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ottobre 17, 2016
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La costruzione di Mauro Icardi (vivere da top player senza esserlo)

mauro-icardi

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al netto degli squadrismi da curva (ventunesimo secolo, anni dieci, e siamo sempre lì) e delle penose sbandate societarie, sarebbe un errore sostanziale archiviare la vicenda Icardi e i casini di Inter-Cagliari con una semplice – e doverosa, per carità – manifestazione di solidarietà al capitano. Perchè Mauro è un problema, un problema bello grosso, un problema tutt’altro che inedito, e che bisognerebbe affrontare nel suo complesso.

Mauro Emanuel Icardi Rivero, argentino, classe 1993, è oggettivamente un signor giocatore e un prospetto di levatura internazionale. Ha 23 anni, è sbarcato in Europa da ragazzo, è stato tre anni nella cantera del Barcellona, si è trasferito 18enne in Italia dove è alla sua sesta stagione in Serie A – la quinta da titolare, la quarta in una grande squadra di cui è diventato capitano già da un anno. Ha vinto una classifica cannonieri. A 23 anni ha segnato finora 64 gol in Serie A (molti alla Juventus), di cui 53 con la maglia dell’Inter.

Questo, a oggi, è Mauro Icardi.

E’ utile fissare un paletto wikipediano perchè disegna al meglio, senza fronzoli, il profilo di Maurito: un attaccante eccezionale per età, rendimento e doti tecniche, nessun dubbio, ma NON (non ancora) un top player. La tabellina della biografia si va riempiendo di cifre interessanti, ma nella casella vittorie non c’è nulla, ed è un nulla che fa la differenza. Questo non impedisce di fare di te l’oggetto del desiderio sul mercato (nessuno nasce top player, ovvio), nè a te in prima persona di venderti per quello che sei, quello che ti senti di garantire (e Maurito garantisce venti gol a stagione) o quello che prometti di diventare. Ma NON sei (non ancora) un top player.

In questo quadro, la vicenda del libro assume un significato per nulla secondario.
Mauro Icardi è un personaggio in costruzione, nel senso più letterale del termine. Intorno alle imprese sul campo – le uniche che per noi contano davvero – ha preso forma anche il resto. Un “resto” che deve essere costantemente, ossessivamente quello di un top player che (ancora) non è. Difficile non pensare che la bulimica presenza sui social non sia proprio questo: la certificazione continua di un’esistenza a un certo livello, fatta di biondone clamorose (una, diventata moglie e manager e probabilmente grand commis di tutto l’ambaradàn), di macchinoni personalizzati, di case da sogno, lettoni da sballo, piscine panoramiche, muscoli tirati, acconciature trendy. Ultimamente, anche di uno stipendio clamoroso strappato dopo lunga e spiacevole trattativa.

Nel mentre, sia chiaro, Mauro si occupa di fare bene il suo mestiere “vero”. Si allena, gioca, segna. E’ un ottimo atleta professionista, è un attaccante fortissimo. Che però è all’Inter e non vince niente. E’ il link che manca per accedere al club dei top player. Un requisito necessario. E allora la costruzione continua, per non rimanere indietro. Anzi, per essere a pari con gli altri, almeno nei contenuti accessori.

Mauro così si costruisce un’altra cosa che non ha, una storia. O, volendo essere generosi, che non possiede ai livelli in cui può diventare minimamente interessante per l’universo mondo. La fa scrivere su un libro, perchè un’autobiografia sullo scaffale lo mette agli stessi livelli di Ibra, Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona eccetera. Non ha vinto nulla, ma un libro racconta la sua vita. Quindi è un personaggio. Il meccanismo virtuale è sempre più palese.

Detto tutto ciò, che il caso Icardi scoppi adesso, e per tre pagine di un libro, ha un vago retrogusto di grottesco. Mauro Icardi è un problema da un po’. Un dolce problema – nel senso che è un giocatore che ci piace da morire, un centravanti giovane e ambizioso che segna con regolarità, un bel ragazzo che ha saputo chiudere con un cerchio perfetto una storia sentimentale da enciclopedia del gossip – ma pur sempre un problema.

Affidargli a 22 anni la fascia di capitano è stata una bellissima cosa. E togliergliela per un regolamento di conti con la Curva, in cui la Curva grazie alle piazzate di Zanetti e Ausilio si è trovata di default dalla parte della ragione, sarebbe stata grossa cazzata.

