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gennaio 8, 2017
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Specularmente a ritroso (ovvero: investire 5 euro)

Erano anni e anni che non vincevamo quattro partite di fila. Precisamente, uno (e qualche giorno). Era successo a fine 2015, nell’autunno dorato del Mancio ancora sorridente – come noi, del resto – e degli 1-0 straordinariamente ripetitivi per i fegati altrui: battemmo Bologna, Roma, Torino e Udinese – sempre loro – in una serie che culminò con il primato in classifica con 4 punti di vantaggio. Al che accadde che un amico (si chiama Gigi) mi chiamò al telefono per dirmi che davano l’Inter a 5 per la vittoria dello scudetto e che gli sembrava il caso che giocassimo 20 euro. Non mi soffermo sul seguito della storia (dell’Inter e dei miei fottuti 20 euro), ma allargo il campo e dico che si trattò in realtà di una splendida serie di sette partite, 6 vinte e una persa a Napoli  facendo un secondo tempo da paura. Poi niente, sul far del Natale io giocai i 20 euro sognando di incassarne 100 qualche mese dopo e l’Inter, per ringraziarmi della fiducia, smise d’amblè di giocare, a partire dalla magica notte di Melo e della Lazio, di Jovetic e del Mancio, e una storia va a puttane, sapessi andarci ioooooooooo.

Un anno e un mese scarso dopo ecco rifare una serie di 4 partite vincenti – Genoa, Sassuolo, Lazio, Udinese – che mi stimolano una riflessione parellela. Si tratta in realtà (punteggiata dalle ultime tragiche esibizioni europee, ma quelle vanno calcolate correttamente a parte) di una abbastanza splendida serie di otto partite in campionato, di cui 6 vinte, una pareggiata (bene, col Milan) e una persa (demmerda, col Napoli).

Sono le otto partite senza De Boer.

Non parliamone più. Lo fanno di continuo loro, i nostri beniamini, dal capitano Icardi che ricorda “il clima insostenibile” al morituro Jovetic che mentre prepara la valigia ancora non si capacita del perchè non lo faceva giocare nemmeno lui. E insomma, si capisce come se la passasse il povero Frank ad di là delle sue colpe. Ma De Boer è il passato, lo è ormai definitivamente se lo score è questo: via lui abbiamo quasi sempre vinto, non abbiamo quasi mai perso e, dopo un primo periodo di adattamento alla nuova guida, la squadra ne prende meno e ne mette di più. Lo dicono i numeri.

Ora, nessuno di noi può dire come proseguirà questa storia. Se si chiuderà qui o se davanti a un calendario molto invitante proseguirà. Io posso solo confessare di avere ricevuto (ma prima di Udinese-Inter, non dopo: prima) la telefonata del mio amico (si chiama Gigi) (sì, lo stesso dell’anno scorso) che mi ha chiamato per dirmi che danno l’Inter vincente in campionato a 65 e che gli sembra il caso di puntare 10 euro, 5 a testa. E tutto questo mi titilla una suggestione, quella di poter leggere questa storia specularmente a ritroso, che non so bene cosa voglia dire ma mi piace come formula. Nel senso che un anno e venti giorni fa la serie si infranse contro il nulla  che ne seguì, mentre mi piacerebbe assai che ora questa serie – partita dal nulla che l’ha preceduta – ora cresca e si moltiplichi.

Ma tutto questo è così fatuo, amici, così caduco, così appeso al filo dei garretti dei nostri incostanti beniamini (sospiro)… E poi non chiedetelo a uno che sta per sacrificare 5 euro sull’altare del più cazzone degli obiettivi. Credendoci, tra l’altro.

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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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aprile 23, 2016
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Con quelle facce da stranieri

Per alcuni minuti ho pensato che annullassero la partita.  Cioè, ‘sta cosa che non c’erano italiani in campo la stavano mettendo giù dura da dio. Che poi, porca puttana, era solo colpa nostra? Cioè, l’Udinese non poteva mettere dentro un italiano e sanare ‘sto guazzabuglio? Tocca per forza a noi? Non ci può essere un po’ di fair play, santa polenta? Cioè, ci si telefona prima, “senti, non hai un qualche scarto di italiano da mettere, così non ci cagano il cazzo?”, “mah, adesso vedo… Tu non puoi mettere Eder, per dire?”, “ma vale Eder?” “figa se vale, giuoca in nazionale!”, “la nostra?”, “giuro!”, “vvabbe’, verifico, ma tu non puoi mettere tipo Di Natale?” “Di Natale chi?”.

