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Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

maggio 21, 2018
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Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

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aprile 29, 2018
di settore
691 commenti

Inculati al Cuadrado

Record di pubblico, record d’incasso, record in tv, record alla radio, record sull’internet. Ma magari qualcuno non l’ha vista e questo blog – che resta un blog di servizio e di divulgazione – vi offre gratuitamente una telecronaca postuma di Inter-Juventus, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di giuoco calcio.

1°. Orsato fischia l’inizio, Pjanic con un riflesso pavloviano urla “Non sono stato io”.

5°. Cuadrado stende Perisic e viene ammonito. Orsato gli dice: “Vabbe’, tranqui, ci siamo tolti il pensiero”.

12°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi non ne approfitta. Bòn.

13°.  Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Douglas Costa ne approfitta. 0-1.

16°. Intervento alla cazzo di Vecino sulla tibia di Mandzukic. Nel 1940 in Uruguay gli avrebbero dato le chiavi della città, nel 1960 in Inghilterra avrebbero applaudito a scena aperta per cinque minuti, ma Orsato (Italia, 2018) opta per una più reazionaria ammonizione. Dal Var gli fanno notare che l’entrata dritta sulla tibia a un più concreto riesame della situazione configura apparentemente una fattispecie che eventualmente nel caso potrebbe – vabbe’, espulso, dopo soli 12 minuti di consulto serviti anche a rimettere in piedi Mandzukic scongiurando l’amputazione sul posto tipo Master and Commander.

21°. Ammonito Pjanic. Per proteste. Riletta a fine partita, questa decisione ricorda la condanna di Al Capone per evasione fiscale.

25°. Pjanic piscia a bordo campo, lato primo arancio, contro il cartellone pubblicitario della Estintori Meteor. Orsato lascia correre.

29°. Candreva, che non segna da quattro anni, tira da settanta metri una bomba spaventosa e sfiora l’incrocio. Buffon non la sfiora nemmeno, ma pur di far bella figura dice che è angolo, che ha quarant’anni e che è un atleta esemplare.

34°. Pjanic interviene a piedi uniti: Orsato fischia la punizione, poi non gli cagassero il cazzo, è lui che comanda, si ammonisce solo a ragion veduta.

40°. Ammonito Barzagli per fallo su Icardi. La Juve presenta una formale protesta al Tribunale dell’Aja, che la respinge in via d’urgenza in quanto inviata da Nedved con WhatsApp.

45°. Orsato concede 25 minuti di recupero.

48°. Cross da destra, l’Inter fa una grossa cagata difensiva, Matuidi ne approfitta, gol. Orsato convalida, nonostante Matuidi appaia in fuorigioco di 7-8 metri e anche un bambino dell’asilo l’avrebbe annullato senza rompere i coglioni al Var. Mentre aspetto il Var, busso alla porta del mio vicino di casa, che ha un bambino che va all’asilo. “Scusa, cosa dice tuo figlio?” “Tesoro, com’era?” (voce dal soggiorno) “Fuorigioco netto, papi”. E allora dico al mio vicino? “E tu cosa dici?” “Boh, io stavo guardando Peppa Pig. Quanto stanno?”.

Riposo

Secondo tempo.

6°. Ammonito Mandzukic per fallo su Skriniar. Orsato tranquillizza Buffon: “E’ funzionale a un mio percorso di arbitraggio”.

7°. Pjanic mette una puntina da disegno sulla poltrona di Spalletti: Orsato lascia correre.

8°. Cross da destra, la Juve fa una grossa cagata difensiva, Icardi la incorna da dio: 1-1.

14°. Pjanic entra a bomba su Rafinha tipo Andrè the Giant su Hulk Hogan a Inglewood nel 1984. Orsato ammonisce D’Ambrosio per proteste (no, perchè sembra una battuta, ma è proprio così. Cioè, tipo che sono qua che rileggo e rido da solo).

18°. Higuain si incula un gol mica da ridere.

20°. Perisic salta Cuadrado come un birillo, la mette in mezzo un po’ troppo lunga per Icardi ma perfetta per Barzagli. tiè, 2-1.

25°. Douglas Costa prova i riflessi di Handanovic, che in effetti la mette in angolo.

30°. Punizione della madonna di Dybala, parata della madonna di Handanovic che in volo alza in angolo e ricadendo a terra pensa: “Vabbe’, ormai è fatta”.

32°. Candreva fa un cross bello – rumore di tuoni – e comunque non abbastanza, Icardi si protende ma non ci arriva. Tipo il derby, ma meno.

33°. Ammonito Alex Sandro. La Juve cerca il record mondiale di ammonizioni, stabilito nel 1974 dal Botafogo, e ottiene in cambio da Orsato l’impegno a non ammonire due volte lo stesso giocatore, circostanza non valida ai fini del record.