Se c’era un momento in cui togliergliela, quasi per giusta causa, proviamo a ripensare alla lunga estate delle wandanarate, degli ammiccamenti con altre squadre perchè suocera intendesse, delle trattative cravattare per il ritocco all’ingaggio. Ecco, in quelle quattro o cinque settimane da cavallo tra luglio e agosto Mauro Icardi non è stato un gran capitano. E avendo in squadra, per dire, uno che ha 100 presenze nella sua nazionale e ha vinto due Coppe America in due anni, o un altro che ha messo la fascia 10 volte nel Brasile, si poteva anche pensare a un’alternativa senza offendere nessuno.

Avanti con Maurito, dunque, finchè si può. Bene così. Augurarci che ci serva da lezione, vabbe’, è pure troppo: abbiamo gli armadi pieni di lezioni mai imparate. L’Inter si interroghi un po’ sul modo in cui affronta i suoi problemi, anche quelli dolci. Domenica lo spettacolo è stato pessimo. E il percorso che ci ha portati fin qui non dev’essere stato migliore. Nessuno ha letto le bozze di un libro di uno come Mauro Icardi, nessuno si è premurato di chiedergli due cose, di dargli un consiglio, fare un paio di accertamenti… (sospiro)

E’ finita quasi a tarallucci e vino, con le scuse, i buoni sentimenti, i fioretti per il futuro. Si poteva evitare tutto ‘sto casino? Uh, pazienza. Però Inter, che brutta figura. Mauro Icardi non è nè Ibra nè Keith Richards, ma un centravanti social che a 23 anni ha dovuto riempire a forza il libro della sua vita. E tu lo lasci solo?

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ottobre 17, 2016
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Fahrenheit 451 (dei danni della cultura, o del trattenersi dallo scrivere)

La storia di quest’ultimo weekend interista sembra un po’ “Pulp fiction”: che lo guardi, resti avvinto e tecnicamente ti diverti un casino (bisogna dirlo, siamo sanguinolenti e spassosi), ma se devi mettere insieme i pezzi della storia non capisci bene da dove si parte. La narrazione circolare di Inter-Cagliari e degli eventi che l’hanno accompagnata  è un enorme casino, dove nessuno ha ragione e tutti hanno torto: ma chi ha fatto la cazzata originale che ha innescato l’effetto domino della merda che in breve ha coinvolto tutti (Icardi, Curva Nord, società, squadra e pure noi tifosotti che non c’entriamo proprio niente) in una splendida domenica di metà ottobre?

La mia teoria è che tutto parte dal libro, e che se “Sempre avanti” non fosse mai stato scritto avremmo vinto 5-0 con il Cagliari e trascorso il resto della domenica con l’espressione stampata in faccia di chi si è fatto una gigantesca canna o ha fatto petting di terzo grado con Beyoncé Knowles.

Allora, partiamo dal libro. Hanno già detto cani e porci che (farsi) scrivere un’autobiografia a 23 anni  senza aver combinato sostanzialmente un cazzo nella vita è un’operazione – come dire – un pochino eccessiva. E’ verissimo. Chi ti si incula, Mauro? Noi ti vogliamo bene, sei il nostro capitano e il nostro centravanti, sei un eccellente giocatore e tutti confidiamo in te per il nostro comune futuro. La casella “zero” alla voce trofei non è  colpa tua, ci mancherebbe, però devi tenerne conto. Perchè se vinciamo la Coppa Italia cosa scrivi, la Treccani?  E poi quel sottotitolo, “La mia storia segreta”, riferito a uno che non ha nessun segreto, un ragazzo che ha un concetto della sua stessa privacy molto blando, che ci ammorba di tweet e di selfie da una vita, foto sul balcone, nel lettone, con i bimbi, senza bimbi… ma santa madonna, Mauro, magari avessi dei segreti, magari!

Insomma, Maurito – primo errore -: non pago di essere il centravanti e il capitano dell’Inter, non pago della tua storia d’amore coram populo con biondona e famiglia-monstre, non pago della fatwa degli argentini, non pago delle macchinone e del contrattone… non pago di tutto questo, dovevi proprio (farti) scrivere un libro? Per raccontare cosa, a parte ‘sti due dettagli di non grandissimo conto?

