anno fa. Che beffa sarebbe).

Mancano 24 fottute partite alla fine del campionato, nelle cinque che mancano al giro di boa dobbiamo giocare con Roma, Napoli e Atalanta, poi ci saranno le altre 19 in cui nelle ultime stagioni ne abbiamo combinate di cotte e di crude, e quindi tutto il nostro estemporaneo onanismo potrebbe lasciare il posto a una botta di realismo che ci turberà le vacanze di Natale e l’approdo al 2020 e poi via via il percorso verso maggio. Ma queste 14 giornate di campionato, e anche le ondivaghe 5 partite di Champions, ci hanno fatto respirare un’aria che non sentivamo da un po’. Un’aria frizzante, che un po’ ti stordisce. Le suggestioni di una coppia d’attacco inattesa e fantastica, le stagioni più sottotraccia ma altrettanto clamorose di gente tipo Brozo o De Vrij, la scoperta di giocatori tipo Sensi e Barella di cui – questa è una cosa fantastica – riusciamo a fare a meno attingendo alle energie di giocatori che fino a qualche mese fa intimamente schifavamo: tutto questo ci sta issando a un livello di testosterone che al confronto Rocco Siffredi fa colazione con il bromuro.

La cosa migliore è darsi un contegno e vivere alla giornata. Il bello viene adesso. Potrebbe anche essere il brutto, come nelle passate stagioni. Ma noi ci crediamo, un po’ di più. E l’Inter è più forte, un po’ di più.

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Novembre 28, 2019
di settore
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I nuovi mostri

Avevamo un grande attaccante, di cui eravamo prigionieri (perchè per sei stagioni abbiamo avuto un unico schema: diamogli la palla, magari qualcosa succede). Adesso abbiamo due grandi attaccanti, che ci hanno liberati. Due attaccanti che giocano insieme (insieme!), dall’inizio (dall’inizio!), dialogano, si cercano, lavorano e si sbattono per sè ma anche per l’altro, segnano, si abbracciano, si prendono per mano. Ci prendono per mano.

Al 27 di novembre hanno segnato 11 gol a testa (Lukaku 10 in campionato e 1 in Champions, Lautaro 6 in campionato e 5 – 5! – in Champions), siamo secondi in campionato con 11 vittorie su 13 e ancora in corsa in Champions (nonostante il girone tostissimo, lo sciagurato pareggio in casa con lo Slavia e le due super-trasferte perse dopo essere stati in vantaggio) e tra i noi vaga ancora qualche vedova di Icardi e qualche incontentabile (eufemismo) che pensa che Lukaku sia scarso.

Faccio volentieri il mio coming out: due mesi e mezzo fa (era la metà di settembre) ho trascorso un’intera partita – penso fosse quella con l’Udinese – a insultare Lautaro. Ma come fai – mi chiedevo – a essere così clamorosamente forte nei movimenti e a non vedere mai quella cazzo di porta? Che attaccante sei? Perchè non la metti mai? Qualche giorno prima – e la cosa mi aveva fatto incazzare ancora di più – aveva segnato una tripletta in Nazionale contro il Messico. E probabilmente era stata quella – io, stolto, ancora non potevo averlo capito – la chiave di volta della sua stagione, un’iniezione di estrema consapevolezza. Da lì in poi Lautaro – che è 4 anni e mezzo più giovane di Icardi – ha fatto cose straordinarie, a mazzi.

Per Lukaku ho messo in dubbio amicizie di lunga data. “E’ scarso, fa schifo, è una sòla”. Per me è sempre stato un top player a prescindere, solo per il fatto di vedergli addosso quella maglia numero 9 che non sopportavo più di vedere associata al mio ex-attaccante preferito dell’universo, uno che a un certo punto si è messo a marcar visita come un congedante a militare e a scattare foto soft porno con la moglie mentre gli altri dovevano inseguire obiettivi minimi. Diamo tempo a Lukaku, ho sempre detto. Con quel fisico lì deve essere al 100 per cento e per mesi non lo è stato, anche per spirito di sacrificio. Quello che fa in una partita – spiegavo di fronte a sguardi attoniti – è tantissimo, solo che voi (silenzio, poi brusìo) non capite un cazzo. Posso immaginare che quella meraviglia fisica e tecnica vista a Praga sì, fosse il Lukaku al 100 per cento, però se qualcuno mi certifica che è tipo al 90, allora vado alla Snai e faccio puntate da qui al 2025 su ogni possibile competizione, anche al trofeo Birra Moretti del 2023, per dire.

La novità tecnica, tattica e concettuale di avere due attaccanti così forti a guidarci verso obiettivi ancora ignoti (che poi magari si riveleranno fuffa, ma questo è lo sport) è così stravolgente che chi se ne frega, vada come vada, ma il divertimento di questi primi mesi dell’era Conte non ha prezzo. Un divertimento vero, una palpitazione gioiosa. Un altro anno a vedere mediamente 2.000 passaggi laterali, 50 cross e 3 tiri in porta a partita mi avrebbe probabilmente ucciso. Adesso ciò che abbiamo davanti è una squadra che ci prova sempre, che non molla mai la presa, che ha già gettato il cuore oltre l’ostacolo un tot di volte (vogliamo parlare della reazione compatta e corale della squadra agli infortuni? vogliamo parlare del centrocampo old fashion messo in campo a Praga?)

Handanovic ha evitato la beffa delle beffe, dopo un gol annullato andando indietro col Var fino a immagini in bianco e nero in cui si vedeva che sì, magari il metro è un po’ severo, ma Giubertoni un mezzo fallo lo ha fatto. Gli altri ci hanno messo tutti del loro. E poi il resto, tutto il resto, ha la firma dei due mostri là davanti, madonna santa, uno spettacolo che non si vedeva da anni. Sono talmente euforico che non mi viene neanche da dire Juve merda. Ma che si fotta la Juve, guarda.

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