Niente, poi si fa la distinta e bòn, ventidue stranieri e via. Non era mai capitato nella storia. La mia prima reazione è:

“Minchia!”

La seconda è:

“E allora?”

La terza è:

“Ma santiddio, fate sei ora di coda al padiglione del Giappone e adesso venite a rompere le palle a noi?”

Ma lo scandalo è ormai esploso. I commentatori a quel punto sbroccano e io che sono sensibile vado in confusione: adesso l’arbitro cosa fa, rinvia la partita? La dá persa a tutte e due?  Chiama l’esercito e fa rastrellare il campo?

No. Si gioca. Sub judice, forse, ma si gioca.

Ogni tre minuti inquadrano Thohir, indonesiano. Al suo fianco c’è Zanetti, argentino. Sotto c’è Bolingbroke, inglese, insieme a un sacco di cinesi. Io, tutto sudato, mi alzo in piedi sul divano e urlo:

“Cazzo, ma c’è un italiano? Uno?”

In quel momento segna Thereau, francese. In dialetto pavese Thereau significa “individuo tipicamente meridionale”. Forse è italiano, mi dico. Comunque poi pareggia Jovetic, montenegrino, e siccome nessuno sospende la partita comincio a pensare che sia tutto regolare in culo agli autarchici del mio membro virile.

Regolare, si gioca. Quindi, bisogna vincerla. Poi al limite Mediaset Premium fará ricorso, ma intanto portiamola a casa. Quando l’Udinese mette dentro Pasquale, è ormai chiaro che la partita ha tutti i crismi di regolarità. Jovetic segna di tetta, Kondo sembra risorto, Brozo spunta dappertutto, poi entrano D’Ambrosio ed Eder è ormai è festival italiano, pizza e mandolino, mafia, moda, spaghetti, uè uè uè, che bello il calcio italiano, che bella l’Italia, eccetera.

Le inquadrature in tribuna, non-luogo multietnico, diventano più fitte. Ogni minuto inquadrano Thohir e i cinesi. Alla fine son tutti lá che brindano, cin cin, cui en lai, cin cin, mentre io sono steso sul pavimento stravolto dal mancato pareggio dell’Udinese.

“Ha segnato Eder!”

“Ma quando? Ma chi? L’italiano? Il nostro?”

Figa, non si può vivere così. Adesso aspettiamo l’omologa del risultato. Non ho altro da dire se non Juve merda, così, per partito preso. Viva il calcio italiano.

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gennaio 20, 2016
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Vedi Napoli e poi frocio

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Non sapremo mai come sarebbero stati i titoli di domani, i titoli veri, i titoli puri, se si sarebbero soffermati sull’Inter brutta che però vince, o sull’Inter con Jovetic e senza Icardi, o sull’Inter che fa cacare ed è in semifinale di Coppa Italia, o sull’Inter che l’ultima volta a Napoli c’erano Ronaldo e Simoni. Tutto si è spostato sul duello rusticano tra Mancini e Sarri, che in effetti – fatti salvi i due gol, uno meraviglioso e uno molto bello – è stato molto più divertente dell’intera partita.

Mancini ha fatto coming out. No, nel senso che ha rivelato con dovizia di particolari cosa si dicono due allenatori durante una mezza rissa a fine match. Cioè, mai avrei pensato che in un campo di calcio ci si desse del frocio. Io ero rimasto a negro di merda, figlio di puttana, portami tua sorella, ti apro il culo, madonna quanto sei scarso, quelle robe lí. Debbo dire che non pensavo ci si desse del frocio.

Certo che Mancini – un po’ come le ragazze di Colonia – se l’è andata a cercare. È chiaro che se mi metti la sciarpetta da mille euro, il cappottino tre quarti, il pantalone a sigaretta, le scarpe da tre stipendi, il capello sale e pepe, la blefaroplastica e quanto ce n’è, è chiaro che l’uomo in tuta ti dá del frocio. Poteva dirti stronzo, imbecille, skipper di merda, invece è andato dritto al punto e ti ha detto frocio.

