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Agosto 11, 2020
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‘o Gufo e ‘o Lione

Nella settima stagione di onorata attività, ai Gufi è toccata un’esperienza nuova: la gufata d’agosto. Aduso a esperienze invernali, primaverili e tardo primaverili, con qualche raro e stravolgente sconfinamento a giugno, il manipolo di coraggiosi antijuventini si è così dato appuntamento nella prestigiosa location baronale con un dress code del tutto inedito: viveri, bermuda e ascella pezzata. Del resto l’impresa che aspettava gli intrepidi controtifatori era tra le più ardue: sopportare una temperatura di 92 gradi Fahrenheit e sostenere appassionatamente il Lione (settimo nel campionato francese, cioè una chiavica) contro la Ronalda, squadra in maglia bianconera composta da un allenatore a caso e dieci giocatori a caso, più Lui, l’Uomo che salta più in alto di Fosbury.

Le premesse non erano delle migliori. Del gruppo di soci fondatori, reduce dalla stepitosa serata del 2019 con l’Ajax, bruciava la prima storica rinuncia di Er Monezza, in vacanza nei mari del Sud. Così come il nostro cappellano, er Pagnolada, ci mandava una cartolina da una località lontana confidando nella nostra comprensione e assicurando la sua intercessione con l’Altissimo.

Rispondevano invece alla chiama del ct Er Pomata gli altri componenti del Bilderberg della gufata: Er Condominio, Er Quadricipite e il qui presente Er Blogghe. All’appuntamento si aggiungevano via via alcune vecchie conoscenze: i fratelli M., i Dalton dell’interismo, giunti dal Piacentino, e lo Scudiero der Condominio, giunto dal Comasco dopo lungo e periglioso viaggio.

Come i re Magi, ognuno porta un dono ar Pomata: io una torta, Er Condominio e lo Scudiero un paio di meloni, Er Quadricipite un vino trasportato in una curiosa borsa termica che lo fa assomigliare a Jesus Quintana del Grande Lebowski, e i Dalton quattro pizze che mettono sul tavolo e, intortando gli altri ospiti con aneddoti e valutazioni immobiliari, si mangiano praticamente da soli lodando il pizzaiolo, dicendo Juve merda e liberando un sonoro rutto finale in Dolby stereo.

Al fischio di inizio ci scheriamo intorno alla tv cercando le migliori posizioni scaramantiche. Er Pomata posiziona gufi in ogni angolo della sala e, custodito in un prezioso scrigno, porta a Er Quadricipite lo stuzzicadenti che aveva in bocca nel 2014, quando tutto iniziò (qui la storia completa delle gufate). Breve cerimonia di consegna. Si può iniziare.

Nell’aria c’è quella puerile serenità delle occasioni migliori: nessuno crede all’impresa del Lione, ma ci spera da morire. E così, quando un imprevisto allineamento di pianeti vede la Juve subire un rigore e il rigorista metterlo con un cucchiaio, nel salone delle festa scoppia, appunto, la festa.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”

fanno i bimbi in coro, mentre Er Pomata comincia a urlare frasi sconnesse. Anzi, una frase sconnessa: “Er Cucchiaio, ahahahah, er Cucchiaio, ahahahah”, ripetuto in loop per una dozzina di minuti. Finchè, a metà del primo tempo, un primo piano del regista toglie l’uso della parola a Er Pomata.

Maxence Caqueret. Una strana creatura a metà tra Rodolfo Valentino e Attilio Fontana. Da tempo non si vedeva un uomo così pettinato in campo. Una cofana perfetta, chili di gel sparsi con sapienza. Er Pomata sprofonda in una crisi tipo invidia del pene. Continua ad alzarsi e ad andare in bagno a specchiarsi. “Non è possibile”, mormora accarezzandosi la chioma ed eseguendo alcuni ritocchi con un puntatore laser.

Quando torna al suo posto, in un atmosfera di lassismo generale, cede al nervosismo e perde il controllo: “Metti via quel cazzo di telefonino, tu al cesso ci vai quando te lo dico io, concentratevi!”. Quando il Divino sigla il pareggio trasformando il più orribilmente fantasioso dei rigori, sul salone cala una cappa di sana realismo. Ma la Juve, insomma, ne deve per sempre fare ancora due.

I 15 minuti di intervallo servono ai Dalton per affettare i due meloni, facendone sparire alcune fette. Ma nessuno mangia, il nervosismo monta e quando CR7 la mette dal limite lo spettro della remuntada inizia a incombere sulla variopinta compagnia. Però è la Juve che ci toglie dall’imbarazzo: con 30 minuti ancora a disposizione per fare qualsiasi cosa, ecco, non fa più un cazzo. Non c’è nemmeno gusto a gufare così. Ma alla fine, come rituale vuole, è festa, nonostante una Juve che non aveva bisogno di gufate. Non ci tradisce mai, ormai le siamo quasi affezionati.

(rumore di tuoni)

“Niente ragazzi, scusate, un pensiero così. Leviamo i calici, Juve merda!”, dico mentre riprendono le libagiorni. La gufata in epoca Covid ha così termine in un clima da festa delle medie. La nostra settima stagione finisce così, in gloria, come le precedenti sei. Albo d’oro: 2014 Benfica (Europa league), 2015 Barcellona, 2016 Bayern, 2017 Real, 2018 Real, 2019 Ajax, 2020 Lione. Un pugno di uomini, una grande missione.

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Giugno 15, 2020
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Quelli che il Co-lcio (de insopportabilitate sprecorum)

Oggi, che è lunedì, si capisce già meglio la differenza. Cioè, se sabato sera avessimo passato il turno (un’impresa che, abbiamo visto, si poteva fare con una gamba sola), oggi staremmo aspettando una finale con la Juve. Lo spreco, col passare delle ore, sta diventando una roba insopportabile. Una finale con la Juve, buttata nel cesso un po’ così, un po’ credendoci e un po’ no, un po’ provandoci e ogni tanto distraendosi. Oggi, dopo una domenica di dolce riposo, saremmo all’antivigilia di una finale di Coppa Italia con la Juve, staremmo aspettando partita con la Juve con una coppa in palio, una roba fighissima dopo tre mesi di merda a non-pensare al calcio e a dimenticarsi come avevamo fatto a sprofondare così in classifica dopo aver rispirato aria purissima.

