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gennaio 23, 2017
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Sei partite: cioè, (quasi) niente

Sette giornate fa, la sera di Napoli-Inter, terza partita dell’era Pioli, dopo aver preso 3 pere al San Paolo eravamo undicesimi e ci avviavamo alle nostre camere da letto con una piva lunga così. La classifica, per la precisione, diceva: Juve 36, Roma e Milan 32, Atalanta Lazio e Napoli 28, Torino 25, Fiorentina e Genoa 23, Samp 22, Inter 21 (22 reti fatte, 21 subite).

Quella di stasera, due mesetti dopo, l’abbiamo ben presente: Juve 48 (una partita in meno), Roma 47, Napoli 44, Lazio 40, Inter 39, Atalanta 38, Milan 37 (una partita in meno), Fiorentina 33 (una partita in meno), eccetera.

Nel mezzo si è svolto insomma un altro campionato, perlomeno per noi. Un mini-torneo di 6 giornate in cui – unica squadra di quelle 11 iniziali – le abbiamo vinte tutte. La classifica:  Inter 18 (12 reti fatte, 2 subite), Napoli 16, Roma 15, Juve (una partita in meno) e Lazio 12, Fiorentina (una partita in meno) e Atalanta 10, Milan (una partita in meno) e Torino 5, Samp 2, Genoa 1.

Cosa è successo in questo breve di lasso di tempo? Che alcune squadre si sono dissolte (le genovesi) o fortemente ridimensionate (il Torino). Sul Milan giudizio sospeso: calendario difficilissimo rispetto al nostro (ha perso con Roma e Napoli, ha pareggiato con Atalanta e Torino) e deve ancora giocare una partita, di certo la grandeur si è un po’ crepata. Atalanta e Fiorentina si tengono bene in bolla (e la Viola deve recuperare col Pescara), ma le abbiamo riprese  e superate. E le altre?

Ecco, il punto sta nelle altre. Noi in 6 giornate abbiamo fatto il massimo ma anche le altre l’hanno più o meno fatto. Per i tre punti recuperati alla Roma, per dire, dobbiamo dire grazie alla Juve che l’ha battuta. Il Napoli avrebbe fatto 6 su 6 se non avesse pareggiato con la Fiorentina. La Lazio, che ha perso con la Juve e con noi, ha comunque vinto le altre quattro. E per recuperare tre miseri punti alla Juve (deve recuperare col Crotone, vabbe’) noi, appunto, ne abbiamo dovute vincere sei.

In pratica: ci siamo rimessi in linea di galleggiamento, ma non abbiamo risolto un cazzo.

Questo concetto mi piacerebbe fosse ben presente ai nostri baldi giovanotti, nei riguardi dei quali abbiamo recuperato vagonate di stima e di entusiasmo. Vincerne 6 di fila, anche se quasi tutte facili sulla carta, non è casuale. Negli ultimi campionati, è stato proprio sui cicli facili che abbiamo spesso lasciato le penne. Però, appunto, in mano – a parte un’autostima ritrovata – non abbiamo proprio nulla. Restano davanti a noi quattro squadre che vanno a un ritmo non molto diverso dal nostro, e ne abbiamo dietro tre che sono tutt’altro che morte. E’ un campionato a otto in cui siamo rientrati da protagonisti assoluti. Dietro, ci sono nove squadre senza più obiettivi e tre già retrocesse. E’ una Serie A più strana del solito, per niente chiusa, ma solo se si viaggia forte. Tipo adesso.

Oggi, dopo averne vinte sei di fila, saremmo per un pelo in Europa League, a cinque punti dai preliminari Champions, a 0tto punti dal secondo posto, a nove (cioè 12) dal primo. In termini relativi, relativi cioè allo sfacelo di prima, è tutto molto bello. In termini assoluti, siamo quinti, in posizione di pericolo e lontani dagli obiettivi nobili.

Cioè: non abbiamo risolto un cazzo.