34°. Pjanic posta una foto su Instagram, bestemmia il Signore e mischia le provette dell’antidoping: Orsato lascia correre.

35°. Allegri sostituisce con Betancur il nervoso Pjanic: “Cazzo, non vorrei mai che ti sbatteressero fuori e rimaniamo in dieci”. Pjanic non la prende bene e consegna il passaporto diplomatico al massaggiatore.

40°. Spalletti inizia la girandola dei cambi. Perisic si trascina dolorante, Candreva vaga senza meta, ma il mister opta per una tattica più lungimirante: “Tolgo i migliori per risparmiarli in vista dell’impegnativa trasferta di Udine”. Fuori Rafinha, dentro Borja Valero. Fuori Icardi, dentro Santon.

41°. “No scusa, come hai detto? Fuori Icardi, dentro Santon?”. Sì.

42°. Azione incasinata della Juve, Dybala la tocca per Cuadrado che sullo scatto brucia uno spossato Santon, a 4 cm dalla linea di fondo la tira alla cazzo sfiorando uno stinco di Skriniar e il pallone si insacca non si sa come dall’altra parte. Handanovic, ammirato da tanta varietà balistica, si scansa leggermente, si sa mai che la respingi a caso con una spalla non è bello a livello di autostima. 2-2.

44°. Punizione da sinistra di Dybala, sfiga vuole che il pallone vada dritto sulla testa di Higuain. Handanovic, ammirato da tanta geometria, non si muove dalla linea di porta.  La sensazione è che avrebbe segnato anche mio cugino. Squilla il telefono, è mio cugino: “Santiddio, lo segnavo anch’io”. 2-3. Espulso Allegri, che entra in campo a cancellare le prove biologiche dei falli di Pjanic.

45°. Spalletti prova a ribaltarla. Chiama il cambio: dentro Karamoh, che lo stadio invocava da appena 25 minuti al posto di Candreva, e fuori D’Ambrosio.

45°. Orsato chiama 5 minuti di recupero. Spalletti urla “Figata!” e prepara altri cambi: Pinamonti per Miranda, Lisandro Lopez per Perisic e Padelli per Brozovic.

48°. Occasione per Perisic, di testa. Non fosse stato morto da venti minuti, avrebbe staccato un po’ meglio. Santon, esausto, si accascia a terra. Spalletti fa scaldare Eder e Dalbert.

Fine.

 

 

 

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gennaio 28, 2018
di settore
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Spal Ferrara-Gioaimari Milano 1-1

Handao Mario: 5. A parte un’uscita a vuoto tipo labirintite fulminante, vigila bene la porta per quasi novanta minuti fino all’azione del pareggio: sta per offrire il suo corpo alla scienza, poi pensa a chi glielo fa fare e si limita a sperare che Paloschi la tocchi male. Ottimista.

Dambrao Mario: 5. Al rientro cerca di tenere il campo con sicurezza e di non stressare il ginocchio. Gli riesce bene soprattutto la seconda cosa. Dalla sua parte Betty Kurtic fa un po’ troppo volume per poterlo assolvere.

Joao Marianda: 5. E’ tra i migliori, o i meno peggiori (la Crusca chiuda un occhio), ma è coinvolto nel disastro finale come un correntista di Banca Etruria: non ha colpe ma lo prende in quel posto.

Milao Skririo: 5. Lo Skriniar di due mesi fa nell’azione del pareggio sarebbe uscito da solo dall’area a testa bassa svellendo 15 spallini e involandosi in contropiede triangolando con se stesso e segnando il 2-0. Ma due mesi fa erano due mesi fa.

Joao Marielo Cancelao: 5. Vedi alla voce Miranda, oggi il 5 è il voto migliore che si può dare anche a chi si è guadagnato onestamente la pagnotta. E’ un mistero vivente: schierato a sinistra, gioca per 55 minuti col solo piede destro. Al primo cross di sinistro è gol. Questo incasinerà ulteriormente Spalletti, quindi 5.

Joao Borjao Valerio: 4. Facciamo volentieri alcune eccezioni al 5. Borja non può giocare male, non ce lo possiamo permettere. Infatti il nostro centrocampo sembrava la spiaggia di Dunkirk prima che arrivassero le barche civili e Tom Hardy.

Vecinao Mario: 5. Serenamente: lo stiamo rovinando. Lui non è Iniesta, ok, e quelli intorno a lui fanno ca-ca-re, roba che alla prossima partita gli viene l’attacco di panico mentre esce dal tunnel con il bambino per mano. E fa giocare il bambino.

