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aprile 16, 2018
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I ragazzi del 93′ (ovvero: al vero gufo non piace gufare facile)

I gufi sono gufi sempre, anche se si tratta di gufare facile. E’ con questo spirito che la combriccola raggiunge la casa del Barone addì 11 aprile 2018 intorno alle ore 20 per il consueto preraduno conviviale, prima di iniziare lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, sempre quello, tra le 20.45 e le 22.40 circa (tempi regolamentari. Se serve, anche oltre).

Gufare contro la Juve in una partita di ritorno della fase finale di Champions è un dovere civico, come pagare le tasse e differenziare i rifiuti. Certo, il fatto che la Gobba all’andata avesse perso in casa per 3 pere a zero aveva tolto un po’ di pepe al nostro consueto incontro: parte dei gufi in riserva permanente si erano autoesentati con scuse puerili e nella nostra Gufation House ci siamo ritrovati così in 5: quattro gufi della primissima ora (io, A., D. e il barone) e una new entry, D., intellettuale e umanista oltrepadano antijuventino che per non confonderci chiameremo M.

L’atmosfera è molto rilassata perchè ok, certo, mai fidarsi della Juve, ma ne ha prese tre in casa da Real, orsù, diciamocelo, anzi no, non diciamocelo, ma ci siamo capiti. E infatti siamo irriconoscibili: cioè, nel prepartita di Berlino o di Cardiff c’era gente con lo stomaco chiuso e i nervi a fior di pelle, mentre stavolta sembra di essere al Cral delle Dame di San Vincenzo.

“Oh, sono le 20,44. Vabbe’ dai, andiamo”.

Saliamo stancamente le scale. Barone ci fa schierare sulle sedie secondo scaramanzia, ma senza pathos. “Dai ragazzi, 90 minuti passano in fretta, basta che questi fessi del Real non si facciano segnare un gol subito, che poi magari…”

Gol.

Sulla sala tv cala una cappa di piombo, una situazione imbarazzante in cui tutti si pentono intimamente di non essere stati abbastanza scaramantici e abbastanza concentrati. A peggiorare la situazione è D., che intorno al 15′ si addormenta e inizia a russare. A. dopo circa 30 secondi lo cazzia:

“Porca troia, dobbiamo tenere alta la soglia di attenzione!”

“Sono sveglissimo… (sbadiglio)… come gioca Tevez?”

Il nervosismo comincia a montare. Dopo alcuni minuti D. si riaddormenta russando tipo motosega. A. lo colpisce in testa con un vassoio del Settecento inglese:

“Non puoi fare così, cazzo! Dobbiamo vigilare su questa partita di mmmerda!”

“Scusate, ho avuto una settimana pesante”

“Ma che cazzo dici, è solo mercoledì! Guarda ‘sta partita!”

“… (sbadiglio) è già entrato Zalayeta?”

Gol. 0-2.

“Zalayeta?”

“Mavaffanculo va’… ti sembra nero?”

“Chiedo scusa, vado a farmi una Moka intera e me la bevo a canna”.

Il Barone gli dà il permesso per gravi motivi personali. In sala tv l’atmosfera è ormai tesissima. A., che tutto sommato fino a quel momento si era dominato, si corica per terra e guardando il soffitto urla:

“Madonna mia, ma cosa ho mai fatto? Era la partita più tranquilla del mondo e anche stasera mi toccherà bestemmiare tutti i santi del calendario”.

Al che io, dopo una veloce ricerca sul telefonino, gli mostro una foto del nostro assistente spirituale, Er Pagnolada, e A. con un riflesso pavloviano si calma.

Fine primo tempo.

Doveva essere una serata da bisboccia, bah, e invece abbiamo facce pallide e spaventate. Nessuno si alza, neanche per pisciare. La partita riprende, abbiamo ben presente che saranno 45 + recupero lunghissimi. Quando dopo 16 minuti segna Matuidi, la scena è questa, da sinistra verso destra:

1) io accartocciato tipo la posizione che si dovrebbe tenere mentre il tuo aereo ammara nell’Hudson;

2) il Barone attonito, un capello gli scende spontaneamente sulla fronte (non accadeva da 14 anni, dopo un giro sulle montagne russe a Gardaland con il nipote);

3) M., dopo alcuni secondi di silenzio, inizia a insultare Keylor Navas in italiano e poi in spagnolo, con imbarazzanti riferimenti fino a parenti di quinta generazione e ai padri fondatori del Costarica;

4) D. occhi a palla, come uno che non dorme da mesi, anzi, che non ha mai dormito in vita sua;

5) A. esprime intenti suicidi. E li motiva minuziosamente.

“Non posso tornare a casa, non posso tornare a Milano, non posso tornare su Facebook, non posso tornare a lavorare… niente, mi uccido, è più semplice. Come si chiama quel ponte mezzo diroccato…?”

