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febbraio 9, 2017
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La malattia autoimmune degli arbitri italiani

La condizione di appassionato di un qualcosa – tipo il calcio – non è del tutto compatibile con il complottismo esasperato. Se uno credesse davvero che il gioco è truccato, perchè mai dovrebbe spendere tempo e soldi per parteciparvi? E se io, prototipo del tifosotto, davvero fossi convinto che una squadra – mettiamo la Juve – paga gli arbitri, perchè mai dovrei seguire un campionato che dura nove fottuti mesi e che già so come va a finire? In definitiva: come e perchè appassionarsi tanto a una cosa a cui non si crede fino in fondo?

Povere le anime pure. La storia insegna che la realtà è spesso un’altra, quella che non ci piace, quella che non siamo disposti ad accettare. A volte il gioco viene truccato davvero. Accade in ogni sport, anche quelli che ci appassionano più degli altri. Quando è diventato chiaro, per esempio, che il ciclismo era diventato prima di tutto una gara a chi si dopava in maniera più efficace, ho smesso di seguirlo. Ma non è mica obbligatorio. Quando è diventato chiaro che nel calcio – restando a Calciopoli, lo scandalone più recente – le regole del gioco erano minate, ho invece continuato a seguirlo.

Cioè, sono un coglione? No. Amo questo sport come ne amo altri, ma un po’ di più. Amo una maglia, una bandiera, due colori, una storia, uno stile, come nello sport non amo nient’altro. Non accetto che mi rompano il giocattolo, ovvio, ma so come vanno le cose, mica ho l’anello al naso. Resisto. Aspetto. Aspetto pazientemente di avere giustizia e ogni tanto ne ho. Altre volte no. Sono cose della vita – gravi ma non serie – e puoi decidere, se non ti piacciono, che per te finiscano lì oppure no. L’oppure no dipende sostanzialmente dal livello della tua passione.

Juve-Inter è una goccia nel mare del calcio come ognuno di noi lo intende o lo vive. Abbiamo visto milioni di partite e altri ne vedremo. Ne abbiamo vinte, pareggiate e perse. Non tante, ma comunque troppe. Tra poco smetteremo di pensare a questa e ci concentreremo sulla prossima. Domenica ha vinto la Juve, legittimamente, essendo un pochino più forte di noi. Ha segnato un gol e altri ha rischiato di farne, un pochino più di noi. Che è la ragione, statistica e di buon senso, per cui mi sono intristito il giusto: hai perso con la Juve, ok, e non è bello; però hai perso con una squadra con cui hai giocato alla pari ma non meglio; hai perso con una squadra che ha segnato e noi no.

Però da domenica non stiamo parlando di Higuain e di Cuadrado, ma dell’arbitraggio. Perchè la questione non è così neutra nè marginale, e perchè quello che dall’emisfero juventino viene catalogato come pianginismo è invece rabbia vera, con l’aggravante della frustrazione e della reiterazione. Io, per essere chiari, sono sicuro che Rizzoli da lunedì non viaggi con una Freemont nuova, e sono altrettanto sicuro che non abbia preordinato nulla del suo arbitraggio che tanto ci ha fatto incazzare.

La questione è proprio questa. Non c’è bisogno di decidere nulla, è così e basta. Non c’è premeditazione, non c’è neanche meditazione. E’ un atteggiamento automatico, e non possiamo farci niente. E’ la malattia autoimmune degli arbitri italiani, intesi come classe. Altri Rizzoli arriveranno con altri cognomi: non cambierà nulla.
Nell’ultimo post parlavo di sfumature, riferite alla partita e ai sentimenti che ti provoca perdere con la Juve. Altre sfumature, quelle dell’arbitraggio, hanno fatto la differenza. Per esempio, io non mi sono per niente arrabbiato per il rigore non concesso a Icardi (decidere in un nanosecondo su cosa accade davvero tra due cristoni di 90 chili che si avventano su un pallone per me è al limite dell’umano): mi sono arrabbiato perchè se tu hai visto arrivare prima Mandzukic, allora ci devi dare l’angolo.

