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dicembre 21, 2016
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Pagelle che a leggerle si diventa ciechi

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così l’abbiamo solo noi.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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dicembre 3, 2016
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Znedek Pioli

hamsik

8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

nappi

(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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settembre 25, 2016
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Ho visto Ranocchia (The return of Little Frog)

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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aprile 23, 2016
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Con quelle facce da stranieri

Per alcuni minuti ho pensato che annullassero la partita.  Cioè, ‘sta cosa che non c’erano italiani in campo la stavano mettendo giù dura da dio. Che poi, porca puttana, era solo colpa nostra? Cioè, l’Udinese non poteva mettere dentro un italiano e sanare ‘sto guazzabuglio? Tocca per forza a noi? Non ci può essere un po’ di fair play, santa polenta? Cioè, ci si telefona prima, “senti, non hai un qualche scarto di italiano da mettere, così non ci cagano il cazzo?”, “mah, adesso vedo… Tu non puoi mettere Eder, per dire?”, “ma vale Eder?” “figa se vale, giuoca in nazionale!”, “la nostra?”, “giuro!”, “vvabbe’, verifico, ma tu non puoi mettere tipo Di Natale?” “Di Natale chi?”.

Niente, poi si fa la distinta e bòn, ventidue stranieri e via. Non era mai capitato nella storia. La mia prima reazione è:

“Minchia!”

La seconda è:

“E allora?”

La terza è:

“Ma santiddio, fate sei ora di coda al padiglione del Giappone e adesso venite a rompere le palle a noi?”

Ma lo scandalo è ormai esploso. I commentatori a quel punto sbroccano e io che sono sensibile vado in confusione: adesso l’arbitro cosa fa, rinvia la partita? La dá persa a tutte e due?  Chiama l’esercito e fa rastrellare il campo?

No. Si gioca. Sub judice, forse, ma si gioca.

Ogni tre minuti inquadrano Thohir, indonesiano. Al suo fianco c’è Zanetti, argentino. Sotto c’è Bolingbroke, inglese, insieme a un sacco di cinesi. Io, tutto sudato, mi alzo in piedi sul divano e urlo:

“Cazzo, ma c’è un italiano? Uno?”

In quel momento segna Thereau, francese. In dialetto pavese Thereau significa “individuo tipicamente meridionale”. Forse è italiano, mi dico. Comunque poi pareggia Jovetic, montenegrino, e siccome nessuno sospende la partita comincio a pensare che sia tutto regolare in culo agli autarchici del mio membro virile.

Regolare, si gioca. Quindi, bisogna vincerla. Poi al limite Mediaset Premium fará ricorso, ma intanto portiamola a casa. Quando l’Udinese mette dentro Pasquale, è ormai chiaro che la partita ha tutti i crismi di regolarità. Jovetic segna di tetta, Kondo sembra risorto, Brozo spunta dappertutto, poi entrano D’Ambrosio ed Eder è ormai è festival italiano, pizza e mandolino, mafia, moda, spaghetti, uè uè uè, che bello il calcio italiano, che bella l’Italia, eccetera.

Le inquadrature in tribuna, non-luogo multietnico, diventano più fitte. Ogni minuto inquadrano Thohir e i cinesi. Alla fine son tutti lá che brindano, cin cin, cui en lai, cin cin, mentre io sono steso sul pavimento stravolto dal mancato pareggio dell’Udinese.

“Ha segnato Eder!”

“Ma quando? Ma chi? L’italiano? Il nostro?”

Figa, non si può vivere così. Adesso aspettiamo l’omologa del risultato. Non ho altro da dire se non Juve merda, così, per partito preso. Viva il calcio italiano.

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novembre 9, 2015
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L’uno a zero che impazzire il mondo fa

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E sono 12, e siamo ancora in testa, e per otto volte non abbiamo preso gol, e per sette volte abbiamo vinto 1-0, e l’Italia intera non si capacita di questa bizzarria pallonara declinata al minimalismo. Per fortuna oggi c’era Marquez ad alzare l’asticella della indignazione, altrimenti si sarebbe aperto il solito dibattito tecnico-filosofico su questa squadra che fa cagare eppure capeggia la classifica e quindi – come dire – c’è qualcosa che non va, non è possibile, non si può, le cavallette! Ecco, l’Italia si è concentrata su questa perversione – giocare poco e male, subire poco e niente, essere primi in classifica. Forse andava meglio quando le squadre rubavano o si drogavano: era più brutale ma spiegabile, non servivano grandi sforzi cerebrali, era più automatico rassegnarsi. Ottenere il massimo con il minimo invece ha un che di immateriale e di misterioso: l’uccello padulo vola basso e questo dá fastidio.

