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Gennaio 13, 2020
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A metà strada

Avevo scioccamente riposto qualche aspettativa nella Roma, che mi ha ripagato con due gol (presi) nei primi 10 minuti. Mi piaceva pensare al titolo d’inverno non tanto per quel che vale in sè (poco), quanto nelle responsabilità che poteva darci. Vabbe’, pace, nessuno ci regalerà nulla da qui a maggio. Nell’attesa che alla Lazio svanisca la nuvoletta di Fantozzi al contrario, e che il metabolismo chieda prima o poi il conto ai corpi e alle menti degli atalantini, il duello con la Juve continuerà finchè lo terremo vivo noi, così come abbiamo fatto per l’intero girone d’andata. 14 vittorie, 4 pareggi e una sconfitta, per un totale di 46 punti con un percorso quasi immacolato in trasferta: la scorsa estate ci avremmo messo un milione di firme.

Ieri Conte, al termine di una delle partite più critiche di questa prima parte di stagione – messi sotto come ci era capitato pochissime volte, un secondo tempo allo sbando tipo a Barcellona o a Dortmund -, ha centrato perfettamente il punto. Abbiamo 11 punti in più dell’Atalanta che ci ha strapazzati e questo dà la dimensione di ciò che abbiamo fatto da agosto a oggi. Allo stesso modo, l’impotenza di dare una svolta alla partita attingendo a una panchina semivuota ci dà l’altra faccia della nostra dimensione, quella di una squadra che ha già ricavato il 100 per cento dalle proprie attuali possibilità e che per andare oltre ha bisogno di qualcos’altro. Abbiamo avuto problemi anche peggiori, negli ultimi due mesi. Ma sabato sera sono bastate le assenze contemporanee di due centrocampisti (Barella e Vecino, quindi uno nemmeno titolare) e di un jolly delle fasce (D’Ambrosio) per mettere Conte nella già sperimentatissima posizione di non poterci fare un cazzo (per tacer di Sanchez, cui l’attuale Politano può giusto pulire le scarpe).

Girano nomi importanti: vediamo cosa succede, con serenità. Oggi siamo uno squadrone a gittata ridotta, che così com’è potrebbe essere costretto a fare scelte dolorose quando gli impegni si affastelleranno. Con due o tre innesti, invece, potremo guardare lontano e dare sostanza all’incommensurabile passo in avanti fatto quest’anno in termini di concretezza, attaccamento all’obiettivo, motivazione, cazzutaggine. Al di là delle scaramanzie, è inutile nascondersi o far finta che vada già bene così. No no. Siamo solo a metà strada, vogliamo divertirci ancora un po’. E il bello è che lo possiamo fare davvero.

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Dicembre 7, 2019
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Amala (anche se non segna)

Questa Inter è una specie di Re Mida concettuale: qualsiasi cosa tocca, per me diventa oro. Anche questa cazzo di partita con la Roma, non vinta – forse sprecata, diciamolo -, ha un retrogusto dolce, forse nella sua imperfezione è un nuovo tassello di un prezioso mosaico che si compone. Alla fine, questo merdoso pareggio – merdoso perchè abbiamo sbagliato centocinquanta gol, se non ricordo male, di cui centoquarantacinque su gentili omaggi della Roma – si rivela la dimostrazione di quanto forti siamo, più forti delle sfighe, delle assenze, anche del valore dell’avversario (5 vittorie nelle ultime 6), anche del suo gobbo portiere di riserva che va a farsi la doccia da migliore in campo, mentre il nostro ha consegnato la maglia al magazziere dicendogli “piegala, è pronta per martedì, risparmia il Dixan”, “Puzza di sudore”, “Si vede che l’avevi lavata male”.

