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gennaio 16, 2016
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Handa e Benji

cigarini

Abbagliato, come sulla via di Damasco, dal sole che mi batteva contro direttamente dalle onde di uno streaming spagnolo, assistevo – virtualmente sdraiato dietro la nostra porta -all’episodio in cui Sigariiinnniiiii (pronuncia streaming di Cigarini) e Handa, in volo tipo Holly e Benji, si giocavano la partita in un duello manga, avventandosi su un pallone vagante nella nostra area, troppo vicino alla nostra porta, entrambi sforbiciando e tendendo il gambone di ritorno verso la sfera di cuoio (li fanno ancora di cuoio? Nescio).

Ora, bisogna onestamente riconoscere che un fulbar del genere, in una posizione del genere, arpionato in una mezza rovesciata del genere, di solito finisce dentro. Di solito vedi la rete che si gonfia, e anche parecchio, per via della forza del pallone, pum!. No dai, diciamolo. Quindi mi viene da commentare la partita così, un po’ alla Suma e un po’ alla Azimov, un po’ alla King e un po’ alla Paolo Brosio, come una non-sconfitta, o come una sconfitta che vale un punto, o come una para-partita, o come una specie di partita Medjugorje, dove sia pur scetticamente cogli qualcosa di vagamente soprannaturale, del tipo che poi non dici “cazzo abbiamo pareggiato porca merda” ma dici “abbiamo pareggiato, no ma va bene, Bergamo è un campo difficile, non è a Bergamo che devi (aggiungi un verbo), viva l’amore”, cose così.

Cioè, ci è andata bene. E quindi, nel contempo, a una più complessiva analisi della situescion, va male male.

Quattro punti nelle ultime quattro partite, con tre gol segnati, non è esattamente un cammino-scudetto, e rischia di diventare anche problematico in proiezione Champions, il nostro vero obiettivo (non so se avete notato che Inter-Lazio in poi tutti si correggono, “il nostro obiettivo a dire il vero è la Champions”, quelle frasi al ribasso che mi fanno girare il cazzo, con licenza parlando).

E quindi diciamo – se proprio bisogna star lì a non fare i disfattisti, “che se ci avessero detto di firmare (segue resto della frase) – sì, diciamo che non va bene.

Ora, l’unico settore del campo in cui l’Inter attualmente va alla grande è la porta. La nostra. E questo in sè è indice di qualche problema. La difesa è meno gladiatoria di un mese fa (ne prendiamo pochi, per carità, ma sempre più di quelli che mettiamo) e Murillo va resettato come un pc che ogni tanto si pianta. Il centrocampo è in crisi d’identità (che è un po’ la sua condizione naturale, ma a volte questa cosuccia pesa), l’attacco è in crisi, punto, perchè segniamo poco, pochissimo o nulla. Oggi ha segnato uno dell’Atalanta, e meno male. Domenica scorsa di 20 tiri non ne entra uno. Serve un ritiro a Lourdes o una bella sistemata generale, a partire dai singoli cervelli.

Poi c’è il Mancio. Tipo che, tra le altre cose,  io – a gennaio – non avrei fatto giocare uno che – per il diciassettesimo anno consecutivo – stai cercando di vendere entro la fine di gennaio – stiamo parlando del gennaio medesimo, questo -. Oh, magari poi sono particolari (è noto che non capisco). Per fortuna alla fine ha fatto il culo alla squadra, cioè, giusto per marcare i limiti del territorio (va bene pareggiare, ok, ma rischiare di perdere no, ma fare abbastanza cagare no) (ecco).

E comunque non abbiamo perso, quindi bòn, cerchiamo di sollevarci in fretta da questa mediocritas pre e post natalizia. Se Cigarini non ha segnato, forse è stato un segno. In hoc signo svìges*.

(voce del verbo svegliarsi)

handa

(nella foto: cagarsi addosso da un’altra angolazione)

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febbraio 26, 2015
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Quei gol un po’ così

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Forse è sufficiente rivedere da principio l’azione del gol, che riassume qualsiasi cosa. Juan Jesus che porta a spasso il pallone al limite di tutto – dell’area, del buon senso, della nostra pazienza, e di un risultato che è in perenne bilico tra uno 0-0 che basta e avanza e un golletto preso che ci inculerebbe per l’eternitá. Palla a Santon che la porta avanti, molto avanti – bell’acquisto, il bambino è maturato e si è fatto uomo, solido, affidabile, senza fronzoli. Santon che la recapita  a Guarin – un servizio a domicilio, preciso preciso. Guarin che prende la mira, carica il gambone e la mette all’incrocio – un tiro meraviglioso, un gol che sa molto di un certo calcio, pochi tocchi e pochi secondi dal maramaldeggiare di Jesus al deflorare di Guarin, tic-toc-tac-bum!, sì, è calcio, il calcio.