E arriviamo al secondo errore. L’episodio di Reggio Emilia nella vita – poniamo – di Maradona è mezza riga (“una volta mi hanno madato a cagare”), ma nella breve e scarna storia di Mauro Icardi vale tre pagine. Chissà se la ricostruzione del “tira la maglia, riprendi la maglia, ri-tira la maglia, mandiamoci tutti affanculo” è giusta o sbagliata: un dettaglio marginale, stiamo parlando di Sassuolo-Inter e di Icardi contro la Curva, mica dell’incontro di Teano. Ma quel passaggio “(…) sono pronto ad affrontarli uno a uno. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”, santa madonna, ma come ti è venuto in mente? Caro Mauro, la Curva per me è sotto lo zero e a tutti capita di dire qualche stronzata: ma poi bisogna scriverla su un libro, per forza?

E siamo al terzo errore. Che è quello di rivangare da bulletto, con sottolineature postume, un episodio spiacevole: una mossa sbagliata, in assoluto. Scriverla nera su bianco e farla stampare su qualche migliaio di copie di un pur inutile libro è una grossa stronzata. Sicuro, proprio sicuro che la storia non fosse da far leggere a qualcuno, prima? Qualcuno in società? Non è mica censura: è buon senso. Giusto per avere un consiglio: a 23 anni si fanno un sacco di minchiate – tipo (farsi) scrivere un’autobiografia.

Bòn, il libro esce. Alcuni giorni dopo la Curva Nord reagisce. Alcuni giorni dopo. Comunicato quasi notturno nella serata di sabato, a rendere impossibile qualsiasi spiegazione o mediazione prima della partita, che è domenica alle 15. Perchè ormai è deciso, non ci sono alternative, non ce ne devono proprio essere: si sente già il rumore degli anfibi, allo stadio deve andare in scena per forza la contestazione, non ci sono cazzi, tutti devono sapere, tutti devono vedere, tutti devono partecipare, perchè il reato di lesa curva è  ben più grave di qualsiasi cosa, anche di incularsi una partita importante con un avversario abbordabile. E’ l’errore numero quattro.

Ma alla Curva, in fondo, di Inter-Cagliari che gliene frega? L’importante è segnare il territorio, manifestarsi in vita e regolare un conto da sempre in sospeso con il capitano. A cui chiede di lasciare la fascia (mecojoni!) e a cui riserva un trattamento coi fiocchi: striscioni durissimi (uno postumo, dopo la partita, davanti a casa), contestazione, fischi. Icardi gioca male e sbaglia un rigore. Nesso di causalità tutto da dimostrare, direbbe l’avvocato della Curva. Il resto dello stadio (ah già: va sempre spiegato che la Curva è una parte dello stadio, perchè poi c’è il resto dello stadio, e poi c’è il resto del popolo interista, parliamo di milioni) sostiene il Capitano, lo applaude dopo un rigore sbagliato, un evento più unico che raro. No, per dire che situazione c’era (e che situazione ci sarà).

Ma ora dobbiamo fare un passo indietro, alle due e mezza del pomeriggio. Incredulo davanti alla tv, Mediaset Premium, vedo inquadrare Zanetti con un inconsueto tremolio allo zigomo.

E’ incazzato?, mi chiedo.

Sì. Dice che saranno presi provvedimenti. Lo dice rispondendo a un’innocente domanda che richiedeva un’innocente risposta (tipo “Un episodio spiacevole, ma ne parleremo con più calma domani, ora abbiamo una partita da vincere, forza Inter”), una banalità paracula come se ne dicono a badilate prima e dopo qualsiasi partita. No, lui risponde secco: sì, di sicuro, e bla bla bla con il suo accento argentino meno buonista e suadente del solito. In pratica, mezz’ora prima della partita, con gli striscioni ancora  da stendere, i fischi ancora da fischiare, la merda ancora da spargere, la partita ancora da perdere, il vicepresidente dell’Inter dice al mondo che ha ragione la Curva (non “i tifosi”, come dice lui: la Curva, perchè la questione era ed è tra Curva e Icardi, i “tifosi” – io, per esempio – non c’entravano un emerito cazzo) e che Icardi è un grosso coglione.