Da quant’è che finivamo una partita senza segnare un gol? Sono andato indietro con la memoria e mi pare che con Stramaccioni avessimo fatto 0-0 a Genova alla penultima di campionato. Non so come abbiamo fatto a non segnarne uno buttando dentro una delle centocinquanta occasioni che ci sono capitate, ne bastava una, una sola, porca puttana, e invece no. Ma tutto questo è, anche, bellissimo. La strepitosa Roma che si bulla del 50,9% del possesso palla e di avere annullato le punte ecc. ecc., ecco, non ha fatto un tiro in porta degno di questo nome. E’ un segno. E’ un segno che si vanti di questa prestazione (uno 0-0 a San Siro esteticamente apprezzabile, stop) come se avesse vinto 7-0 con cinquina di Kolarov, tutti di destro. Ed è un segno anche il nostro rammaricarci per aver buttato nel cesso la partita quando a un certo punto a centrocampo avevamo Asamoah, che nella scala delle soluzioni di ripiego viene prima solo di Ranocchia centravanti e Berni titolare fisso al posto di Handa.

Non segni a ogni tiro che fai, non vinci ogni partita che giochi. Ci mancherebbe altro. Nella sfiga complessiva, nella brillantezza meno brillante del solito, nella ineluttabilità di queste assenze che ci riducono la rosa come quando a referto andavano in quattordici, non abbiamo perso nemmeno stavolta l’occasione di dimostrare che siamo un’altra Inter rispetto a tutte quelle arrivate dopo il Vate. Che magari viene meno la lucidità ma non vengono meno gli zebedei. Che ti distrai sempre poco e aggredisci quasi costantemente la partita. Ci sta, ci sta tutto, ci sta sbagliare qualche gol (peccato averli sbagliati tutti insieme, e vabbe’), ci sta pareggiare, ci sta rimanerci un po’ male. Che questa vigilia ci lasci la giusta fame e il giusto grado di incazzatura per martedì, il nostro esame di maturità: non siamo preparati, abbiamo la mononucleosi ma potremmo stupire la commissione con qualche trovata delle nostre.

p.s.: grazie Conte per avere mandato affanculo quelli che fischiano al primo errore. Grazie. Non so se abbiamo giocatori inadeguati, ma siamo noi – mi ci metto anch’io, uno zuzzurellone che fischia un giocatore non prima del quindicesimo errore individuale dopo averlo difeso con i vicini di posto almeno fino al settimo – che dobbiamo adeguare i nostri cervelli a una coralità di intenti che sennò resta una scoreggia intellettuale.

p.p.s.s.: io penso – parlo in generale, ed esprimo un’opinione personale – che un fallo di ascella come quello di Spinazzola, che arriva dopo un rimpallo su un piede mentre il giocatore si sposta a mille all’ora per un miracoloso recupero difensivo – non sia moralmente rigore. Dico “moralmente” perchè ormai intorno alla regola c’è un tale fumo che non si vede più una sega. Per me non è rigore. Fate come me: ci si incazza meno e si dorme meglio.

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Novembre 28, 2019
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I nuovi mostri

Avevamo un grande attaccante, di cui eravamo prigionieri (perchè per sei stagioni abbiamo avuto un unico schema: diamogli la palla, magari qualcosa succede). Adesso abbiamo due grandi attaccanti, che ci hanno liberati. Due attaccanti che giocano insieme (insieme!), dall’inizio (dall’inizio!), dialogano, si cercano, lavorano e si sbattono per sè ma anche per l’altro, segnano, si abbracciano, si prendono per mano. Ci prendono per mano.

Al 27 di novembre hanno segnato 11 gol a testa (Lukaku 10 in campionato e 1 in Champions, Lautaro 6 in campionato e 5 – 5! – in Champions), siamo secondi in campionato con 11 vittorie su 13 e ancora in corsa in Champions (nonostante il girone tostissimo, lo sciagurato pareggio in casa con lo Slavia e le due super-trasferte perse dopo essere stati in vantaggio) e tra i noi vaga ancora qualche vedova di Icardi e qualche incontentabile (eufemismo) che pensa che Lukaku sia scarso.

