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gennaio 15, 2017
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L’ebbrezza del budino

A un certo punto ho ceduto e, intorno al sessantesimo minuto, ho mangiato un budino dell’Esselunga. Non si è trattato del convulso triturare l’Orociok, ma di una tranquilla degustazione di un surrogato. Uno sfizio, più che una necessità. Il Chievo conduceva ancora 1-0 contro ogni logica e io non riuscivo né ad arrabbiarmi né a farmi salire l’ansia. Affondavo il cucchiaino nel budino, portavo alla bocca e facevo schioccare la lingua. E’ probabile che durante la degustazione, che ho effettuato in totale concentrazione – quindi chiudendo gli occhi durante l’ingoio -, mi sia addirittura perso uno dei 400 tiri in porta di questa partita assurda, dominata restando in svantaggio fino al 69′, costretti alla rimonta pur giocando con un’imbarazzante superiorità. Avessi avuto i Choco Leibniz, non li avrei aperti. Ero impaziente, non ansioso. Doveva solo entrare quella fottuta palla, bastava una volta su venti tentativi, un inghippo statistico più che tecnico. Alla fine è successo.

Sono sensazioni antiche, quelle di non inquietarsi troppo sullo 0-1 a mezz’ora dalla fine perchè sai che prima o poi la vinci, non può andare in un altro modo perché sarebbe troppo assurdo. E quindi va bene così, ti godi il contesto, un attacco che produce, un centrocampo che galoppa (Kondo è recuperato, Gagliardini è fortissimo, tanto che di Brozo non senti la mancanza) e la placida convizione di essersi ormai ritrovati. A 18 giornate dalla fine, comincia il recupero del tempo perduto. Forza Inter, forza Viola.

 

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gennaio 8, 2017
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Specularmente a ritroso (ovvero: investire 5 euro)

Erano anni e anni che non vincevamo quattro partite di fila. Precisamente, uno (e qualche giorno). Era successo a fine 2015, nell’autunno dorato del Mancio ancora sorridente – come noi, del resto – e degli 1-0 straordinariamente ripetitivi per i fegati altrui: battemmo Bologna, Roma, Torino e Udinese – sempre loro – in una serie che culminò con il primato in classifica con 4 punti di vantaggio. Al che accadde che un amico (si chiama Gigi) mi chiamò al telefono per dirmi che davano l’Inter a 5 per la vittoria dello scudetto e che gli sembrava il caso che giocassimo 20 euro. Non mi soffermo sul seguito della storia (dell’Inter e dei miei fottuti 20 euro), ma allargo il campo e dico che si trattò in realtà di una splendida serie di sette partite, 6 vinte e una persa a Napoli  facendo un secondo tempo da paura. Poi niente, sul far del Natale io giocai i 20 euro sognando di incassarne 100 qualche mese dopo e l’Inter, per ringraziarmi della fiducia, smise d’amblè di giocare, a partire dalla magica notte di Melo e della Lazio, di Jovetic e del Mancio, e una storia va a puttane, sapessi andarci ioooooooooo.

Un anno e un mese scarso dopo ecco rifare una serie di 4 partite vincenti – Genoa, Sassuolo, Lazio, Udinese – che mi stimolano una riflessione parellela. Si tratta in realtà (punteggiata dalle ultime tragiche esibizioni europee, ma quelle vanno calcolate correttamente a parte) di una abbastanza splendida serie di otto partite in campionato, di cui 6 vinte, una pareggiata (bene, col Milan) e una persa (demmerda, col Napoli).

Sono le otto partite senza De Boer.

Non parliamone più. Lo fanno di continuo loro, i nostri beniamini, dal capitano Icardi che ricorda “il clima insostenibile” al morituro Jovetic che mentre prepara la valigia ancora non si capacita del perchè non lo faceva giocare nemmeno lui. E insomma, si capisce come se la passasse il povero Frank ad di là delle sue colpe. Ma De Boer è il passato, lo è ormai definitivamente se lo score è questo: via lui abbiamo quasi sempre vinto, non abbiamo quasi mai perso e, dopo un primo periodo di adattamento alla nuova guida, la squadra ne prende meno e ne mette di più. Lo dicono i numeri.

