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Dicembre 10, 2020
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Noi, i ragazzi dell’82

Passa il tempo, i capelli imbiancano, i ricordi si selezionano, la saggezza dovrebbe aiutarti a fare ordine negli avvenimenti e nei valori, ma il Mondiale dell’82 resta per me un momento chiave di una vita intera, una cosa che non schiodi dalla tua Top 10 perchè non c’è verso, e forse non ce n’è ragione, e comunque non è che te ne devi vergognare. Non è solo pallone, non è solo un giocoso rimando a un momento di felicità collettiva. E’ che per me quei giorni furono davvero speciali, e lo racconto sempre divertito, l’ho raccontato una sacco di volte – tipica cosa di chi invecchia – e lo racconto ancora oggi che sono appena morti Maradona e Paolo Rossi. Che piango come fossero stati miei amici e che nell’82 c’erano. L’82 erano loro.

Nel luglio del 1982 io avevo i Mondiali, e avevo anche la maturità. Non sono due cose molto compatibili, non potevano esserlo per uno che – perfetto modello di giovane italiano medio – viveva il calcio in maniera totale, molto romantica e moltissimo passionale. Che nel 1982 avrei avuto la maturità e i Mondiali mi era ben chiaro fin dal primo giorno di liceo, il calendario gregoriano e un naturale percorso scolastico mi proponevano la prospettiva di una coincidenza che, porca puttana, francamente pensavo di non meritarmi. Eppure andò così, com’era nella cose.

Nella clamorosa estate del 1982 ricordo tutto, tranne che di avere studiato – studiato seriamente, dico – per la maturità. Cioè, francamente: come si poteva con un Mondiale in cui l’Italia non usciva mai, e non sarebbe mai uscita? Ancora oggi, attribuisco alla vecchia formula a 24 squadre il merito della mia ingloriosa promozione: con la formula attuale, con tutte quelle partite in più, forse mi avrebbero bocciato. Le vidi quasi tutte, ce ne furono di meravigliose anche nei gironi – la Germania che perde con l’Algeria, l’Argentina che perde con il Belgio, la Spagna che perde con l’Honduras, un Brasile spettacolare come ai tempi più belli. L’Italia – tranne la finale – giocò tutte le partite di pomeriggio: cioè, onestamente, come ci si poteva concentrare su greco e latino quando alle cinque giocava l’Italia? Come?

L’Italia giocò la finale domenica 11 luglio, ore 20, estadio Santiago Bernabeu. Roberto Torti giocò l’orale della maturità sabato 17 luglio, ore 9, liceo classico Severino Grattoni di Voghera. Alla fine abbiamo vinto tutt’e due. L’Italia molto meglio di me, vabbe’, ma l’importante era – appunto – l’Italia. Quanto a me, mi salvò il tema di italiano, all’orale poi feci un po’ di melina, però abbastanza elegante, in discreto stile, almeno per quel che mi rammento. Dovevo rimediare tipo un 4 nello scritto di greco, o forse era un 3, a me piaceva latino, greco no, non mi è mai piaciuto. Feci un carosello solitario sulla mia 500 bianca lungo la circonvallazione di Voghera, con i finestrini abbassati perchè faceva caldo. Fine dei ricordi della maturità.

Del Mondiale 1982 invece ricordo tutto, ricordo dov’ero, cosa pensavo, cosa facevo. Ricordo che mi chiedevo, come tipo altri 50 milioni di ct da divano, perchè mai Bearzot insistesse a far giocare uno che non giocava da due anni e sembrava un morto in piedi in mezzo a 21 atleti decisamente più in forma di lui. Poi non mi sono chiesto più nulla, perchè Bearzot e Rossi hanno vinto il Mondiale, loro due, contro ogni evidenza, contro ogni ragionevole dubbio.