Faccio volentieri il mio coming out: due mesi e mezzo fa (era la metà di settembre) ho trascorso un’intera partita – penso fosse quella con l’Udinese – a insultare Lautaro. Ma come fai – mi chiedevo – a essere così clamorosamente forte nei movimenti e a non vedere mai quella cazzo di porta? Che attaccante sei? Perchè non la metti mai? Qualche giorno prima – e la cosa mi aveva fatto incazzare ancora di più – aveva segnato una tripletta in Nazionale contro il Messico. E probabilmente era stata quella – io, stolto, ancora non potevo averlo capito – la chiave di volta della sua stagione, un’iniezione di estrema consapevolezza. Da lì in poi Lautaro – che è 4 anni e mezzo più giovane di Icardi – ha fatto cose straordinarie, a mazzi.

Per Lukaku ho messo in dubbio amicizie di lunga data. “E’ scarso, fa schifo, è una sòla”. Per me è sempre stato un top player a prescindere, solo per il fatto di vedergli addosso quella maglia numero 9 che non sopportavo più di vedere associata al mio ex-attaccante preferito dell’universo, uno che a un certo punto si è messo a marcar visita come un congedante a militare e a scattare foto soft porno con la moglie mentre gli altri dovevano inseguire obiettivi minimi. Diamo tempo a Lukaku, ho sempre detto. Con quel fisico lì deve essere al 100 per cento e per mesi non lo è stato, anche per spirito di sacrificio. Quello che fa in una partita – spiegavo di fronte a sguardi attoniti – è tantissimo, solo che voi (silenzio, poi brusìo) non capite un cazzo. Posso immaginare che quella meraviglia fisica e tecnica vista a Praga sì, fosse il Lukaku al 100 per cento, però se qualcuno mi certifica che è tipo al 90, allora vado alla Snai e faccio puntate da qui al 2025 su ogni possibile competizione, anche al trofeo Birra Moretti del 2023, per dire.

La novità tecnica, tattica e concettuale di avere due attaccanti così forti a guidarci verso obiettivi ancora ignoti (che poi magari si riveleranno fuffa, ma questo è lo sport) è così stravolgente che chi se ne frega, vada come vada, ma il divertimento di questi primi mesi dell’era Conte non ha prezzo. Un divertimento vero, una palpitazione gioiosa. Un altro anno a vedere mediamente 2.000 passaggi laterali, 50 cross e 3 tiri in porta a partita mi avrebbe probabilmente ucciso. Adesso ciò che abbiamo davanti è una squadra che ci prova sempre, che non molla mai la presa, che ha già gettato il cuore oltre l’ostacolo un tot di volte (vogliamo parlare della reazione compatta e corale della squadra agli infortuni? vogliamo parlare del centrocampo old fashion messo in campo a Praga?)

Handanovic ha evitato la beffa delle beffe, dopo un gol annullato andando indietro col Var fino a immagini in bianco e nero in cui si vedeva che sì, magari il metro è un po’ severo, ma Giubertoni un mezzo fallo lo ha fatto. Gli altri ci hanno messo tutti del loro. E poi il resto, tutto il resto, ha la firma dei due mostri là davanti, madonna santa, uno spettacolo che non si vedeva da anni. Sono talmente euforico che non mi viene neanche da dire Juve merda. Ma che si fotta la Juve, guarda.

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Maggio 27, 2019
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Handa Nara (la maratona più pazza del mondo)

Metti che il Kenya debba scegliere, tra i venti top-maratoneti che ha, i 4 da mandare alle Olimpiadi 2020. Ogni volta è così, procedura complesa e crudele, ne devi lasciare a casa 16 forti. Vabbe’, Eliud Kipchoge ha il posto fisso da mo’, per distacco abissale. Poi sceglie anche il secondo, quello col tempo migliore, e si riserva di decidere gli altri due nomi all’ultima corsa, una specie di Trial. Il selezionatore in realtà la scelta l’ha già fatta. er uno in particolare. E’ uno pazzo, ma che per le Olimpiadi va benissimo. Uno forte, ma parecchio discontinuo (una testa di cazzo, diciamo). Lo prende da parte e gli dice: ascolta, alle Olimpiadi ci vai tu, è già stabilito, basta che oggi arrivi in fondo, sticazzi il tempo, basta che arrivi in fondo. Ok?