Ora, nessuno di noi può dire come proseguirà questa storia. Se si chiuderà qui o se davanti a un calendario molto invitante proseguirà. Io posso solo confessare di avere ricevuto (ma prima di Udinese-Inter, non dopo: prima) la telefonata del mio amico (si chiama Gigi) (sì, lo stesso dell’anno scorso) che mi ha chiamato per dirmi che danno l’Inter vincente in campionato a 65 e che gli sembra il caso di puntare 10 euro, 5 a testa. E tutto questo mi titilla una suggestione, quella di poter leggere questa storia specularmente a ritroso, che non so bene cosa voglia dire ma mi piace come formula. Nel senso che un anno e venti giorni fa la serie si infranse contro il nulla  che ne seguì, mentre mi piacerebbe assai che ora questa serie – partita dal nulla che l’ha preceduta – ora cresca e si moltiplichi.

Ma tutto questo è così fatuo, amici, così caduco, così appeso al filo dei garretti dei nostri incostanti beniamini (sospiro)… E poi non chiedetelo a uno che sta per sacrificare 5 euro sull’altare del più cazzone degli obiettivi. Credendoci, tra l’altro.

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dicembre 21, 2016
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Pagelle che a leggerle si diventa ciechi

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così l’abbiamo solo noi.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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novembre 27, 2016
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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella.  E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno  13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol,  partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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novembre 21, 2016
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E’ da questi particolari

pioliperisic

Stavamo per perdere un derby in maniera crudele, avendo prodotto di più di chi lo stava vincendo – a tratti molto di più – e pagando troppo care le nostre solite sciocchezze, come se a noi non fosse più concesso non dico avere culo, ma almeno ogni tanto godersi il lusso di fare una cagata e sfangarla, così, con leggerezza, e in piena coerenza con uno sport che si gioca con un accessorio sferico. Mi spiaceva perchè non era giusto, oggettivamente. E mi spiaceva soprattutto per Pioli, che i suoi tentativi di organizzare la squadra in un certo modo e, di slancio, di vincere la partita li aveva fatti. Che pessimo inizio sarebbe stato perdere immeritatamente un derby.

E quindi, mentre il tempo passava e addirittura scadeva, già ripensavo alla monetina gettata in aria da Cut the Wind prima del via e rimasta in bilico tra due fili d’erba, quelle cose che capitano una volta ogni diecimila lanci di monetina e che ti lasciano pensare che sì, è chiaro, è un segno, ti hanno fatto la fattura e sono cazzi. Pioli mette Medel centrale difensivo (l’uovo di Colombo) e Medel si infortuna. Entra er Pomata, fa un’immane cagata a centrocampo e i cacciaviti segnano il possibile gol partita. Mentre da noi le occasioni capitano quasi tutte sulla testa di Perisic (che in croato significa “testa a pera”) e così la tua mezz’ora iniziale, in cui manco gliel’hai fatta vedere, passa velocemente in cavalleria. Alla seconda occasione seria il Milan la mette. Li raggiungerai, ti puniranno subito dopo. Sembra già scritto.

Poi tutto si ricompone a tempo scaduto. E con il gol del pareggio, dopo avere scartabellato i tuoi peggiori pensieri, più che perplimerti per le due volte in cui sei andato in svantaggio, festeggi una storica doppia rimonta; più che maledirli per i gol sbagliati e gli inutili cross morbidi, celebri la doppietta dei tuoi esterni extralusso; più che rimuginare sulle quindici cose che ancora non vanno, ti concentri su quelle quattro o cinque che hanno (ri)cominciato ad andare.

E quindi ti puoi incazzare per le mollezze di Ansaldi e Miranda sui gol, per le solite murillate, per un centrocampo inedito che va un po’ a sbalzi, per un Icardi che la vede poco e male. Ma poi stappi lo champagne per una squadra che ha cambiato passo, ha ritrovato il gusto di metterci cuore e palle oltre il minimo sindacale, ha pagato care le poche amnesie ma non si è mai depressa fino a rimediare con un piede già sotto la doccia, che vuol dire averci creduto.

Medel in difesa, il posto è quello. Kondogbia sbaglierà anche tanto, ma ha toccato più palloni che il tutto il 2016 (e nell’ultimo quarto d’ora più palloni lui da solo che gli altri 21 in campo). Abbiamo ripreso a correre, in senso fisico. Si è rivisto lo stesso spirito di Inter-Juve, e ora ci smentiscano sul sospetto che ci si concentri solo per le grandi occasioni. Pioli è partito col piede giusto: sarebbe stato più difficile dirlo se avessimo perso il derby invece di riacciuffarlo al 93′, e tra tante sfighe almeno godiamoci questo piccolo e tardivo segnale positivo. Avanti così, senza perdere altro tempo.