Sorteggiavano la lettera per gli orali quando i risultati concomitanti ufficializzavano che – dopo tre pallidi pareggi con Polonia, Perù e Camerun – passavamo sì il turno ma per finire nel gironcino a tre con Brasile e Argentina, una specie di tritacarne da cui al 99% saremmo usciti umiliati. Paolo Rossi e Diego Armando Maradona – il morto in piedi e l’astro nascente – si incrociarono sullo stesso campo il 29 giugno 1982 alle 17,15: non finì come da pronostico. L’Argentina prese tre pere anche dal Brasile e il 5 luglio, sempre alle 17,15 e sempre in quel cesso del Sarria di Barcellona, Italia-Brasile divenne l’inattesa partita-spareggio per le semifinali. Divenne una delle partite più belle di tutti i tempi.

Da lì in avanti Paolo Rossi – resta uno dei romanzi più avvicenti del calcio di ogni tempo – prese in mano la sua e le nostre vite. Tre gol al Brasile – il morto in piedi! Tre gol! -, due alla Polonia, uno alla Germania, il primo, in finale. Cosa avesse visto Bearzot dietro quello che tutti vedevano, boh, resta uno straordinario mistero. Del resto, la grandi imprese dello sport hanno sempre un alore di sovrannaturale. Fu per Paolo Rossi una rivincita pazzesca su uno snodo crudele della sua vita, due anni di carriera svaniti per un incontro sbagliato nella hall di un albergo, per una frase sibillina scappata chissà come. Si sarebbe scoperto che non c’entrava nulla, che l’avevano messo in mezzo, che il suo nome era anche funzionale a un certo tintinnare di manette.

Era una persona perbene, mite, simpatica. Una persona normale. Ci ha fatto vincere un Mondiale, mi ha fatto perdere 10 punti alla maturità e per questo gli ho sempre voluto bene. Non è mai stato interista, ma non è mai stato un problema. Gli ho visto segnare due gol a San Siro con il Perugia (ma noi ne segnammo tre: foglia morta del Beck, rigore di Spillo e coast to coast di Pasinato). Ciao Pablito, e salutami Diego: la gloriosa estate del 1982 – ricordate? – ce la siamo goduta insieme. Bei tempi, cazzo.

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Marzo 18, 2016
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Belli, bravi, a casa

bayernjuve

Oggi su giornali, tv e web è andato in scena un clamoroso piagnisteo perchè l’Italia – con l’eliminazione della Lazio in Europa League, il giorno dopo quella della Juve in Champions – ha segnato l’uscita di scena stagionale dell’Italia dall’Europa del calcio. A metà marzo siamo già tutti liberi, da Bolzano a Pantelleria, tra il martedì e il giovedì, di andare al cinema o a teatro, oppure di guardare le altre, oppure di farci i cazzi nostri. Pare non andassimo così male da 15 anni.

Eppure da mercoledì notte, e a cascata sui giornali di giovedì, era stato tutto un onanismo su quanto era stata bella e brava la Juve. Eliminata, certo, ma a testa alta, un passo in più verso il top, una grande prestazione, una partita quasi perfetta, bla bla bla. Forse, grazie alla Lazio, nel giro di 24 ore abbiamo ritrovato i giusti paramenti e i corretti termini di paragone. Attraverso due partite diverse quanto vogliamo, e lasciando due impressioni diverse quanto vogliamo, Juve e Lazio hanno ottenuto lo stesso risultato: a casa, raus.

I festeggiamenti (mancavano solo i caroselli) per la grande partita della Juve a Monaco sono essi stessi il segno dell’indicibile provincialismo e della profonda mediocrità del calcio italiano. Festeggiamo la partita quasi perfetta della Juve, che esce agli ottavi di Champions. Apperò, e adesso?

Chissà se fosse successo all’Inter. Chissà se fosse successo all’Inter di dominare una partita contro un avversario completamente in bambola, di condurre tre quarti di partita per 2-0, di subire sì un torto arbitrale ma anche di sbagliare almeno quattro clamorose palle gol per andare sul 3, 4 o 5 a zero senza dover per forza aspettare che una bandierina vada su o giù in maniera corretta, e infine di prendere 4 gol in poco più di 35 minuti e di tornare a casa così, scornati e travolti sul più bello. Chissà.

Certo, mi dirà qualcuno: a voi mica sarebbe capitato, voi il mercoledì sera al massimo accendete la tv . Vero. Ma mi riferivo ai titoli, ai giudizi, alle celebrazioni. Saremmo stati catalogati come uno squadrone top dei top, o come dei poveracci che l’hanno preso in culo quattro volte in mezz’ora invece di portare a casa la partita contro il peggior Bayern mai visto negli ultimi anni?