Marceo Brozorio: 5. L’Inter ha fatto talmente schifo che lui sembrava interessato alle sorti della partita, quasi sbattersi. Ha scosso la testa il 24,2% in meno rispetto alla media delle partite precedenti.

Candrevao Mario: 4. E’ l’Hamsik dell’Inter, nel senso che ormai lo sostituiscono sempre per fare spazio a chiunque. La differenza è che nei 60-70 minuti in cui gioca Hamsik incide, segna, controlla, domina, penetra, difende (seguono altri 17 versi di intonazione positiva).

Ivanao Perio: 4. Ne azzeccasse una, santa madonna. Amnesty International ha chiesto alla Croazia se per caso sia stato maltrattato.

Maurao Icardario: 4. Il Capitano vive in un mondo tutto suo: cioè, gioca come se Candreva e Perisic fossero in gran forma, aspettando palle che non arriveranno mai. Non arrivano, si intristisce, triplice fischio, pullman, casa, Instagram, dormire.

Ederao Citadins Martirio: 5. Perfetta media tra la buona volontà (6), la simpatia (6), l’educazione (6), i risultati (4) e il profilo tecnico (3). Al campetto quelli come lui facevano furore. Ok, Ferrara è un campetto, ma non in quel senso.

Robertao Gaglialdirio: 4. E’ arrivato da un anno, da nove mesi tentiamo di recuperarlo da un leggero infortunio e da uno spaesamento senza confini. Uomo decisivo, per la Spal.

Rafinhao Rafinhario: s.v. Ha tre giorni per tornare al Barcellona, una clausola tipo Amazon che potrebbe risparmiargli un pessimo semestre.

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novembre 1, 2017
di settore
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Samir Handanovic nella cultura popolare

Gli interisti, distratti da dicerie invidiose (“avete un culo a capanna”) e da risultati esorbitanti (“con Nagatomo titolare state facendo più punti di Mourinho”), continuano a non rendersi del tutto conto della straordinarietà del momento che stanno vivendo, invece di goderselo a nastro come un lavoratore stagionale che fa 5+1 al Superenalotto. Per dire: il fallo da rigore di Handanovic. Ecco, è stato subito – e assai superficialmente – catalogato come “immane cazzata”, e il nostro portierone (che ci ha salvato il culo un tot di volte negli ultimi due mesi e mezzo) come “zuzzurellone borderline sopravvalutato”. Eppure il gesto atletico, tecnico e (diciamolo) criminale di Handanovic sul povero Cerci, che ha costretto l’establishment calcistico a far ricorso al Var (“no, ditemi che quello che ho visto è vero”), è invece un commovente omaggio ai grandi del passato e nel contempo un ponte lanciato verso il futuro. Insomma: non avete capito un cazzo, e ve lo spiego.

Stile libero

Hando Samiranovic, zio materno di Samir Handanovic, fu campione di nuoto under 15 jugoslavo. Nel Dna del nipote c’è probabilmente qualcosa che rimanda al tuffo come concetto globale. Da sempre Samir si tuffa, a caccia di palloni, e ha fatto molta più carriera dello zio, che si è ritirato 19enne dalle competizioni perchè risultato positivo alla birra. Samir invece ha proseguito la sua personale e spasmodica caccia alle sfere di cuoio e, più in generale, alle figure in movimento.

La rivalutazione del frisbee

Nel momento in cui il Cio promuove a sport i videogiochi da Fifa 2018 al Tetris, il frisbee rischia di venir declassato a gioco antiquario, tipo il tamburello. E invece guardate con quale appassionato trasporto Samir Handanovic ha voluto rendere omaggio a una dei movimenti più spettacolari del frisbee. La Fif (Federation International de Frisbee) ha annunciato di voler insignire il portiere dell’Inter della tessera onoraria di ambasciatore del frisbee nel Sud Europa.

Il rugby sloveno

La nazionale di rugby a XV della Slovenia rappresenta il proprio paese nelle competizioni di rugby internazionali.
È attualmente inserita nella terza fascia del ranking mondiale, non ha mai partecipato alla coppa del mondo, ma partecipa regolarmente al Campionato europeo per Nazioni di Rugby, dove è attualmente inserita nella 2ª divisione poule B. Riassumendo: fa ca-ca-re. Il ct sloveno, dopo Verona-Inter, ha informalmente contattato Ausilio per sapere se Handanovic sarà libero durante le vacanze di Natale: lo convocherebbe per l’atteso test match contro Andorra.

L’insostenibilità dello streaking

Per dire: c’è chi non sopporta i fascisti, chi i parenti della moglie, chi le zanzare, chi il free jazz punk inglese.  Handanovic non sopporta lo streaking, ma proprio per niente, retaggio di un un giorno in cui da piccolo stava guardando in tv Olympia Lubiana-Mendrisio di Mitropa cup, che fu sospesa per colpa di un invasore di campo senza mutande. Come in una scena di “Vedo nudo” con Manfredi, il nostro Samir ha avuto un’apparizione – Cerci come mamma l’ha fatto – e il resto è venuto da sè.