Sarri ha dei precedenti specifici sul tema frocio, e la cosa dovrebbe preoccupare più lui di noi, perchè magari ti scappa detto in osteria o dopo un Varese-Empoli, ma poi – come certe scoregge che tu pensi sempre di poter domare – ti scappa anche in mondovisione e la faccenda si fa un po’ più spessa. Peccato che ora si incrini un po’ la bella favoletta dell’allenatore operaio molto di sinistra che magari vince lo scudetto epperò dá del frocio al collega che lo ha appena inculato battuto sul campo, ma vabbe’, passerá. Anzi, diventerá un eroe popolare. Magari non un’icona gay – diciamo che qualche fan se l’è giocato – ma un eroe popolare sí, di quelli attaccati a certi valori, non a queste stronzate dei culattoni che si sposano. Un comunista che piace alla destra.

A chi daranno più giornate, a Sarri o al frocio delatore? Questa è una bella domanda.

Intanto, per la cronaca, siamo in semifinale di Coppa Italia. E siamo tornati –  spero non occasionalmente – quelli di due mesi fa, quelli che vincevano facendo vomitare gli esteti del calcio. Che va stra-bene cosí, sia chiaro, va benissimo. Spero solo che la Saiwa non faccia troppe pressioni: partite cosí, con poche emozioni e scorribande a orologeria, fanno crollare i consumi di Orociok e tutti noi sappiamo su quali cazzo di equilibri si regga il mercato della galletta col cacao appiccicato sopra.

 

 

 

 

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dicembre 12, 2015
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Cose che non si sapevano dell’Inter

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L’Inter non vince solo 1-0. Dicono che Marotta, travestito da delegato azerbaigiano, abbia chiesto alla conferenza di Parigi di votare una risoluzione contro le vittorie per 1-0 con la motivazione che “fanno alzare la temperatura del pianeta di 2,1 gradi al decennio”. Thohir, preoccupato per le ripercussioni sul merchandising in Indonesia, ha chiesto in ginocchio a Mancini di fare in modo che l’Inter vincesse da subito con altri punteggi, “vanno bene tutti”. Mancini ha cosí schierato un agile 4-2-3-1, con la prospettiva – nel caso le cose si fossero messe male – di far entrare Palacio al posto di Melo e Manaj al posto di Miranda giá al 15′ del primo tempo.

L’Inter non gioca sempre male. Incredibilmente, l’Inter non fa cagare il mondo intero come al solito. Manovra, contropiedizza, pressa, scambia, traccheggia, crossa, tira, tacca, insacca, incula. La gente non si indigna. Peggio: la gente non si annoia. Inaudito: la gente vede gol della madonna. Decine di giornalisti devono cambiare l’attacco dei loro pezzi. Alcuni lo devono cambiare tutto.

Montoya è vivo. È sicuramente il dato più sorprendente della serata. Su Montoya si erano sparse alcune voci contrastanti: 1) è morto da alcuni mesi, solo che non hanno il coraggio di comunicarlo al Barcellona; 2) è giá stato ceduto in subaffitto a una squadra della serie B degli Emirati Arabi, dove gioca sotto il falso nome Diego de la Vega; 3) si è fatto monaco e confessa i fedeli tutti i sabati pomeriggi all’Abbazia di Morimondo; 4) non è mai esistito, è un effetto distorto della legge Bosman.

Icardi non pensa solo a ciulare e a farsi rapinare l’orologio. Nei ritagli di tempo fa gol da centravanti vero. Addirittura anticipa e ruba palla (questo è scorretto, nessuno se lo aspetta da un pigrone bimbominkia del genere).

Mancini ha ragione. Punto.

L’Inter è prima. Pur non rientrando normalmente tra le prime sei-sette squadre favorite per lo scudetto secondo i maggiori commentatori, l’Inter è prima. Ormai siamo alla sedicesima, ma è sempre prematuro. Nelle ultime sette partite, l’Inter ha perso a Napoli prendendo due pali al terzo minuto di recupero dopo aver fatto sedere sulla tazza Sarri & C. per mezz’ora: le altre sei le ha vinte senza subire un gol. Ciononostante il Napoli è campione d’Italia in pectore, a meno che non lo vinca la Juve, e comunque la Fiorentina è molto bella e la Roma uh che potenziale ha la Roma. L’Inter comunque è ben messa per l’Europa League, e questo non ce lo puó togliere nessuno.