No, guarda, quasi non ci credo. Ce la potevamo fare e non ce l’abbiamo fatta. Sabato sera, a partita finita, ero normalmente deluso: “E vabbe’, niente, amen”. Oggi mi girano i coglioni. Domani sembreranno pale di ventilatore, mercoledì decollerò in verticale come un elicottero mentre scenderà in campo il Napoli al posto nostro. Che ce la saremmo potuti vedere con la Juve, e invece no, niente.

Per il resto, il ritorno al calcio è fotografato bene da audience mostruose e partite poco mostruose. Ne avevamo voglia, noi. Ma loro ne hanno voglia? Sono pronti? Delle prime due, più delle prodezze (Ospina, purtroppo, e poco altro) mi ricordo le cagate: CR7 che sbaglia un rigore (non ho letto speciali sulla Gazza sui rigori non entrati per un pelo), Bruce Rebic Lee che tenta invano un omicidio, Sven Goran Eriksen che segna direttamente da calcio d’angolo (bravo Ospina), noi che prendiamo un gol da rinvio del portiere (sempre Ospina) (Pallone d’Oro a Ospina?) con NESSUNO al posto giusto.

Per me, questo resta un altro calcio. O una versione diversa di un certo sport, tipo i Gran premi quando piove, le tappe del Giro quando nevica, le partite di tennis quando tira vento, gli arbitraggi quando c’è la Juve. Chiamarlo Co-lcio (Calcio Covid) è offensivo, ma il concetto è quello. Senza pubblico, senza pathos, senza orari, è un’altra cosa. In fondo, non mi dispiace. Da tifosotto fesso e appassionato cercherò di non perdermi nulla. Ma quando mi perderò qualcosa tirerò un sospiro e mi dirò: e vabbe’, chi se ne frega.

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Dicembre 8, 2019
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De fischiatoris coglionitate

Non vinciamo più nulla dal 29 maggio 2011, finale di Coppa Italia, stadio Olimpico di Roma, Inter-Palermo 3-1, doppietta di Eto’o più Milito nei minuti di recupero (Eto’o più Milito. Debbo trattenere le lacrime). Da quel sollevamento di coppetta, la nostra settima coppetta, sono passati a oggi 3.113 giorni trascorsi annoiandoci poco (due cambi di proprietà, per dire), tifando molto (ci mancherebbe altro) e soffrendo moltissimo, in un avvicendarsi di trentasette allenatori e duecentoquaranta giocatori non sempre adatti all’Inter, nonchè ai nostri palati fini.

Arrivavamo da Eto’o e Milito (e Zanetti, e Cambiasso, e Sneijder, e Maicon, e Julio Cesar, eccetera, eccetera, eccetera) e ci siamo trovati via via con Zarate, Forlan, Palombo, Schelotto, Alvaro Pereira, Rocchi, Belfodil, Botta – ho una foto con Botta, e voi no -, Osvaldo, M’Vila, Taider, Montoya, Gabigol (presentato in mondovisione streaming manco fosse la reincarnazione di Pelè), Dalbert eccetera eccetera eccetera, non vincendo più nulla, patendo le pene dell’inferno, salendo sulle montagne russe di fugaci esaltazioni e lunghe depressioni, fallendo qualificazioni anche alle coppe più farlocche, vincendo random belle partite e a stretto giro perdendone di orripilanti, sposando le tesi dei vari mister per poi abiurarle il mese dopo (o macerarci nei dubbi, nelle ipotesi migliori), convivendo con le regole del fair play finanziario che ci sembrava applicato in modo così fiscale e frustrante a una sola squadra al mondo, la nostra. Eccetera, eccetera, eccetera.

L’8 dicembre 2019 – cioè oggi – siamo in testa in campionato al rirmo del nostro record assoluto di punti e con due di vantaggio sulla Juve (sì, quella squadraccia infame che ne ha vinti otto di fila e che fino a ieri sera era l’unica imbattuta nei maggiori campionati d’Europa) e siamo all’antivigilia di una partita dentro-fuori di Champions con il Barcellona (non con il Beer Sheva). Abbiamo mezza squadra fuori, un reparto falcidiato, una rosa complessivamente stanca dopo tre mesi e mezzo a duecento all’ora. Un allenatore e una società che ci stanno issando a forza a livelli mai raggiunti nel corso degli ultimi fottuti 3.113 giorni.

E noi fischiamo i nostri giocatori per un passaggio sbagliato?

Intendiamoci, sulla faccenda dei fischi si rischia di fare della gran retorica. Nessuno, nessuno può scagliare la prima pietra in quanto senza peccato. Le nostre carriere di tifosi interisti sono costellate di fischi, insulti, madonne tirate all’indirizzo di chiunque e da dovunque – stadio, divano, bar, ufficio, macchina, letto, cesso, spiaggia, dovunque abbiamo avuto in sorte di guardare/ascoltare/intuire una partita dell’Inter. E’ normale. Ripenso ancora con orrore a quella volta che io – io, santiddio, un tifosotto zuzzurellone se ce n’è uno – ho fatto partire un urlo localizzato – sapete, quelle piccole rivolte che coinvolgono un piccolo spicchio di stadio perchè solo lì si coglie un qualcosa – ai danni di Recoba.

Ero al primo arancio, un settore che a volte ci vorrebbe il napalm – lo dico affettuosamente, eh? L’Inter attacca dalla mia sinistra verso destra. Toldo con la mani passa la palla a Recoba sull’out sinistro, vicino alla panchina avversaria, Recoba è distratto, a momenti perde il pallone, brusìo, ma comunque non lo perde, non succede niente, la palla torna a Toldo che stavolta la rimette in gioco verso qualcun altro e l’azione riprende. Recoba però torna indietro e dice qualcosa a Toldo, con mimica incazzosa. Al che io (diciamo che, al netto delle sue enormi doti tecniche e del gol del 3-2 con la Samp, ho sempre fodamentalmente ritenuto il Chino un simpatico rubastipendi), istintivamente, e in netto contrasto con la mia indole gandhiana, mi sono alzato e ho urlato “ma pensa a giocare, coglione!”, trascinando con me trecento-quattrocento primoarancisti che hanno urlato le peggio cose per 4-5 secondi. E io ho trascorso il resto della partita pensando che la Digos avrebbe visionato il filmato e cercato l’autore dell’urlo localizzato e mi sarei preso tipo un 15 anni di Daspo e pensavo “come lo dico alle mie figlie, che le potrò riportare allo stadio tipo nel 2022?”).