A parte, certo, aver riacquistato il piacere di giocare e di vincere, di uscire dalle angosce e dalle apnee dell’autunno. Sei partite facili? Ok, ma se comprendiamo anche le prime tre (toste) partite dell’era Pioli (Milano, Fiorentina e Napoli) lo score è 7-1-1, uno score vincente, importante, che rende merito al nuovo allenatore e a un club che ha cambiato definitivamente  passo. Ora c’è il Pescara da battere e poi la Lazio dentro-o-fuori in Coppa Italia. Poi la partita che tutti aspettiamo, là dove non vince mai nessuno. Il modo migliore per fare il punto – attendibile, molto attendibile – su chi siamo e dove andiamo. Rimarranno 15 partite e noi – vada come vada al Latta Stadium – siamo comunque, indiscutibilmente un’altra squadra.

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dicembre 30, 2016
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Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

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settembre 20, 2016
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Il centrattacco ha da puzza’

inter-juventus

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

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settembre 18, 2016
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Vi prego, restate così

interjuve2

Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

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agosto 19, 2016
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Viva viva la Serie A

la_prima_giornata

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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aprile 6, 2016
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Chi tutor e chi no

Due premesse, altrettanto sincere: 1) la Juventus vincerà lo scudetto, secondo un legittimo verdetto sportivo, al di là delle partite in più giocate da Bonucci e da quelle saltate da Higuain; 2) la somma di certi indizi costituisce una prova e, più in generale, fa girare i coglioni.

Ok, detto questo. Mi ero già arcistufato di ragionare sulla testa di Bonucci e sulle mani di Higuain – machemmefrega?, ho già i miei cazzi con Santon e Nagatomo e nella quotidiana conta dei punti di distacco – quando ieri, sul fare del pomeriggio, ho letto la dichiarazione di Rizzoli:

“Bonucci non mi ha dato nessuna testata. Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea. Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Non c’è stata testa contro testa, le immagini non danno il senso vero di quel che è successo. Ci fosse stata la testata, non mi sarei limitato al cartellino giallo”.

Che non è una dichiarazione: è una confessione. Non solo sua, ma della classe arbitrale e del sistema calcio.

Nel contesto di una serie di considerazioni oggettive e giuste (è ovvio che la testata non c’è stata: ci fosse stata, sarebbe stato come se Materazzi avesse chiesto scusa a Zidane per averlo importunato a colpi di zigomo), la puntualizzazione Sono stato io a spingerlo, per allontanarlo dal giudice di linea è di una enormità clamorosa. Cioè, praticamente Bonucci ha un tutor e gli altri no.

Higuain (comportamento oggettivamente grave nei confronti di un arbitro) viene sanzionato con il tariffario in mano. Bonucci ha il tutor che lo allontana dal giudice di linea perchè non ecceda con le proteste. Praticamente Rizzoli, l’arbitro, ha fatto quello che doveva fare Buffon, il capitano. Che umanamente e sportivamente è anche una cosa carina – dai, sù, non esagerare, sennò sono cazzi -, ma che nella realtà dei fatti non esiste proprio.

Facciamo un paragone terra terra. E’ come se Higuain avesse parcheggiato in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e gli fa la multa. Beh, giustissimo, c’è pure il cartello grosso così. Poi però gli dice: mi accenda un po’ i fari, uh, lo stop a sinistra non funziona. Dia un colpo al gas? Uh, che fumo nero. Tergicristalli? Cos’è, quattro o cinque anni che non li cambiamo? Favorisca il libretto, vediamo un po’ la revisione… E sono quattro giornate.

Ora è Bonucci che parcheggia in divieto di sosta, proprio sotto il cartello. Passa il vigile e ha già in mano il blocchetto ma gli fa: guarda, amico mio, meglio che la sposti. Bonucci lo guarda male, e allora il vigile gli fa: cià, vabbe’, dammi le chiavi che te la sposto io.