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novembre 30, 2015
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A star is born

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Nella stagione dei paradossi – brutti e ohibò, davanti a tutti – e degli 1-0 a nastro, l’Inter diventa grande nella serata in cui trova una squadra davvero più forte, con l’attaccante più fottutamente in forma del mondo, e perde la partita e perde pure il primato. L’Inter diventa una grande squadra perdendo, non avendocela fatta del tutto a diventarla vincendo. C’è stata più densitá, c’è stato più cuore, c’è stato più gioco – il gioco! – nel secondo tempo di Napoli, giocato in 10 e dopo un frustrantissimo gol del 2-0 che avrebbe ammazzato un bisonte, che in tutto il resto del campionato. Se esiste una legge di compensazione, abbiamo purgato tutto il culo di 13 giornate con due pali presi nei minuti di recupero. E se in altre occasioni avrei sfasciato la casa e poi, non pago, avrei aperto le finestre per urlare

aaaaaaaaaaaaaarghhhh!!!!

alla luna e ai condòmini strappandomi i vestiti come Hulk, o come Pozzecco, stavolta resto incredulo ed esausto e penso a quando ho visto l’ultima volta l’Inter giocare come nel secondo tempo di Napoli e no, non mi viene in mente.  Aspetta, provo a ripensarci. No, niente.

Grazie ragazzi. Grazie per non esservi fermati alle apparenze. Gol a freddo (ditemi voi a quale altro giocatore sarebbe venuto in mente di fare un tiro del genere) più espulsione (ridicola, Callejon ha simulato, Allan sfiorato con le scapole): sembrava la replica di Inter-Fiorentina e sareste stati giustificati. E invece no. Non siamo spariti. Non abbiamo rinunciato. Ce la siamo giocata fino al 94′, in uno stadio in preda all’effetto Euchessina.

Bravi tutti. Bravo il Mancio nei cambi (fuori Icardi, impietoso il confronto con Higuain, e partita ribaltata in 10 contro 11), bravo il Mancio dopo la partita (su Premium ha mandato affanculo una intera generazione di commentatori), fantastici Ljajic e Perisic, ma bravi tutti, tutti. Perdendo, abbiamo dato il più impetuoso segno di vita dall’inizio dell’era Thohir. Perdendo, abbiamo dato un clamoroso perchè alle 13 partite precedenti: se facevamo schifo ed eravamo primi, adesso dove possiamo arrivare?

Comunque sia, e comunque vada, grazie Inter: ci sono altre 24 partite e non è cambiato nulla. Ma sei cambiata tu.

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settembre 1, 2015
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Che al mercato per Mancio comprò

Una cosa non saprei spiegare bene adesso, al bar, se qualcuno mi ponesse la questione: qual è l’esatto motivo per cui un anno fa Mazzarri (e noi con lui) doveva fare le nozze coi fichi secchi (M’Vila, Osvaldo, un penoso Vidic, un Palacio malconcio per mesi e mesi a venire) e oggi Mancini è stato accontentato in quasi tutto (e noi con lui) in un mercato che per noi non era così scoppiettante dai tempi d’oro del decennio scorso?

Non ho spiegazioni tecniche, contabili, finanziarie, strategiche e filosofiche, se non due: l’anno scorso il Fair play ci rompeva sostanzialmente le palle e Mazzarri – io ho letto il suo libro con attenzione e queste cose le so – si era mentalmente e fisicamente prestato (dietro lauto compenso, beninteso) a replicare a Milano la sua attivitá di valorizzatore delle (talvolta) modeste rose a sua disposizione; un giochino che lo eccitava ben più di un trofeo,  un attitudine a metá tra il fachiro e il grande pensatore, il gusto di poter andare a fine anno dal suo presidente e tirare una riga sotto l’elenco dei giocatori, “ecco, l’anno scorso valevano tot e ora valgono tot, e in più siamo arrivati X in campionato e al turno Y nelle coppe, quindi dimmi che sono il più bravo”.

L’anno scorso era chiaro che ci sarebbe voluto un esorcista, più che un allenatore. E infatti Mazzarri fece appena in tempo a bere il vino novello, senza nemmeno arrivare ai primi panettoni di tardo autunno. Arrivò il Mancio, ottenne quattro giocatori che avrebbero fatto comodo anche al fachiro di San Vincenzo e che furono utilissimi a centrare l’ottavo posto, ovvero l’ottavo in ordine d’importanza tra gli obiettivi minimi di una qualsiasi Inter che si rispetti, “evitare i preliminari di Coppa Italia”, mecojoni.

Ma poi, perchè dovrei andare al bar e spiegare ‘sta cosa? Me ne sto a casa a rimirare le colonne delle entrate e delle uscite e, intimamente, esulto e mi eccito.