Hip Hop Hand

Nelle strade di Lubiana non si parla d’altro: generazioni di portieri sloveni già da tempo si ispirano ad Handanovic, ma il suo fallo su Cerci entra di diritto nella cultura popolare e artistica del simpatico e vezzoso Paese ex jugoslavo. Durante il festival di break dance “La bella Lubjana”, uno studente 16enne dell’Itis ha voluto omaggiarlo con la “Samira”, nuova figura che si esprime con un tuffo, una girata su un braccio solo e una lussazione dell’omero.

Klarkus Kentanovic

Sempre nella cultura popolare slovena – e qui l’omaggio di Handanovic è davvero manifesto – si è ritagliato un suo piccolo ma significativo ruolo SuperFrika, supereroe buongustaio che neutralizza il nemico con un raggio ai trigliceridi. Quando mangia la kranjska klobasa, la tipica salsiccia slovena a base di carne di maiale speziata, il placido Klarkus Kentanovic – nella vita, impiegato all’Esatri – si trasforma in SuperFrika e parte per una nuova affascinante avventura.

Andrejevic “The Giant”

In una rara immagine di una trentina di anni fa, il campione sloveno di wrestling Andrejevic “The Giant” Bulimovic viene sollevato di peso dal campione croato Dragan “Hulk” Hoganovic durante un combattimento allestito nel parcheggio dell’Auchan di Lubiana. Il gesto atletico delle due icone del catch balcanico ha sicuramente impressionato il piccolo Samir, che ogni tanto prova a replicarlo con successo in allenamento e, talvolta, nei posticipi del lunedì.

La successione di De Gayardon

Come passa il tempo: nel 2018 si celebreranno i vent’anni dalla scomparsa di Patrick de Gayardon, il leggendario paracadutista francese che inventò il volo libero con la tuta alare. Vent’anni trascorsi invano alla ricerca di un vero successore, dopo che il ritiro dal calcio di Pippo Inzaghi ha tolto di scena uno dei possibili eredi. Handanovic ha aperto a Verona un nuovo scenario, e il mondo gliene è grato: il volo, forse, può riprendere.

Il movimento Handanovic

E’ bastato un posticipo di serie A perchè nelle palestre di mezza Europa si diffondesse la nuova moda: il movimento Handanovic, ormai straconsigliato dai personal trainer. Il movimento si compone di tre fasi: tuffo di pancia su un tappetino cone se non ci fosse un domani (ottimo per rafforzare gli addominali), allungamento (utile per i dorsali), inarcamento (specifico per il quadrato dei lombi). In alcune palestre si esegue con accompagnamento musicale, fino al ricovero in Ortopedia.

L’imitazione del Mancio

A Roberto Mancini il nostro Samir deve molto, in termini di stima, di insegnamento e di ispirazione. Non potendo segnare gol di tacco nè pettinarsi con quella chioma sale e pepe che attizza le donna di mezza Europa, Handanovic ha voluto citare Mancini in campo con una delle sue imprese meno note ma di grande impatto scenico. Quel plastico volo del Mancio, colpito in faccia da una pallonata scagliata da Andreolli (il tiro più preciso di un’intera carriera), rimane un gesto di rara eleganza nella sua drammaticità. Samir ha saputo replicarlo solo in parte, ma ha molto tempo davanti per riprovarci.

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ottobre 22, 2017
di settore
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L’Inter, Nathaniel Creswick e il rosicone medio

vecino

Allora, ricapitoliamo: come abbiamo rubato stavolta? Pali a favore (nuova statistica inaugurata con e per l’Inter: i pali a favore, mmmh) proprio no, culo a favore nella norma, gioco di merda meno del solito: panico tra opinionisti e rosiconi. Arriviamo dunque al “se non c’era Handanovic”, cugino di primo grado del “se non c’era Icardi” di una settimana prima: che sotto un certo punto di vista è vero, ovviamente, ma sotto un altro diventa una considerazione vagamente grottesca. Cioè, tutto sommato giocare con un portiere e un centravanti, regolarmente tesserati e pagati e coperti con i versamenti previdenziali, è un diritto che non si nega a nessuno. Certo, se poi uno ce li ha buoni e/o particolarmente in forma è un problema per gli altri. Ma funziona così da quando il 24 ottobre 1857 a Sheffield Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia (l’ho letto su Wikipedia 30 secondi fa gugolando “Calcio (giuoco)”).

