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novembre 27, 2016
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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella.  E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno  13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol,  partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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ottobre 5, 2016
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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agosto 23, 2016
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Con quella faccia un po’ così

samir

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e L’Azzurro)

Presi come siamo stati, tra luglio e inizio agosto, a seguire i tiramolla di Wando & Wanda e i risvolti grotteschi (e per noi disastrosi) del rapporto Mancini-società, non ci ricordiamo nemmeno più di quello che, in ordine di tempo, era stato il primo di mal di pancia ad ammorbarci l’estate.

Era ancora maggio quando Samir Handanovic esprimeva il suo legittimo desiderio di lasciare l’Inter per andare non si sa dove a provare il brivido della Champions. Come non comprenderlo? Chi, potendo, non si tromberebbe Scarlett Johannson? Sembrava addirittura un’operazione già fatta, e tutta organizzata dal basso: lo diamo al Psg, prendiamo Sirigu (e conguaglio) e tanti saluti. Conosco gente che pensava che l’affare si fosse davvero concluso e si arrabbiava perchè la Gazza non lo scriveva nell’apposita tabellina.

E invece? Iniziano gli Europei, finiscono gli Europei, iniziano i ritiri, finiscono i ritiri, iniziano le amichevoli, finiscono le amichevoli, iniziano le Olimpiadi, finiscono le Olimpiadi, inizia il campionato e Handanovic è lì dove l’abbiamo lasciato. Davanti alla nostra porta.

Qui dobbiamo aprire una breve ma necessaria parentesi. Su Handanovic gli interisti sono divisi. Per alcuni è il nuovo Yashin, per altri un sopravvalutato. In mezzo, diciassette sfumature tra il positivo (pararigori!) e il negativo (esceallacazzo!). Giudizi tanto disomogenei che il fatto che se ne andasse al Psg (chissà se Inter e Psg hanno mai trattato anche solo trenta secondi questo affare…) non ha fatto perdere il sonno a nessuno. Con il segreto desiderio che al suo posto potesse arrivare uno indiscutibilmente o anche indiscutibilmente scarso, così da riaffratellarci tutti e bòn.

Domenica sera a Verona, in quel mini-festival di giocatori bolsi e di occhi di cerbiatto, Handa non è certo stato il più impresentabile. Però mi ha colpito. La prima volta che lo hanno inquadrato bene, lui nel suo bel pigiamone grigio, stava sistemando la barriera per una punizione dal limite. La disponeva con una certa stanchezza, come fosse la trentesima barriera disposta in quello scampolo di primo tempo. E aveva la faccia triste e annoiata di uno che dispone la barriera ma intanto pensa: “Che cazzo ci faccio qui a disporre barriere? Cioè, io volevo la Champions e sono qui a sistemare uomini in fila per una punizione che batte il Chievo. Voglio morire“.

Il messaggio “Non ho più voglia di giocare qui, abbiate pazienza, io volevo la Champions, la musichetta, de ceeee-mpiooooooons” passa forte e chiaro quando Meggiorini tira e lui, in piedi, segue il pallone con lo sguardo. Il pallone esce, non di molto. Anzi, di poco. E lui lì, dritto come un fuso, poi appena un po’ piegato, ma poco, a guardare il pallone che sfiora il palo. Farà la stessa identica precisa precisa cosa in occasione del secondo gol del Chievo: lui lì in piedi e il pallone che entra.

Ora, a posteriori (ma solo a posteriori) possiamo dire che non sarebbe cambiata una sega. Il tiro di Meggiorini era fuori, quello di Birsa era probabilissimamente imprendibile. Quindi l’immobilismo di Handanovic non ha inciso sulla nostra partita demmerda, e forse ha fatto risparmiare a Suning le spese per la tintoria (sai, quelle macchie d’erba sui gomiti che non vengono via neanche a 60 gradi).