L’ultima maratona prima delle Olimpiadi parte. Il prescelto fa il suo dovere, poi comincia a farsi prendere un po’ dall’ansia, tipo che fa un chilometro a 2′ 45″ e quello dopo a 3′ 30″, in fondo ci arriva di sicuro e pure bene, però non è così che si corre. Poi prova ad allungare, poi rallenta, poi inciampa, poi fa il chilometro più veloce, poi si ingrippa. Comunque sia è in vantaggio sulla tabella di marcia e, accidenti, sa che arriverà in fondo in carrozza. ‘Na passeggiata de salute. Ma dopo il trentesimo chilometro ne fa di ogni. Allo spugnaggio del 32esimo corteggia pesantemente una volontaria e fa a botte col di lei fidanzato. Al 34esimo chiama un amico da un telefono a gettoni. Al rifornimento del 35esimo beve una birra media ghiacciata, al 37,5 fa uno spugnaggio con il catrame, al 38esimo si infila in un giardino dove è in corso una grigliata e mangia quattro wurstel con salsa barbecue, al 39esimo inizia a cantare “Nessun dorma” a squarciagola, al 40esimo trova per terra una copia di Playboy e si masturba dentro un wc chimico, al 41esimo prende sulle spalle un altro concorrente e lo trasporta per 500 metri, al 42esimo si mette a fare la ruota, a 50 metri dall’arrivo si ferma e concede un’intervista a Rolling Stones, poi finalmente taglia il traguardo. E’ arrivato in fondo, secondo i patti andrà alle Olimpiadi. Il selezionatore gli fa ok col pollice, poi sviene.

Ecco, l’Inter ieri sera è stata più o meno così. Ieri sera, in particolare, e negli ultimi sei mesi, più in generale.

Non voglio usare termini assoluti per descrivere il ciclone emozionale di Inter-Empoli, ma riferire soltanto sensazioni personali. Si è trattata di una delle esperienze più devastanti da quando sono interista – e sono decenni, santa madonna. Ci sono state altre volte in cui ho perso anni di vita sul divano o sugli spalti, ma non voglio scomodare paragoni inadeguati con partite magicamente epiche, o epicamente disastrose. Questa era un’Inter-Empoli – la terza contro la terz’ultima, che poi in effetti retrocede – e non ci sono paragoni adeguati. Era un’Inter-Empoli. Una fottuta Inter-Empoli, sulla carta la partita meno importante e meno affascinante dell’anno. Sulla carta, certo.

Che sia finita bene, è solo un particolare. A me – saranno anche questi ultimi sei mesi da tragedia etica e sportiva – non è ancora passata. Mi sembra di essere ancora davanti alla tv a vedere una partita divertentissima – purtroppo, una delle due squadre in campo era l’Inter – con 100 azioni d’attacco e 20 palle gol – purtroppo, una su tre capitata all’Empoli, davanti ai miei occhi spaventati e al mio cuore a brandelli.

Non è umano. Non è sano. E non venitemi a intortare con la solita storia della pazza Inter. Questa non è pazzia. E’ un qualcos’altro per cui non esiste una parola. E’ un mix di cose – purtroppo, la metà negative.

Ho perso il mio solito anno di vita, sbigottito, davanti alla tv. Senza Orociok (meno male, ne avrei mangiato un container), ho provato le seguenti sensazioni:

  • Vinciamola. Non importa come, ma vinciamola
  • Meno male che è l’ultima partita della stagione 2018-19
  • Non voglio più vedere – mai più, mai più – almeno sei-sette dei giocatori in campo

Questo è, per quanto mi riguarda, l’elemento più interessante, che ha reso Inter-Empoli un’esperienza unica. Tifavo Inter, è ovvio, fino allo sfinimento, ma nel contempo mi auguravo di non rivedere mai più questa Inter. Tifavo Inter, alla morte, e ne invocavo la rifondazione, alla morte. Non mi sono nemmeno accorto del fischio finale. Ero ancora lì che sudavo come un mantice e tifavo Inter e contemporaneamente la stramaledivo e finalmente, quando mi sono accorto che gente in borghese passeggiava per il campo, ho capito che eravamo in Champions. Che non so come, facendone di ogni, eravamo arrivati in fondo.