“La Becca?”, dice il Barone.

“Sì. Mi uccido lì”. Poi si rivolge a me: “Ti chiedo solo questo, Sector: scrivi qualcosa di bello su di me, che riabiliti la mia figura di uomo e di sportivo, poi magari lo leggi in chiesa al funerale, tutti piangono e io sarò felice guardandovi da lassù, dove negherò fino all’inverosimile di essermi mai occupato per un solo minuto di calcio”.

“Ma così andrai all’inferno, scusa”, gli dico io cercando di ricondurlo alla ragione.

“L’inferno sarà una passeggiata de’ salute rispetto a questa serata demmerda”, mi dice abbracciandomi e singhiozzando come un bambino. Nella sua poltrona padronale anche il Barona scoppia in lacrime stringendo al petto il gagliardetto del Real, mentre D. e M. si abbracciano sul divano in silenzio.

“Beh, manca mezz’ora”, dice M.

Al che scoppiamo a piangere tutti. Trascorreremo i venticinque minuti successivi tra i singulti, guardando di tanto in tanto la partita. La nostra vita di interisti e di gufi ci scorre davanti. Prendo l’iniziativa.

“Ragazzi, ma cosa abbiamo fatto di così brutto per meritarci tutto questo? Saremo stati cattivi? Avremo (rumore di tuoni) sbagliato?”

Silenzio.

Al 90′ iniziano i preparativi per i minuti peggiori della nostra vita. A. sta scrivendo alcune lettere di addio, il Barone ha la faccia di uno che ha perso un paio d’anni di vita, D. non proferisce parola da mezz’ora e M. si lascia andare allo scoramento:

“Non posso sopportare il tempi supplementari. Tantomeno i rigori. Potrebbe venirmi un infarto”.

Tutti all’unisono ci tocchiamo i coglioni. E mentre abbiamo le mani sugli zebedei seguiamo un pallone crossato dalla destra – cioè, sarà tipo il 93′ – verso un biondino con la maglia del Real e Bruce Lee intervenire da dietro come non ci fosse un domani.

Siamo tutti in piedi, con le mani sulle palle, a osservare l’arbitro che indica il dischetto.

Rigore.

Scene di isterismo, il sala tv come al Bernabeu. E’ meraviglioso. Quando Buffon viene espulso sembra compiersi un disegno immane e clamoroso, tipo entrare in una pizzeria dove ci sono 200 persone tra cui Jennifer Lawrence che a un certo punto si alza, punta il dito verso di te e dice:

“Voglio te, gringo. Rendimi felice”.

Cala il silenzio, in sala tv come al Bernabeu. Cristiano Ronaldo sul dischetto. Tiro.

“GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAL”

Corpi maschili aggrovigliati su un prezioso tappeto Bukhara del Turmenistan, gente che bacia gufi artigianali in marmo di Carrara, che abbraccia televisori, che ulula alla finestra. Il resto è un crescendo, le interviste post-partita sono molto meglio della partita stessa, assistiamo increduli allo sgretolarsi della Juve come categoria del pensiero. Il terrore è già svanito. Si brinda e si mangia alla salute della Juventus, che in Europa non tradisce mai.

I gufi mettono un’altra tacca a un ruolino di marcia fantastico: quante gioie in appena quattro anni di attività, quante gioie. Fuori piove, ci aspetta un lungo viaggio tra buche e pozzanghere, ma i nostri bidoni dell’immondizia già battono forte in attesa della nuova stagione. Sipario.

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Per non dimenticare: Archivio delle gufate

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giugno 9, 2017
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Il G7 del Gufo Real(e)

“Tutti a casa mia il 3 giugno, tenetevi pronti. Prendete le ferie. Nel caso, licenziatevi. Avvertite già ora mogli e fidanzate. Nel caso, lasciatele. Non si accettano scuse”.

La convocazione per la gufata delle gufate, in vista del possibile Triplete della gufata estrema (dopo Juve-Benfica, 2014, eliminazione in semifinale di Europa League con finale prevista a Torino, e Juve-Barcellona, finale Champions League, Berlino 2015, cui si aggiunge come gufata interlocutoria la magica notte dei supplementari col Bayern), era stata fatta in netto anticipo, praticamente al pranzo natalizio del Clan dell’Asado 2.0, quando dopo i sorteggi degli ottavi era ormai chiaro a tutti che la Juve culattona sarebbe andata in finale senza colpo ferire. Nel frattempo si erano via via dissolte le speranze che qualcosa o qualcuno complicasse il campionato dei gobbi, così come erano durate una decina di minuti – confermando la tesi della sostanziale inutilità intrinseca delle squadre romane – le speranze che la Lazio li inculasse in Coppa Italia, vanificando almeno il Triplete.