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ottobre 17, 2016
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La costruzione di Mauro Icardi (vivere da top player senza esserlo)

mauro-icardi

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al netto degli squadrismi da curva (ventunesimo secolo, anni dieci, e siamo sempre lì) e delle penose sbandate societarie, sarebbe un errore sostanziale archiviare la vicenda Icardi e i casini di Inter-Cagliari con una semplice – e doverosa, per carità – manifestazione di solidarietà al capitano. Perchè Mauro è un problema, un problema bello grosso, un problema tutt’altro che inedito, e che bisognerebbe affrontare nel suo complesso.

Mauro Emanuel Icardi Rivero, argentino, classe 1993, è oggettivamente un signor giocatore e un prospetto di levatura internazionale. Ha 23 anni, è sbarcato in Europa da ragazzo, è stato tre anni nella cantera del Barcellona, si è trasferito 18enne in Italia dove è alla sua sesta stagione in Serie A – la quinta da titolare, la quarta in una grande squadra di cui è diventato capitano già da un anno. Ha vinto una classifica cannonieri. A 23 anni ha segnato finora 64 gol in Serie A (molti alla Juventus), di cui 53 con la maglia dell’Inter.

Questo, a oggi, è Mauro Icardi.

E’ utile fissare un paletto wikipediano perchè disegna al meglio, senza fronzoli, il profilo di Maurito: un attaccante eccezionale per età, rendimento e doti tecniche, nessun dubbio, ma NON (non ancora) un top player. La tabellina della biografia si va riempiendo di cifre interessanti, ma nella casella vittorie non c’è nulla, ed è un nulla che fa la differenza. Questo non impedisce di fare di te l’oggetto del desiderio sul mercato (nessuno nasce top player, ovvio), nè a te in prima persona di venderti per quello che sei, quello che ti senti di garantire (e Maurito garantisce venti gol a stagione) o quello che prometti di diventare. Ma NON sei (non ancora) un top player.

In questo quadro, la vicenda del libro assume un significato per nulla secondario.
Mauro Icardi è un personaggio in costruzione, nel senso più letterale del termine. Intorno alle imprese sul campo – le uniche che per noi contano davvero – ha preso forma anche il resto. Un “resto” che deve essere costantemente, ossessivamente quello di un top player che (ancora) non è. Difficile non pensare che la bulimica presenza sui social non sia proprio questo: la certificazione continua di un’esistenza a un certo livello, fatta di biondone clamorose (una, diventata moglie e manager e probabilmente grand commis di tutto l’ambaradàn), di macchinoni personalizzati, di case da sogno, lettoni da sballo, piscine panoramiche, muscoli tirati, acconciature trendy. Ultimamente, anche di uno stipendio clamoroso strappato dopo lunga e spiacevole trattativa.

Nel mentre, sia chiaro, Mauro si occupa di fare bene il suo mestiere “vero”. Si allena, gioca, segna. E’ un ottimo atleta professionista, è un attaccante fortissimo. Che però è all’Inter e non vince niente. E’ il link che manca per accedere al club dei top player. Un requisito necessario. E allora la costruzione continua, per non rimanere indietro. Anzi, per essere a pari con gli altri, almeno nei contenuti accessori.

Mauro così si costruisce un’altra cosa che non ha, una storia. O, volendo essere generosi, che non possiede ai livelli in cui può diventare minimamente interessante per l’universo mondo. La fa scrivere su un libro, perchè un’autobiografia sullo scaffale lo mette agli stessi livelli di Ibra, Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona eccetera. Non ha vinto nulla, ma un libro racconta la sua vita. Quindi è un personaggio. Il meccanismo virtuale è sempre più palese.

Detto tutto ciò, che il caso Icardi scoppi adesso, e per tre pagine di un libro, ha un vago retrogusto di grottesco. Mauro Icardi è un problema da un po’. Un dolce problema – nel senso che è un giocatore che ci piace da morire, un centravanti giovane e ambizioso che segna con regolarità, un bel ragazzo che ha saputo chiudere con un cerchio perfetto una storia sentimentale da enciclopedia del gossip – ma pur sempre un problema.