Vabbe’, detto questo: ma come cazzo è che fischiamo questa Inter? Come cazzo ci permettiamo di farlo? Come?

Ho fischiato Inter insopportabili – giocatori insopportabili, allenatori insopportabili – in situazioni insopportabili, chessò, al nono posto in classifica, sotto di quattro gol con l’Atalanta, incapaci di fare un passaggio in verticale, o un tiro in porta. Ho fischiato, quello sì, Inter indolenti, Inter in sciopero bianco, Inter incapaci di sollevarsi – e di sollevarci – dalla mediocrità. Ho espresso il mio dissenso come non può non capitare anche al più interista degli interisti se seduto in mezzo ad altri migliaia di persone che con il loro umore ti trascinerebbero anche nel più atroce gorgo di autolesionismo.

Ma fischiare questa Inter, oggi, in queste condizioni, in questo momento storico no, non esiste. Non esiste proprio.

Sì, lo so, primoarancisti, primorossisti (e via salendo), lo so che tra voi c’è gente molto più brava a fare i cross e le diagonali di Lazaro e Biraghi, ma purtroppo l’Inter non ha ingaggiato voi, ahimè, e ci dobbiamo tenere loro. Voi, che poggiate il culo sugli scomodi e cari seggiolini posti lungo le fasce laterali, voi che a forza di mugugni e insulti avete rovinato le carriere di decine e decine di modesti esterni destri e sinistri che magari avrebbero potuto diventare bravi in altre condizioni ma che sono rimasti modesti, cercate di frenare i vostri istinti. Vorreste Alexander-Arnold e Marcelo? Fate una colletta e statevene buoni.

A Candreva, sopravvissuto a tre stagioni di primo arancio e protagonista indiscusso nella quarta stagione all’Inter, andrebbe assegnato il Nobel per la Pace. E’ un reduce, in tutto e per tutto. C’è gente che ha appeso le scarpe al chiodo per molto meno. Tra i fischiatori di Candreva, ovviamente, c’ero anch’io. Come dominare i propri istinti al quarantesimo cross consecutivo troppo alto/troppo basso/troppo lungo/troppo corto? Ho tirato giù tutti i santi del calendario gregoriano, ma dal divano. Allo stadio non fischio mai, non prima del ventiseiesimo errore, almeno. Allo stadio tifo Inter, senza condizioni. Ho tifato Schelotto come tifavo Maicon, ho tifato Rocchi come tifavo Boninsegna (beh, oddio, qui forse ho esagerato). Al clamoroso gol sbagliato da Lukaku in Inter-Verona mi sono accartocciato su me stesso – mentre attorno a me ne dicevano di ogni, roba da chiudere il secondo rosso per un paio d’anni – e non ho detto nulla. Nulla. Ho i testimoni. E so di avere avuto ragione io, e ora me ne bullo come un alunno di seconda media all’intervallo.

Martedì ci giochiamo il futuro e una paccata di milioni in una partita in casa con il Barcellona (non il Beer Sheva). Sapete, quella squadra che ha Messi, Suarez, quegli scarsoni lì. Ecco: provate a fischiare. Provate a pensare anche solo lontanamente di fischiare. Se, onestamente, avete in animo di andare allo stadio e fischiare, e però capite che al vostro problema ci può essere una soluzione – cioè stare a casa -, andate su Facebook, mi contattate in privato e concordiamo la cessione del biglietto. Vado io al posto vostro, senza offesa. Forza Inter. Amiamola. E fischiamola quando lo merita: ma al primo posto in campionato, e alla vigilia di Inter-Barcellona, fischiarla è proprio da gran coglioni. Grandissimi, incommensurabili coglioni.

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Settembre 16, 2019
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Conte uno di noi (nonostante noi)

Una sorta di riflesso pavloviano, a distanza ormai di mesi dal loro arrivo, continua a farmi mettere mano al telecomando ogni volta che in video appaiono Conte e (ancora di più) Marotta. “Ehi, chi ha cambiato canale? Stavo guardando l’Inter!”, dico dal divano. Quando realizzo – mi ci vogliono un paio di secondi – che l’Inter sono loro, faccio finta di nulla e vado avanti a guardare. Dopo un’altra manciata di secondi, l’interismo torna a pervadermi e mi resetta la memoria: lui è il mio allenatore, lui è il mio amministratore delegato per l’area sportiva, forza Inter, Juve merda.

Siccome il post sarà dedicato all’argomento “avete rotto i coglioni con ‘sta storia che Conte e Marotta erano/sono gobbi, pensiamo a vincere qualcosa ché non lo facciamo da un po’, santa polenta”, con l’aneddoto di cui sopra volevo chiarire con sincerità la mia posizione: ho ancora le mie teoriche difficoltà ad affrontare serenamente la questione. «Se non ti è chiaro quel che dico e dubiti che sia vero, guarda almeno se non dubiti di dubitarne; e, se sei certo di dubitare, cerca il motivo per cui sei certo. In questo caso senz’altro non ti si presenterà la luce di questo sole, ma la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». Non lo dicono Bernard-Henri Levy o Pierluigi Pardo , ma Sant’Agostino. E un po’ mi ci rivedo. Incontrassi Sant’Agostino per strada gli direi: “Non capisco bene ciò che dici, Maestro, ma intravvedo nelle tue parole il motivo per cui metto mano al controllore remoto del mio apparecchio televisivo”.

Detto questo – tralasciando per brevità Marotta -, Conte è il mio allenatore.

E nelle ultime ore lo sto apprezzando parecchio, e non tanto per le tre vittorie consecutive contro tre squadrette di seconda o terza fascia. Lo apprezzo per il suo comportamento, che per alcuni è stato ipocrita e che invece io giudico esattamente all’opposto, nel segno cioè di una scomoda sincerità.