Ma il punto non è questo. Il punto è il gesto, che devi fare, anche se inutile. Ci devi comunicare, planando sul tappeto erboso, con il braccio proteso e una smorfia sofferente sulla faccia, che ci credi, ci provi. Se va fuori, meglio. Se è imprendibile, pace. Ma il nostro portiere – sì, quello spilungone con il pigiama grigio – c’era, si è tuffato, l’ho visto, giuro.

Cioè scusa, Handa, è come se la Cagnotto salendo sul trampolino prima delle cinesi avesse detto: “Chissenefrega, mi tuffo a bomba tanto vincono sempre loro”. E no, ci devi provare. E la nostra Taniona ci ha provato fino all’ultimo. Il metodo Cagnotto vale due medaglie, il metodo Handa non so: due pappine dal Chievo, intanto.

La cosa più grintosa dell’intera domenica la fa in sala stampa, dicendo che se la squadra è inguardabile è colpa dell’organizzazione (un concetto nuovo, ha un che di sovietico) che li ha mandati a fare una tournée inutile e massacrante.

Cioè, hai nove giorni per provare ad andare via e ti giochi il jolly della critica all’organizzazione?

Mah, non mi convince. Forse è anche colpa di quel pigiamone grigio, che non contribuisce a un look mai troppo scoppiettante, figuriamoci col pigiamone. Ogni volta che lo inquadravano, mi sembrava di vedere un preadolescente che – già in pigiama alle otto di sera – compare in salotto e dice ai genitori: “Posso vedere l’Inter?”

Ecco: lui, oltre ai tiri di Meggiorini e Birsa, ha visto l’Inter. E poi tirando un sospirone è andato a letto, sognando de ceeee-mpioooons e un mondo fatato dove le barriere si dispongono da sole.

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maggio 1, 2016
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Che Dominika bestiale

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L’Inter ha avuto un buon impatto con la partita: un uomo anziano, dopo sette minuti, scherza la difesa con un triangolo scolastico, balla il geghegè davanti ad Handa che fa il limbo e si corica, fa un cucchiaio che sembra un mestolone da marmitta militare e bòn, è finita.

Cioè, al settimo minuto (e qualche secondo) di solito le partite iniziano, ma la nostra è finita. Di solito le partite si rimediano, ma la nostra è irrimediabile e i nostri sono irrimediabilmente decisi a non rimediarla. Il primo tempo è una roba oscena tipo City-Real al quadrato, quelle partite nelle quali ti chiedi come mai hai eletto il calcio a tuo sport preferito e non, chessò, la lotta greco-romana. L’Inter è molle come un Certosino. Mi prende un abbiocco clamoroso che di solito domino, ma che stavolta assecondo.

“Oh – penso nel dormiveglia diagonale sul divano – magari mi addomento, poi mi sveglio e stiamo 1-1 e sono contento e bòn”.

Non accade.

Nel secondo tempo, dove mettiamo insieme alcune occasioni davvero eccitanti, che al confronto Don Matteo 10 è Breaking Bad, a un certo punto prendo una decisione: giro sul 64.

“Vaffanculo. 64”, dico brandendo il telecomando come una banderilla.

Il 64 è il mio canale jolly. L’Inter fa cagare? Non c’è un cazzo in tv? Ho 10 minuti di relax? Fa troppo caldo/troppo freddo per uscire? H0 5 minuti liberi? Non ho voglia di andare a fare la spesa? Vado a correre, anzi no, vado tra un quarto d’ora? Il tg non è ancora iniziato? Lazio-Inter è la prima causa di impotenza nell’uomo?

Giro sul 64.

Fanculo Inter, giro sul 64. 64 forever, diobono. E mi trovo nel bel mezzo di Cibulkova-Radwanska. Cioè, l’ambientazione è una roba alla Stephen King, quelle cose che guardi e riguardi e non ci capisci un cazzo. E’ domenica, quindi è la finale? No, è il primo turno di Madrid. Primo turno? Roba da matti. Fa un freddo becco, le due sono belle bardate. La telecamera allarga: in uno stadio da 10mila spettatori ce ne saranno sì e no 2-300. No dico, Cibulkova-Radwanska. Mica Torti-amico di Torti. Incredibile.