Questo è l’errore numero cinque, non meno grave degli altri.  Un errore che sarà ripetuto nelle ore successive da Ausilio, paro paro. Si trattava solo di salvare le apparenze, è chiaro che avessero tutti i diritti di essere incazzati. Ma delegittimare a mezz’ora dalla partita il proprio capitano, già annunciando provvedimenti contro di lui, e nel contempo dare ragione a una frangia del tifo con cui hai tutti i diritti di tenere i rapporti che vuoi ma senza dare la netta e insopportabile impressione di temerla o di esserne condizionato, santiddio, è una roba che non si può nè vedere nè sentire. Cinesi, strategie globali, marketing universale, e in certe cose restiamo all’Abc.

Cosa succederà ora? Boh, se queste sono le premesse… Abbiamo un centravanti e capitano sostanzialmente esautorato, una Curva intellettualmente impresentabile, una società che non si formalizza a pestare merde. Ah, poi ci saremmo anche noi: no, per dire, noi che cavolo c’entriamo in tutto questo? E ci sarebbe anche la squadra, cui tocca giocare una partita in un’atmosfera inaccettabile e surreale, che se fossi stato un pochino più cinico dopo le parole di Zanetti mi fiondavo alla Snai e mi giocavo la tredicesima sul 2. Forse De Boer è pure contento, in questo caos: i suoi cambi lisergici saranno passati un po’ sotto silenzio, occupato com’era il mondo a prendere appunti sugli striscioni e a guardave come reagiva Maurito.

Nel frattempo con Palermo, Bologna e Cagliari in casa abbiamo fatto due punti, il Milan è secondo e la Juve è a un anno luce. Vabbe’, ma noi abbiamo altro a cui pensare: a quale provvedimento sarà preso contro il capitano, per esempio, un provvedimento che sarà in automatico un successo della Curva, perchè così ha impostato il discorso l’Fc Inter in persona. Bella roba, capolavoro tattico e filosofico. A prenderlo in culo è solo il tifosotto medio, l’unico che si è accorto che al termine di questa divertente e variegata domenica autunnale siamo undicesimi a pari con il Bologna.

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settembre 23, 2016
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L’uomo giusto

joao-mario-inter

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

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settembre 22, 2016
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I ragazzi del ’93

icardiempoli

Non è ancora passata una settimana da Inter-Hapoel Beer Sheva. No, bisogna ricordarlo, perchè tutto assume automaticamente una dimensione diversa. Non trionfale, nè eccessivamente autoindulgente. Diversa. In sei giorni siamo riemersi dallo sprofondo battendo la Juve a San Siro (certo, nella partita più brutta degli ultimi 30 anni, come si è premurato di ribadire Allegri anche stasera) (contento lui, ma a occhio dev’essere il culo che brucia) e poi l’Empoli in trasferta con i seguenti miglioramenti rispetto alle prime quattro partite di campionato (più la spaventosa Europa League): non siamo andati in svantaggio; abbiamo segnato nel primo tempo; non abbiamo subito gol.

Il miglior commento a questa partita l’ha fatto De Boer, un giorno prima che si disputasse: “Prima della Juve mi davate per morto, dopo la Juve mi avete chiesto se possiamo vincere lo scudetto… Io dico solo che il campionato è lungo e il campionato si vince con le piccole squadre”. Tenendo conto che il Chievo è terzo e il Palermo ha espugnato Bergamo, il nostro campionato con le piccole (Pescara, Juventus ed Empoli) per ora segna nove punti in tre partite, e quindi va bene così.

Aver risolto la partita in 17 minuti è un ulteriore upgrade per una squadra che finora aveva dovuto rimediare ampiamente in corsa. Quanto al fatto che siamo Icardi-dipendenti, non vedo il problema: segna sempre lui, ci pensa lui, risolve lui? E allora? Si sta verificando il rarissimo caso di uno che, dopo aver ridiscusso lo stipendio, giustifica in tempo reale l’aumento. Noi non ci possiamo lamentare. Forse gli altri sì.

Mancava Banega, ma c’era Joao Mario. Un altro che sta giustificando l’investimento senza effetti speciali ma con una disinvoltura che conquista. Ho rivisto 118 volte il video del replay del secondo gol: due ragazzi del ’93 che intercettano palla a metacampo e la recapitano in porta in due secondi. Così bello, potente e denso di emozioni che quasi lo caricherei su YouPorn.