Ho cambiato canale. La Lega era al 34 per cento (al 45% a Pavia). Ho chiuso gli occhi, sfinito. Icardi, Dalbert, Perisic. La traversa. Wanda Nara. Non ho dormito. La stagione è finita così. Una stagione completamente insensata, tipo il fallo di Keita su Dragowski. Ciao Inter, ti amo ma hai abusato della mia pazienza. Vorrei poterti dire che ci rivediamo tra altri sei mesi, ma sono un uomo debole. Grazie Handa, uomo del destino. A tutti gli altri il mio cordiale vaffanculo. Forza Inter.

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Novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

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Settembre 15, 2018
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Il Var è morto e anche l’Inter non si sente molto bene

C’è così tanto da dire di questa disgraziatissima partita con il Parma che un argomento è meglio spuntarlo subito: il gol di Dimarco (il tiro della vita suo, dei figli, dei nipoti e dei bisnipoti) NON è colpa di Handanovic. Certo, se in quelle zone grigie della sua mente (lo prendo? non lo prendo? mi si nota di più se mi tuffo o non mi tuffo?) il nostro portierone decidesse comunque, anche solo a livello accademico, si stendersi in tutta la sua ampiezza verso la traiettoria del tiro, non sarebbe necessario doversi guardare 300 dolorosissimi replay per sentenziare che: no, non l’avrebbe preso neanche Higuita facendo lo scorpione con la displasia dell’anca.

Veniamo al resto. Se il possesso palla è tuo per due terzi, tiri verso la porta 20 volte e non vinci – anzi, poi la perdi – c’è sicuramente della sfiga e ci sono altrettanto sicuramente dei problemi – problemi anche seri, avrebbe detto Dalla – più o meno nella stessa proporzione del possesso palla. 20 tiri possono dire tanto o quasi nulla. Intanto, se non ne entra uno. E poi se li cataloghi e ti accorgi che togliendo i tiracci del Ninja e le azioni passate da Perisic (l’unico vero nostro schema: datela a Ivan, magari qualcosa succede), ti resta poco poco. Pochi come i 4 punti e i 4 gol in 4 partite, soprattutto se rapportati ai presunti 12 punti da fare con questo calendario più morbido rispetto alle altre, e invece diventato durissimo.

Spalletti ha detto una verità, sintetizzabile così: cosa devo dire a ‘sti ragazzi, non sono una squadra presuntuosa. Eh, bravo, e quindi? Se non pecchiamo di presunzione, di cosa stiamo peccando? Di pesantezza di corpo e di mente? Di idee poche e confuse? Di condizione complessiva ancora da trovare – cazzo! – a un mese dall’inizio del campionato, a tre giorni dal tuo ritorno in Champions dopo un’assenza di sei edizioni, alla vigilia di un ciclo di partite serratissimo, una ogni tre giorni? E Spalletti – che si assume come da copione la responsabilità – di cosa sta peccando? Perchè dà sempre l’impressione di sbagliare le scelte di inizio gara e pure quelle del durante? Perchè – per dirne una – manda sempre in asfissia il centrocampo? Se Brozovic dovesse fare causa per mobbing, io testimonierò per lui, per dovere civico e morale.

Cioè, questa è la situazione a tre giorni dall’arrivo del Tottenham: roba che quando attaccherà la musichetta saremo presi da un attacco generale di cacarella, tutti, tra campo e spalti, perchè di Berardi e di Dimarco il mondo è pieno e il Tottenham ne avrà minimo sei o sette. Forse, li preferivo un po’ presuntuosi. Vabbe’, sarà una vigilia con un po’ di pathos. Che, in fondo, ci mancava.