‘Spetta che giro. Sempre 1-0 per la Lazio.

Vai sul 64 santa madonna. La Cibulkova sta 6-4 5-3, poi va in pappa come spesso le accade, la Cibulkova ha le paturnie e la Radwanska vince il secondo al tie break. Questa sì che è una partita eccitante, mica quella fetecchia di Lazio-Inter.

L’Inter (sospiro).

Preso dal rimorso, giro su Lazio-Inter. Noto un frenetico forcing da parte dei miei beniamini, una roba che farebbe addormentare un bambino con le coliche. Poi vedo un esagitato, pettinato come Rodolfo Valentino, che cerca di spezzare i legamenti a uno della Lazio nel bel mezzo dell’area. Matthew McConaughey, fin lì molto sbilanciato verso di noi – quando le partite non contano più un cazzo, allora si sbilanciano -, non può esimersi dal fischiare il rigore, espellere Rodolfo Valentino e chiederne l’estradizione in Colombia con rogatoria internazionale e firma in questura.

Tira Candreva, gol, spogliarello, merda, 2-0.

A quel punto mi metto nella posizione del loto sul divano, mi concentro e mi dico:

“Non incazzarti, guarda cosa fa la Cibulkova”.

La Cibulkova, che è l’Antonella Clerici slovacca – cioè, un tipino slanciato -, fa il contrario dell’Inter: messa sotto, ha un sussulto e la mette in culo alla testa di serie numero 2. 6-3 al terzo e via, a casa, torna in Polonia. Certo che la Cibulkova è sfigata: fa questo po-pò di partita e non la vede nessuno, nè a Madrid nè sul 64, perchè erano tutti a guardare il concerto del Primo maggio o Lazio-Inter.

Ma io no, cara Dominika dal lombo ubertoso e dal culo basso. No, voglio dire, se per caso lasci il tuo fidanzato-hipster-allenatore, potresti fare un pensierino su di me, il tuo fan della pianura padana, l’unico uomo che pur di non guardare l’Inter farse schifo (molto molto schifo) ha guardato te nella tundra spagnola fare a fettine quella spocchiosetta di Agnieszka o come cazzo si scrive.

Juve merda l’avevo già detto? No? Vabbe’, allora Juve merda.

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gennaio 16, 2016
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Handa e Benji

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Abbagliato, come sulla via di Damasco, dal sole che mi batteva contro direttamente dalle onde di uno streaming spagnolo, assistevo – virtualmente sdraiato dietro la nostra porta -all’episodio in cui Sigariiinnniiiii (pronuncia streaming di Cigarini) e Handa, in volo tipo Holly e Benji, si giocavano la partita in un duello manga, avventandosi su un pallone vagante nella nostra area, troppo vicino alla nostra porta, entrambi sforbiciando e tendendo il gambone di ritorno verso la sfera di cuoio (li fanno ancora di cuoio? Nescio).

Ora, bisogna onestamente riconoscere che un fulbar del genere, in una posizione del genere, arpionato in una mezza rovesciata del genere, di solito finisce dentro. Di solito vedi la rete che si gonfia, e anche parecchio, per via della forza del pallone, pum!. No dai, diciamolo. Quindi mi viene da commentare la partita così, un po’ alla Suma e un po’ alla Azimov, un po’ alla King e un po’ alla Paolo Brosio, come una non-sconfitta, o come una sconfitta che vale un punto, o come una para-partita, o come una specie di partita Medjugorje, dove sia pur scetticamente cogli qualcosa di vagamente soprannaturale, del tipo che poi non dici “cazzo abbiamo pareggiato porca merda” ma dici “abbiamo pareggiato, no ma va bene, Bergamo è un campo difficile, non è a Bergamo che devi (aggiungi un verbo), viva l’amore”, cose così.

Cioè, ci è andata bene. E quindi, nel contempo, a una più complessiva analisi della situescion, va male male.