Per cui, quasi sei mesi dopo quella convocazione fatta un po’ così, confidando intimamente che potesse non servire, il 3 giugno 2017 sei interisti coi i nervi a pezzi da altrettante diverse località della Lombardia prendono la via della casa del Barone, a cui si uniscono alla spicciolata formando una inedita formazione a sette.

“Siamo il G7 della gufata”

dice il padrone di casa fingendo ottimismo durante una frugale apericena, durante la quale i sette gufi in realtà già si ammazzano di scaramanzie.

“Scusa, due anni fa quante fette di salame avevi mangiato?”

“Otto o nove. Solo che adesso ho 349 di colesterolo e quindi preferirei…”

“Ma ti sembra il caso di formalizzarti per minchiate del genere? Qui si fa lo Storia o si muore”

“Giusto”, dice il gufo deglutendo una fetta di salame intera.

Il Barone intanto ci mostra con l’entusiasmo di un bambino perfettamente pettinato l’armamentario acquistato il giorno prima a Grazzano Visconti (Pc) al celeberrimo Festival dei Gufi, probabilmente accendendo in loco un mutuo Findomestic:

  • numero indefinito di birre artigianali 33 cl con gufo nell’etichetta
  • sottobicchieri per predette birre con il motto “bevi come un gufo”
  • decalcomanie di gufi appollaiati per l’auto
  • pigiama in seta con gufo cucito sulla patta
  • gufo artigianale scolpito in marmo di Carrara e dipinto a mano del peso di 70 kg

Il detto statuario gufo viene posizionato di fianco al televisore, a sua volta posizionato in terrazzo con emiciclo di sedie e divanetti a simulare la curva di uno stadio.

Verso le 20.15 il padrone di casa si presenta con sette birre e convoca tutti davanti al televisore per il rito della gufata. Al suono dell’inno del Madrid, uniamo al cielo le sette birre cantando in spagnolo:

“Madrid Madrid Madrid
¡Hala madrid!
Y nada más
Y nada más
¡Hala madrid!”

Un vicino di casa chiama i carabinieri, senza successo. Uno dei gufi, con le lacrime per la commozione, fa notare:

“La birra è un po’ calda”

“Riportiamola in frigo”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Sete! Le birre!”

“Vamonos!”

Quattro rampe di scale a scendere, quattro a salire.

“Eccole!”

“Ancora un po’ caldine!”

“Riportiamole in frigo!”

La scena si ripete sei volte in dieci minuti, dopo i quali due gufi avvertono i primi classici sintomi dell’infarto al miocardio. Alle 20.40 finalmente beviamo.

“Avete notato?”, faccio io per stemperare la tensione mentre a Cardiff organizzano una specie di Festivalbar prepartita.

“No”, fanno gli altri sei, di cui uno ruttando.

“Il ramo artigianale su cui è appollaiato il gufo artigianale”, dico io.

“Eh”, fanno gli altri sei macerati dalla tensione mentre cercano di leggere le formazioni.

“Guardate bene. E’ un evidente simbolo fallico”, dico io.

“Uh”, fanno gli altri sei.

“Cioè, è un cazzo! Capite? Cazzo. C-A-Z-Z-O”

“Cazzo dici?” mi fa uno dei sei.

“Non capite un cazzo”, faccio io.

“Che cazzo dovremmo capire, cazzo?”, fa un altro, in un’ormai insopportabile loop della parola cazzo.

“Ma è un evidente messaggio subliminale, dai! Tipo quelli che inseriscono nei film della Disney tra un fotogramma e l’altro, massì, non sapete proprio niente… oppure simboli fallici manifesti, dai, tipo la rupe del Re Leone che se la guardi bene è un enorme cazzo e le mamme al cinema si eccitano ed escono dalla sala e comperano il triplo dei pop corn che avrebbero voluto e…”

“Ora però basta, cazzo! Sta iniziando”, dice uno degli altri sei

“Cazzo, inizia! Cazzo!”, conferma un altro

“Ecco – dico io – vedete che il cazzo vi ha già suggestionato e…”

“Basta con quelle scritte in sovrimpressione, basta, BASTA!”. A., in piena trance agononistica, se la prende con Mediaset Premium: la partita è iniziata da soli 10 secondi e il clima è insopportabile. In più, nei primi minuti la Juve se la prende con il Real e sul terrazzo cala un preoccupato silenzio.

“E’ finita, è finita, argh!” fa uno dei gufi già in crisi nervosa, valutando il posto migliore del terrazzo da cui buttarsi senza speranza di sopravvivere. Il disfattismo sta ormai calando di brutto sull’intero terrazzo quando Cristiano Ronaldo la mette.

“Gaaaaaaaaaaaaaa”.

Sette gufi si abbracciano come bambini dell’asilo, però pesanti tipo 80 chili. Infatti io avverto una fitta all’emitorace sinistro, dove sento distintamente sbriciolarsi quattro costole, forse cinque.