Affidargli a 22 anni la fascia di capitano è stata una bellissima cosa. E togliergliela per un regolamento di conti con la Curva, in cui la Curva grazie alle piazzate di Zanetti e Ausilio si è trovata di default dalla parte della ragione, sarebbe stata grossa cazzata.

Se c’era un momento in cui togliergliela, quasi per giusta causa, proviamo a ripensare alla lunga estate delle wandanarate, degli ammiccamenti con altre squadre perchè suocera intendesse, delle trattative cravattare per il ritocco all’ingaggio. Ecco, in quelle quattro o cinque settimane da cavallo tra luglio e agosto Mauro Icardi non è stato un gran capitano. E avendo in squadra, per dire, uno che ha 100 presenze nella sua nazionale e ha vinto due Coppe America in due anni, o un altro che ha messo la fascia 10 volte nel Brasile, si poteva anche pensare a un’alternativa senza offendere nessuno.

Avanti con Maurito, dunque, finchè si può. Bene così. Augurarci che ci serva da lezione, vabbe’, è pure troppo: abbiamo gli armadi pieni di lezioni mai imparate. L’Inter si interroghi un po’ sul modo in cui affronta i suoi problemi, anche quelli dolci. Domenica lo spettacolo è stato pessimo. E il percorso che ci ha portati fin qui non dev’essere stato migliore. Nessuno ha letto le bozze di un libro di uno come Mauro Icardi, nessuno si è premurato di chiedergli due cose, di dargli un consiglio, fare un paio di accertamenti… (sospiro)

E’ finita quasi a tarallucci e vino, con le scuse, i buoni sentimenti, i fioretti per il futuro. Si poteva evitare tutto ‘sto casino? Uh, pazienza. Però Inter, che brutta figura. Mauro Icardi non è nè Ibra nè Keith Richards, ma un centravanti social che a 23 anni ha dovuto riempire a forza il libro della sua vita. E tu lo lasci solo?

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ottobre 17, 2016
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Fahrenheit 451 (dei danni della cultura, o del trattenersi dallo scrivere)

La storia di quest’ultimo weekend interista sembra un po’ “Pulp fiction”: che lo guardi, resti avvinto e tecnicamente ti diverti un casino (bisogna dirlo, siamo sanguinolenti e spassosi), ma se devi mettere insieme i pezzi della storia non capisci bene da dove si parte. La narrazione circolare di Inter-Cagliari e degli eventi che l’hanno accompagnata  è un enorme casino, dove nessuno ha ragione e tutti hanno torto: ma chi ha fatto la cazzata originale che ha innescato l’effetto domino della merda che in breve ha coinvolto tutti (Icardi, Curva Nord, società, squadra e pure noi tifosotti che non c’entriamo proprio niente) in una splendida domenica di metà ottobre?

La mia teoria è che tutto parte dal libro, e che se “Sempre avanti” non fosse mai stato scritto avremmo vinto 5-0 con il Cagliari e trascorso il resto della domenica con l’espressione stampata in faccia di chi si è fatto una gigantesca canna o ha fatto petting di terzo grado con Beyoncé Knowles.

Allora, partiamo dal libro. Hanno già detto cani e porci che (farsi) scrivere un’autobiografia a 23 anni  senza aver combinato sostanzialmente un cazzo nella vita è un’operazione – come dire – un pochino eccessiva. E’ verissimo. Chi ti si incula, Mauro? Noi ti vogliamo bene, sei il nostro capitano e il nostro centravanti, sei un eccellente giocatore e tutti confidiamo in te per il nostro comune futuro. La casella “zero” alla voce trofei non è  colpa tua, ci mancherebbe, però devi tenerne conto. Perchè se vinciamo la Coppa Italia cosa scrivi, la Treccani?  E poi quel sottotitolo, “La mia storia segreta”, riferito a uno che non ha nessun segreto, un ragazzo che ha un concetto della sua stessa privacy molto blando, che ci ammorba di tweet e di selfie da una vita, foto sul balcone, nel lettone, con i bimbi, senza bimbi… ma santa madonna, Mauro, magari avessi dei segreti, magari!

Insomma, Maurito – primo errore -: non pago di essere il centravanti e il capitano dell’Inter, non pago della tua storia d’amore coram populo con biondona e famiglia-monstre, non pago della fatwa degli argentini, non pago delle macchinone e del contrattone… non pago di tutto questo, dovevi proprio (farti) scrivere un libro? Per raccontare cosa, a parte ‘sti due dettagli di non grandissimo conto?