Quattro punti nelle ultime quattro partite, con tre gol segnati, non è esattamente un cammino-scudetto, e rischia di diventare anche problematico in proiezione Champions, il nostro vero obiettivo (non so se avete notato che Inter-Lazio in poi tutti si correggono, “il nostro obiettivo a dire il vero è la Champions”, quelle frasi al ribasso che mi fanno girare il cazzo, con licenza parlando).

E quindi diciamo – se proprio bisogna star lì a non fare i disfattisti, “che se ci avessero detto di firmare (segue resto della frase) – sì, diciamo che non va bene.

Ora, l’unico settore del campo in cui l’Inter attualmente va alla grande è la porta. La nostra. E questo in sè è indice di qualche problema. La difesa è meno gladiatoria di un mese fa (ne prendiamo pochi, per carità, ma sempre più di quelli che mettiamo) e Murillo va resettato come un pc che ogni tanto si pianta. Il centrocampo è in crisi d’identità (che è un po’ la sua condizione naturale, ma a volte questa cosuccia pesa), l’attacco è in crisi, punto, perchè segniamo poco, pochissimo o nulla. Oggi ha segnato uno dell’Atalanta, e meno male. Domenica scorsa di 20 tiri non ne entra uno. Serve un ritiro a Lourdes o una bella sistemata generale, a partire dai singoli cervelli.

Poi c’è il Mancio. Tipo che, tra le altre cose,  io – a gennaio – non avrei fatto giocare uno che – per il diciassettesimo anno consecutivo – stai cercando di vendere entro la fine di gennaio – stiamo parlando del gennaio medesimo, questo -. Oh, magari poi sono particolari (è noto che non capisco). Per fortuna alla fine ha fatto il culo alla squadra, cioè, giusto per marcare i limiti del territorio (va bene pareggiare, ok, ma rischiare di perdere no, ma fare abbastanza cagare no) (ecco).

E comunque non abbiamo perso, quindi bòn, cerchiamo di sollevarci in fretta da questa mediocritas pre e post natalizia. Se Cigarini non ha segnato, forse è stato un segno. In hoc signo svìges*.

(voce del verbo svegliarsi)

handa

(nella foto: cagarsi addosso da un’altra angolazione)

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novembre 1, 2015
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La Grande Mancezza

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Spiaggia, sabbia, sole, odore di crema al cocco, troppo presto per fare il bagno, partita a bocce. Boccino con tante bocce intorno, vicine, alcune tue, altre altrui, generalmente più vicine delle tue al pallino bianco, affollamento, casino. Sguardi scettici mentre tu, invece di piazzarne un’altra into the box e cercare di limitate i danni, scegli la soluzione più fantasiosa, bocciata generale alla cazzo, e c’è giá intorno gente che ridacchia e si dá di gomito prima ancora che tu carichi il colpo, gli avversari mentalmente fanno giá la somma dei punti, rumore di vetri infranti, cose cosí. Tu te ne fotti e persegui il tuo folle piano, ci pensi ancora un attimo e woooosh, lasci andare la boccia con un elegante movimento avambraccio-polso. Potrebbe rompere il parietale alla massaia della prima fila, o bucare il pedalò sullo sfondo, o sfiorare i 12 bambini del miniclub mentre l’animatrice sviene per lo spavento come una damina tisica. E invece sbammm!, la boccia va a finire nel traffico e vedi altre bocce volare via, di colore diverso dalla tua, tra sboffi di sabbia e ohhhhh del folto pubblico. Giuoco, partita e incontro.

In linea teorica non c’era alcun dubbio che Mancini sapesse il fatto suo e noi non ci capissimo una beata fava. Ecco, ora anche in linea pratica. Lui aveva davanti una situazione complicata (la Roma e i suoi 25 gol in  10 partite) e woooosh, ha fatto le mosse giuste, rispolverando due esterni mazzarriani e tenendo fuori El Nino del Pube de Oro. Argh!, ho fatto leggendo le formazioni verso le or 20,20 circa. Mai come in quel preciso istante ho sperato di non capirci un cazzo.

Ecco: non ci capisco un cazzo.