Al che mi rivolgo al Barone: “Ti spiace se chiamo il 118? Non è tanto per le costole, ma vorrei essere sicuro che non ci siano perforazioni al polmone”

“No, non è previsto dal protocollo. Puoi chiamare solo dopo le 23”.

Nel mentre Mandzukic, con una rovesciata a caso, pareggia.

“Argh! E’ finita!”, piagnucola uno del G7 prefigurandosi una vita di stenti dall’indomani. Una leggera brezza spira intanto a fasi alterne nella serata oltrepadana, facendo oscillare la temperatura sul terrazzo tra i 27 e i 5 gradi. Dopo essersi tolto e rimesso la felpa per 17 volte, un gufo della tribuna laterale decide di seguire il resto della partita a torso nudo. Dopo tre minuti chiede però al padrone di casa:

“Ho un principio di assideramento e una prostatite di quarto grado. Posso andare a mingere con urgenza nel tuo bagno?”

“Solo nell’intervallo”.

“Ma mancano 20 minuti”.

“Non mi cagare il cazzo e siediti”.

La tensione si taglia con il coltello e si stempera sono nel’intervallo, quando tre o quattro gufi svuotano la vescica e altri la riempiono con una nuova birretta gufa. Le cose peraltro nella ripresa si mettono progressivamente meglio.

“Gaaaaaaaaa”

“Casemirooooo!”

“L’hanno deviataaaaaa!”

“Meglio ancoraaaaaa!”

La gufata continua in un crescendo rossiniano. Al quarto gol, stremati, esultiamo con misura. Siamo pervasi da una tranquillità innaturale che cerchiamo di trascinare fino al 90′.

“Giuro, non avrei mai detto che…”

“Cazzo, stai zitto! Non è finita! Cazzo!”

“Ma mancano due minuti e sono sotto di tre gol e…”

“Si gufa fino al triplice fischio, sant’iddio”.

Al triplice fischio, diligentemente, parte la festa. Arrivano altri gufi in pellegrinaggio da paesi limitrofi. Il terazzo di trasforma in una Terrazza Martini dalla gufata galattica. Spumante a fiumi, torte, abbracci, baci, inni alla gioia. Si torna gradatamente alla normalità. Si va a pisciare senza chiedere permesso, si parla anche d’altro.

A. batte una forchettina di plastica su un bicchiere di cristallo di Boemia del 1700.

“No, volevo dirvi che per strada un giorno ho visto Laura Barriales”.

” E quindi?”

“No, è una figa esagerata. Niente, tutto qua”.

E si mette a piangere in un angolo del terrazzo mentre noi bridiamo al Real, all’Uefa e alla prossima stagione che speriamo ricca di tante soddisfazioni.

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dicembre 30, 2016
di settore
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Tifare Porto sin da quando si era gufi

Una buona programmazione è il segreto di ogni impresa che si rispetti. E’ con questo spirito che il Clan dell’Asado 2.0 – una specie di Gruppo Bilderberg dell’interismo, nonchè holding di riferimento dei Gufi, di cui il Clan riunisce i soci fondatori – si è ritrovato nei giorni scorsi a Pavia, capitale della nutria e della zanzara, per l’assemblea annuale. Presenti tutti e quattro i componenti, i Beatles del tifo nerazzurro: Er Monnezza, Er Pagnolada, Er Pomata ed Er Blogghe, in ordine di età dal più giovane al più anziano.

E’ stato quindi Er Blogghe, tintinnando su un bicchiere di cristallo, a prendere la parola e leggere la breve relazione sull’atttività dell’anno, che si è risolta con una sola gufata immediatamente a segno, un 100% di efficacia che ha inorgoglito il Clan:

“La notte di Bayern-Juve dello scorso 16 marzo, pur tormentata in maniera indicibile, passa di diritto tra i nostri migliori ricordi”.

(applausi)

“Avevamo bisogno di una serata così, immediatamente risolutiva, dopo la stagione delle gufate 2015 che tanto ci aveva segnato negli spiriti e nei corpi”.

(brusio)

“Come non ricordare la gufata di Dortmund, così carica di speranze e con la Juve che nel ritorno vince 3-0 in trasferta alla faccia nostra”.

(leggero brusio)

“Come non ricordare la gufata di Monaco, un drammatico 0-0 preceduto da un rito propiziatorio fatto a Cremona, durante l’assemblea di fondazione di questo clan”.

(brusio)

“E come non ricordare la doppia gufata di Juve-Real, andata e ritorno, inculati doppiamente. Noi gufi, intendo”

(forte brusio, singulti)

“Quattro gufate a vuoto, la sinistra sensazione di avere già smarrito il nostro fluido, la Juventus che va in finale… Ricordate, amici, quei terribili momenti?”

(silenzio. Er Pomata si asciuga una lacrima, confortato da Er Pagnolada. Er Monnezza si tocca i coglioni)

“Poi, però, dopo tanto soffrire, il 6 giugno 2015, una notte indimenticabile…”

(forte brusio)

“…la gufata collettiva nel nostro luogo di elezione, la casa del Barone, e il trionfo della nostra giusta causa…”.