Detto tutto questo (perchè i problemi sono al punto 1 e i mulini a vento vengono dopo, se vuoi essere serio), vogliamo parlare dell’arbitraggio? Perchè se questo è lo standard che ci aspetta, preparate i fazzoletti (per piangere e per le pagnolade). La non-ammonizione del portiere del Parma per avere interrotto il gioco ributtando in campo un secondo pallone (stavamo battendo un angolo e loro non erano schierati) è stata scandalosa e ha colorato subito di grottesco l’intero pomeriggio del signor Manganiello, uno spettacolo complessivamente brutto da vedere e culminato con l’episodio del fallo di mano di Dimarco sulla linea di porta. La traiettoria della palla era inequivocabile (con quale parte del corpo, se non il gomito, avrebbe potuto deviarla verso il basso?), il rigore era clamoroso. Ma il rigore non ce lo hanno dato, e la partita l’abbiamo persa.

Il Var è morto, ragazzi, e forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta che sia vivo e vegeto. Oggi, a San Siro, se ancora rantolava ha avuto il colpo di grazia. Lo abbiamo inventato e l’abbiamo ucciso nel giro di un annetto. Sarà usato per casi abnormi, una volta ogni due giornate, giusto per sentire dire che funziona. Una prece. E’ stato (quasi) bello, ti ricorderemo per quei solari e impertinenti rigori contro la Juve che nessun arbitro avrebbe mai fischiato. Infondeva un senso di giustizia e sicurezza, il Var, in un rapporto dare-avere in cui riconoscevi un fondo di oggettività. Non ha nemmeno deciso il campionato, che la Juve ha vinto comunque (quasi) in carrozza. Era addirittura piaciuto alla Fifa, che lo ha portato al Mondiale. Giusto così: in un paese che sogna il ritorno al servizio militare e alle vaccinazioni fai-da-te, poi, era un pericoloso – quasi visionario – strumento di modernità.

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Maggio 21, 2018
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Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

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Aprile 29, 2018
di settore
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Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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Gennaio 28, 2018
di settore
778 commenti

Spal Ferrara-Gioaimari Milano 1-1

Handao Mario: 5. A parte un’uscita a vuoto tipo labirintite fulminante, vigila bene la porta per quasi novanta minuti fino all’azione del pareggio: sta per offrire il suo corpo alla scienza, poi pensa a chi glielo fa fare e si limita a sperare che Paloschi la tocchi male. Ottimista.

Dambrao Mario: 5. Al rientro cerca di tenere il campo con sicurezza e di non stressare il ginocchio. Gli riesce bene soprattutto la seconda cosa. Dalla sua parte Betty Kurtic fa un po’ troppo volume per poterlo assolvere.

Joao Marianda: 5. E’ tra i migliori, o i meno peggiori (la Crusca chiuda un occhio), ma è coinvolto nel disastro finale come un correntista di Banca Etruria: non ha colpe ma lo prende in quel posto.

Milao Skririo: 5. Lo Skriniar di due mesi fa nell’azione del pareggio sarebbe uscito da solo dall’area a testa bassa svellendo 15 spallini e involandosi in contropiede triangolando con se stesso e segnando il 2-0. Ma due mesi fa erano due mesi fa.

Joao Marielo Cancelao: 5. Vedi alla voce Miranda, oggi il 5 è il voto migliore che si può dare anche a chi si è guadagnato onestamente la pagnotta. E’ un mistero vivente: schierato a sinistra, gioca per 55 minuti col solo piede destro. Al primo cross di sinistro è gol. Questo incasinerà ulteriormente Spalletti, quindi 5.

Joao Borjao Valerio: 4. Facciamo volentieri alcune eccezioni al 5. Borja non può giocare male, non ce lo possiamo permettere. Infatti il nostro centrocampo sembrava la spiaggia di Dunkirk prima che arrivassero le barche civili e Tom Hardy.

Vecinao Mario: 5. Serenamente: lo stiamo rovinando. Lui non è Iniesta, ok, e quelli intorno a lui fanno ca-ca-re, roba che alla prossima partita gli viene l’attacco di panico mentre esce dal tunnel con il bambino per mano. E fa giocare il bambino.

Marceo Brozorio: 5. L’Inter ha fatto talmente schifo che lui sembrava interessato alle sorti della partita, quasi sbattersi. Ha scosso la testa il 24,2% in meno rispetto alla media delle partite precedenti.