La malattia autoimmune degli arbitri italiani è Cesari che dieci minuti dopo la fine della partita, facendo scorrere le immagini dei tre episodi sospetti nell’area della Juve, negava l’evidenza con acrobazie concettuali che ti sbalordivano e ti facevano arrabbiare dieci volte di più dei singoli episodi, cose che io, per esempio, metto in conto: in area il più pulito c’ha la rogna, nessuno fischia tutto perchè altrimenti ogni volta finirebbe 10-9. Ma tu, ex arbitro, non mi puoi prendere per il culo. Non puoi giustificare l’operato di un arbitro oltre ogni limite del pudore nella stessa trasmissione in cui, a seconda dei casi, si fanno a pezzettini arbitri meno trendy. Questa è stata, oggettivamente, una cosa schifosa.

Voglio addirittura saltare a piè pari l’ormai famoso filmato in cui si vede l’arbitro bloccare un azione a noi favorevolissima tipo al campetto, “fermi tutti, rifacciamo”, perchè voglio pensare che dietro un’enormità del genere ci sia qualcosa che ci sfugge e che forse quello che è successo ha una giustificazione tecnica. Mi basta andare oltre, agli ultimissimi minuti, dove l’arbitro che si fa urlare in faccia da Bonucci e sfanculare da Totti non è altrettanto accomodante con Icardi, tantomeno nel referto. Dove l’assistente non è paziente con Perisic come il quarto uomo di Firenze lo era stato con Allegri.

Non è malattia autoimmune, questa? O quella che ti fa rispolverare il fallo di confusione – la Juve ci ha vinto uno scudetto su un fallo di confusione – così, alla cazzo, giusto per interrompere un’azione? Che poi, questo fallo di confusione in quanto tale, fischiato al 93mo minuto, se proprio vogliamo, ripensandoci è la cosa che mi ha fatto incazzare di più. La cartina di tornasole di un intero arbitraggio, perchè su una scivolata o una trattenuta possiamo discutere, ma su un fallo di confusione no, soprattutto se la confusione non c’era.

Se il parametro è Ronaldo-Juliano o quello che è successo nella ultime cinque partite del 2002, vabbe’, diciamo che ci è capitato anche di peggio. Ma da allora, passando per Calciopoli, la malattia autoimmune c’è ancora. Con quella frustrazione di fondo che ti fa pensare che le cose, per alcuni, comunque si sistemano. Senza bisogno – davvero, sono cose che non esistono – di macchine, bonifici, forse neanche prospettive di carriera. Ma solo perchè è così e basta. Mi dispiace molto per noi – ma non ci avrete mai, perchè la passione è più forte – e quasi mi dispiace un po’ per la Juve. Perchè non c’è bisogno di arbitraggi come quello di domenica per essere la squadra più forte d’Italia. Però aiuta.

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febbraio 6, 2017
di settore
273 commenti

Le sfumature stanno a zero

Quando giochi con la Juve i ma, i però e i bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni sono temporaneamente sospesi. Le mezze misure non valgono: avresti esultato come un mandrillo in calore davanti a un gol decisivo di stinco di Gabriel Barbosa in evidente fuorigioco al 95′, no?, e allora per par condicio devi vivere con lo stesso disappunto – leggasi giramento di cazzo – la sconfitta comunque si sia concretizzata, netta o di misura,  ingiustificabile o immeritata. Perchè la Juve segna tre e tu zero. E muto, bòn, ci si rivede l’anno prossimo se il Latta Stadium sarà ancora in piedi nonostante la scarsa qualità dei materiali usati per la costruzione.

Ora, da una partita del genere sarebbe facile e consolatorio trarre un sacco di considerazioni positive. No, dico: sarà mica stata una brutta Inter. Ma da un lato mi spiacerebbe dare ulteriore soddisfazioni ai gobbi, dall’altro non voglio evitare di allargare lo sguardo all’intera settimana dell’Inter, due partite decisive e due sconfitte, che ci riportano sul pianeta Terra dopo due mesetti che ci hanno comunque ridato il buon umore e la positività. Butti via la partita con la Lazio, perdi (onorevolmente finchè vuoi) a Torino: in 5 giorni hai buttato nel cesso la Coppa Italia e non hai riaperto il campionato, il tuo e quello degli altri.

