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settembre 21, 2015
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Quei fottuti geni della Pixar

A noi giovani padri degli anni ’90 e seguenti, la Pixar ha salvato la vita. Poteva essere un periodo denso di cenerentole, bianchenevi, cariche dei centouno, cerbiatti, topi e gatti vari – un periodo difficile-, e invece no, siamo stati graziati e ci si è aperto un mondo. Quando uscì Toy Story, la novitá fu interessante: si passava a un’animazione computerizzata, tridimensionale, tremendamente innovativa (c’era di mezzo Steve Jobs) e questo all’inizio bastava e avanzava per andare al cinema con convizione e senza mai guardare l’orologio  (santiddio, quando finisce?).

Fu quattro anni dopo, con Toy Story II (1999), che mi accorsi che non era solo questione di computer. Dietro quella allora sbalorditiva tecnica c’era dell’altro. C’era della scrittura, e che scrittura. Quando un film mi piace mi sento gonfiare il petto, la sensazione fisica di essere pieno di grande cinema (almeno quello tale secondo la mia modesta opinione, de gustibus, per caritá). Ecco, durante Toy Story II – inaspettatamente – mi è capitato. Mi ricordo anche il momento: c’era una Barbie che guidava una macchina della Barbie e portava in giro il cowboy Woody in un magazzino di giocattoli. Volevo alzarmi in piedi e applaudire (figura di merda, diciamolo). Ma come, è solo un cartone, dicevo tra me e me. Eppure il petto, sì sì, lievitava. E con la Pixar mi sarebbe capitato ancora, altre volte, tante, anzi parecchie.

Quindi mi sono chiesto: chi è il fottuto genio che scrive queste storie?

Uscito dal tunnel dei doveri nei confronti dell’infanzia – leggi: portare le figlie al cinema a vedere i cartoni -, sono entrato in quello dei doveri nei confronti del cinema – leggi: vado a vedere i cartoni della Pixar per mia estrema e intima tensione e convinzione personale. E senza il minimo tentennamento. Non come quello che in edicola compra Micromega e Limes per infilarci Le Ore. No no, con trasparenza.

Dicevo: chi è il fottuto genio?

Ora, i film della Pixar non hanno tutti la stessa mano, nè nel disegno nè nella scrittura. Ci sono quelli di Brad Bird, per dire (Nemo, Ratatouille), quelli di Stanton o di Unkrich. Ma il meglio, l’eccelso fa capo a due menti, quelle di John Lasseter (il pioniere, oggi “solo” direttore creativo e super-mega-produttore) e di Pete Docter, che hanno diretto e sceneggiato i capolavori: i primi due Toy Story, Bug’s Life, Monsters & Co e Up.

E quindi sabato sera sono andato al cinema con il petto giá pronto a riempirsi per vedere Inside Out, scritto e diretto da Pete Docter, l’allievo che supera il maestro, almeno così diceva una recensione.

La scrittura, ecco. Non è solo il pensiero che sta dietro un soggetto (e qui, in Inside Out, nell’avventura  dentro il cervello di una ragazzina delle cinque emozioni che dominano l’essere umano, c’è l’ispirazione a fior di studi sulla psicologia partendo da un saggio di Darwin di un secolo e mezzo fa), ma è la ricchezza di una sceneggiatura che ti mette insieme in 90 minuti più battute riuscite che non negli ultimi sette film di Woody Allen (e io adoro Woody Allen) o nelle ultime settecento commedie italiane. Non è solo giocare con il cuoricino dello spettatore – bambino o adulto che sia, non ha importanza – sapendo di poterlo devastare con le solite tre o quattro semplici mosse, ma offrire su un vassoio un gioco di rimandi e di citazioni che ti ribalta sulla poltrona anche se sei lì seduto, almeno in apparenza.

Tutto è relativo. Per dire, c’è gente disposta a farsi tre ore di coda all’Expo al padiglione del Giappone (sì, ok, è bello) per quattro emozioncine visive. Inside Out varrebbe 48 ore di coda davanti al cinema,  con sacco a pelo e cucina da campo, tipo quando c’era da comprare il biglietto per Madrid.

E quindi lancio la mia campagna. La Pixar l’Oscar per il miglior film di animazione l’ha giá vinto varie volte,  Lasseter ne avrá una collezione (due sono suoi personali), Docter stesso ne ha vinto uno come regista di Up. Ecco, bisogna andar un po’ oltre, perchè quel che è giusto è giusto: dopo tre nomination, è giunta l’ora dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.  Viva Inside Out, viva Pete Docter, viva l’Inter, viva il cinema, viva la Juventus in B per meriti sportivi.

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