La Juve, come la Lazio, è a casa a metà marzo. L’asterico *(però ha fatto cagare addosso il Bayern) vale quel che vale. Un ciccinino per l’onore e l’orgoglio, una sega di niente per la bacheca e per il ranking Uefa. E noi, poveri tifosotti italiani, festeggiamo un 2-4 in Champions perchè ci fa salire di un gradino.

Quale gradino? “Scusi, dov’è la toilette?”. “In fondo a sinistra, occhio al gradino“. “Grazie”. “Si figuri”.

Certo, mi dirà ancora qualcuno: caro Settoruccio dei miei coglioni, fai uno scroll del tuo blogghetto e torna a Napoli-inter, non avevi festeggiato anche tu la sconfitta a Napoli?

Beh, c’è una bella differenza. Avevo festeggiato l’emozione di rivedere la mia squadra – una squadra in costruzione, una squadra in divenire dopo alcune stagioni del menga -, sotto 2-0, mettere alla frusta l’allora favorita del campionato e provare a rimontare, forse addirittura a vincere. Era un rincuorarsi, certo non un gioire.

Diverso è vedere la squadra che ha vinto 4 scudetti di fila e sta per vincere il quinto festeggiare un’inculata galattica in Champions, catalogarla come un upgrade. Upgrade de che? E finchè è la Juve, finchè sono gli juventini, ne hanno facoltà. Ma i giornali, le tv, i commentatori? Cioè, fatemi capire: uscire frantumati dalla Champions è un successo?

E quindi torniamo all’inizio: se questi sono i successi del nostro calcio, beh, stiamo freschi. Lo dico alla vigilia di un Roma-Inter che deciderà tutto per noi. Già un pareggio sarebbe un mezzo insuccesso, una bella sconfitta varrebbe un emerito cazzo. Meglio essere chiari dall’inizio. Sennò facciamo come la Juve, facciamo un casino per una sconfitta epocale, per un 5 maggio al cubo. E quindi altro che triplete, cara Juve, cara Italia: qui siamo concettualmente ai duecentocinquantaseiesimi di finale. Ad majora.

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Giugno 25, 2014
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Why always him?

Mettiamola così, per inquadrare un po’ la questione nel profondo: negli ultimi due Mondiali siamo usciti due volte nella fase a gironi, giocando sei partite e vincendone una (Inghilterra, la più fiacca Inghilterra dell’ultimo decennio), pareggiandone due (con squadroni tipo Paraguay e Nuova Zelanda) (no, dico, Nuova Zelanda) e perdendone tre (con Slovacchia, Costa Rica e Uruguay) (wow). Sì, d’accordo, in mezzo c’è stato un bell’Europeo (asfaltatissimi in finale: come dire, secondi con distacco) e una buona Confederations Cup (il Trofeo dell’Amicizia per nazioni, peso specifico -1), però negli otto anni trascorsi da Berlino non è che ce la siamo spassata. Siamo quelli che siamo, un po’ per colpa di un materiale umano oggettivamente modesto e un po’ per colpa di una gestione federale da barzelletta. Che prima affida la squadra a Donadoni con lo stesso entusiasmo e convinzione con cui l’Inter ingaggiò Gasperini; poi lo scarica dopo gli Europei per richiamare Lippi nell’operazione più puzzolente e arrogante che il calcio italiano ricordi; poi chiama Prandelli ammantandolo di santità e buoni propositi (e fino alla notte di Kiev, va detto, le cose sono andate benino) per poi arrivare al momento-clou con il solito clima malato: il famoso codice etico applicato alla cazzo di cane, il capo delegazione dimissionario che – semplificando – dice en passant che ai vertici è tutta una mafia, uno strepitoso effetto domino nelle scelte strategiche – preparazione, convocazioni, saune, ritiro in culo alla luna, crollo della curva del gradimento, un disadattato come front-man.