Per il resto siamo i soliti, quelli che rischiano l’indicibile, creano l’insperabile, sprecano lo sprecabile. Ci saranno anche volte che ci andrà peggio (l’espulsione è stata un toccasana) ma siamo sempre in credito di gol e di culo, e va bene così finchè si vince e si passano turni, firmerei davanti al notaio. Avanti Inter, domenica c’è l’esame di maturitá: il minimo garantito di cazzate non ce lo farai mancare, l’importante sará metterne uno più degli altri, quelli viola.

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febbraio 16, 2015
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Il figliuol prodigo

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Siccome trattasi di un campo dove abbiamo lasciato spesso lacrime e sangue e giramenti di coglioni, la vittoria di Bergamo vale anche un pochino più di tre punti. Nella stagione degli asterischi (*ma ottimi nel possesso palla), possiamo aggiungerne tranquillamente uno (*sempre dietro anni luce, ma abbiamo vinto bene a Bergamo) e stavolta di tenore sereno e positivo. E se il valore assoluto del successo è quello che è (squadraccia se ce n’è una, l’Atalanta, diciamolo), il valore relativo è bello rotondo. Anche perchè Bergamo si è confermato uno degli stadi peggio popolati d’Italia, un continuo lamento intervallato da insulti, e ululati, e smoccolamenti, e sputazzi, e che cazzo!, una roba difficilmente sopportabile anche da una personcina animata da buoni sentimenti e da spirito sportivo quale sono io, privo di orociok nella dispensa e quindi – al diciassettesimo lamento, al trentaquattresimo coro con insulto – particolarmente esposto al clima di nervosismo. Tanto che durante il primo tempo a un certo punto mi alzo dal divano, metto la faccia a due centimetri dallo schermo ed emetto un rantolo del tipo

“Ma pensate a giocare, bifolchi!”

del quale mi sono vergognato, pur essendo solo in casa. Oddio, mi sto imbruttendo, argh! Anche perchè c’era da indignarsi da cittadini ed esseri umani, ma non c’era da rotolarsi negli allori. Il primo tempo è stato un po’ così e tra i due nostri gol ho visto troppa Atalanta e poca Inter, un’Inter che sembrava più quella di Empoli o di Sassuolo che non quella di domenica scorsa col Palermo. E quindi, nauseato dal popolo bergamasco e deluso dal nostro mollismo che riemergeva, assumevo sul divano posizioni sempre più passive. Finchè a un certo punto Guarin ha fatto un gol della madonna – quei gol tutto tranne che casuali, quei gol che estirpi un pallone, ti liberi di un paio di buzzurri, alzi la testa, miri l’angolo lontano e la metti lì con un tiro a giro, insomma, appunto, un gol della madonna – e i pianeti si riallineano. Se anche Guarin, l’apparente irrecuperabile Guarin, il sempre in lista cessioni Guarin, l’inaffidabile per definizione Guarin, inizia a fare partite così, di sostanza, di gol, di assist e di rigori procurati, ecco, forse la strada è quella giusta.

Come Mazzarri aveva riportato il Gabbianone e il Meraviglia al vivere civile, il Mancio ha deciso che Guarin – da un anno e mezzo l’uomo in meno – può essere l’uomo in più e ha ragione da vendere. Guarin a noi serve, e ci serve così, preciso. Senza Icardi, con due punte impresentabili, con la difesa che ogni tanto ti fa sudare freddo, abbiamo vinto 4-1 a Bergamo e ci deve essere una ragione. Oggi il centrocampo grondava qualità e fiato, e forse è da qui che dobbiamo ri-ri-ripartire, dal reparto che era un buco nero e adesso è diventato la base di tutto. Pensa se davanti con Icardi si mette a giocare uno a caso che si regga in piedi, e pensa se dietro a un certo punto trovano il centro di gravità: oh ragazzi, qui si rimonta, e di brutto brutto brutto.

 

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febbraio 9, 2015
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Ci credi? Avanti, c’è posto

fuoriicoglioni

Dopo aver fatto un punto tra Empoli Toro e Sassuolo (e con l’inculata in zona Ranocchini con il Napoli), la partita con il Palermo, letta attraverso la classifica dell’avversaria, metteva il giusto timore. Per non dire panico, perchè pensate se solo l’avessimo persa, no dico, sarebbe stato un disastro tipo la manovra di Schettino. E invece no, l’abbiamo vinta e – al netto di alcune cose che non vanno rimosse, anzi – l’abbiamo vinta bene.

Ho intravisto nella scelta inizia di Mancini – a parte i centrali, dove è pura sussistenza – un messaggio forte e chiaro: gioca chi sta bene e chi ci crede, poi i numeri da mettere allo schema vengono di conseguenza. Podolski, Hernanes e Kovacic in panca: ohhh, giusto. Mica una condanna, mica una gogna, mica una riga col pennarello indelebile: macchè, solo un rapporto causa-effetto (fai ca-ca-re, no problem, gioca un altro) in attesa che tu, uomo temporaneamente escluso, nel giro di qualche giorno ribalti il rapporto a tuo favore. Avendo una rosa numericamente e tecnicamente adatta, le cose dovrebbero sempre funzionare così. Guarda caso, per una volta che funzionano così vinciamo 3-0 col Palermo. Un caso? Appunto.