E arriviamo al secondo errore. L’episodio di Reggio Emilia nella vita – poniamo – di Maradona è mezza riga (“una volta mi hanno madato a cagare”), ma nella breve e scarna storia di Mauro Icardi vale tre pagine. Chissà se la ricostruzione del “tira la maglia, riprendi la maglia, ri-tira la maglia, mandiamoci tutti affanculo” è giusta o sbagliata: un dettaglio marginale, stiamo parlando di Sassuolo-Inter e di Icardi contro la Curva, mica dell’incontro di Teano. Ma quel passaggio “(…) sono pronto ad affrontarli uno a uno. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”, santa madonna, ma come ti è venuto in mente? Caro Mauro, la Curva per me è sotto lo zero e a tutti capita di dire qualche stronzata: ma poi bisogna scriverla su un libro, per forza?

E siamo al terzo errore. Che è quello di rivangare da bulletto, con sottolineature postume, un episodio spiacevole: una mossa sbagliata, in assoluto. Scriverla nera su bianco e farla stampare su qualche migliaio di copie di un pur inutile libro è una grossa stronzata. Sicuro, proprio sicuro che la storia non fosse da far leggere a qualcuno, prima? Qualcuno in società? Non è mica censura: è buon senso. Giusto per avere un consiglio: a 23 anni si fanno un sacco di minchiate – tipo (farsi) scrivere un’autobiografia.

Bòn, il libro esce. Alcuni giorni dopo la Curva Nord reagisce. Alcuni giorni dopo. Comunicato quasi notturno nella serata di sabato, a rendere impossibile qualsiasi spiegazione o mediazione prima della partita, che è domenica alle 15. Perchè ormai è deciso, non ci sono alternative, non ce ne devono proprio essere: si sente già il rumore degli anfibi, allo stadio deve andare in scena per forza la contestazione, non ci sono cazzi, tutti devono sapere, tutti devono vedere, tutti devono partecipare, perchè il reato di lesa curva è  ben più grave di qualsiasi cosa, anche di incularsi una partita importante con un avversario abbordabile. E’ l’errore numero quattro.

Ma alla Curva, in fondo, di Inter-Cagliari che gliene frega? L’importante è segnare il territorio, manifestarsi in vita e regolare un conto da sempre in sospeso con il capitano. A cui chiede di lasciare la fascia (mecojoni!) e a cui riserva un trattamento coi fiocchi: striscioni durissimi (uno postumo, dopo la partita, davanti a casa), contestazione, fischi. Icardi gioca male e sbaglia un rigore. Nesso di causalità tutto da dimostrare, direbbe l’avvocato della Curva. Il resto dello stadio (ah già: va sempre spiegato che la Curva è una parte dello stadio, perchè poi c’è il resto dello stadio, e poi c’è il resto del popolo interista, parliamo di milioni) sostiene il Capitano, lo applaude dopo un rigore sbagliato, un evento più unico che raro. No, per dire che situazione c’era (e che situazione ci sarà).

Ma ora dobbiamo fare un passo indietro, alle due e mezza del pomeriggio. Incredulo davanti alla tv, Mediaset Premium, vedo inquadrare Zanetti con un inconsueto tremolio allo zigomo.

E’ incazzato?, mi chiedo.

Sì. Dice che saranno presi provvedimenti. Lo dice rispondendo a un’innocente domanda che richiedeva un’innocente risposta (tipo “Un episodio spiacevole, ma ne parleremo con più calma domani, ora abbiamo una partita da vincere, forza Inter”), una banalità paracula come se ne dicono a badilate prima e dopo qualsiasi partita. No, lui risponde secco: sì, di sicuro, e bla bla bla con il suo accento argentino meno buonista e suadente del solito. In pratica, mezz’ora prima della partita, con gli striscioni ancora  da stendere, i fischi ancora da fischiare, la merda ancora da spargere, la partita ancora da perdere, il vicepresidente dell’Inter dice al mondo che ha ragione la Curva (non “i tifosi”, come dice lui: la Curva, perchè la questione era ed è tra Curva e Icardi, i “tifosi” – io, per esempio – non c’entravano un emerito cazzo) e che Icardi è un grosso coglione.