Miglior difesa, miglior rendimento in trasferta, minor numero di sconfitte, quinto peggior attacco. Tutto ciò è meraviglioso, un cocktail micidiale per gli altri che – come biasimarli? – non capiscono e si incazzano. Lasciamo scorrere, finchè dura.

Ecco, quanto durerá? E chi può dirlo? Andare a Torino a vincere, e in effetti vincere con la solita dose di ingredienti manciniani – palle, culo, cinismo, confidence – è stata una bella cosa, una missione compiuta, un obiettivo centrato perchè sí, perchè una vera alternativa non c’era e un pareggio – che a Torino ovviamente ci sta – sarebbe stato un’occasione persa.

I difetti (o perplessitá, o punti critici) di questa squadra si stanno trasformando in pregi di partita in partita. Segniamo poco? Ma vinciamo assai, vivaddio, e sulla rotonditá dell’1-0 basta andarsi a rileggere la lezione di Boskov. Cambiamo sempre formazione e modulo? Vero, ma siccome adesso la base statistica è di 12 partite sale impetuoso il sospetto che il Mancio abbia le sue porche ragioni. Una volta schiera l’Inter slava, la volta dopo schiera l’Inter con gli slavi tutti in panca e il risultato è lo stesso, 1-0, e allora viva il Mancio che – com’è noto – ne capisce più di noi, molto. Viva il Mancio che riesuma terzini mazzarriani e vince uguale. Viva il Mancio che mette in panca chiunque e poi lo scongela ad arte. Viva il Mancio che tiene tutti sulla corda.

E poi, insomma, godiamoci questo fottuto privilegio di essere capolista e poter pensare nel contempo  che – segnando poco, giocando male, eccetera – il meglio debba ancora venire, The best is yet to come. La pausa della Nazionale diluirá le sensazioni. Due altre settimane in testa senza fare un cazzo. Il rumore dei rosiconi si alza impetuoso, e navigar ci è dolce in questo truciolato.

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settembre 20, 2015
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Arrivedooorci!

Arriverdooorci!

Uh, lo dico in allegria, cosciente che prima o poi, come a Stanlio e Ollio, capiterá di bucare dopo un metro o di finire in un vascone di cemento fresco. Ma intanto, che diamine, godiamoci il piacere di dire Arrivedooorci! a quelli che restano indietro e ci vedono partire, da soli e belli freschi, come non ci capitava da un quinquennio. Step by step siamo in testa da un mese, e se il primato dopo Atalanta e Carpi aveva un peso ora, dopo Milan e Chievo, ne ha un altro. Giusto per rimanere nell’oggettivitá, ecco, tenendo a bada pulsioni ormai sopite e svolazzi che – con 34 giornate e 8 mesi di campionato davanti – sono sempre e rigorosamente prematuri. Ma mi sento come Ollio, al volante del mio trabiccolo, che dico Arrivedooorci! ai miei vicini di casa tanto tanto simpatici ma (rumore di tuoni) juventini. Arrivedooorci ragazzi, il più tardi possibile.

Dopodichè, nell’esaminare di pura pancia la partita di Verona, mi sovvengono alcuni minuti finali da Orociok e qualche fisiologica minchiata sparsa, ma anche una sensazione di soliditá che ci riporta a momenti felici e quel gusto un po’ spaccone per il futbol abastansa bailado che fino a pochi mesi fa non ci potevamo permettere. 4 partite sono pochissime per dire che produciamo l’essenziale e subiamo poco, però il momentaneo effetto Arrivedooorci! me lo fa pensare, così, cautamente, sommessamente, prima di forare – che capiterá – o dei vasconi di cemento fresco, che troveremo.

Poi, insomma, quei piccoli particolari che ti confortano, ecco. Tipo che vedere in campo Melo, Medel e Kondogbia (primo tempo extralusso, per me) ti fa capire che il sacrificio di Kovacic aveva un senso non solo economico. Questa è una squadra che aveva bisogno muscoli e coglioni, in un bilanciamento che non saprei dire ma che va bene così: ora ne abbiamo in maggior quantitá degli uni e degli altri, e pazienza se vedremo meno veroniche e meno triplette agli islandesi.