Candrevao Mario: 4. E’ l’Hamsik dell’Inter, nel senso che ormai lo sostituiscono sempre per fare spazio a chiunque. La differenza è che nei 60-70 minuti in cui gioca Hamsik incide, segna, controlla, domina, penetra, difende (seguono altri 17 versi di intonazione positiva).

Ivanao Perio: 4. Ne azzeccasse una, santa madonna. Amnesty International ha chiesto alla Croazia se per caso sia stato maltrattato.

Maurao Icardario: 4. Il Capitano vive in un mondo tutto suo: cioè, gioca come se Candreva e Perisic fossero in gran forma, aspettando palle che non arriveranno mai. Non arrivano, si intristisce, triplice fischio, pullman, casa, Instagram, dormire.

Ederao Citadins Martirio: 5. Perfetta media tra la buona volontà (6), la simpatia (6), l’educazione (6), i risultati (4) e il profilo tecnico (3). Al campetto quelli come lui facevano furore. Ok, Ferrara è un campetto, ma non in quel senso.

Robertao Gaglialdirio: 4. E’ arrivato da un anno, da nove mesi tentiamo di recuperarlo da un leggero infortunio e da uno spaesamento senza confini. Uomo decisivo, per la Spal.

Rafinhao Rafinhario: s.v. Ha tre giorni per tornare al Barcellona, una clausola tipo Amazon che potrebbe risparmiargli un pessimo semestre.

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Novembre 1, 2017
di settore
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Samir Handanovic nella cultura popolare

Gli interisti, distratti da dicerie invidiose (“avete un culo a capanna”) e da risultati esorbitanti (“con Nagatomo titolare state facendo più punti di Mourinho”), continuano a non rendersi del tutto conto della straordinarietà del momento che stanno vivendo, invece di goderselo a nastro come un lavoratore stagionale che fa 5+1 al Superenalotto. Per dire: il fallo da rigore di Handanovic. Ecco, è stato subito – e assai superficialmente – catalogato come “immane cazzata”, e il nostro portierone (che ci ha salvato il culo un tot di volte negli ultimi due mesi e mezzo) come “zuzzurellone borderline sopravvalutato”. Eppure il gesto atletico, tecnico e (diciamolo) criminale di Handanovic sul povero Cerci, che ha costretto l’establishment calcistico a far ricorso al Var (“no, ditemi che quello che ho visto è vero”), è invece un commovente omaggio ai grandi del passato e nel contempo un ponte lanciato verso il futuro. Insomma: non avete capito un cazzo, e ve lo spiego.

Stile libero

Hando Samiranovic, zio materno di Samir Handanovic, fu campione di nuoto under 15 jugoslavo. Nel Dna del nipote c’è probabilmente qualcosa che rimanda al tuffo come concetto globale. Da sempre Samir si tuffa, a caccia di palloni, e ha fatto molta più carriera dello zio, che si è ritirato 19enne dalle competizioni perchè risultato positivo alla birra. Samir invece ha proseguito la sua personale e spasmodica caccia alle sfere di cuoio e, più in generale, alle figure in movimento.

La rivalutazione del frisbee

Nel momento in cui il Cio promuove a sport i videogiochi da Fifa 2018 al Tetris, il frisbee rischia di venir declassato a gioco antiquario, tipo il tamburello. E invece guardate con quale appassionato trasporto Samir Handanovic ha voluto rendere omaggio a una dei movimenti più spettacolari del frisbee. La Fif (Federation International de Frisbee) ha annunciato di voler insignire il portiere dell’Inter della tessera onoraria di ambasciatore del frisbee nel Sud Europa.

Il rugby sloveno

La nazionale di rugby a XV della Slovenia rappresenta il proprio paese nelle competizioni di rugby internazionali.
È attualmente inserita nella terza fascia del ranking mondiale, non ha mai partecipato alla coppa del mondo, ma partecipa regolarmente al Campionato europeo per Nazioni di Rugby, dove è attualmente inserita nella 2ª divisione poule B. Riassumendo: fa ca-ca-re. Il ct sloveno, dopo Verona-Inter, ha informalmente contattato Ausilio per sapere se Handanovic sarà libero durante le vacanze di Natale: lo convocherebbe per l’atteso test match contro Andorra.