A me l’arbitro-tutor teoricamente mica dispiace, eh? Sarebbe un discreto passo di umanizzazione del calcio, un tentativo di insegnare il galateo a questa banda di imbecilli con le pettinature creative e le braccia istoriate. Ma il problema non è questo. Il problema è che gli arbitri facciano tutti la stessa cosa: o il vigile stronzo, o il tutor comprensivo. La stessa cosa e sempre, per 38 giornate, uguale uguale. O stronzi o tutor.

Il giocatore ha semplicemente esagerato nelle proteste. Questa è una frase da tutor, da vecchio zio comprensivo (so’ ragazzi). Esagerare semplicemente nelle protesta significa essere spinti via dall’arbitro (dall’arbitro!) prima di “aggredire” il giudice di linea e poi, non pago, mettersi a brutto muso con l’arbitro stesso? Se questo semplicemente, cos’è complicatamente? Mettere degli elettrodi ai testicoli dell’arbitro mentre gli fai waterboarding?

Se per Higuain sono state giustamente – giustamente, lo sottolineo – applicate  le norme, è evidente che con Bonucci c’è stato un atteggiamento diverso. Con un tutor, forse Higuain non avrebbe fatto la scenata a Irrati, che non poteva che costargli l’espulsione. Con un tutor, forse Sarri non sarebbe stato espulso per aver detto un’opinione (“stai arbitrando male”!), laddove spesso – qualche volte sì, qualche volta no – non si sanzionano i vaffanculo e le teste spianate a pochi centimetri dalla tua.

fallo_bonucci

Quanto a Irrati, io sono favorevole. A cosa? A Irrati. Cioè, mi piacciono un casino queste storie. Mi ricordano il tenente Colombo quando alla fine tira le fila del caso, elenca stranezze e coincidenze, si gratta la testa e ti smonta il delitto perfetto. Irrati è contemporaneamente l’arbitro di Higuain espulso, l’arbitro di Bonucci non espulso per un’entrata indifendibile su Destro, e il giudice di linea da cui Rizzoli distoglie Bonucci. Non è fantastico? Irrati tutta la vita.

Bonucci non fu espulso in Bologna-Juve (o almeno ammonito, che già era un mezzo favore) per il fallo su Destro, quindi giocò la partita successiva con l’Inter e in quella partita segnò. Anche l’Inter non ha il tutor, ma questa è una storia vecchia come il mondo. Chissà, magari Allegri avrebbe fatto giocare Rugani e Rugani in trance agonistica avrebbe fatto una tripletta. O magari no. Perchè le conseguenze di certe cose devi anche vederle in prospettiva, e magari relazionarle, sommarle, o moltiplicarle. Sono gli indizi e le prove che, come dicevo all’inizio, alla lunga fanno girare i coglioni. E benchè l’abitudine ci anestetizzi, è eticamente e civilmente giusto non reprimere ma lasciare che girino.

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marzo 18, 2016
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Belli, bravi, a casa

bayernjuve

Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.

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marzo 17, 2016
di settore
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Mia san Gufen

Per la prima volta dalla magica notte del 6 giugno 2015, il clan dei Gufi ha ritenuto giusto riunirsi per circondare dell’opportuno calore umano la prima tappa del cammino della Juventus verso il meritato triplete. Il Barone – l’uomo il cui consumo di gel è pari al 25% del Pil della Mauritania – aveva già convocato la squadra il giorno del sorteggio degli ottavi: “Il 16 marzo tutti da me!”. E così è stato. Ci presentiamo in sei (più lui fa sette), tutti sottoposti a un minimo di scaramanzia preliminare. “Vieni vestito come il 6 giugno” “No, scusa, il 6 giugno c’erano 60 gradi, io ero venuto in maglietta e bermuda” “Ottimo, vieni in maglietta e bermuda” “Ma ci sono sette gradi sotto zero, a Torino nevica e anche a Oslo scarnebbia” “Cosa vuoi che sia una pleurite di fronte all’eternità?”

Dopo un breve momento conviviale a base di specialità lucano-bavaresi, la squadra sale al primo piano e si schiera davanti alla tv. Qui si verifica il primo intoppo cabalistico-concettuale.

“Allora, ci sediamo come il 6 giugno. Tu lì, tu lì, tu lì… e tu?”