Con tutto questo, ieri sarebbe bastato fare uno 0-0 contro l’Uruguay, e ce l’avremmo fatta con quei cambi che neanche Trapattoni e con una agile e affidabile 8-2-0 nel finale se l’arbitro non ci avesse messo del suo. Ma, onestamente, una squadra del genere, dopo tre partite del genere – su 270 minuti ne salvi sì e no 60 -, meritava di andare avanti? E quanto?

Io un paio di sospetti a priori ce li avevo, diciamo così. Quando vedi gente che si fa le seghe per un’amichevole di Paletta e una discesa sulla fascia di Candreva,  cominci a dubitare del tasso tecnico complessivo. Poi dici: vabbe’, ma Prandelli non sarà proprio un pirla. Eppure è andata proprio così: dopo quattro anni di operazione simpatia, quattro anni di codice etico di questa bella minchia (quando inizi a fare le deroghe bòn, è la fine, lo sa anche una bambino dell’asilo), quattro anni di ricostruzione e faticoso ringiovanimento, Prandelli negli ultimi mesi è andato in panico completo e ha sbagliato tutto. Certo, non ha nessuna colpa se Giuseppe Rossi si è infortunato (ma anche questo faccia riflettere: altri si aggrappano a Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar, noi a Giuseppe Rossi), ma quindici mezze punte non le ho convocate io, diciassette moduli uno più inutile dell’altro non li ho alternati io. E Balotelli come simbolo della nazionale non l’ho scelto io.

Otto anni dopo Berlino, i più affidabili sono stati quelli di Berlino invecchiati di otto anni. Uhm. Attorno – agghiacciante – dovrebbe esserci stato il meglio espresso dal campionato italiano, Giuseppe Rossi (e Montolivo, vabbe’, si fa per dire) escluso. Questi siamo, ok. Nè tra i migliori nè tra i peggiori. Prandelli doveva metterci il valore aggiunto: a volte il sangue si cava anche dalle rape, la Grecia vince l’Europeo, insomma, il cuore lo metti oltre l’ostacolo un tot di volte e vai avanti. Io però ho visto solo gente facile a perdersi nei bicchieri d’acqua, annoiata, smarrita, pronta a dare la colpa al caldo, all’umidità, all’arbitro, il terremoto, l’inondazione, le cavallette! Gente che pensava di aver risolto tutto giocando mezza partita con l’Inghilterra e poi facendosi fare il culo da Costa Rica, o Costarica, o come cazzo si scrive (abbiamo perso con una squadra dal nome incerto, no, voglio dire).

Prandelli per quattro anni aspira alla canonizzazione con il codice etico e poi si affida a Balotelli e Cassano, i meno etici, i più spaccaspogliatoio e i più amabilmente inaffidabili giocatori che abbiamo. Certo, Prandelli mio, so benissimo che – stando così le cose, rovistando tra i poveri 23 che ti sei portato appresso – erano in teoria gli unici adatti a risolvere o cambiare le partite. Ma è come nominare Rocco Siffredi rettore del collegio delle Orsoline e sperare che – per un mesetto, che cce vo’? – non succeda nulla. I senatori gli hanno fatto un culo così, però andranno in pensione. Quindi il nostro futuro è Mario Balotelli? Un’icona, più che un giocatore? Uno che fa un gol, fa una confstampa alla Vieri e poi si riposa per un semestre? Uno che in sette stagioni da professionista non ha ancora imparato a stare al mondo? Uno che tira freccette, spara raudi in casa, viene la Kyenge e dorme, parla Pirlo ed è già sul pullman da un’ora con le cuffiette? Uno che ha 24 anni e la miglior stagione l’ha fatta a 17? Boh, auguri a chi verrà: a questi livelli sarà dura anche qualificarsi agli Europei. Meno codici, più coglioni. Nel senso di palle, eh?

italia.uruguay

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Giugno 7, 2014
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La zona umida

Mondiali 2014. allenamento della Nazionale ItalianaA Mangaratiba il tasso di umidità è più alto di qualsiasi altro punto della lunga fettuccia di terra che scende giù a sud da Rio: oggi pomeriggio, per il primo allenamento, superava ampiamente il 50 per cento, con temperatura di 27 gradi. (ANSA)