Iniziamo dal dibattitone sul mancato saltellamento al coro dei tifosi. “Chi non salta juventino è”, e lui non salta. Secondo un sillogismo di puro stampo aristotelico: Conte è gobbo. E invece io dico: Conte è serio. E’ stato tesserato della Juventus per16 stagioni, 13 da giocatore e tre da allenatore. Fa bene a non saltare. Non perchè, secondo il sillogismo, lui è juventino. Ma per una forma di rispetto che si deve a una maglia indossata per 16 anni e a chi ti ha fatto 192 lauti bonifici. Se Zenga o Cambiasso – i primi due che mi vengono in mente – assunti dalla Juve o dal Milan si mettessero a saltellare, noi cosa diremmo?

Con la piccata frase in conferenza stampa a Sarri, poi, Conte ha rapidamente chiuso il cerchio. Se alla Juve porta giustamente rispetto, ne porta un po’ meno all’allenatore che siede in quella che fu la sua panchina e che alla sua prima partita butta lì una serie di piagnistei che a confronto Mazzarri era un fachiro. Che al 15 settembre il gioco sia già così duro, non so come la pensiate voi, ma per me è una bellezza. Conte ha risposto da professionista informato sui fatti. Uno che ha stato 16 stagioni alla Juve dice a Sarri: ma di che cazzo ti lamenti? Uno che è stato 16 stagioni alla Juve ha scelto di non far finta di non sapere che quella, quella che fu anche sua, è la “parte forte”. Lo dice ora che vede il mondo da un’altra angolazione, che è sempre di lusso ma non la migliore. Conte non deve rinnegare 16 anni di Juve, Conte deve portare la sua nuova squadra più in alto possibile. Conte è il mio allenatore, il resto – quando i patti sono chiari – è fuffa.

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Maggio 10, 2019
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Il paradosso di Warwick

Nel 1976 Adriano Panatta trionfò agli Internazionali di Roma battendo Vilas in finale, ma al primo turno rischiò l’impossibile vincendo al tie break del terzo set con Warwick, dopo avergli annullato 11 match point (sei sul 5-2, tre sul 5-4 e gli ultimi due al tie break: stavano 6-4 per Warwick e Panatta fece gli ultimi quattro punti). Il mese dopo vinse il Roland Garros, battendo Borg ai quarti e Salomon in finale, ma superò il primo turno battendo 12-10 al quinto set tale Utka, cui annullò un match point con una veronica.

No, era per dire che le vicende del Liverpool e (soprattutto) del Tottenham, finaliste in Champions dopo un percorso – diciamo così – accidentato, non sono certo un inedito nella storia dello sport. I loro gironi eliminatori (i più duri in assoluto, al limite della crudeltà) sono stati come i primi turni di Panatta: qualificati a parità di differenza reti per numero di gol segnati, è come fossero passati al tie break annullando qualche match point. L’Inter è il Warwick di Roma ’76: ha avuto un’infinità di palle per chiudere la partita e si è suicidata sull’ultima. E il Napoli è l’Utka di Parigi ’76: ad Anfield al 93′ ha avuto con Milik l’occasione di vincere il match, ma l’ha sbagliata.

Se ci aggiungiamo l’Eintracht, cui abbiamo steso un tappeto rosso negli ottavi di Europa League e sconfitto ai rigori in semifinale dal Chelsea, le suggestioni degli incroci del destino con l’Inter sono parecchie. Abbiamo regalato la qualificazione al Tottenham, potevamo esserci noi in finale a Madrid? Abbiamo sbagliato un rigore all’andata con l’Eintracht, potevamo esserci noi a Londra a giocarci la finale ai rigori?

Ehm, no.

Curiosamente, nell’anno in cui siamo tornati in Champions, mai come adesso possiamo dire di avere sperimentato le differenze. Che sono enormi. Poteva l’Inter post-vacanze di Natale (mobbing Perisic, Icardi degradato che sparisce per due mesi e si dà al porno, ecc. ecc.) essere protagonista del percorso del Tottenham cui abbiamo ceduto il posto? Cioè, tipo battere due volte il Dortmund, passare i quarti con il City andando a segnare tre gol a Manchester, e poi fare la pazzesca rimonta con l’Ajax andando a segnarne altri tre ad Amsterdam?

No.

E probabilmente non avrebbe passato nemmeno i quarti di Europa League con il Benfica, per non dire della semifinale con il pur malmostoso Chelsea. Probabilmente non avremmo messo insieme cinque rigoristi nemmeno per tentare la lotteria a Stanford Bridge. Ma questa in fondo era la Coppa di ripiego. Torniamo a quella vera. Nella Champions, dagli ottavi in poi, cosa avrebbe mai potuto fare l’Inter? Non la più che dignitosa Inter autunnale. No, quella delle due partite con l’Eintracht. O quella di Inter-Bologna, o di Cagliari-Inter, o di Inter-Lazio, o di Udinese-Inter?

Le partite che ci sono rimaste negli occhi e nel cuore degli ultimi due mesi di questa folle e meravigliosa Champions 2019 (le quattro pazzesche semifinali, ma anche City-Tottenham, Bayern-Liverpool, Juve-Ajax, Psg-United, Atletico-Juve e – sì, ammettiamolo – Juve-Atletico), parlando di Inter, ci restituiscono solo paragoni impietosi. Nell’anno della Champions riguadagnata, la Champions si è mostrata anche terribilmente distante dai nostri standard. Del resto non puoi pensare, a questi livelli, di stare fuori dai giochi per sette anni e rientrare come se nulla fosse. Questo, ovviamente, al netto delle differenze tecniche tra le rose dei singoli club. Differenze, anche queste, enormi.

L’Inghilterra, dopo anni sincopati, porta quattro club nelle due finali, un record. E nelle quattro – incredibile – non ci sono i due Manchester (passi lo United, stagione un po’ così, ma il City è in testa al campionato con 95 punti). Noi – l’Italia, intendo – quest’anno siamo stati la Juve, che vince il campionato con mille punti di vantaggio ma in Champions tra ottavi e quarti sbaglia completamente tre partite su quattro; la Roma, che non passa gli ottavi con il Porto; Inter e Napoli sfigate al sorteggio e sfigatissime nel verdetto dei gironi, ma poi pessime nell’approccio in Europa League alle prime difficoltà. Un velo pietoso su Milan e Lazio.