Ed è un sollievo, credetemi. Sai che risparmio di tempo? Perchè star lí a elucubrare formazioni funzionali a determinati schemi, quando c’è un allenatore che lo fa meglio di te? Capperi, mi si apre un mondo. Avrò del tempo libero. È bellissimo.

Quanto a Icardi, voglio sperare che non sia stata solo una scelta tecnica, ma una punizione. Un capitano certe cose non le dice. Un giocatore sí, non è bello ma a un centravanti può scappare.  Un capitano no, le pensa ma non le dice, neanche sotto tortura. Ma voi ve lo vedete Zanetti, alla domanda “Scusi, ma lei non è stufo di sgroppare per gli altri a 40 anni?”, con una roba del tipo “Se non corro io qui non corre un cazzo di nessuno, non vede che branco di smidollati?”. Maurito imparerá a fare il capitano, di tempo ne ha.

Ma torniamo a noi e alla nostra classifica che adesso poggia le terga su un gruzzoletto di partite statisticamente significativo. Perchè ormai sono 11, le partite, e siamo (ancora) in testa. Ormai sono 11 e per 7 volte non abbiamo preso gol. Ormai sono 11 e per 6 volte abbiamo vinto 1-0, il risultato ansiogeno ma perfetto, il minimo sforzo con il massimo risultato. Ormai sono 11 e abbiamo 24 punti, ottenuti con soli 11 gol e – ribadisco – in questo non possiamo che migliorare.

E poi ci sono i segni. Medel che tira alla que viva el fratacchion e la infila dopo quei sedici-diciassette rimbalzi che intanto pensi che la prenderebbe anche un bambino dell’asilo e invece no. Handanovic che batte il record di parate/secondo e la Roma che batte il record di cagate/secondo nella stessa azione. Dai, sono segni.

Il problema è che tra l’1 e il 28 novembre giocheremo solo due partite (io la Nazionale la abolirei) e il 29 andremo a Napoli. Ecco, facciamo che ne riparliamo il 29 sera. Nel frattempo salutate la capolista, che noi vi facciamo ciaone e buonanotte.

 

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ottobre 28, 2015
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Stipsi (produrre poco, vincere di culo)

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Sintetizzando: giocato male (primo tempo,  ha detto l’Oms, da vietare a depressi e narcolettici), vinto di culo (difesa Zelig sul nostro gol, il Destro-Handa al 93′ non va così 99 volte su 100), primi in classifica (temporary, but oggettively).

Praticamente stiamo diventando un caso globale. Sul come una squadra possa avere 21 punti avendo segnato 10 gol, giocando generalmente demmerda e comunque mai più di un tempo a partita sta dividendo il mondo accademico e sportivo in mezzo mondo. Sul numero di novembre di Science uscirá un articolo di Adrian Bacon dal titolo “The art of victory playing at dick”, mentre Christopher Nolan ha annunciato che sta pensando a un film su di noi, “anche se la trama di Interstellar era molto meno complicata e quindi devo vedere”.

Ancora non sapeva, Nolan, che il quadro sarebbe diventato ancora più imperscrutabile. Non sapeva, per esempio, che giochiamo meglio in dieci. O che vinciamo le partite giocate peggio. O che abbiamo la miglior difesa del campionato che però concede almeno un’occasione colossale a partita e spesso la sfanga tipo stasera, quando il giovin attaccante più involuto d’Italia viene servito elementarmente al centro dell’area per un tiro al volo che gli viene troppo bene e – sfiga – colpisce in pieno il portiere che aveva scommesso sulla direzione giusta.

Io amo l’Inter anche per questo. Fosse finita 0-0 (risultato giusto per una partita da bassifondi del football), o 1-1 (risultato giusto se Destro l’avesse presa solo un pelo più sporca), adesso saremmo tutti qui a disperarci sul futuro, a fare una risonanza transcranica al Mancio, a pesare i 22 testicoli in campo, a valutare il tasso tecnico con l’aiuto dei numeri relativi, eccetera eccetera.