Minchia, poveracci. 27 gradi e umidità ampiamente sopra il 50 per cento. Argh! Che angoscia. I nostri eroi costretti ad allenarsi in condizioni impossibili. Sto per sentirmi male, mi manca il respiro pensando – chessò – a Candreva che boccheggia mentre fa hop hop a bordocampo. Mestiere di merda, il calciatore. Poi mi cade l’occhio sulla centralina meteo di Pavia, ora di pranzo.

temper

Osteria, mi dico. Anche a  Paviangaritiba si sta veramente di merda, ma questo io lo sostengo da anni. Certo, questa città – la mia – butta nel cesso occasioni su occasioni. Invece di stare qui passivi ad aspettare l’Expo o l’ondata delle zanzare, santamadonna, non si poteva invitare qui la Nazionale una settimana? Invece di costringere la Federazione a installare una sauna a Coverciano, non si poteva mettere giù due porte all’area Vul e organizzare il ritiro premondiale? Se Pavia avesse lu mere sarebbe una piccola Maceiò, ma quando a temperature e tassi di umidità non abbiamo niente da invidiare all’inverno tropicale brasiliano. Altro che ritiro nel resort a bordo Amazzonia. Bastava a bordo Ticino.

Certo, pensate ai poveri azzurri. Partono dall’Italia in questi giorni di estate anticipata, cambiano emisfero e trovano 27 gradi e 50 per cento di umidità.

Ma è pazzesco.

Di solito ci si lamenta per gli sbalzi di temperatura. Stavolta ci si lamenta per il non-sbalzo di temperatura. Parti che è quasi estate e fa caldo, arrivi che è quasi inverno e fa caldo uguale. In effetti è assai bizzarro. Bisognerebbe organizzare i Mondiali in zone miti e temperate, le altre zone si fottano. Sì, certo, il Brasile bla bla bla. Ma questa storia dell’umidità? L’umidità rende nervosi. Ti si appiccicano i vestiti, in macchina ti metti la cintura e quando esci hai una riga trasversale di bagnato sulla camicia, se bevi sudi, se non bevi muori, se bevi il giusto non risolvi un cazzo.

Sono solidale con gli azzurri. Troppo umido.

Dice: ma il caldo c’è per tutti, l’umidità c’è per tutti. Per la Svizzera, il Ghana, la Russia, l’Andorra, la Germania. Vero, ma per noi è diverso. Noi siamo più delicati e anche un pelo più ansiosi. E’ colpa dei media. Appena fa un po’ più caldo del normale, a ogni telegiornale parte il servizio sul tema “Occhio che morirete tutti di caldo fatevene una ragione e comunque prendete queste due precauzioni che abbiamo copincollato così magari sopravvivete e arrivate all’inverno quando faremo il servizio che morirete tutti di freddo ma adesso non precorriamo i tempi procediamo con un flagello per volta”. A noi ci spaventano così, dando nomi impressionanti alle ondate e di caldo e confezionando servizi dei tg secondo i quali

“Se ci sono 47 gradi e c’è afa, bisogna evitare di fare sport alle due del pomeriggio in luoghi non ombreggiati e con il bar chiuso per turno”.

Che in effetti è un consiglio da buon padre di famiglia. Per cui azzurri, armatevi di pazienza, accendete le pale sopra il letto, rilassatevi e fate come vi dico:

1) bere molto, anche se non avete sete, e mangiare molta frutta, anche se vi fa cagare.

2) evitate cibi pesanti, fritti, intingoli, grigliate, stufato d’asino, brasato con polenta e churrasco a pranzo (se si gioca nel pomeriggio)

3) nel pomeriggio (se non si gioca) andare in un centro commerciale con aria condizionata.

4) non indossare trend leggings alla caffeina (questa l’ho letta sul sito di Panorama, quindi deve essere vero)

5) preferite indumenti di cotone e bianchi a indumenti sintetici e colorati.

Dice: ma noi abbiamo la maglia azzurra sintetica, come facciamo a giocare con una maglia bianca di cotone? A questa domanda, pur pertinente, c’è un solo tipo di risposta: ma che cazzo, ve l’ho detto io di andare ai Mondiali?

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