L’insostenibilità dello streaking

Per dire: c’è chi non sopporta i fascisti, chi i parenti della moglie, chi le zanzare, chi il free jazz punk inglese.  Handanovic non sopporta lo streaking, ma proprio per niente, retaggio di un un giorno in cui da piccolo stava guardando in tv Olympia Lubiana-Mendrisio di Mitropa cup, che fu sospesa per colpa di un invasore di campo senza mutande. Come in una scena di “Vedo nudo” con Manfredi, il nostro Samir ha avuto un’apparizione – Cerci come mamma l’ha fatto – e il resto è venuto da sè.

Hip Hop Hand

Nelle strade di Lubiana non si parla d’altro: generazioni di portieri sloveni già da tempo si ispirano ad Handanovic, ma il suo fallo su Cerci entra di diritto nella cultura popolare e artistica del simpatico e vezzoso Paese ex jugoslavo. Durante il festival di break dance “La bella Lubjana”, uno studente 16enne dell’Itis ha voluto omaggiarlo con la “Samira”, nuova figura che si esprime con un tuffo, una girata su un braccio solo e una lussazione dell’omero.

Klarkus Kentanovic

Sempre nella cultura popolare slovena – e qui l’omaggio di Handanovic è davvero manifesto – si è ritagliato un suo piccolo ma significativo ruolo SuperFrika, supereroe buongustaio che neutralizza il nemico con un raggio ai trigliceridi. Quando mangia la kranjska klobasa, la tipica salsiccia slovena a base di carne di maiale speziata, il placido Klarkus Kentanovic – nella vita, impiegato all’Esatri – si trasforma in SuperFrika e parte per una nuova affascinante avventura.

Andrejevic “The Giant”

In una rara immagine di una trentina di anni fa, il campione sloveno di wrestling Andrejevic “The Giant” Bulimovic viene sollevato di peso dal campione croato Dragan “Hulk” Hoganovic durante un combattimento allestito nel parcheggio dell’Auchan di Lubiana. Il gesto atletico delle due icone del catch balcanico ha sicuramente impressionato il piccolo Samir, che ogni tanto prova a replicarlo con successo in allenamento e, talvolta, nei posticipi del lunedì.

La successione di De Gayardon

Come passa il tempo: nel 2018 si celebreranno i vent’anni dalla scomparsa di Patrick de Gayardon, il leggendario paracadutista francese che inventò il volo libero con la tuta alare. Vent’anni trascorsi invano alla ricerca di un vero successore, dopo che il ritiro dal calcio di Pippo Inzaghi ha tolto di scena uno dei possibili eredi. Handanovic ha aperto a Verona un nuovo scenario, e il mondo gliene è grato: il volo, forse, può riprendere.

Il movimento Handanovic

E’ bastato un posticipo di serie A perchè nelle palestre di mezza Europa si diffondesse la nuova moda: il movimento Handanovic, ormai straconsigliato dai personal trainer. Il movimento si compone di tre fasi: tuffo di pancia su un tappetino cone se non ci fosse un domani (ottimo per rafforzare gli addominali), allungamento (utile per i dorsali), inarcamento (specifico per il quadrato dei lombi). In alcune palestre si esegue con accompagnamento musicale, fino al ricovero in Ortopedia.

L’imitazione del Mancio

A Roberto Mancini il nostro Samir deve molto, in termini di stima, di insegnamento e di ispirazione. Non potendo segnare gol di tacco nè pettinarsi con quella chioma sale e pepe che attizza le donna di mezza Europa, Handanovic ha voluto citare Mancini in campo con una delle sue imprese meno note ma di grande impatto scenico. Quel plastico volo del Mancio, colpito in faccia da una pallonata scagliata da Andreolli (il tiro più preciso di un’intera carriera), rimane un gesto di rara eleganza nella sua drammaticità. Samir ha saputo replicarlo solo in parte, ma ha molto tempo davanti per riprovarci.

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