Invece siamo primi. E domani sera, comunque vada, secondi. E, probabilmente, ci prepareremo a un imminente partitone prima-seconda.

Cioé, tutto ciò è spiazzante. Ma bello. Valichiamo la decima giornata in posizione ancora molto favorevole a nutrire ambizioni. Ci aspettano 3 partite complicatissime su 4 (Roma, Torino e Napoli, l’altra è il Frosinone) e ci arriviamo non avendoci ancora capito un cazzo. Mettiamola cosí: non possiamo che migliorare. Devo averlo giá detto, sí. E nel frattempo non siamo migliorati per una sega di niente. Ma vuoi mettere? Io firmerei per altre 10 partite cosí (6 vinte, 3 pareggiate, 1 persa). Anzi, firmo subito: avete un modulo?

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settembre 29, 2015
di settore
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Handare male

Non c’è solo la colpa oggettiva di averci fatto perdere la partita, o comunque di non avercela fatta giocare ad armi pari. C’è un’altra pesante responsabilitá ascrivibile

(ora, senza polemica, ditemi voi in quale altro blog di stampo non giuridico si usa l’aggettivo ascrivibile)

a Samir Handanovic, e cioè quella di averci negato la possibilitá di vedere come sarebbe andata a finire. Cioè, quale sarebbe stato – al netto di un pirla che provoca un rigore dopo 3 minuti e poi fa un paio di altre micidiali coglionate nella successiva mezzora – il risultato di Inter-Fiorentina secondo una sola variabile impazzita: le pensate del Mancio.

Ecco, non lo sapremo mai. In 11 contro 11, e con un portiere in serata normale, come sarebbe finita Inter-Fiorentina con (o nonostante) le trovate tecnico/tattiche del nostro brizzolato e ciuffettoso entrenador?

Il quesito è inquietante. Certo, non come “e se Lee Oswald non avesse ucciso Jfk?” o “e se Juve-Inter di Ronaldo e Juliano l’avessi arbitrata io?”. Ecco, non a questi livelli. Però ammettiamolo, il quesito è interessante. Cosa diamine sarebbe mai successo domenica sera a San Siro in una normale dinamica di partita, e cosa cazzo avrá mai portato Mancini a inventarsi quelle trovate dal gusto un po’ così, un po’ dolciastro e un po’ aromatico, tipo una canna lunga mezzo metro?

Rimarremo per sempre con il dubbio.

Al di lá delle singole disposizione tattiche (che presa una a una sono ampiamente discutibili) (ma io faccio l’ex casellante e lui fa l’allenatore, quindi avrá ragione lui, mi dico), c’è una faccenda sulla quale non mi do pace: perchè l’allenatore di una squadra che ne ha vinte 5 su 5 cambiando pochissimo, ecco, voglio dire, perchè all’improvviso fa il creativo?

Cosa c’è di peggio per una qualsiasi squadra di andare a giocare in casa di un’avversaria che ne ha vinte 5 su 5? Perchè improvvisamente è la squadra che ne ha vinte 5 su 5 a doversi adattare all’altra, a prendere contromisure quasi goffe (aumentare i centrali nel momento in cui ne hai due in meno, mettere un attaccante a fare il terzino su un avversario di presunta pericolositá)?

Ecco, la cosa di Perisic mi ha fatto impazzire. Lo metti a fare il terzino contro un “avversario pericoloso”, e poi ti lamenti? Ma figa, il giorno che giochi contro Cristiano Ronaldo o Bale cosa fai, metti sulla fascia dei newjersey, un autovelox, un fosso con i piranha, un cecchino, un drone, Montero e Pasquale Bruno, una tagliola, del filo spinato, una corsia saponata e qualche mina antiuomo?

Comunque, cazzo, non lo sapremo mai. Ed è tutta colpa tua, zuzzurellone sloveno.

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settembre 27, 2015
di settore
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Ilicic Kalicic Titanic

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No, il disastro è che abbiamo buttato via così il nostro primato e… Ah, siamo ancora in testa? No, ecco, quanto scoccia aver permesso a Milan e Juve di recuperare così tre punti e… Ah, hanno perso anche loro?