Ne dobbiamo mangiare di pastasciutta. Per ora, da calciofili, nell’inquieta attesa di Inter-Chievo (sì, proprio così: l’inquieta attesa di Inter-Chievo), godiamoci la bellezza altrui. La bellezza, la tecnica, l’intensità, la voglia, la fame, le palle, le gigantesche palle altrui. Tipo il Liverpool che ne fa 4 al Barcellona senza Salah, o tipo il Tottenham che ne fa tre all’Ajax senza Kane. Cioè, sarebbe come se noi giocassimo le partite più importanti e più impossibili della stagione senza Icardi*.

(*adoro chiudere i pezzi buttando lì un tema che fa incazzare).

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Luglio 16, 2018
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Cristiano Ronaldo alla Juve: istruzioni per l’uso

Personalmente, ho eletto Cristiano Ronaldo mio giocatore preferito (interisti a parte, eh?) nel novembre 2013. Era già Cristiano Ronaldo da un pezzo, certo, aveva già vinto un Pallone d’Oro, ma non è che mi titillasse il velopendulo più di tanto. Dopo 4 Palloni d’Oro consecutivi (quelli figli del regolamento ultraridicolo introdotto nel 2010 e superato nel 2016), Messi sta per vincere il quinto in automatico tra gli sbadigli generali. Sembra tutto già deciso. Il 15 e il 19 novembre 2013, a un mese dalla tradizionale proclamazione prenatalizia, si giocano però gli spareggi europei per le qualificazioni ai Mondiali 2014.

Uno degli spareggi è Portogallo contro Svezia, CR7 contro Ibra, in palio un posto a Rio. Andata a Lisbona, gol di Cristiano Ronaldo, finisce 1-0 per il Portogallo. Ritorno a Solna quattro giorni dopo. Primo tempo, ancora gol di Ronaldo: 1-0. Secondo tempo, Ibra ne mette due in 4 minuti e ribalta il risultato: 2-1 per la Svezia. Al 74′ la Svezia è ancora in vantaggio e sogna l’impresa, ma Cristiano Ronaldo pareggia con un gol della madonna, e al 78′ parte in contropiede e segna un altro gol della madonna. 3-2 per il Portogallo, che si guadagna il Brasile. Il mondo del calcio improvvisamente si interroga: no, scusate, ma come si fa a non dare il Pallone d’Oro a uno così? E infatti glielo danno, in extremis, un Pallone d’Oro bellissimo, frutto di una specie di sollevazione popolare sommersa ma impetuosa.

Da allora ne vincerà altri tre (uno, in mezzo, di nuovo a Messi, vabbe’) per un totale di cinque. Ma il Pallone d’Oro, nella sostanza, conta quel che conta. Cristiano Ronaldo mi aveva semmai conquistato caricandosi una squadretta sulle spalle e portandola di peso al Mondiale. Ed è rimasto da allora nel mio Olimpo personale, solissimo, aggiornando via via le sue statistiche madridiste, 450 gol in 438 partite con il Real, cazzo, 450 gol in 438 partite. 450 gol, santiddio, di cui 311 in 292 partite di campionato e 105 (105!) in 101 partite di Champions. No, dico: a questo Messi gli può solo spicciare casa.

E’ un tale campione, CR7, che certe sue vicende personali – mi riferisco alla disinvolta modalità con cui ha fatto 4 figli tra madri ignote e/o surrogate (tranne l’ultimo), una robaccia alla Michael Jackson – sono trattate con una diffusa e formidabile indulgenza. Who cares? Ingravidi chiunque e come cazzo gli pare: è un cannoniere eccezionale, un atleta strepitoso, un professionista spaventoso. E adesso che viene in Italia bisognerebbe segnarsi la data sul calendario, perchè – ci piaccia o no – è un evento immane che si issa al livello che pareva irraggiungibile degli arrivi di Maradona o Ronaldo ( il nostro) e che riposiziona verso l’alto il calcio italiano nel piano cartesiano dello sport mondiale.

Il problema – porca puttana – è che lo ha preso la Juve.

Procedendo secondo la logique deductive di Clouseau, debbo ora decidere come metabolizzare il fatto che il mio calciatore preferito da oggi veste la maglia della mia squadra spreferita, la peggiore di tutte, quella che nella mia testolina di tifosotto ha la peggior reputazione di ogni tempo, la peggiore delle avversarie, il peggior posto dove poter andare, il peggio del peggio del peggio. E’ come se, dopo averla corteggiata per anni e averne parlato al bar con chiunque nel miglior modo possibile e averle scritto centinaia di lettere d’amore e aver tappezzato delle sue foto la mia cameretta, Jennifer Lawrence venisse a Pavia e si mettesse con un mio vicino di casa mafioso, drogato, truffatore, corruttore e negazionista. E juventino.

E’ terribile.

Ora, con estrema sincerità, devo dire che – a bocce ancora ferme – il sentimento che più mi frulla in corpo è la curiosità. La curiosità di vedere Cristiano Ronaldo nel campionato italiano, 38 partite da Milano a Frosinone, da Torino a Udine, e vedere se segnerà anche qui un gol a partita per i suoi quattro anni di contratto. La curiosità, anche, di valutare la gestione di un affare così spaventoso, inammortizzabile, una scommessa su un giocatore di 33 anni che ne compirà 34 già nelle prime giornate del girone di ritorno: uno splendido 34enne, per carità, il più splendido che c’è, ma pur sempre 34enne.

Cristiano Ronaldo non mi costringerà al bipolarismo: ammirerò con fredda oggettività i suoi gol e le sue giocate, ma avrà un’orribile maglia addosso e perciò non sprecherò altre emozioni per lui. Non gli auguro infortuni, ci mancherebbe altro: al limite, di inserirsi male in una squadra di gente antipatica e invidiosa, o di condizionare all’estremo le scelte tecniche dell’allenatore o di sconvolgere gli equilibri messi in discussione per fargli posto. Nel calcio non c’è nulla di automatico e, per quanto da uomini di mondo sappiamo come possono andare le cose, la palla continuerà a essere rotonda e capricciosa anche per gente stratosferica come Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro. Quando fisso il soffitto e cerco di farmi una ragione di questa merda di circostanza, mi sorprendo a vedere sempre una luce in fondo al tunnel: saranno cazzi, certo, ma quanto sarà bello vederli perdere.