(applausi, ululati)

“… e a Monaco di Baviera la conferma che tanto cercavamo!”

(applausi, tutti in piedi)

“Posso portare il vino?”, dice il cameriere mentre osserva quattro uomini adulti abbracciarsi senza alcun motivo plausibile.

“Dichiaro chiusa l’assemblea annuale. Porti pure il vino, buon uomo”.

“Chi assaggia?”

“Lui”, diciamo in tre indicando Er Pomata.

Inizia quindi un estenuante rito. Er Pomata assaggia e respinge diciassette vini diversi, adducendo i motivi più disparati, del tipo “non avverto quella sapidità leggera e piacevole dovuta alla presenza di sali minerali che normalmente percepisco nelle zone laterali anteriori della lingua”. Al che Er Monnezza ordina due brik di Tavernello.

“Er Pomata, cazzo, non possiamo perdere altro tempo. A parte che ho una fame fottuta, ma dobbiamo anche rinnovare il rito preventivo della gufata spirituale”.

Er Pomata estrae quindi il gagliardetto del Porto e lo sistema al centro del tavolo. Er Pagnolada, con aria solenne,  impone le mani. Poi tutti imponiamo le mani sulle mani già imposte della nostra guida spirituale. Che ci impone amorevolmente un fioretto che, ovviamente, abbiamo rispettato nel frattempo.

“Ok, quel che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Potete portare le portate, e mi scuso per il giuoco di parole”.

Seguono cena, momenti conviviali, convenevoli, ricordi, selfies, attenta disamina sulla situazione dell’Fc Inter Milano. Poi il brindisi finale, in portoghese stretto. La vita del gufo non è affatto facile, ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare. Juve merda, un buon 2017 a tutti tranne che a loro, forza Inter, viva la libertà di espressione, vive la difference.

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marzo 17, 2016
di settore
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Mia san Gufen

Per la prima volta dalla magica notte del 6 giugno 2015, il clan dei Gufi ha ritenuto giusto riunirsi per circondare dell’opportuno calore umano la prima tappa del cammino della Juventus verso il meritato triplete. Il Barone – l’uomo il cui consumo di gel è pari al 25% del Pil della Mauritania – aveva già convocato la squadra il giorno del sorteggio degli ottavi: “Il 16 marzo tutti da me!”. E così è stato. Ci presentiamo in sei (più lui fa sette), tutti sottoposti a un minimo di scaramanzia preliminare. “Vieni vestito come il 6 giugno” “No, scusa, il 6 giugno c’erano 60 gradi, io ero venuto in maglietta e bermuda” “Ottimo, vieni in maglietta e bermuda” “Ma ci sono sette gradi sotto zero, a Torino nevica e anche a Oslo scarnebbia” “Cosa vuoi che sia una pleurite di fronte all’eternità?”

Dopo un breve momento conviviale a base di specialità lucano-bavaresi, la squadra sale al primo piano e si schiera davanti alla tv. Qui si verifica il primo intoppo cabalistico-concettuale.

“Allora, ci sediamo come il 6 giugno. Tu lì, tu lì, tu lì… e tu?”

D. deglutisce: “Io il 6 giugno ero a Macerata”

Silenzio generale.

A. estrae una banconota da 50 euro: “Don’t worry, fa’ benzina e parti”.

“Ma non ho un cazzo da  fare a Macerata”

“Ascolta, vuoi mica che passi la Juve?”

Dopo una breve trattativa, D. viene ammesso con riserva e relegato a sedersi sulla sedia più scomoda in posizione laterale rispetto allo schermo. La situazione non migliora quando il Bayern si suicida e la Juve segna al 5′ fottuto minuto. Quando al 28′ la Juve raddoppia, e il Bayern fa ca-ca-re, cala il silenzio generale.

“Quando è il sorteggio?”

“Venerdì”

Nel frattempo la Juve rischia di segnare il 3, il 4 e il 5 a zero. Per puro caso il primo tempo finisce solo 2-0 per i gobbi, ma nel Salotto dei Gufi si guarda già al prossimo futuro.

“Questi adesso prendono il Wolfsburg, poi in semifinale il solito Real del cazzo e poi in finale…”

“… a San Siro…”

“Non dite niente. Non ditelo neanche per scherzo”

Mancano ancora 45 minuti. 45 minuti e poi niente, bòn, stop, noi saremo insultati e dileggiati, la Juve sarà ai quarti e inizierà una primavera di passione e sofferenza. A., in un angolo, trattiene a stento le lacrime guardando sul telefonino un suo selfie con Mourinho. M. – che tiene in mano lo stesso stuzzicadenti di Juve-Benfica e di Barcellona-Juve – lo abbraccia e lo accarezza, tipo la foto di Ibra con Piquè. Il Barone guarda con tristezza le sette borse del Carrefour piene di wurstel:

“Erano in offerta, ho pensato che alla fine sarebbe stato bello fare una foto tutti insieme con i wurstel in mano e…”

Scoppia in lacrime e si soffia il naso con un prezioso broccato del diciassettesimo secolo.