D. deglutisce: “Io il 6 giugno ero a Macerata”

Silenzio generale.

A. estrae una banconota da 50 euro: “Don’t worry, fa’ benzina e parti”.

“Ma non ho un cazzo da  fare a Macerata”

“Ascolta, vuoi mica che passi la Juve?”

Dopo una breve trattativa, D. viene ammesso con riserva e relegato a sedersi sulla sedia più scomoda in posizione laterale rispetto allo schermo. La situazione non migliora quando il Bayern si suicida e la Juve segna al 5′ fottuto minuto. Quando al 28′ la Juve raddoppia, e il Bayern fa ca-ca-re, cala il silenzio generale.

“Quando è il sorteggio?”

“Venerdì”

Nel frattempo la Juve rischia di segnare il 3, il 4 e il 5 a zero. Per puro caso il primo tempo finisce solo 2-0 per i gobbi, ma nel Salotto dei Gufi si guarda già al prossimo futuro.

“Questi adesso prendono il Wolfsburg, poi in semifinale il solito Real del cazzo e poi in finale…”

“… a San Siro…”

“Non dite niente. Non ditelo neanche per scherzo”

Mancano ancora 45 minuti. 45 minuti e poi niente, bòn, stop, noi saremo insultati e dileggiati, la Juve sarà ai quarti e inizierà una primavera di passione e sofferenza. A., in un angolo, trattiene a stento le lacrime guardando sul telefonino un suo selfie con Mourinho. M. – che tiene in mano lo stesso stuzzicadenti di Juve-Benfica e di Barcellona-Juve – lo abbraccia e lo accarezza, tipo la foto di Ibra con Piquè. Il Barone guarda con tristezza le sette borse del Carrefour piene di wurstel:

“Erano in offerta, ho pensato che alla fine sarebbe stato bello fare una foto tutti insieme con i wurstel in mano e…”

Scoppia in lacrime e si soffia il naso con un prezioso broccato del diciassettesimo secolo.

E’ l’inizio della fine.

Il secondo tempo inizia con la Juve che grazia ancora tre o quattro volte il Bayern. La truppa mostra segni di stanchezza e di sbandamento. Al che D., a un certo punto, con la vescica fiaccata dalle birre, fa il gesto che cambia la serata e le sorti dell’umanità:

“Scusate ragazzi, debbo orinare”. E va al cesso.

Mentre è al cesso, Lewandowski segna.

Quando esce dal cesso, tutti all’unisono gli diciamo: “Torna al cesso!”

“Ma io…”

“Cesso!”

“Ma fatemi almeno vedere il replay…”

“Torna al cesso cazzo!”, gli dice A., tipo De Falco con Schettino.

“Facciamo così – propongo io per stemperare la tensione – va al cesso solo quando attacca il Bayern”.

“Giusto”, fanno gli altri Gufi. Così, a ogni attacco del Bayern D. si alza e va al cesso. Quando Buffon rinvia D. esce dal cesso e si siede.

“Lo so – gli dico – è una vita di merda, ma mancano dieci minuti e dobbiamo tentare il tutto per tutto. Ecco, attacca il Bayern”.

“Vado, vado”.

Assedio del Bayern. Ci dimentichiamo di richiamare D. dal cesso.

“Puoi venire”.

“Figa, ho giocato dieci partite a Ruzzle, ho letto sei volte l’etichetta del Wc Net, non sapevo più cosa fare”.

“Tanto ormai è finita… aaaa…  aaa… gaaaaaaaaaaallll!”

E’ il novantesimo e i Gufi si abbracciano come bambini dell’asilo. Dalla disperazione alla gioia nel giro di diciassette minuti. Sul tappeto A. trova pezzi di legno:

“Scusa Barone, credo di avere frantumato la seduta di questa poltrona in vimini dell’Ottocento francese di valore inestimabile, sono costernato e…”

“Ma chi cazzo se ne frega! Juve merda!”