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Aprile 29, 2018
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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Aprile 26, 2018
di settore
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Da Liverpool a Torino, lo stesso buco nero

Per capire meglio Liverpool, partirei da Torino. Leggo un simpatico pezzullo su Repubblica. E’ il 25 aprile, è festa, ci sono 200 tifosi della Juve al campo di Vinovo dove i gobbacci si allenano. Sono 200 tifosi normali, tifosotti, ragazzi, bambini. Alla frazione normal si aggiunge nel corso del pomeriggio una cinquantina abbondante di tifosi super. E quando tutti a fine giornata si affollano alla porta carraia a caccia di autografi e selfie con i giocatori che se ne tornano a casa, dietro ai 200 tifosi normali parte la contestazione dei 50 tifosi super, in un accrocchio umano che mette insieme tutti, normali e super, inconsapevoli bambini con sciarpa e adulti con anfibi.

“Tirate fuori i coglioni”.

50, forse anche 60 o 70 tifosi che da sei anni – sei scudetti (uno con record di punti, uno con zero sconfitte), tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane, due finali di Champions League – vivono ampiamente sopra le righe e dovrebbero baciare il culo anche all’ultimo dei magazzinieri per l’abbondanza di cui godono,  contestano la loro squadra. Se la prendono con tutti, anche con Buffon, il capitano. E benchè io consideri un dovere civile e morale prendersela periodicamente con il personaggio Buffon, la motivazione mi lascia un po’ così: “Domenica hai ringraziato uno a uno i giocatori del Napoli e non sei manco venuto a salutare la curva”.

Ecco, la curva. Per capire Roma bisogna passare anche da Torino. Così, giusto per entrare nel mood (di queste curve e di tante altre curve, la nostra non esclusa, sia chiaro). Perchè non capisco come faccia oggi uno juventino a contestare la Juve, così come non capisco come faccia oggi un romanista – nel momento più felice, gioioso, festoso, eccitante, positivo, clamoroso, orgasmatico, adrenalinico, strappacuore, strappamutande come può essere una semifinale di Champions dopo anni e anni di pezze ar culo – a partire per Liverpool pronto a fare a botte e tirare cinghiate. Pronto, già pronto, forse addirittura impaziente, i can’t wait: perchè sennò, se sei incensurato e dovresti occuparti di rimanerlo, non vai allo stadio dietro la curva degli altri prima della partita con la faccia nascosta e la cintura attorcigliata sulla mano.

Probabilmente un uomo di 53 anni e due figli morirà. Anche l’ultimo morto del calcio italiano è stato per mano di un romanista, a pochi passi dall’Olimpico. E manco giocava la Roma (era la finale di Coppa Italia di 4 anni fa, Napoli-Fiorentina, 3 maggio 2014). Questo per sottolineare il mood di cui sopra. Anzi no, aspetta, mettiamoci una seconda sottolineatura: per Daniele De Santis, condannato a 16 anni (non abbastanza, direi) per aver sparato a Ciro Esposito,  morto poi dopo settimane di agonia, la curva romanista ha esposto uno striscione ad Anfield Road. E lì fuori un uomo era stato appena preso a pugni con la fibbia della cinghia.

Ecco, la curva. Ecco, il mood.

“Romanisti, perchè stupirsi?”. Anche questo è agghiacciante, come se da qualcuno prima o poi te l’aspettassi e sì, in effetti capita davvero. Io, per esempio, ci sono rimasto parecchio male. Nella mia ingenuità da tifosotto che va allo stadio per mangiarsi il panino con la salamella e poi soffrire per 90 interminabili minuti (anche per digerire il panino con la salamella seduto in posti scomodi guardando la tua squadra che non segna mai quanto vorresti), a me sembrava che l’ambiente stadio fosse complessivamente migliorato. Non tanto, eh?, però un po’ sì. E invece bisogna tenere sempre la guardia alta e tenere sempre fermi alcuni principi, un po’ tipo il 25 Aprile (coincidenza di momenti).

Verrà forse un giorno in cui la curva sarà solo un luogo dello stadio dove si vede un po’ peggio e dove i biglietti costano un po’ meno. Oggi, per me, restano sempre un buco nero. Le curve sanno essere bellissime ed emozionanti, anche per gli scettici come me. Le curve siamo noi, lo sono anch’io, quando si tratta di condivere un folle amore per la stessa maglia e aiutare la tua squadra a giocarsela fino all’ultimo. Ma tutto quello che va oltre il tifo, il colore, la passione, i cori, le sciarpate – e cioè la violenza, le prevaricazioni, le zone franche, il fascismo, la mafia – per me resta sempre e solo un’enorme merda fumante in uno spicchio dei nostri fatiscenti stadi.

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Aprile 16, 2018
di settore
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I ragazzi del 93′ (ovvero: al vero gufo non piace gufare facile)

I gufi sono gufi sempre, anche se si tratta di gufare facile. E’ con questo spirito che la combriccola raggiunge la casa del Barone addì 11 aprile 2018 intorno alle ore 20 per il consueto preraduno conviviale, prima di iniziare lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, sempre quello, tra le 20.45 e le 22.40 circa (tempi regolamentari. Se serve, anche oltre).

Gufare contro la Juve in una partita di ritorno della fase finale di Champions è un dovere civico, come pagare le tasse e differenziare i rifiuti. Certo, il fatto che la Gobba all’andata avesse perso in casa per 3 pere a zero aveva tolto un po’ di pepe al nostro consueto incontro: parte dei gufi in riserva permanente si erano autoesentati con scuse puerili e nella nostra Gufation House ci siamo ritrovati così in 5: quattro gufi della primissima ora (io, A., D. e il barone) e una new entry, D., intellettuale e umanista oltrepadano antijuventino che per non confonderci chiameremo M.

L’atmosfera è molto rilassata perchè ok, certo, mai fidarsi della Juve, ma ne ha prese tre in casa da Real, orsù, diciamocelo, anzi no, non diciamocelo, ma ci siamo capiti. E infatti siamo irriconoscibili: cioè, nel prepartita di Berlino o di Cardiff c’era gente con lo stomaco chiuso e i nervi a fior di pelle, mentre stavolta sembra di essere al Cral delle Dame di San Vincenzo.