Dunque, resta la questione fresca di giornata: l’Inter ha fatto catenaccio e si è portata a casa il suo bel culo intatto, bella forza, siamo capaci anche noi.

Certo, opinionisti e rosiconi avrebbero preferito un bel 4-2-4 tipo quello di Ventura in Spagna, e beh, ovvio, sarebbe stata tutt’altra partita (per il Napoli e per i rosiconi, savasandìr). O si poteva fare un po’ di turn over in difesa e lasciar fuori, per dire, Skriniar e Handanovic per risparmiarli in vista della Samp. Anche perchè, diciamocelo, è dai tempi di Nathaniel Creswick che se la squadra 1 va a fare visita a una squadra 2 che è a punteggio pieno e segna in media 3 gol a partita, la squadra 1 se ne fotte e si affida al Fato per evitare di caricarsi di eccessive sovrastrutture tecniche, tattiche ed esistenziali. Eggià.

Ora, nello scenario dell’opinionista, del rosicone e dell’opinionista-rosicone si apre uno squarcio inquietante. Perchè è apparso evidente anche al più lisergico degli anti-interisti che lo 0-0 di Napoli ha portato con sè alcune valutazioni oggettivamente difficili da scalfire. A Roma l’avevamo sfangata con un culo soprannaturale, col Milan se non ci fosse stato Icardi avremmo perso 0-2 (calcolo matematico ottenuto sottraendo i gol segnati da Icardi al risultato omologato dalla Figc), ma col Napoli tutta Italia ha assistito allo spettacolo – invero preoccupante – di una squadra che senza sottrarsi al ritmo del Napoli ci ha giocato agonisticamente alla pari, che avrà anche alzato un muro ma ha tirato 11 volte in porta e battuto 7 corner. Un’Inter con poche amnesie e palle costantemente sguainate, ribaltando uno schema che a fasi alterne ci ammorba da anni. Un’Inter molto squadra, come non è mai stata in tempi recenti, al netto delle sue tante imperfezioni, per merito di un allenatore che ha avuto un impatto formidabile sulle abitudini e sulle predisposizioni delle nostre mammolette nere e blu.

E’ chiaro che nessun interista, spossato da sette anni post-Triplete che avrebbero sfiancato anche un facocero innamorato, metterebbe oggi – anche oggi – una mano sul fuoco per questa Inter così dichiaratamente fuzzy, ma forse per trascorrere qualche oretta senz’ansia possiamo limitarci a leggere le cifre di queste prime nove partite, cioè praticamente un quarto di campionato: siamo imbattuti, abbiamo la miglior difesa, abbiamo fatto 7 punti in 3 scontri diretti, abbiamo fatto 4 punti in due delle tre trasferte più difficili del campionato.

Questo cosa vuol dire? In linea generale, poco o nulla. Arrivare nelle prime quattro continua a rimanere un obiettivo ampiamente a rischio, perchè mancano giusto quelle 29 partite da giocare e perchè le altre non stanno lì a guardarsi allo specchio. La Roma ha vinto le ultime 11 trasferte consecutive, anche la Lazio in questo campionato è a 4 su 4… due esempi poco casuali per dire che sono cazzi, concetto un po’ rude ma che speriamo Spalletti faccia passare nel segreto degli spogliatoi e della sala mensa.

Per noi, invece, questo secondo posto vuol dire tanto. L’accoppiata culo-brutto gioco ci aveva servito su un piatto d’argento il paragone con l’Inter del Mancini-2, quella che andò in fuga prima di Natale e poi, a conferma di un andazzo superiore alle proprie possibilità, crollo a metà strada e terminò maluccio. Ma le ultime due partite (la tenacia di inseguire fino all’ultimo la vittoria col Milan, l’elevatissima densità complessiva dimostrata con il Napoli) ci proiettano in una nuova dimensione, dove i valori intrinseci possono contare anche di più di quelli tecnici tout court. Da qua alla Juve, il prossimo esamone epocale, ci sono partite che non possiamo sbagliare, a cominciare dalla Samp martedì, la Samp – touch your balls – con cui l’anno scorso iniziò la fine. Il rosicamento che si sente attorno è quasi meglio del rumore dei nemici.

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settembre 25, 2017
di settore
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Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

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novembre 27, 2016
di settore
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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella.  E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno  13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol,  partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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ottobre 5, 2016
di settore
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Quel che resta degli “Ic”

jojo

(scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Fosse finita in un altro modo, il momento da ricordare di Roma-Inter sarebbe appartenuto fisso a Banega: il gol, o il palo del primo tempo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La prima partita “vera” (gioco e gol, governo e pericolosità) del Banega “vero”, quello che presumevamo fosse stato preso dall’Inter, non il fratello inguardabile visto a Praga (peraltro, vittima dell’andazzo generale durante il festival dell’inguardabilità).