Giudizio severo? Non credo. Se c’è qualcosa che ci manca rispetto alla Juve è proprio questo, la convinzione quasi animale di vincere la partita che ti serve vincere. Non è una differenza da poco, è un qualcosa di immateriale che si costruisce col tempo e con le vittorie. Quella cosuccia che, nel 2010, con il mondo contro e con una pressione addosso a livelli insostenibili, ci portò a vincere 14 delle ultime 18 partite della stagione e con esse tre trofei. Ci arrivammo allora, può darsi che ci si arrivi ancora prima o poi, e magari prima di quello che ci immaginiamo.

La strada – che passa purtroppo per la più bruciante delle sconfitte possibili, quella con la Juve – è quella giusta. Oggi l’Inter non è più la squadra cialtrona delle ultime stagioni e dell’inizio di questa. E’ decisamente un’altra cosa. Non è superiore alla Juve (che ci ha fatto un gol e poteva farcene almeno altri tre) ma non è nemmeno inferiore (un paio comodi li potevamo fare anche noi, e se poi ci dessero ogni tanto un rigore in una partita che conta, boh, magari le vinciamo pure senza doverci inventare l’impossibile). E’ una squadra che crea, aggredisce, morde e – spettacolo piuttosto raro nell’ultimo quinquennio – si attacca ai coglioni dell’avversario. O meglio: diciamo che è in grado di fare tutte queste cose e, in effetti, le fa spesso e qualche volta tutte insieme. E quando le fa tutte insieme, ha ottime probabilità di vincere. Ha tanto talento e qualche buco nero da riempire, e – così ci assicurano – sarà fatto.

Però Juve-Inter è 1-0, non c’è nient’altro che conta di più di questi due numerini in successione, quindi sono tutte chiacchiere a vuoto, sfumature inutili, consolazioni ad minchiam. Li abbiamo spaventati, impegnati allo spasimo, costretti agli straordinari? Conta una sega. Se Inter-Lazio e Juve-Inter erano due esami, diciamo che ci hanno cacciati a calci in culo: torneremo la prossima volta con la media un po’ più sporca. E dopo la bocciatura sapranno anche metterci la ciliegina, non ne ho dubbi: quante giornate daranno a Perisic? Quante a Icardi? Vediamo.

Ora noi, se siamo davvero la squadra che diciamo di essere diventati, da questa settimana un po’ così dobbiamo riabilitarci in fretta, correggendo gli errori e distillando il buono. Roma e Napoli sono i nostri obiettivi, i soli, gli indispensabili. Forse un giorno ci daranno un rigore. Nel frattempo dobbiamo attrezzarci: sudare, mordere, segnare. Per aspera ad astra: nessuno ci aiuta, quindi muovere le chiappe, boys.

 

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febbraio 3, 2017
di settore
230 commenti