Poi ho telefonato all’Iffsh, segnaladogli questa cosa: abbiamo battuto 1-0 il Chievo che ha battuto 3-1 l’Empoli che ha battuto 2-1 l’Udinese che ha battuto 1-0 la Juve. Loro mi hanno detto “grazie della segnalazione, gringo” e mi hanno comunicato che, in base a questi risultati, batteremo la Juve tipo 7 a 2, oppure 14 a 4. “Posso giocarmi l’over?”, ho chiesto. “A tuo rischio e pericolo”, mi hanno risposto, poi hanno messo giù mentre gli dicevo Arrivedoorci!

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settembre 1, 2015
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Che al mercato per Mancio comprò

Una cosa non saprei spiegare bene adesso, al bar, se qualcuno mi ponesse la questione: qual è l’esatto motivo per cui un anno fa Mazzarri (e noi con lui) doveva fare le nozze coi fichi secchi (M’Vila, Osvaldo, un penoso Vidic, un Palacio malconcio per mesi e mesi a venire) e oggi Mancini è stato accontentato in quasi tutto (e noi con lui) in un mercato che per noi non era così scoppiettante dai tempi d’oro del decennio scorso?

Non ho spiegazioni tecniche, contabili, finanziarie, strategiche e filosofiche, se non due: l’anno scorso il Fair play ci rompeva sostanzialmente le palle e Mazzarri – io ho letto il suo libro con attenzione e queste cose le so – si era mentalmente e fisicamente prestato (dietro lauto compenso, beninteso) a replicare a Milano la sua attivitá di valorizzatore delle (talvolta) modeste rose a sua disposizione; un giochino che lo eccitava ben più di un trofeo,  un attitudine a metá tra il fachiro e il grande pensatore, il gusto di poter andare a fine anno dal suo presidente e tirare una riga sotto l’elenco dei giocatori, “ecco, l’anno scorso valevano tot e ora valgono tot, e in più siamo arrivati X in campionato e al turno Y nelle coppe, quindi dimmi che sono il più bravo”.

L’anno scorso era chiaro che ci sarebbe voluto un esorcista, più che un allenatore. E infatti Mazzarri fece appena in tempo a bere il vino novello, senza nemmeno arrivare ai primi panettoni di tardo autunno. Arrivò il Mancio, ottenne quattro giocatori che avrebbero fatto comodo anche al fachiro di San Vincenzo e che furono utilissimi a centrare l’ottavo posto, ovvero l’ottavo in ordine d’importanza tra gli obiettivi minimi di una qualsiasi Inter che si rispetti, “evitare i preliminari di Coppa Italia”, mecojoni.

Ma poi, perchè dovrei andare al bar e spiegare ‘sta cosa? Me ne sto a casa a rimirare le colonne delle entrate e delle uscite e, intimamente, esulto e mi eccito.

Uscite. Podolski, Obi, Jonathan, Taider, Felipe, Campagnaro, Kuzmanovic, Andreolli. E fin qui, voglio dire, arrivederci e grazie. Hernanes per me è una liberazione, simbolo di un’Inter incompiuta e inconcludente, giocatore che non ci ha mai risolto un cazzo. Leggo: era l’unico davvero di classe. Ecco, il solito giocatore da asterisco: *però è di classe. Tzè, non lo rimpiangerò e credo che non cambierá il destino dei gobbi. Peccato averlo dato a loro, certo, ma ritengo un successo aver trovato una squadra disposta a pagarcelo. Kovacic è stato un sacrificio pesante ma ben retribuito: era così ovvio che fosse l’unico ad avere mercato ad alto livello che io, un tifosotto senza nè arte nè parte, ci scrissi un post il 15 giugno dandolo per venduto: ho sbagliato solo i tempi, non i modi. Shaqiri è stato una sorpresa, un mese fa ci ero rimasto maluccio ma adesso, con i nomi dei sostituti davanti, ho giá ampiamente metabolizzato.

Entrate. Jovetic, Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Felipe Melo, Telles, Montoya, Ljajic, Biabiany (e Santon, rispetto al fachiro).

No, cioè, storciamo il naso?

Adesso cambia tutto. È ufficiale che abbiamo altre ambizioni, è naturale che adesso l’allenatore non faccia più lo sperimentare o il finto tonto. Relativamente a un campionato italiano di livello medio basso e relativamente al fatto che la Juventus fará meno punti degli anni scorsi,

ecco,

relativamente a tutto questo, che ci piaccia o no, che ci sbalestri o meno, ce la dobbiamo giocare.

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