Ma abbiamo perso.

Anzi, curiosamente, le ultime due partite dell’Inter hanno avuto lo stesso grottesco epilogo, in una coincidenza troppo precisa per non essere il segno di qualcosa. Il 2-1 di Roma come il 3-1 di Praga: fallo ignorantissimo al limite (a Praga, condito da doppio giallo ed espulsione), punizione, colpo di testa, gol, fanculo, tutti a casa.

A Roma il fallo ignorantissimo è stato di Jovetic, uno che di mestiere non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, forse, ma vabbe’, questo può capitare. Uno che non aveva nemmeno iniziato la partita. Uno che non doveva nemmeno iniziare il campionato. La sera del 31 agosto ero andato a mangiare una pizza convinto che Jovetic fosse della Fiorentina. Solo la mattina dopo, facendo colazione, apprendevo che era ancora un giocatore dell’Inter.

Un anno fa eravamo tutti in fregola per l’Inter slava, l’Interic o come cavolo la battezzò la Gazza in cerca di parole corte per il titolone di prima pagina. Eravamo in quel periodo felice in cui le vincevamo tutte, anche involontariamente, un golletto per volta, e per forza d’inerzia saremmo arrivati a +4 a metà dicembre. Jovetic, un anno fa, era il nostro messia. Segnava solo lui. Poi si è pian piano eclissato nel corso dell’autunno, ma c’erano gli altri “Ic”, Brozovic genio e sregolatezza, Ljiaic che sbocciava e Perisic che- molto costoso e lento a ingranare – dei quattro sembrava il più scarso.

Più che un anno sembra trascorso un lustro. Dell’Inter slava (c’è anche Handa, ovvio, ma si parlava di giocatori di movimento) Perisic si è rivelato l’unico veramente buono per testa, fisico, prospetto, professionalità. Ljiaic, vabbe’, era di passaggio. Brozovic – che tanto avrebbe voluto essere altrove – giace in cella di rigore tipo il Conte di Montecristo, e chissà quando ne uscirà. E poi c’è Jovetic.

Un anno fa era la nostra stella. Nel frattempo è scalato di tre-quattro posizioni nel solo reparto d’attacco e oggi è boh, non si sa cosa. Un’opzione, diciamo così. Tanto che a mezz’ora dalla fine della partita con la Roma, De Boer decide di metterlo in campo con la motivazione – ineccepibile – che in allenamento l’aveva visto bene e che quindi meritava un’opportunità.

(anche perchè Gabigol non sa ancora bene dove si trova, Palacio ha giocato a Praga e quindi è devastato, Eder non si può guardare, e quindi chi faccio entrare in attacco? No, questo non l’ha detto, ma l’avrà pensato)

Jo-Jo se la gioca benissimo, l’opportunità, entrando in campo con la garra di un’orsolina ma falciando al limite dell’area un avversario che non stava attaccando, ma procedeva verso il centro tracciando una retta parallela alla riga dei 16 metri

(geometricamente suggestiva, come spiegazione)

e che quindi, santa madonna, marcalo, occhei, marcalo ma non stenderlo. Punizione, colpo di testa, sei-sette deviazioni, gol.

Che poi tutto assume un suo significato simbolico. E non tanto – non solo – pensando ai pregi dell’Inter che funziona (quelli buoni per davvero abbiam tutti capito chi sono) e ai danni presenti e incombenti dell’Inter che funziona meno, tra casi umani, involuti, reietti, scarsotti, esuberi e uomini che nemmeno sai più di avere. E’ che ti viene in mente quel pomeriggio del dicembre 2015 in cui eravamo a +4, che poi la sera Melo in campo ne fece di ogni e negli spogliatoi si ruppe il giocattolino, causa rissa del Mancio con uno degli “Ic”. Uno a caso.

La storia è circolare, come insegna Tarantino. E la morale è sempre quella: noi, qui, non ci si annoia.

 

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agosto 23, 2016
di settore
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Con quella faccia un po’ così

samir

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e L’Azzurro)

Presi come siamo stati, tra luglio e inizio agosto, a seguire i tiramolla di Wando & Wanda e i risvolti grotteschi (e per noi disastrosi) del rapporto Mancini-società, non ci ricordiamo nemmeno più di quello che, in ordine di tempo, era stato il primo di mal di pancia ad ammorbarci l’estate.

Era ancora maggio quando Samir Handanovic esprimeva il suo legittimo desiderio di lasciare l’Inter per andare non si sa dove a provare il brivido della Champions. Come non comprenderlo? Chi, potendo, non si tromberebbe Scarlett Johannson? Sembrava addirittura un’operazione già fatta, e tutta organizzata dal basso: lo diamo al Psg, prendiamo Sirigu (e conguaglio) e tanti saluti. Conosco gente che pensava che l’affare si fosse davvero concluso e si arrabbiava perchè la Gazza non lo scriveva nell’apposita tabellina.