E’ l’inizio della fine.

Il secondo tempo inizia con la Juve che grazia ancora tre o quattro volte il Bayern. La truppa mostra segni di stanchezza e di sbandamento. Al che D., a un certo punto, con la vescica fiaccata dalle birre, fa il gesto che cambia la serata e le sorti dell’umanità:

“Scusate ragazzi, debbo orinare”. E va al cesso.

Mentre è al cesso, Lewandowski segna.

Quando esce dal cesso, tutti all’unisono gli diciamo: “Torna al cesso!”

“Ma io…”

“Cesso!”

“Ma fatemi almeno vedere il replay…”

“Torna al cesso cazzo!”, gli dice A., tipo De Falco con Schettino.

“Facciamo così – propongo io per stemperare la tensione – va al cesso solo quando attacca il Bayern”.

“Giusto”, fanno gli altri Gufi. Così, a ogni attacco del Bayern D. si alza e va al cesso. Quando Buffon rinvia D. esce dal cesso e si siede.

“Lo so – gli dico – è una vita di merda, ma mancano dieci minuti e dobbiamo tentare il tutto per tutto. Ecco, attacca il Bayern”.

“Vado, vado”.

Assedio del Bayern. Ci dimentichiamo di richiamare D. dal cesso.

“Puoi venire”.

“Figa, ho giocato dieci partite a Ruzzle, ho letto sei volte l’etichetta del Wc Net, non sapevo più cosa fare”.

“Tanto ormai è finita… aaaa…  aaa… gaaaaaaaaaaallll!”

E’ il novantesimo e i Gufi si abbracciano come bambini dell’asilo. Dalla disperazione alla gioia nel giro di diciassette minuti. Sul tappeto A. trova pezzi di legno:

“Scusa Barone, credo di avere frantumato la seduta di questa poltrona in vimini dell’Ottocento francese di valore inestimabile, sono costernato e…”

“Ma chi cazzo se ne frega! Juve merda!”

Iniziano i supplementari. Proprio quando sembra stagliarsi la lotteria dei rigori, il Bayern ne mette un altro paio. Scene di giubilo, abbracci, baci. Seguono birre, selfie, foto, wurstel. Missione compiuta.

“Siamo una squadra fortissimi!” urla il Barone, stimato professionista, con un gufo attaccato alla fronte. Nonostante quattro gol, quaranta salti e quattrocento rotolate sul tappeto, non ha un capello fuori posto.

“Posso toccarteli? In fondo lo ha fatto anche Donald Trump”.

“No, è il mio segreto. Mia san mia!”

“Mia san mia!”

Alla fine, come al termine di ogni sbornia che si rispetti, arriva la malinconia.

“Cazzo, la stagione delle gufate è già finita”.

“A meno che…”, dico io.

“A meno che?”

“A meno che non si lavori seriamente per lo Zeroplete”.

“E’ un’impresa difficilissima”.

“Sì, ma i Gufi non si fermano davanti a nulla!”

“Ya-haaaaaaa!”, urla M., infrangendo una preziosa specchiera del Settecento olandese con il caricabatteria del Blackberry che stava usando come un lazo.

Il Barone guarda distrattamente la scena e mette a cuocere 170 wurstel: “Figa, vorrete mica buttarli via?”. Gli highlights scorrono a nastro: lo sporco lavoro del Gufo qualcuno lo deve pur fare.

gufibayern

 

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giugno 10, 2015
di settore
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Lo zen e l’arte di gufare la Juventus

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Tifare contro non è ‘na passeggiata de salute. L’organizzazione di una notte da gufi presuppone capacitá logistiche, etiche, morali e sostanziali che non tutti hanno a disposizione nel proprio bagaglio umano. E una pertinacia pervicace (in subordine, va benissimo anche una pervicacia pertinace) fuori dal comune, che sappia fare tesoro delle esperienze negative e gettare il cuore oltre l’ostacolo nell’occasione giusta, quella definitiva. Tifare contro non è barbarie, se di mezzo c’è la Juve. Non è sedersi in gruppo di fronte a un televisore tra peti, rutti, grugniti e onomatopee: è un rito che vive di precisioni, di ricorrenze, di speranze, di scaramanzie e di valutazioni esoteriche.