“Oh, sono le 20,44. Vabbe’ dai, andiamo”.

Saliamo stancamente le scale. Barone ci fa schierare sulle sedie secondo scaramanzia, ma senza pathos. “Dai ragazzi, 90 minuti passano in fretta, basta che questi fessi del Real non si facciano segnare un gol subito, che poi magari…”

Gol.

Sulla sala tv cala una cappa di piombo, una situazione imbarazzante in cui tutti si pentono intimamente di non essere stati abbastanza scaramantici e abbastanza concentrati. A peggiorare la situazione è D., che intorno al 15′ si addormenta e inizia a russare. A. dopo circa 30 secondi lo cazzia:

“Porca troia, dobbiamo tenere alta la soglia di attenzione!”

“Sono sveglissimo… (sbadiglio)… come gioca Tevez?”

Il nervosismo comincia a montare. Dopo alcuni minuti D. si riaddormenta russando tipo motosega. A. lo colpisce in testa con un vassoio del Settecento inglese:

“Non puoi fare così, cazzo! Dobbiamo vigilare su questa partita di mmmerda!”

“Scusate, ho avuto una settimana pesante”

“Ma che cazzo dici, è solo mercoledì! Guarda ‘sta partita!”

“… (sbadiglio) è già entrato Zalayeta?”

Gol. 0-2.

“Zalayeta?”

“Mavaffanculo va’… ti sembra nero?”

“Chiedo scusa, vado a farmi una Moka intera e me la bevo a canna”.

Il Barone gli dà il permesso per gravi motivi personali. In sala tv l’atmosfera è ormai tesissima. A., che tutto sommato fino a quel momento si era dominato, si corica per terra e guardando il soffitto urla:

“Madonna mia, ma cosa ho mai fatto? Era la partita più tranquilla del mondo e anche stasera mi toccherà bestemmiare tutti i santi del calendario”.

Al che io, dopo una veloce ricerca sul telefonino, gli mostro una foto del nostro assistente spirituale, Er Pagnolada, e A. con un riflesso pavloviano si calma.

Fine primo tempo.

Doveva essere una serata da bisboccia, bah, e invece abbiamo facce pallide e spaventate. Nessuno si alza, neanche per pisciare. La partita riprende, abbiamo ben presente che saranno 45 + recupero lunghissimi. Quando dopo 16 minuti segna Matuidi, la scena è questa, da sinistra verso destra:

1) io accartocciato tipo la posizione che si dovrebbe tenere mentre il tuo aereo ammara nell’Hudson;

2) il Barone attonito, un capello gli scende spontaneamente sulla fronte (non accadeva da 14 anni, dopo un giro sulle montagne russe a Gardaland con il nipote);

3) M., dopo alcuni secondi di silenzio, inizia a insultare Keylor Navas in italiano e poi in spagnolo, con imbarazzanti riferimenti fino a parenti di quinta generazione e ai padri fondatori del Costarica;

4) D. occhi a palla, come uno che non dorme da mesi, anzi, che non ha mai dormito in vita sua;

5) A. esprime intenti suicidi. E li motiva minuziosamente.

“Non posso tornare a casa, non posso tornare a Milano, non posso tornare su Facebook, non posso tornare a lavorare… niente, mi uccido, è più semplice. Come si chiama quel ponte mezzo diroccato…?”

“La Becca?”, dice il Barone.

“Sì. Mi uccido lì”. Poi si rivolge a me: “Ti chiedo solo questo, Sector: scrivi qualcosa di bello su di me, che riabiliti la mia figura di uomo e di sportivo, poi magari lo leggi in chiesa al funerale, tutti piangono e io sarò felice guardandovi da lassù, dove negherò fino all’inverosimile di essermi mai occupato per un solo minuto di calcio”.

“Ma così andrai all’inferno, scusa”, gli dico io cercando di ricondurlo alla ragione.

“L’inferno sarà una passeggiata de’ salute rispetto a questa serata demmerda”, mi dice abbracciandomi e singhiozzando come un bambino. Nella sua poltrona padronale anche il Barona scoppia in lacrime stringendo al petto il gagliardetto del Real, mentre D. e M. si abbracciano sul divano in silenzio.

“Beh, manca mezz’ora”, dice M.

Al che scoppiamo a piangere tutti. Trascorreremo i venticinque minuti successivi tra i singulti, guardando di tanto in tanto la partita. La nostra vita di interisti e di gufi ci scorre davanti. Prendo l’iniziativa.

“Ragazzi, ma cosa abbiamo fatto di così brutto per meritarci tutto questo? Saremo stati cattivi? Avremo (rumore di tuoni) sbagliato?”

Silenzio.

Al 90′ iniziano i preparativi per i minuti peggiori della nostra vita. A. sta scrivendo alcune lettere di addio, il Barone ha la faccia di uno che ha perso un paio d’anni di vita, D. non proferisce parola da mezz’ora e M. si lascia andare allo scoramento:

“Non posso sopportare il tempi supplementari. Tantomeno i rigori. Potrebbe venirmi un infarto”.

Tutti all’unisono ci tocchiamo i coglioni. E mentre abbiamo le mani sugli zebedei seguiamo un pallone crossato dalla destra – cioè, sarà tipo il 93′ – verso un biondino con la maglia del Real e Bruce Lee intervenire da dietro come non ci fosse un domani.

Siamo tutti in piedi, con le mani sulle palle, a osservare l’arbitro che indica il dischetto.

Rigore.

Scene di isterismo, il sala tv come al Bernabeu. E’ meraviglioso. Quando Buffon viene espulso sembra compiersi un disegno immane e clamoroso, tipo entrare in una pizzeria dove ci sono 200 persone tra cui Jennifer Lawrence che a un certo punto si alza, punta il dito verso di te e dice:

“Voglio te, gringo. Rendimi felice”.

Cala il silenzio, in sala tv come al Bernabeu. Cristiano Ronaldo sul dischetto. Tiro.

“GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAL”

Corpi maschili aggrovigliati su un prezioso tappeto Bukhara del Turmenistan, gente che bacia gufi artigianali in marmo di Carrara, che abbraccia televisori, che ulula alla finestra. Il resto è un crescendo, le interviste post-partita sono molto meglio della partita stessa, assistiamo increduli allo sgretolarsi della Juve come categoria del pensiero. Il terrore è già svanito. Si brinda e si mangia alla salute della Juventus, che in Europa non tradisce mai.

I gufi mettono un’altra tacca a un ruolino di marcia fantastico: quante gioie in appena quattro anni di attività, quante gioie. Fuori piove, ci aspetta un lungo viaggio tra buche e pozzanghere, ma i nostri bidoni dell’immondizia già battono forte in attesa della nuova stagione. Sipario.

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Per non dimenticare: Archivio delle gufate

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Gennaio 7, 2018
di settore
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Non celebrare funerali (istruzioni per l’uso)

Ventotto giorni, sette partite senza vincere. Togliendo le due di Coppa Italia (ormai un capitolo chiuso, non parliamone più), restano le cinque di campionato. Cinque partite, tre punti, due gol segnati, ‘na tragedia. Cinque partite che sono l’imprevisto seguito delle 15 precedenti: zero sconfitte, primato in classifica per due giornate, un meraviglioso periodo che adesso sembra lontanissimo anche se solo un mese e tre giorni fa si prendeva a pallate il Chievo divertendosi un casino.

Non sono tra quelli che passano da paillettes e cotillons ai paramenti funebri nel giro di ventotto giorni. Nel senso che, così come ho vissuto con divertito realismo il periodo delle 13 partite in cui non si perdeva mai (prevedendo che prima o poi sarebbe successo e nel frattempo respirando a pieni polmoni quell’arietta frizzante che c’era in vetta),   ora, nel momento in cui non vinciamo più, non mi flagello nè maledico indonesiani e cinesi fino alla settima generazione: niente, la nostra parabola ha imboccato la fase discendente (non siamo attrezzati per linee rette inclinate verso l’alto) e siamo rientrati nei ranghi. E questa semplice manovra, indigesta dopo essere stati anche capolista, ha messo in mostra tutte le nostre magagne. Che – infortuni a parte – c’erano anche quando le cose andavano bene (Joao Mario, per dire, ha avuto un anti-rendimento assai lineare, e la rosa è manifestamente incompleta dai primi di luglio), ma erano ben nascoste dall’entusiasmo dei risultati, in un meccanismo psicologico individuale e collettivo ben noto a chi fa sport.

Dopo Inter-Chievo ci attendeva un mini-ciclo molto duro di sei partite (che non si è ancora concluso, ne manca una cruciale, crucialissima): quattro difficili/difficilissime – Juve a Torino, Lazio in casa, Fiorentina a Firenze, Roma in casa – e due facili contro due squadre però molto in forma: abbiamo perso proprio queste due, le altre le abbiamo pareggiate e questo, nonostante tutto, è stato comunque un segnale importante, dato anche in momenti di estrema difficoltà (tipo un’Inter-Lazio giocato poco dopo il derby-disastro). Dopo la pausa resta Inter-Roma, che adesso assume un significato fondamentale. Poi arriveranno un tot di partite da vincere sempre: quella sì che sarà una prova senza appello.

E poi, cosa è successo in queste cinque partite? Intanto, che Napoli e Juve hanno fatto 10 (dieci) punti più di noi e ciao, buon viaggio, arrivederci al 2018/19. Ma questo, tornando al sano realismo di cui sopra, è un dato tutt’altro che sconvolgente: non siamo al livello di Napoli e Juve, lo siamo stati per quattro mesi e va bene così, è stato bello finchè è durato. Più significativo è quello che hanno fatto Roma e Lazio, con cui ci giochiamo il terzo e quarto posto. Roma e Lazio che il 24 recupereranno le loro partite, così la finiremo di fare calcoli eventuali e approderemo a una classifica reale.

La Lazio, purtroppo, ha fatto cinque punti più noi, mantenendo un mostruoso ruolino di marcia in trasferta che rende ancora più prezioso lo 0-0 che gli abbiamo imposto a San Siro. Ha sorpassato la Roma e ha davanti un buon calendario, almeno fino a Napoli-Lazio dell’11 febbraio. E’ gasata.

La Roma è invece franata. Ha fatto 5 punti, due più di noi, vincendo come sappiamo con il Cagliari al centesimo minuto con un gol segnato con non si sa quale parte del corpo. Poi due pareggi e due sconfitte, un solo punto nelle ultime tre partite, non è più predestinata al terzo posto ma – ora come ora – a giocarsi alla pari con Inter e Lazio in due posti Champions in un triangolare che durerà 18 partite.

E noi? La situazione è piuttosto chiara. Con un centravanti da un gol a partita e la terza difesa del campionato siamo dove meritiamo di stare. Anzi, ci siamo pure concessi un po’ di lusso. Quando il labile meccanismo si inceppa – uomini che perdono la forma, altri ai limiti dell’ammutinamento tecnico e umano, reparti occasionalmente decimati dagli infortuni – siamo molto più in balìa degli eventi. E’ chiaro che servirebbe qualche puntello, quantomeno per stare sereni se a uno viene il mal di pancia o per consentire all’allenatore di avere a disposizione qualche opzione in più per cambiare le cose in corso d’opera. Lo avremo? Boh.

Quello che mi dispiacerebbe non avere – mi riferisco al nostro collettivo di tifoseria – è quel mood che in qualche modo ci ha issati ben oltre l’asticella appena uno o due mesi fa. E’ ovvio che è più facile essere ottimisti se vinci, se giochi bene, se segni, se sei primo. Ma non è altrettanto ovvio sbaraccare tutto cinque mesi prima che il campionato finisca, quando non hai mai perso con nessuna delle tue concorrenti e quando restano 18 partite da giocare, con tutto quello che può ancora accadere di conseguenza. Non siamo al livello delle primissime, ok, ed è giusto rimarcare le differenze ed evidenziare le falle: quando non è sterile muguigno si chiama ambizione. E se arriveremo quinti o peggio, vabbe’, saremo autorizzati ad assaltare il Centro Suning con cori, striscioni, pomodori e catapulte. Ma prima, accidenti, non sarebbe meglio giocarsela tutti insieme?

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