E invece? Iniziano gli Europei, finiscono gli Europei, iniziano i ritiri, finiscono i ritiri, iniziano le amichevoli, finiscono le amichevoli, iniziano le Olimpiadi, finiscono le Olimpiadi, inizia il campionato e Handanovic è lì dove l’abbiamo lasciato. Davanti alla nostra porta.

Qui dobbiamo aprire una breve ma necessaria parentesi. Su Handanovic gli interisti sono divisi. Per alcuni è il nuovo Yashin, per altri un sopravvalutato. In mezzo, diciassette sfumature tra il positivo (pararigori!) e il negativo (esceallacazzo!). Giudizi tanto disomogenei che il fatto che se ne andasse al Psg (chissà se Inter e Psg hanno mai trattato anche solo trenta secondi questo affare…) non ha fatto perdere il sonno a nessuno. Con il segreto desiderio che al suo posto potesse arrivare uno indiscutibilmente o anche indiscutibilmente scarso, così da riaffratellarci tutti e bòn.

Domenica sera a Verona, in quel mini-festival di giocatori bolsi e di occhi di cerbiatto, Handa non è certo stato il più impresentabile. Però mi ha colpito. La prima volta che lo hanno inquadrato bene, lui nel suo bel pigiamone grigio, stava sistemando la barriera per una punizione dal limite. La disponeva con una certa stanchezza, come fosse la trentesima barriera disposta in quello scampolo di primo tempo. E aveva la faccia triste e annoiata di uno che dispone la barriera ma intanto pensa: “Che cazzo ci faccio qui a disporre barriere? Cioè, io volevo la Champions e sono qui a sistemare uomini in fila per una punizione che batte il Chievo. Voglio morire“.

Il messaggio “Non ho più voglia di giocare qui, abbiate pazienza, io volevo la Champions, la musichetta, de ceeee-mpiooooooons” passa forte e chiaro quando Meggiorini tira e lui, in piedi, segue il pallone con lo sguardo. Il pallone esce, non di molto. Anzi, di poco. E lui lì, dritto come un fuso, poi appena un po’ piegato, ma poco, a guardare il pallone che sfiora il palo. Farà la stessa identica precisa precisa cosa in occasione del secondo gol del Chievo: lui lì in piedi e il pallone che entra.

Ora, a posteriori (ma solo a posteriori) possiamo dire che non sarebbe cambiata una sega. Il tiro di Meggiorini era fuori, quello di Birsa era probabilissimamente imprendibile. Quindi l’immobilismo di Handanovic non ha inciso sulla nostra partita demmerda, e forse ha fatto risparmiare a Suning le spese per la tintoria (sai, quelle macchie d’erba sui gomiti che non vengono via neanche a 60 gradi).

Ma il punto non è questo. Il punto è il gesto, che devi fare, anche se inutile. Ci devi comunicare, planando sul tappeto erboso, con il braccio proteso e una smorfia sofferente sulla faccia, che ci credi, ci provi. Se va fuori, meglio. Se è imprendibile, pace. Ma il nostro portiere – sì, quello spilungone con il pigiama grigio – c’era, si è tuffato, l’ho visto, giuro.

Cioè scusa, Handa, è come se la Cagnotto salendo sul trampolino prima delle cinesi avesse detto: “Chissenefrega, mi tuffo a bomba tanto vincono sempre loro”. E no, ci devi provare. E la nostra Taniona ci ha provato fino all’ultimo. Il metodo Cagnotto vale due medaglie, il metodo Handa non so: due pappine dal Chievo, intanto.

La cosa più grintosa dell’intera domenica la fa in sala stampa, dicendo che se la squadra è inguardabile è colpa dell’organizzazione (un concetto nuovo, ha un che di sovietico) che li ha mandati a fare una tournée inutile e massacrante.

Cioè, hai nove giorni per provare ad andare via e ti giochi il jolly della critica all’organizzazione?

Mah, non mi convince. Forse è anche colpa di quel pigiamone grigio, che non contribuisce a un look mai troppo scoppiettante, figuriamoci col pigiamone. Ogni volta che lo inquadravano, mi sembrava di vedere un preadolescente che – già in pigiama alle otto di sera – compare in salotto e dice ai genitori: “Posso vedere l’Inter?”

Ecco: lui, oltre ai tiri di Meggiorini e Birsa, ha visto l’Inter. E poi tirando un sospirone è andato a letto, sognando de ceeee-mpioooons e un mondo fatato dove le barriere si dispongono da sole.