50 buoni motivi per battere la Juve

  1. Perché sì
  2. Perché noi siamo il Bene
  3. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  4. Perché è la Nord che glielo chiede (ma anche altri punti cardinali, tipo tre direi)
  5. Perché siamo più italiani noi (noi cinesi) che loro (loro amerindo-sabaudo-olandesi)
  6. Perché è inaccettabile, storicamente e politicamente, la loro vocazione a uscire dall’Europa
  7. Perché sono cattivi, ma cattivi forte, che al confronto Ciro l’Immortale è Giovanni Muciaccia
  8. Perché sono brutti
  9. Perché Marchisio fa troppa pubblicità e recita come Pirlo
  10. Perché l’Anticristo della Juve si chiama Icardi
  11. Perché Icardi ce l’abbiamo noi
  12. Perché ce lo chiede l’Italia intera, tranne loro
  13. Perché ogni volta che parla Buffon, in Amazzonia un albero muore
  14. Perché checcefrega deddibbala noiciabbiamo Gabigò
  15. Perché arriviamo da sette vittorie consecutive, ma per loro sono cinque
  16. Perché 34 un par de cazzi
  17. Perché adesso basta con questa storia di contare come cavolo vogliono loro, ma dove siamo, all’asilo?
  18. Perché rimontiamo tre punti (no, per dire)
  19. Perché la Roma e il Napoli da soli non ce la fanno, non c’è niente da fare
  20. Perché un gol di Gabigol in fuorigioco a tempo scaduto sarebbe il gol definitivo
  21. Perché la vita è una cosa meravigliosa
  22. Perché, quanto a donne, noi abbiamo Wanda e loro Evelina Christillin
  23. Perché l’urlo di Zhang
  24. Perché la vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio, o quella roba lì
  25. Perché un giorno quello stadio si accartoccerà come una lattina di Sprite e prima dobbiamo sistemare le statistiche
  26. Perchè la legge dei grandi numeri (punto)
  27. Perché non stanno simpatici a nessuno, a parte gli juventini, i potenti e gli arbitri
  28. Perché a noi non piace vincere facile
  29. Perché un “sì!” unanime si leverebbe dalla pianura padana e disperderebbe il Pm10 per un mese
  30. Perché l’amore vince
  31. Perché, tra le due, l’Amore siamo noi, no, cioè, non si discute
  32. Perché le tre facce di Agnelli, Marotta e Nedved in tribuna ci rimarrebbero scolpite nella memoria come i presidenti del monte Rushmore
  33. Perché ogni volta che gioca la Juve, un decimo di coefficiente Uefa muore
  34. Perché la BBC ci sta proprio qui
  35. Perché non c’è paragone
  36. Perché vincere due volte in stagione con la Juve è come invitare a cena Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence e tutte e due accettano
  37. Perché, da qualche parte, alberga la giustizia
  38. Perché Sanremo è Sanremo
  39. Perché sarebbe un modo originale di perpetuare questa simpatica rivalità
  40. Perché presi uno a uno sono antipatici, ma presi in gruppo fanno veramente cagare
  41. Perché sono arroganti da sempre, per abitudine, dna e scelta di vita
  42. Perché si arrabbierebbero un casino
  43. Perché passerebbero alla storia per aver perso due volte con l’Inter con due allenatori diversi, di cui uno era De Boer
  44. Perché “Juve merda” è il motto dei giusti
  45. Perché Gagliardini forse volevano prenderlo loro e ci dispiace assai
  46. Perché sarebbe l’ottava vittoria di fila
  47. Perché qui si fa l’Italia o si muore
  48. Perché dicono che siamo diventati una squadra, e allora forza, su, dai
  49. Perché ci stanno sui coglioni dal 1908
  50. Perché lo so, l’avevo già detto, ma mi sembra giusto ribadirlo

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febbraio 1, 2017
di settore
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Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

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Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

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gennaio 23, 2017
di settore
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Sei partite: cioè, (quasi) niente

Sette giornate fa, la sera di Napoli-Inter, terza partita dell’era Pioli, dopo aver preso 3 pere al San Paolo eravamo undicesimi e ci avviavamo alle nostre camere da letto con una piva lunga così. La classifica, per la precisione, diceva: Juve 36, Roma e Milan 32, Atalanta Lazio e Napoli 28, Torino 25, Fiorentina e Genoa 23, Samp 22, Inter 21 (22 reti fatte, 21 subite).

Quella di stasera, due mesetti dopo, l’abbiamo ben presente: Juve 48 (una partita in meno), Roma 47, Napoli 44, Lazio 40, Inter 39, Atalanta 38, Milan 37 (una partita in meno), Fiorentina 33 (una partita in meno), eccetera.

Nel mezzo si è svolto insomma un altro campionato, perlomeno per noi. Un mini-torneo di 6 giornate in cui – unica squadra di quelle 11 iniziali – le abbiamo vinte tutte. La classifica:  Inter 18 (12 reti fatte, 2 subite), Napoli 16, Roma 15, Juve (una partita in meno) e Lazio 12, Fiorentina (una partita in meno) e Atalanta 10, Milan (una partita in meno) e Torino 5, Samp 2, Genoa 1.

Cosa è successo in questo breve di lasso di tempo? Che alcune squadre si sono dissolte (le genovesi) o fortemente ridimensionate (il Torino). Sul Milan giudizio sospeso: calendario difficilissimo rispetto al nostro (ha perso con Roma e Napoli, ha pareggiato con Atalanta e Torino) e deve ancora giocare una partita, di certo la grandeur si è un po’ crepata. Atalanta e Fiorentina si tengono bene in bolla (e la Viola deve recuperare col Pescara), ma le abbiamo riprese  e superate. E le altre?