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settembre 20, 2016
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Il centrattacco ha da puzza’

inter-juventus

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

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settembre 18, 2016
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Vi prego, restate così

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Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

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settembre 14, 2016
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Non mi togliere

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(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Quando vinci, scegliere il gesto (il momento, il punto di svolta) simbolo della partita è più facile. Ripensando a Pescara, sarebbe scontato esaltare la splendida torsione di Icardi per il gol del pari (che se non avesse trascorso un’estate da Wando e si chiamasse Hicardin o Icardowski, forse qualche titolo in più l’avrebbe guadagnato). Oppure, il miracolo in uscita di Handanovic sul possibile 0-2 (quando si tuffa, le prende), o quella meravigliosa scivolata di Miranda che ha evitato un prematuro (e forse letale, chissà) gol dello 0-1 a partita iniziata non da molto.

Ripensandoci, però, l’attimo da cogliere è un altro. E’ un’espressione facciale catturata da una telecamera nel momento esatto in cui, di fianco alla panchina dell’Inter, sembrava di stare al luna park. Il tabellone delle sostituzioni cambiava continuamente numero, tipo videolottery, una folla di giocatori con maglia nerazzurra si accalcava di fianco al quarto uomo. De Boer si giocava tutto con una mossa inconsueta e discretamente folle: tre cambi, dentro tre attaccanti.

Icardi guarda la scena, sgomento. Sembra non capire bene. Guarda verso la panchina. Stanno entrando Jovetic, Eder e Palacio. A meno che non si giochi con il 4-0-6 qualcuno deve uscire.

Nella sarabanda di numeri sul tabellone della sostituzioni, il 9 però non compare.

Icardi sa che non sarebbe stato uno scandalo sostituirlo, proprio no. L’Inter perde 1-0 a Pescara, manca un quarto d’ora più recupero alla fine e lui, in 75 minuti, si è visto per un colpo di testa fuori di un pelo, stop. Comunque escono Perisic, Candreva e Medel. Lui no.

La telecamera non inquadra il sospiro di sollievo. Quello possiamo solo immaginarlo. Così come possiamo solo immaginare che l’aver evitato la gogna gli abbia dato una mossa. Due minuti dopo, la telecamera inquadrerà infatti Icardi volare a centro area per il primo gol. Sedici minuti dopo, lo inquadrerà avventarsi su una palla vagante e segnare la rete della vittoria. Noi che sedici minuti prima avremmo tranquillamente avallato il suo cambio, saltando sul divano lo esaltavamo come il miglior centravanti dell’universo.

Ma questo è normale, in ambito tifosotti. Meno normale – cioè eccezionale – è il rendimento di un giovane attaccante (giova ricordare, ogni tanto, che è del 1993, che è titolare in Italia da qualche stagione e che una volta ha pure vinto la classifica cannonieri) cui si chiede – giustamente – un’evoluzione tecnica (tornare, partecipare, imbrattare la divisa) ma che nel mentre tiene la media in carriera di un gol ogni due partite, nel presente campionato viaggia a un gol al partita (tutti i gol dell’Inter), che in stagione te ne garantisce minimo una ventina.

Prendere o lasciare, questo è Icardi. Ti chiedi dove si sia imboscato, poi gli arrivano tre palloni e mette due. In my opinion, è da prendere centomila volte. Pazienza se è sempre a portata di selfie e ha la moglie invadente: se la deprimente pantomima dei mesi scorsi è servita almeno a fissare una mostruosa clausola rescissoria, sono contento. Ora come ora, non ne possiamo fare a meno. Così, a occhio, la pensa anche De Boer se mette tre attaccanti e non toglie lui. E chissà che da quel faccino angosciato del nostro capitano, nell’attesa di vedere comparire o meno il 9 nel tabellone, il nostro campionato abbia già preso un altro passo.

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settembre 11, 2016
di settore
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Quel gran genio del mio amico

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Quello in cui De Boer si è alzato dalla panchina e ha fatto tre cambi tutti insieme – e mettendo tre attaccanti, mica cazzi – è stato un momento del tutto irreale, come del resto irreale fino a quel momento erano il punteggio, la classifica, la stagione e il nostro stesso irragionevole interismo. In pratica: l’odierna fase della nostra vita in cui mendichiamo punti con Chievo, Palermo e Pescara.

Ecco, questo è il primo step.