Per Juventus-Barcellona i gufi si riuniscono in una lussureggiante localitá dell’Oltrepo pavese in una formazione inedita a otto, schierandosi col 4-1-2-1: quattro gufi fondatori della prima ora (io,  L., A. e M.), un gufo alla seconda presenza (Abc.), due gufi fratelli tra di loro, esordienti  e ospiti provenienti da una federazione forestiera (F&M), un gufo al debutto (D.). Due gufi si presentano con maglietta da riposo della societá occasionalmente avversaria della Juve (io e L.) mentre M. indossa un paio di slip del Barcellona acquistati alcuni anni fa nell’aeroporto della simpatica cittá catalana. Per certificarlo, abbassa i bermuda fino alle ginocchia, evidenziando un discreto pacco. Una scena che, alle ore 19, anticipa il carico di tensione e di imbarbarimento che ci attende al varco.

Dopo una cena frugale consumata sotto il portico (salame, prosciutto, mozzarella, pomodoro, olive, formaggi, uova, birra, pane), i gufi salgono al primo piano in sala tv, dove si dispongono in ordine tutt’altro che casuale su poltrone e divano. E qui, per chi pensa che gufare sia una cosa semplice, vale la pena soffermarsi sul primo rito scaramantico della serata:

la riproposizione filologica e geostazionaria della magica serata di Juve-Benfica.

A me e L. va sostanzialmente bene, perchè ci basta riprendere lo stesso posto, uno in fianco all’altro. A., invece, deve trafiggersi il costato con una pin a forma di forbici (con cui si era gravemente ferito durante Juve-Benfica), mentre M. deve tener stretto tra i premolari uno stuzzicadenti (lo stesso di un anno fa, in quel magico Primo maggio. M. se lo mette in bocca nonostante microbi e batteri siano visibili a occhi nudo). I gufi esordienti o alla seconda presenza sono esentati da questi pericolosi riti.

I gufi titolari si scambiano una sguardo atterrito. La fantastica notte di Juve-Benfica (eliminazione con 0-0 a Torino nella semifinale di una competizione la cui finale si sarebbe disputata a Torino) (una specie di doppio filotto, di mega strike, di cinque più uno al Superenalotto) era stata seguita da una serie di altre gufate culminate miseramente: Dortmund, Monaco (una gufata in contumacia, anticipata, con un esorcismo in un ristorante del Cremonese) e soprattutto Madrid, con riunione dei gufi a Milano, la capitale morale, finita malissimo, con l’umore sotto i tacchi e l’ormai ingestibile, quasi travolgente convinzione che quella squadra di culattoni avrebbe fatto il triplete alla faccia nostra, di gufi e di interisti, argh!

“Concentráti, dai!”

Inizia la partita, Mascherano fa un paio di pirlate, ma alla prima azione dall’altra parte è

Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaal!

Otto uomini corpulenti saltano come grilli e si abbracciano come koala. È un momento di intensa felicitá che però dura poco. M. ci guarda spaventato:

“Ho perso lo stecchino!”

No! Nel giro di quattro decimi di secondo, otto uomini carponi cercano uno stuzzicadenti mezzo mangiato su un pavimento scuro. Sembra una moschea alle cinque del pomeriggio. Uno dei fratelli guarda fuori dalla finestra e vede uno storno migrare tra le rossastre nubi:

“L’avrá preso lui?”

Lorenzo estrae dall’armadio una spingarda appartenuta a un quadrisnonno, ma non trova le munizioni. La partita è giá al venticinquesimo del primo tempo quando finalmente M. trova lo stecchino:

“Eccolo!”

“Oleeeeee!”, fanno gli altri sette in coro. La scaramanzia è salva, il Barcellona sbaglia un gol ogni due minuti, le cose sembrano mettersi bene, anzi, sempre meglio, e quando tutti vanno a bere un tè caldo si arriva alla seconda, durissima fase della scaramanzia.

“Mantenere le posizioni”.

L. non ammette deroghe.

“Scusa, mi scappa una pisciata atroce”.

“Tienila”.

“Io sto morendo di sete”.

“Cazzi tuoi, bevi dopo”.

“Debbo fare una telefonata”.

“Consegnami il cellulare, lo riavrai dopo le 23”.

“Posso accendere la luce?”.

“Si sta al buio”.

“Posso posare lo stecchino durante l’intervallo?”

“Ma sei fuori? Mastica, ma non deglutire”.

Il secondo tempo è una stillicidio. Mancano 45 minuti, 44, 43… Poi segna Morata e sul Gufodromo cala una cappa di disfattismo che ci ammazza. Per fortuna dura poco.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Sono momenti carichi di stress. La regia inquadra una placida coppia di anziani tifosi bianconeri. A. cede alla tensione: “Muori, troia!”, poi scoppia a piangere. M. si trafigge la lingua da parte a parte con lo stecchino e si esprime farfugliando. Assistiamo in raccoglimento le ultime fasi della partita. Fino alla festa finale, l’apoteosi, il gol a tempo scaduto. La certezza. No, la Certezza.

“Gaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”

Si chiude con foto, selfie, abbracci, brindisi, un’esplosione social. Su un terrazzo, al fresco, la luna rossa, spossati ma felici.