Ecco, il punto sta nelle altre. Noi in 6 giornate abbiamo fatto il massimo ma anche le altre l’hanno più o meno fatto. Per i tre punti recuperati alla Roma, per dire, dobbiamo dire grazie alla Juve che l’ha battuta. Il Napoli avrebbe fatto 6 su 6 se non avesse pareggiato con la Fiorentina. La Lazio, che ha perso con la Juve e con noi, ha comunque vinto le altre quattro. E per recuperare tre miseri punti alla Juve (deve recuperare col Crotone, vabbe’) noi, appunto, ne abbiamo dovute vincere sei.

In pratica: ci siamo rimessi in linea di galleggiamento, ma non abbiamo risolto un cazzo.

Questo concetto mi piacerebbe fosse ben presente ai nostri baldi giovanotti, nei riguardi dei quali abbiamo recuperato vagonate di stima e di entusiasmo. Vincerne 6 di fila, anche se quasi tutte facili sulla carta, non è casuale. Negli ultimi campionati, è stato proprio sui cicli facili che abbiamo spesso lasciato le penne. Però, appunto, in mano – a parte un’autostima ritrovata – non abbiamo proprio nulla. Restano davanti a noi quattro squadre che vanno a un ritmo non molto diverso dal nostro, e ne abbiamo dietro tre che sono tutt’altro che morte. E’ un campionato a otto in cui siamo rientrati da protagonisti assoluti. Dietro, ci sono nove squadre senza più obiettivi e tre già retrocesse. E’ una Serie A più strana del solito, per niente chiusa, ma solo se si viaggia forte. Tipo adesso.

Oggi, dopo averne vinte sei di fila, saremmo per un pelo in Europa League, a cinque punti dai preliminari Champions, a 0tto punti dal secondo posto, a nove (cioè 12) dal primo. In termini relativi, relativi cioè allo sfacelo di prima, è tutto molto bello. In termini assoluti, siamo quinti, in posizione di pericolo e lontani dagli obiettivi nobili.

Cioè: non abbiamo risolto un cazzo.

A parte, certo, aver riacquistato il piacere di giocare e di vincere, di uscire dalle angosce e dalle apnee dell’autunno. Sei partite facili? Ok, ma se comprendiamo anche le prime tre (toste) partite dell’era Pioli (Milano, Fiorentina e Napoli) lo score è 7-1-1, uno score vincente, importante, che rende merito al nuovo allenatore e a un club che ha cambiato definitivamente  passo. Ora c’è il Pescara da battere e poi la Lazio dentro-o-fuori in Coppa Italia. Poi la partita che tutti aspettiamo, là dove non vince mai nessuno. Il modo migliore per fare il punto – attendibile, molto attendibile – su chi siamo e dove andiamo. Rimarranno 15 partite e noi – vada come vada al Latta Stadium – siamo comunque, indiscutibilmente un’altra squadra.

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dicembre 30, 2016
di settore
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Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

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settembre 20, 2016
di settore
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Il centrattacco ha da puzza’

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

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settembre 18, 2016
di settore
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Vi prego, restate così

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Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

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agosto 19, 2016
di settore
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Viva viva la Serie A

la_prima_giornata

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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aprile 6, 2016
di settore
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Chi tutor e chi no

Due premesse, altrettanto sincere: 1) la Juventus vincerà lo scudetto, secondo un legittimo verdetto sportivo, al di là delle partite in più giocate da Bonucci e da quelle saltate da Higuain; 2) la somma di certi indizi costituisce una prova e, più in generale, fa girare i coglioni.

Ok, detto questo. Mi ero già arcistufato di ragionare sulla testa di Bonucci e sulle mani di Higuain – machemmefrega?, ho già i miei cazzi con Santon e Nagatomo e nella quotidiana conta dei punti di distacco – quando ieri, sul fare del pomeriggio, ho letto la dichiarazione di Rizzoli:

“Bonucci non mi ha dato nessuna testata. Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea. Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Non c’è stata testa contro testa, le immagini non danno il senso vero di quel che è successo. Ci fosse stata la testata, non mi sarei limitato al cartellino giallo”.

Che non è una dichiarazione: è una confessione. Non solo sua, ma della classe arbitrale e del sistema calcio.