De Boer ha fatto un gesto disperato e godurioso insieme. Praticamente – e senza rendersene conto, penso – ha miscelato le seguenti cose: 1) giocare il jolly a Giochi senza Frontiere nel gioco più difficile; 2) superare a destra Mourinho; 3) imitare De Niro e Walken nella scena della roulette russa nel Cacciatore; 4) fare boungee jumping senza controllare se il moschettone fosse stato effettivamente agganciato; 5) sperimentare bondage estremo con una vicina di casa pregiudicata; 6) mettere in pratica in diretta tv quella che poteva essere definita come la più classica della sboronata teorica da bar (“una volta ho fatto tre cambi tutti insieme, mettendo tre attaccanti”, “ma vai a cagare, bevi meno”).

Il secondo step è: a cosa è servito fare il fenomeno?

Ecco, poteva perdere 2-0, anche 3-0. Oppure fare 1-1, oppure anche 4-4 (sarebbe stato terribilmente in tono con la mossa dei tre attaccanti all together). No, perché adesso arriva la cosa complicata: ha vinto la partita. Non so come, giuro, ma questo è quello che è successo. L’ha vinta in rimonta con la doppietta dell’unico attaccante che non ha lasciato in campo e che noi avremmo preso tranquillamente a calci in culo come quelli sostituiti.

Ora, siamo tutti a un bivio. O la cosa a cui abbiamo appena assistito è catalogabile nel più classico dei colpi di culo, oppure Frank De Boer è un genio. Di sicuro, siamo già arrivati – solo alla terza giornata – all’over the top: più di tre cambi in contemporanea Frank non potrà fare, lo impone in regolamento Fifa, e già mi sembra dura accettare una così assurda limitazione avendo a disposizione un mister talmente scoppiettante, passato nel giro di 5 minuti da “ectoplasma olandese sulla rampa di lancio” a “Zanza degli allenatori Seminatore d’Oro”. Viva l’Inter, Juve merda e pure noiosa: la festa è qui.

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agosto 28, 2016
di settore
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Cozza Inda

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Si possono affermare, più o meno serenamente, due cose altrettanto vere: 1) questa squadra e il suo allenatore hanno bisogno di tempo, probabilmente molto; 2) pur con tutta la pazienza di questo mondo, non si può non vincere con questo Palermo, no, no e poi no. Quindi, dopo essersi contraddetti nel breve volgere di due righe, bisogna decidere per cosa bisogna rassegnarsi: 1) all’attesa, nella speranza di vedere qualcosa di buono il più presto possibile, e fare un tifo responsabile quasi zen; 2) alle incazzature, o alle delusioni, che già ci ammorbano l’attesa di cui sopra (un punto contro Chievo e Palermo, cioè, si sono visti inizi migliori).

Il quadro è piuttosto drammatico, parlandone oggettivamente. Un mese – 30 preziosissimi giorni – l’abbiamo perso dietro le paturnie di Mancini. Fisicamente, siamo delle mozzarelle: le tournée porteranno anche soldi,  ma guarda come ti riducono (tantopiù se  il tuo allenatore dell’epoca si comporta da dead man walking e tu non sai che cazzo fare). Poi arriva un nuovo mister che non parla italiano, non conosce il calcio italiano e – non potrebbe essere altrimenti – di fronte a questo popò di casino chiede tempo. E gliene o occorrerà parecchio, con altri due giocatori nuovi da inserire e quelli vecchi da risistemare.

Ecco: quelli vecchi sono al momento la vera profonda delusione. Mettici pure tutte le attenuanti, mettici  anche che chiudi gli occhi e fai oohhhhmnmmmmmmm perchè hai deciso di metterti in stand by (la faccenda dell’attesa). Ok, perfetto, ma c’è una percentuale di impresentabili che ti mette una certa angoscia. Ragazzi, noi aspettiamo, per carità. Ma voi datevi una mossa.

Rispetto al nulla di Verona, oggi si sono viste le occasioni: perlomeno abbiamo riprovato il brivido antico di tirare verso la porta avversaria, quel gesto tecnico che con un po’ di culo può produrre il gol. Che la metà di queste occasioni sia capitata a Medel, ecco, meriterebbe un’ulteriore riflessione, o una disamina tecnica che non sono in grado di affrontare.  Cinque-sei occasioni più che nitide, ma anche cinque-seicento passaggi sbagliati. Faceva caldo? E vabbe’ ragazzi, avete le maglie tecniche, vi danno da bere: è uno sforzo che, alla vostra età, si può fare senza grossi rischi.

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agosto 19, 2016
di settore
83 commenti

Viva viva la Serie A

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(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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