Questo è l’errore numero cinque, non meno grave degli altri.  Un errore che sarà ripetuto nelle ore successive da Ausilio, paro paro. Si trattava solo di salvare le apparenze, è chiaro che avessero tutti i diritti di essere incazzati. Ma delegittimare a mezz’ora dalla partita il proprio capitano, già annunciando provvedimenti contro di lui, e nel contempo dare ragione a una frangia del tifo con cui hai tutti i diritti di tenere i rapporti che vuoi ma senza dare la netta e insopportabile impressione di temerla o di esserne condizionato, santiddio, è una roba che non si può nè vedere nè sentire. Cinesi, strategie globali, marketing universale, e in certe cose restiamo all’Abc.

Cosa succederà ora? Boh, se queste sono le premesse… Abbiamo un centravanti e capitano sostanzialmente esautorato, una Curva intellettualmente impresentabile, una società che non si formalizza a pestare merde. Ah, poi ci saremmo anche noi: no, per dire, noi che cavolo c’entriamo in tutto questo? E ci sarebbe anche la squadra, cui tocca giocare una partita in un’atmosfera inaccettabile e surreale, che se fossi stato un pochino più cinico dopo le parole di Zanetti mi fiondavo alla Snai e mi giocavo la tredicesima sul 2. Forse De Boer è pure contento, in questo caos: i suoi cambi lisergici saranno passati un po’ sotto silenzio, occupato com’era il mondo a prendere appunti sugli striscioni e a guardave come reagiva Maurito.

Nel frattempo con Palermo, Bologna e Cagliari in casa abbiamo fatto due punti, il Milan è secondo e la Juve è a un anno luce. Vabbe’, ma noi abbiamo altro a cui pensare: a quale provvedimento sarà preso contro il capitano, per esempio, un provvedimento che sarà in automatico un successo della Curva, perchè così ha impostato il discorso l’Fc Inter in persona. Bella roba, capolavoro tattico e filosofico. A prenderlo in culo è solo il tifosotto medio, l’unico che si è accorto che al termine di questa divertente e variegata domenica autunnale siamo undicesimi a pari con il Bologna.

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settembre 23, 2016
di settore
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L’uomo giusto

joao-mario-inter

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

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settembre 22, 2016
di settore
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I ragazzi del ’93

icardiempoli

Non è ancora passata una settimana da Inter-Hapoel Beer Sheva. No, bisogna ricordarlo, perchè tutto assume automaticamente una dimensione diversa. Non trionfale, nè eccessivamente autoindulgente. Diversa. In sei giorni siamo riemersi dallo sprofondo battendo la Juve a San Siro (certo, nella partita più brutta degli ultimi 30 anni, come si è premurato di ribadire Allegri anche stasera) (contento lui, ma a occhio dev’essere il culo che brucia) e poi l’Empoli in trasferta con i seguenti miglioramenti rispetto alle prime quattro partite di campionato (più la spaventosa Europa League): non siamo andati in svantaggio; abbiamo segnato nel primo tempo; non abbiamo subito gol.

Il miglior commento a questa partita l’ha fatto De Boer, un giorno prima che si disputasse: “Prima della Juve mi davate per morto, dopo la Juve mi avete chiesto se possiamo vincere lo scudetto… Io dico solo che il campionato è lungo e il campionato si vince con le piccole squadre”. Tenendo conto che il Chievo è terzo e il Palermo ha espugnato Bergamo, il nostro campionato con le piccole (Pescara, Juventus ed Empoli) per ora segna nove punti in tre partite, e quindi va bene così.

Aver risolto la partita in 17 minuti è un ulteriore upgrade per una squadra che finora aveva dovuto rimediare ampiamente in corsa. Quanto al fatto che siamo Icardi-dipendenti, non vedo il problema: segna sempre lui, ci pensa lui, risolve lui? E allora? Si sta verificando il rarissimo caso di uno che, dopo aver ridiscusso lo stipendio, giustifica in tempo reale l’aumento. Noi non ci possiamo lamentare. Forse gli altri sì.

Mancava Banega, ma c’era Joao Mario. Un altro che sta giustificando l’investimento senza effetti speciali ma con una disinvoltura che conquista. Ho rivisto 118 volte il video del replay del secondo gol: due ragazzi del ’93 che intercettano palla a metacampo e la recapitano in porta in due secondi. Così bello, potente e denso di emozioni che quasi lo caricherei su YouPorn.

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settembre 20, 2016
di settore
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Il centrattacco ha da puzza’

inter-juventus

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita. Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare. Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

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