Ma allora, allora non è successo niente.

Beh, quasi niente. È l’effetto Sassuolo al contrario (che io, sia chiaro, a livello teorico ci metterei dieci firme: non una, dieci): lo scorso anno vincevamo una partita 7-0 e poi ne buttavamo nel cesso a iosa, mentre quest’anno ne vinciamo cinque con un gol di scarto e ne buttiamo nel cesso una. Con questa media si vince lo scudo con dieci punti di vantaggio, per dire.

Non la voglio fare così facile ma nemmeno disperarmi più del necessario. Mezz’ora da incubo può capitare. Prendere tre gol con due tiri può capitare. Poi, ovviamente, andando un po’ più nel profondo la galleria degli orrori si allunga, e pure quella delle preoccupazioni e delle perplessitá. Grossi casini, immani cazzate, errorini a strafottere, strane pensate di Mancini: dipende tutto dalla stupidata di Handanovic dopo tre minuti? Tutto tutto?

Io, con quattro pere sul groppone, mi adombro ma voglio pensare positivo: l’Inter è sempre in testa e forse una tranvata del genere può avere un suo perchè, giusto per far capire che i sogni non si conquistano di default ma vanno sudati, e giusto per far capire a tutti – da Mancio al magazziniere – che nulla arriva per caso, nemmeno queste catastrofi della domenica sera. Intorno cambia la geografia del campionato, le favoritissime lottano per non retrocedere, le favorite vanno a fasi alterne, le attuali battistrada non si sa se dureranno. Tutto ciò è bellissimo, dopo aver visto per quattro anni la tv in bianco e nero. Barra dritta e pedalare, vincerne cinque ti consente di gestire con una relativa disinvoltura la batosta alla sesta. Il mio modesto consiglio è: vinciamone altre cinque, è la via giusta, giuro.

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maggio 23, 2015
di settore
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L’uovo di Cracco

han

1 – Palla persa a centrocampo, 2 – Ranocchia e Handanovic che si ostacolano a vicenda, 3 – gol subito. A me questa cosa, il gol del 2-2, è piaciuta un sacco. Cioè, voglio dire, è l’enciclopedia della nostra stagione. E’ come Pavarotti che canta Nessun dorma, è come Keith Richards che fa uno dei suoi riff, è come Benigni che ti recita la Commedia, è come Cracco che viene a casa tua e ti cucina un tuorlo d’uovo marinato con fonduta leggera di parmigiano. E’ la specialità, la nostra specialità. E allora tu vedi perdere un pallone alla cazzo a centrocampo, vedi Ranocchia e Handanovic piombare su quel pallone in netto anticipo ma all’unisono come due bambini dell’asilo di 90 chili spaventandosi a morte l’un con l’altro, vedi la palla dirigersi lemme lemme verso il primo avversario che passa di lì e che ovviamente segna, e tu cosa fai?

Niente, applaudi.

Mi sono alzato in piedi e ho detto: Sublime! Bravi! Bravissimi!

L’arte va capita, e questa è la nostra arte. E’ stato un momento bellissimo. Del resto cosa dite se Paul McCartney vi canta Let it be davanti al naso? O se Carl Lewis vi salta otto metri e mezzo nel lungo nel vostro giardino? O se Totò vi recita la Livella? O se Houdini si libera da settanta catene? O se la Juve fa un bel comunicato stampa? Niente, fate così, applaudite, sublime!, sublime!, perchè è la summa, il meglio. La specialità.

E poi pali, traverse, gol sfiorati, gol annullati, rigori non dati, cagate in difesa, stronzate a centrocampo. E poi l’inculata finale, altra specialità di un campionato trascorso piegati a novanta.

Sublime. Grazie ragazzi per questa partita-bigino, per questa partita-riassunto, per questa partita-dimostrazione, per questa partita-powerpoint. La prossima volta avvertiteci prima, chè ci evitiamo le precedenti trentasei.

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