Uscite. Podolski, Obi, Jonathan, Taider, Felipe, Campagnaro, Kuzmanovic, Andreolli. E fin qui, voglio dire, arrivederci e grazie. Hernanes per me è una liberazione, simbolo di un’Inter incompiuta e inconcludente, giocatore che non ci ha mai risolto un cazzo. Leggo: era l’unico davvero di classe. Ecco, il solito giocatore da asterisco: *però è di classe. Tzè, non lo rimpiangerò e credo che non cambierá il destino dei gobbi. Peccato averlo dato a loro, certo, ma ritengo un successo aver trovato una squadra disposta a pagarcelo. Kovacic è stato un sacrificio pesante ma ben retribuito: era così ovvio che fosse l’unico ad avere mercato ad alto livello che io, un tifosotto senza nè arte nè parte, ci scrissi un post il 15 giugno dandolo per venduto: ho sbagliato solo i tempi, non i modi. Shaqiri è stato una sorpresa, un mese fa ci ero rimasto maluccio ma adesso, con i nomi dei sostituti davanti, ho giá ampiamente metabolizzato.

Entrate. Jovetic, Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Felipe Melo, Telles, Montoya, Ljajic, Biabiany (e Santon, rispetto al fachiro).

No, cioè, storciamo il naso?

Adesso cambia tutto. È ufficiale che abbiamo altre ambizioni, è naturale che adesso l’allenatore non faccia più lo sperimentare o il finto tonto. Relativamente a un campionato italiano di livello medio basso e relativamente al fatto che la Juventus fará meno punti degli anni scorsi,

ecco,

relativamente a tutto questo, che ci piaccia o no, che ci sbalestri o meno, ce la dobbiamo giocare.

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agosto 31, 2015
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Un bel panorama

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Odio il calcio d’agosto, tranne quando dopo due partite sei in testa a punteggio pieno. Mi fa schifo il calcio spezzatino, tranne quando la Juve gioca prima di noi e perde e noi gestiamo la situescion. Non sopporto il calcio mercato e soprattutto il suo ultimo giorno quasi sempre inutile, tranne quando qualcosa può ancora succedere. L’essere più incoerente del mondo è il tifosotto, e io modestamente lo nacqui. E ce ne saranno di occasioni in cui cambiare idea e umore, uh se ce ne saranno. Ma adesso perchè lamentarsi, storcere il naso, preoccuparsi, diffidare?

No, dico: ma vedete dov’è la Juve?

È uno spettacolo meraviglioso e apocalittico, il campionato che esprime impietoso i primi sommari valori e dice che le ultime somo Bologna, Carpi, Empoli, Frosinone e Juventus, ecco, tutto questo è bellissimo, struggente, evocativo.

Guardo la classifica e mi si riempie il cuore come davanti a un bel panorama, a un tramonto rosso sul Bosforo, a una spiaggia caraibica, a un sorriso di Jennifer Lawrence, alle motivazioni di certe sentenze. L’Inter ha sei punti e la Juve zero. E c’è la pausa per la Nazionale: la classifica durerá due settimane, ce n’è abbastanza per diventare ciechi.

Sì, vabbè, un giorno parleremo dei nostri problemi, delle nostre vacuitá, dell’immaginifico e visionario procedere del Mancio, e insomma della nostra imperfezione che magari, chissá, entro le ore 23 del 31 agosto diminuirá o aumenterá, chi può dirlo (ora)? Un giorno lo faremo, giuro.

Ma perchè farlo ora? No dico, ma la classifica l’avete vista? Quante ne avete viste di migliori negli ultimi cinque anni? È un invito alla leggerezza – alla superficialitá, perfino – a sole 36 giornate dalla fine, un’inezia. Stay calm and guarda dov’è l’Inter e dov’è la Juve. È una meravigliosa coincidenza. Parziale, fallace, prematura e ahimè probabilmente caduca, ma meravigliosa.

E che dire di un giocatore preso tra qualche diffidenza e che ti segna tre gol in due partite? Tre gol – tutti i nostri gol – che valgono sei punti? No, ecco, se vi è successo tante altre volte fatemelo sapere. Adesso io non ricordo nulla, ho switchato sul futuro, conscio che sei punti con Atalanta e Carpi sono il minimo sindacale rapportati a qualsivoglia ambizioni. Ma arriviamo da periodi tristi in cui ai minimi sindacali non ci arrivavamo quasi mai, in cui qualsiasi obiettivo era un Pordoi, anzi peggio, un Mortirolo.