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maggio 1, 2016
di settore
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Che Dominika bestiale

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L’Inter ha avuto un buon impatto con la partita: un uomo anziano, dopo sette minuti, scherza la difesa con un triangolo scolastico, balla il geghegè davanti ad Handa che fa il limbo e si corica, fa un cucchiaio che sembra un mestolone da marmitta militare e bòn, è finita.

Cioè, al settimo minuto (e qualche secondo) di solito le partite iniziano, ma la nostra è finita. Di solito le partite si rimediano, ma la nostra è irrimediabile e i nostri sono irrimediabilmente decisi a non rimediarla. Il primo tempo è una roba oscena tipo City-Real al quadrato, quelle partite nelle quali ti chiedi come mai hai eletto il calcio a tuo sport preferito e non, chessò, la lotta greco-romana. L’Inter è molle come un Certosino. Mi prende un abbiocco clamoroso che di solito domino, ma che stavolta assecondo.

“Oh – penso nel dormiveglia diagonale sul divano – magari mi addomento, poi mi sveglio e stiamo 1-1 e sono contento e bòn”.

Non accade.

Nel secondo tempo, dove mettiamo insieme alcune occasioni davvero eccitanti, che al confronto Don Matteo 10 è Breaking Bad, a un certo punto prendo una decisione: giro sul 64.

“Vaffanculo. 64”, dico brandendo il telecomando come una banderilla.

Il 64 è il mio canale jolly. L’Inter fa cagare? Non c’è un cazzo in tv? Ho 10 minuti di relax? Fa troppo caldo/troppo freddo per uscire? H0 5 minuti liberi? Non ho voglia di andare a fare la spesa? Vado a correre, anzi no, vado tra un quarto d’ora? Il tg non è ancora iniziato? Lazio-Inter è la prima causa di impotenza nell’uomo?

Giro sul 64.

Fanculo Inter, giro sul 64. 64 forever, diobono. E mi trovo nel bel mezzo di Cibulkova-Radwanska. Cioè, l’ambientazione è una roba alla Stephen King, quelle cose che guardi e riguardi e non ci capisci un cazzo. E’ domenica, quindi è la finale? No, è il primo turno di Madrid. Primo turno? Roba da matti. Fa un freddo becco, le due sono belle bardate. La telecamera allarga: in uno stadio da 10mila spettatori ce ne saranno sì e no 2-300. No dico, Cibulkova-Radwanska. Mica Torti-amico di Torti. Incredibile.

‘Spetta che giro. Sempre 1-0 per la Lazio.

Vai sul 64 santa madonna. La Cibulkova sta 6-4 5-3, poi va in pappa come spesso le accade, la Cibulkova ha le paturnie e la Radwanska vince il secondo al tie break. Questa sì che è una partita eccitante, mica quella fetecchia di Lazio-Inter.

L’Inter (sospiro).

Preso dal rimorso, giro su Lazio-Inter. Noto un frenetico forcing da parte dei miei beniamini, una roba che farebbe addormentare un bambino con le coliche. Poi vedo un esagitato, pettinato come Rodolfo Valentino, che cerca di spezzare i legamenti a uno della Lazio nel bel mezzo dell’area. Matthew McConaughey, fin lì molto sbilanciato verso di noi – quando le partite non contano più un cazzo, allora si sbilanciano -, non può esimersi dal fischiare il rigore, espellere Rodolfo Valentino e chiederne l’estradizione in Colombia con rogatoria internazionale e firma in questura.

Tira Candreva, gol, spogliarello, merda, 2-0.

A quel punto mi metto nella posizione del loto sul divano, mi concentro e mi dico:

“Non incazzarti, guarda cosa fa la Cibulkova”.

La Cibulkova, che è l’Antonella Clerici slovacca – cioè, un tipino slanciato -, fa il contrario dell’Inter: messa sotto, ha un sussulto e la mette in culo alla testa di serie numero 2. 6-3 al terzo e via, a casa, torna in Polonia. Certo che la Cibulkova è sfigata: fa questo po-pò di partita e non la vede nessuno, nè a Madrid nè sul 64, perchè erano tutti a guardare il concerto del Primo maggio o Lazio-Inter.

Ma io no, cara Dominika dal lombo ubertoso e dal culo basso. No, voglio dire, se per caso lasci il tuo fidanzato-hipster-allenatore, potresti fare un pensierino su di me, il tuo fan della pianura padana, l’unico uomo che pur di non guardare l’Inter farse schifo (molto molto schifo) ha guardato te nella tundra spagnola fare a fettine quella spocchiosetta di Agnieszka o come cazzo si scrive.

Juve merda l’avevo già detto? No? Vabbe’, allora Juve merda.

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