Iniziano i supplementari. Proprio quando sembra stagliarsi la lotteria dei rigori, il Bayern ne mette un altro paio. Scene di giubilo, abbracci, baci. Seguono birre, selfie, foto, wurstel. Missione compiuta.

“Siamo una squadra fortissimi!” urla il Barone, stimato professionista, con un gufo attaccato alla fronte. Nonostante quattro gol, quaranta salti e quattrocento rotolate sul tappeto, non ha un capello fuori posto.

“Posso toccarteli? In fondo lo ha fatto anche Donald Trump”.

“No, è il mio segreto. Mia san mia!”

“Mia san mia!”

Alla fine, come al termine di ogni sbornia che si rispetti, arriva la malinconia.

“Cazzo, la stagione delle gufate è già finita”.

“A meno che…”, dico io.

“A meno che?”

“A meno che non si lavori seriamente per lo Zeroplete”.

“E’ un’impresa difficilissima”.

“Sì, ma i Gufi non si fermano davanti a nulla!”

“Ya-haaaaaaa!”, urla M., infrangendo una preziosa specchiera del Settecento olandese con il caricabatteria del Blackberry che stava usando come un lazo.

Il Barone guarda distrattamente la scena e mette a cuocere 170 wurstel: “Figa, vorrete mica buttarli via?”. Gli highlights scorrono a nastro: lo sporco lavoro del Gufo qualcuno lo deve pur fare.

gufibayern

 

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marzo 3, 2016
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Revenants

Dopo il primo rigore, e ancora più dopo il secondo, era chiaro che Carrizo non ne avrebbe mai parato uno. Quindi l’unico modo di vincere era andare ad oltranza, ed esauriti i giocatori avrebbe cominciato a tirare chiunque – Gabriel Garko, Don Livio  Falzaga, Mal dei Primitives, Uto Ughi, Pat Rafter,  Raffaele Sollecito, Gennaro Capuozzo, Bob Sinclair, Gianni Ciardo, Alessandro Cecchi Paone, Jimmy il Fenomeno, Nathan Falco Briatore, Benito Urgu, Francesco Ingravallo, Bugs Bunny, Michele Pecora, Psy, Ciccio Formaggio, Gaetano Quagliariello, Lou Castel, Tito Stagno, Engelbert Humperdinck – e Carrizo non avrebbe parato uguale, ma qualcuno poteva tirare fuori, ecco.

Che poi, ovvio, mica è colpa di Carrizo (il colpo di genio sarebbe stato mettere dentro Handa come terzo cambio, ma stavamo perdendo i pezzi), che tra l’altro aveva evitato un finale grottesco – la squadra che si distrae collettivamente al 121′ e la Juve che segna, santa madonna -. No, era solo per sottolineare uno dei tanti simbolismi di questa partita in cui hai fatto trenta ma non trentuno, che è un po’ il nostro marchio di fabbrica attuale. E la sera che ne fai tre alla Juve, la strapazzi come raramente è accaduto nella storia e provochi  milioni di riempimenti di Linidor all’unisono, ecco, niente, poi tutto sfuma così, con dei rigori tirati a porta vuota e tu che prendi la traversa non abbastanza di sguincio.

Così, sdraiato per terra davanti al televisore, dopo la più bella e tesa e sudata e passionale partita degli ultimi cinque anni e mezzo, più che altro mi sono incazzato. Perchè, rimanendo ai soli ultimi due mesi, se avessimo giocato ogni partita con la metà della voglia e del furore di questa sera chissà dove saremmo. E invece abbiamo visto cose che noi interisti umanisti ci gira il cazzo.

Perchè, amici, perchè? Bisognava giocare il ritorno di una partita partendo da tre gol sotto per tirar fuori – finalmente – i coglioni? Bisognava farsi scherzare da Juve (due volte) e Milan per trovare le motivazioni per ripartire? Bisognava far due punti in tre partite con Sassuolo, Carpi e Verona per arrivare una sera piovosa a pensare che sì, perchè non provare a inculare i gobbi?