Adesso la Juve è ultima e noi siamo primi dopo due partitacce risolte nel finale contro due squadracce. E mi pregio informare le signorie vostre che no, non me ne fotte un cazzo: al netto del paragrafo precedente, mi godo l’attimo, mi prendo il rischio di scrivere cose di cui potrei pentirmi e vado a dormire con il sorrisino del bebè dopo una poppata come si deve. Forza Inter, il resto è fuffa.

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agosto 24, 2015
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La domenica perfetta

“Papi, ma ti risulta che il Milan ha preso Balotelli?”

Ero spiaggiato sul divano intorno alle tre del pomeriggio, ignaro dei fatti del mondo esterno; il telefonino non sapevo dove fosse, l’iPad lo vedevo in lontananza, e ho fatto un gesto quasi demodè: ho acceso il Televideo. Il Televideo. Tipo quando dici: ah, è ancora vivo? Ecco, non mi ricordavo che esistesse, il Televideo. Con un riflesso pavloviano chiamo la pagina 201 e in effetti c’è la cosa di Balotelli.

Ecco, io ero giá contento così. Balotelli che torna al Milan. Bingooooo.

Poi, verso le otto di sera, realizzo che i maggiordomi dell’Udinese si sono sbagliati a segnare un gol al Made of Latta Stadium e non sono riusciti a farsene segnare nemmeno uno nonostante una naturale tensione.

Ed ero già contento così, elevato al quadrato. Una domenica giá di un certo livello.

Ma doveva ancora giuocare l’Inter. Particolare non da poco. Reduce da un trionfale precampionato. Ma che io ho saltato a piè pari, quindi per me quasi vergine. Dopo la Juve inculata in casa alla prima di campionato e dopo il Milan che tratta il ritorno di Balotelli, ecco, io non osavo chiedere troppo.

E infatti il primo tempo se ne scorre via liscio, cioè bruttino, con Icardi schierato acciaccato che esce dopo un quarto d’ora e un pensiero che avanza – 15 minuti di campionato e giá una cazzata, bella Mancio – e un tiki taka che serve solo ad aumentare la cifra del possesso palla, la mia passione, il possesso palla delle mie palle fruste.

Keep calm.

Il secondo tempo mi acchiappa. La Juve ha perso (muahahahahahahah), il Milan perde, il Napoli perde, e noi non vinciamo contro l’Atalanta in undici, poi nemmeno con l’Atalanta in dieci, e a me sale l’ansia, ma tu guarda che cazzo di occasione, a sole trentasette giornate dalla fine, ma tu guarda, tira!, lancia!, passa!, guarda!, merda!

Cioè: mi sto appassionando.

Un anno fa ero sulla stessa sedia a guardare le gambe storte di M’Vila e la punta unica schierata contro lo Stjarnan, e adesso son qui che friggo come un ragazzino con l’ormone pendulo, dalla!, stringi!, allarga!

No, scusa: stringi o allarga?

Ma che cazzo ne so, basta che segnate perchè il tempo non allarga, stringe, e io voglio che salutiamo la capolista con tre punti di vantaggio su Juve e Milan, quindi  mettetela dentro – di coscia,  di anca, di culo, di cazzo, giuro, non ne faccio una questione estetica, voglio solo vincere questa partita del menga.

Al minuto 93, quasi 94, accade l’imponderabile.

Praticamente accade che la palla arriva al più buono in campo e, magicamente, l’Atalanta – che fin lì aveva fatto le barricate – si spalanca. No scusa, è innaturale. Invece di andar in nove sul più buono, non ci va nessuno.

JoJo ha la palla e io vedo lo spiraglio.

“Mettila a giro, mettila a giro!”

E Jovetic la mette a giro, in effetti.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.

E niente, siamo primi. Juve e Milan sono ultimi. Jovetic è fortissimo. E tu pensa che mi sarei accontentato di Balotelli al Milan. La domenica perfetta. Ho aspettato fino alla mezzanotte la ciliegina sulla torta. E cioè che per un errore di battitura dell’Iban qualcuno accreditasse sul mio conto una ventina di milioni di euro. Non è successo. Pazienza, mi accontento di una partita vinta al 93mo, di un giocatore fortissimo, di Juve e Milan nei bassifondi, di una pioggerella fresca, di una birra davanti al tabellone della classifica a sole 37 giornate dalla fine, delle dichiarazioni vagamente lisergiche di un allenatore che finalmente si spettina. Ecco, di cose così.

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