“Ma chi prende l’Inter?”

Silenzio. Non è serata per domande difficili. La missione è compiuta, ad Ausilio pensiamo domani. Anzi, dopodomani. Nel calcio – ogni tanto – c’è una giustizia: magari bisogna aspettarla fino al 6 di giugno, ma alla fine arriva.

“Ehi, ora posso pisciare?”

Nonostante quattro gol, cento abbracci, diciassette brindisi e quarantadue telefonate, L. non ha un capello fuori posto.

“In fondo a destra, ma metti le pattine”.

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maggio 12, 2014
di settore
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La notte dei gufi

Fu così che la sera del Primo maggio 2014 mi recai in una ridente località dell’Oltrepo pavese sospinto da una buona causa: assistere a un’intera partita della Juventus con il solo scopo di gufare senza ritegno alcuno. Percorro pregno di speranza il breve tragitto, parcheggio e trovo ad attendermi davanti a un barbecue Lorenzo, Antonio, Marco e Davide, tre interisti e un milanista uniti da un solo afflato:

“La Juve ci sta sul cazzo”.

Lorenzo è pettinato come Zanetti e vestito come Eusebio: capisco che la faccenda è maledettamente seria. Antonio chiede di velocizzare con le vivande perchè poi gli si chiude lo stomaco. Non ci credo. Ma quando vedo che tre tranci di tonno (da dividere per 5, cosa che prima di sistemarli sulla griglia aveva tenuto impegnati tutti in calcoli matematici fino a cinque decimali) vengono avanzati, capisco che la faccenda non solo è maledettamente seria, ma sta inducendo l’allegra compagnia a somatizzare da bestia.

Alle nove meno dieci sprepariamo la tavola facendo una  catena tipo boy scout dalla veranda al lavello e ci portiamo al piano superiore, dove Lorenzo ha agghindato il televisore con 1) piccolo gufo snodabile e 2) piccolo gagliardetto del Benfica. Ci sistemiamo e iniziamo a gufare. Ma esprimendoci solo a gesti e ululati. Vigendo la più assoluta scaramanzia, praticamente non possiamo dire un cazzo: nè fare pronostici, esprimere desideri, palesare speranze, inoltrarci in considerazioni tecniche e tattiche del resto inutili, perchè l’obiettivo è uno solo e comunque non si può dire.

Dopo mezz’ora il risultato è ancora sullo 0-0 e tutto ciò è positivo. Essendo tutto ciò positivo, viene proibito a chiunque di muoversi dalla posizione tenuta fino a quel momento. Quindi, da destra verso sinistra: 1) Davide ha un braccio anchilosato; 2) Antonio ha una spilla a forma di forbice piantata nel costato; 2) Marco ha una stuzzicadenti in mano e avverte un formicolio avvolgergli il copro partendo da pollice e indice della mano destra; 4) Lorenzo mantiene la pettinatura intatta; 5) Io ho un principio di piaghe da decubito.

Davide prova a rimpere gli indugi:

“Scusa Lorenzo, dov’è il bagno? Dovrei mingere”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, nell’intervallo cerco una padella”

Trascorso l’intervallo, il nervosismo inizia a montare pesantemente. Il Benfica sbaglia un gol con tale Rodrigo, giocatore di cui fino a un’ora prima ignoravo l’esistenza in vita, e Antonio si tuffa in avanti tipo quei tizi che si buttano nel Tevere a Capodanno urlando noooooooooooooo. Dopo 17 replay Antonio è ancora steso a pelle di leone e mormora:

“Scusa Lorenzo, nella foga del momentocredo di essermi fratturato entrambe le rotule. Se per favore chiami il 118 mi faccio dare una controllata agli arti inferiori”

“Non ti muovere da lì e non rompere i coglioni, al primo spot pubblicitario cerco una stampella”

Al Benfica cominciano a espellere giocatori e la preoccupazione aumenta, ma si respira l’aria leggera di quelle situazioni epiche che poi vanno a finire bene, però naturalmente non ce lo possiamo dire e teniamo questa sensazione per noi, ognuno nel suo intimo, tra arti anchilosati, culi piagati e stuzzicadenti sull’orlo dell’autocombusione.

Alla fischio finale ci abbracciamo e rotoliamo nella stanza, infrangendo alcune preziose suppellettili tra cui un vaso Ming, una tela del seicento lombardo e un bicchiere da champagne della serie Pinzolo. Tra canti, risa, urla, insulti, rutti e docce di spumante mi accorgo che Lorenzo non ha un capello fuori posto. Nella confusione cerco di prendere un frammento di Dna di quella calotta cranica, utilizzando lo stuzzicadenti perso da Marco, ma inizia la serie dei selfie portoghesi e non posso farmi fotografare mentre prendo il campione organico. Sarà per la prossima volta.

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