Nel giro di tre giorni abbiamo dato il peggio e il meglio contro gli stessi avversari. Incredibile come l’Inter che quasi comicamente, domenica sera, gestiva lo svantaggio a Torino, il mercoledì abbia giocato una partita all’arrembaggio per 120 minuti. Come se la stessa compagnia di attori avesse girato “Alex l’ariete” la domenica e “Revenant” il mercoledì.

Ecco, sì: redivivi. Adesso rimanete così – vivi – per i prossimi due mesi e mezzo. Avete un po’ di nostre incazzature da purgare e un terzo posto  che, giocando così, non è impossibile. Basta volerlo davvero, tipo Inter-Juve addì 2 marzo 2016 in Milano.

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febbraio 29, 2016
di settore
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Flush

Precisamente, di cosa dovremmo parlare? No, perchè gli argomenti di contorno sono tutti finiti nel cesso. Il mio, almeno. Di cesso, dico. E ho già tirato l’acqua. Flush. Non parlatemi di Rocchi, di designazioni, di errori, di complotti et similia, lallallallallallallalla, no, non sento, non sento niente. C’era un tempo in cui gli arbitri – e il sistema – tentavano di fotterci e noi, per risposta, vincevamo. Oggi no, rilassatevi: nessuno vuole fotterci niente. Non c’è bisogno. Oggi, all’Inter del secondo tempo, sarebbe uno spreco tentare di fottere alcunchè. Siamo come Fantozzi nella mitica scena della radiolina all’ingresso del cineforum. Non serve il metal detector o la perquisizione corporale: la radiolina, alla fine, la consegniamo noi.

In tre partite stagionali con la Juve (e la quarta è fra tre giorni) abbiamo segnato zero gol, e questo è un fatto. La partita del girone d’andata sembra preistoria: la Juve era in crisi e noi eravamo molto più avanti.  Oggi la Juve fa la Juve e noi facciamo ridere, o piangere, questione di angolazioni. Tutto questo nel breve volgere di qualche mesetto, nel corso dei quali siamo andati in testa con quattro punti di vantaggio e poi ci siamo inculati tutto – i punti, la vena, la garra, la reputazione – tanto da arrivare questa sera a una triste messinscena prima in campo (un secondo tempo da prenderli tutti a calci in culo) e poi in zona mista, dove tra allenatori afoni e direttori sportivi incazzati abbiamo toccato il fondo stagionale dell’immagine e della credibilità.

I nodi vengono al pettine, prima o poi. Perdere a Torino ci può anche stare, ovviamente, ma:

  1. la vecchia storia del “c’è modo e modo” resta tristemente attuale, ineludibile e necessaria;
  2. le nefandezze degli ultimi due mesi – Sassuolo, Atalanta, Carpi, Verona: tre punti invece di minimo 10 – alla fine ti chiedono il conto, e se stai giocando con il Milan o la Fiorentina o la Juve (e sei depresso di tuo) o tiri fuori l’orgoglio o finisci col cagarti nei Pamper’s e chiamare la mamma. Nei momenti-clou non siamo mai usciti dal campo con la coscienza a posto, mai.

L’allenatore afono si è smarrito nei meandri della sua iper-creativita, dove ha perso il bandolo e il senso della realtà. Le formazioni fuzzy e i cambi al novantesimo ci hanno divertito finchè si vinceva con un tiro a partita. Adesso, purtroppo, ci hanno rotto il cazzo. E non è questione di scendere da certi carri. E’ questione che contro le pari grado o ti entra un tiro di merda di Medel da 30 metri oppure è buio totale. E questa è la storia del campionato, dati alla mano, senza scendere e salire da nessun carro: solo leggendo risultati e numeri. I giocatori hanno le loro belle responsabilità, l’allenatore ha le sue (mi sembra una replica di Garcia alla Roma), la società ha le sue. L’auto-assist di D’Ambrosio è una splendida sintesi di tutto questo.

Il risultato?

Col Milan un punto indietro (è stato a meno 11) e con la Juve 13 punti avanti (è stata a meno 9) non ho più niente da dire. Niente.

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