Nel contesto di una serie di considerazioni oggettive e giuste (è ovvio che la testata non c’è stata: ci fosse stata, sarebbe stato come se Materazzi avesse chiesto scusa a Zidane per averlo importunato a colpi di zigomo), la puntualizzazione Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea è di una enormità clamorosa. Cioè, praticamente Bonucci ha un tutor e gli altri no.

Higuain (comportamento oggettivamente grave nei confronti di un arbitro) viene sanzionato con il tariffario in mano. Bonucci ha il tutor che lo allontana dal giudice di linea perchè non ecceda con le proteste. Praticamente Rizzoli, l’arbitro, ha fatto quello che doveva fare Buffon, il capitano. Che umanamente e sportivamente è anche una cosa carina – dai, sù, non esagerare, sennò sono cazzi -, ma che nella realtà dei fatti non esiste proprio.

Facciamo un paragone terra terra. E’ come se Higuain avesse parcheggiato in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e gli fa la multa. Beh, giustissimo, c’è pure il cartello grosso così. Poi però gli dice: mi accenda un po’ i fari, uh, lo stop a sinistra non funziona. Dia un colpo al gas? Uh, che fumo nero. Tergicristalli? Cos’è, quattro o cinque anni che non li cambiamo? Favorisca il libretto, vediamo un po’ la revisione… E sono quattro giornate.

Ora è Bonucci che parcheggia in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e ha già in mano il blocchetto ma gli fa: guarda, amico mio, meglio che la sposti. Bonucci lo guarda male, e allora il vigile gli fa: cià, vabbe’, dammi le chiavi che te la sposto io.

A me l’arbitro-tutor teoricamente mica dispiace, eh? Sarebbe un discreto passo di umanizzazione del calcio, un tentativo di insegnare il galateo a questa banda di imbecilli con le pettinature creative e le braccia istoriate. Ma il problema non è questo. Il problema è che gli arbitri facciano tutti la stessa cosa: o il vigile stronzo, o il tutor comprensivo. La stessa cosa e sempre, per 38 giornate, uguale uguale. O stronzi o tutor.

Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Questa è una frase da tutor, da vecchio zio comprensivo (so’ ragazzi). Esagerare semplicemente nelle protesta significa essere spinti via dall’arbitro (dall’arbitro!) prima di “aggredire” il giudice di linea e poi, non pago, mettersi a brutto muso con l’arbitro stesso? Se questo semplicemente, cos’è complicatamente? Mettere degli elettrodi ai testicoli dell’arbitro mentre gli fai waterboarding?

Se per Higuain sono state giustamente – giustamente, lo sottolineo – applicate  le norme, è evidente che con Bonucci c’è stato un atteggiamento diverso. Con un tutor, forse Higuain non avrebbe fatto la scenata a Irrati, che non poteva che costargli l’espulsione. Con un tutor, forse Sarri non sarebbe stato espulso per aver detto un’opinione (“stai arbitrando male”!), laddove spesso – qualche volte sì, qualche volta no – non si sanzionano i vaffanculo e le teste spianate a pochi centimetri dalla tua.

fallo_bonucci

Quanto a Irrati, io sono favorevole. A cosa? A Irrati. Cioè, mi piacciono un casino queste storie. Mi ricordano il tenente Colombo quando alla fine tira le fila del caso, elenca stranezze e coincidenze, si gratta la testa e ti smonta il delitto perfetto. Irrati è contemporaneamente l’arbitro di Higuain espulso, l’arbitro di Bonucci non espulso per un’entrata indifendibile su Destro, e il giudice di linea da cui Rizzoli distoglie Bonucci. Non è fantastico? Irrati tutta la vita.

Bonucci non fu espulso in Bologna-Juve (o almeno ammonito, che già era un mezzo favore) per il fallo su Destro, quindi giocò la partita successiva con l’Inter e in quella partita segnò. Anche l’Inter non ha il tutor, ma questa è una storia vecchia come il mondo. Chissà, magari Allegri avrebbe fatto giocare Rugani e Rugani in trance agonistica avrebbe fatto una tripletta. O magari no. Perchè le conseguenze di certe cose devi anche vederle in prospettiva, e magari relazionarle, sommarle, o moltiplicarle. Sono gli indizi e le prove che, come dicevo all’inizio, alla lunga fanno girare i coglioni. E benchè l’abitudine ci anestetizzi, è eticamente e civilmente giusto non reprimere ma lasciare che girino.

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