Senza dimenticare i problemi, eh? Ci è andata clamorosamente di culo almeno un paio di volte, la difesa resta da paura, l’occasione di Rigoni nel primo tempo – si era capito 50 metri prima che avrebbero crossato a lui, liberissimo come Moretti, o come (metti un nome tra i tanti) – e il flipper in area nel secondo, una roba da Ridolini con Ranocchia ancora al centro dell’attenzione, sembrava Enzo Paolo Turchi… quindi anche questa partita, in cui  finalmente l’impegno e la qualità non sono mancati,  poteva finire in un modo diverso e ora (invece di guardare increduli la cifra zero dei gol subiti) saremmo qui a contorcerci davanti agli highlights. No, facciamoci una spuma in santa pace. Non c’è più nemmeno la classifica da controllare, è tutta salute.

Potessi, offrirei una birra a Brozo, porca miseria, gran partita. Bene Shaq, bene Guarin, bene anche Santon, benino un po’ di altri. Icardi ha segnato due gol e ha messo il broncio, va bene così, la testa è quella che è. Fallo tutte le domeniche, who cares? 18 gol dei 50 stagionali dell’Inter sono suoi. No, giusto per ricordarlo a chi dice che è un broccone. E’ una settimana che leggo e vedo dei segoni su un argentino classe ’93 che doveva illuminare San Siro. Non era lui, era un altro. E invece guarda un po’.

guarin

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febbraio 6, 2015
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De ranocchitudo interistorum

ranocchia

Che poi il problema, è chiaro, non è Ranocchia in sè. Il problema, purtroppo, è il ranocchismo dell’Inter intera. Dove il centro della questione continua a non essere  il povero Andrea Ranocchia, che in un’Inter diversa (metti con Samuel o Lucio 2009/2010 al fianco, con davanti Zanetti Cambiasso e Stankovic, per dire) avrebbe fatto probabilmente faville, ma il ranocchiamento di una rosa che in questo momento (voglio sperare che ci sarà un momento diverso, ecco) esprime quello che è. Una squadra che poteva capitalizzare – a livello di fiducia, di consapevolezza – le due partite con Juve e Genoa e invece ha fatto un punto nelle ultime quattro, perdendo due volte a tempo scaduto (una volta su calcio d’angolo, una volta da fallo laterale) (oratorio level). Una squadra che ha il possesso palla per due terzi di partita, e che di quella palla non sa letteralmente cosa farsene, visto che segna poco, tira poco, crea poco. E allora, ecco il punto, Ranocchia può inciampare al 93mo minuto nell’intervento più comico del decennio, ma quanti Ranocchia dobbiamo ringraziare per questo spaesamento che comincia a non avere più alcuna giustificazione?

Ranocchia capitano è il perfetto simbolo dell’Inter post triplete. Il cognome non aiuta (non so, prendi un John Terry, ti comunica un altro tipo di sensazione), ma questa è solo una battuta. L’Inter ha un Ranocchia capitano, questa invece è la realtà. Non Andrea Ranocchia in sè, ma un tipo come lui. Abituati a Zanetti, abituati a un’Inter che contemporanemante sfornava a nastro capitani in pectore – era un capitanificio, Zanetti, Cordoba, Cambiasso, Stankovic, Samuel etc. -, ora siamo a un capitan Ranocchia che dice tutto. Bravo ragazzo, buon giocatore, persona seria, e fin qui ci siamo e lo ringraziamo: ma poi? Oggi, al trentesimo inciampo, costretto a giocare su un infortunio, minato nella sua sicurezza, è tutto tranne che un capitano coraggioso. Scelta opinabile dall’inizio, dare la fascia a lui, e adesso quasi scaduta nel ridicolo: un peccato, per l’importanza della figura del capitano e per l’onore e l’onorabilità di Andrea Ranocchia stesso, che non merita di diventare il contro-idolo degli interisti nè il capro espiatorio di colpe non sue, al netto di una gigantesca puttanata al minuto 93, cioè oggettivamente non rimediabile. Comunque questo abbiamo e questo ci teniamo, degradarlo sarebbe una umiliazione che Ranocchia non merita.

Beh, si poteva fare qualcun altro da principio, no? Ecco il punto: chi?

A livello di atleti seri – questo è un requisito di base – non saremmo mica messi male. Anche Handanovic sarebbe stato un buon capitano (parla anche un italiano perfetto), ma anch’io sono tra quelli che pensa che il capitano non debba essere il portiere, soprattutto in una squadra che ha la personalità di un bambino dell’asilo. Uh, ma ce ne sono altri. Per esempio: Hernanes e Palacio sono due giocatori di profilo internazionale. Ma – eccoci al punto – non sono il Ranocchia del centrocampo e il Ranocchia dell’attacco, due giocatori bravi e forti finchè si vuole ma senza carisma. Vidic poteva essere una scelta di immagine, ma è una sciagura, un Ranocchia al quadrato, o forse al cubo. Lasciamo perdere Nagatomo (serve parlare italiano) e Juan Jesus (il Ranocchia brasileiro). Diamola a un giovane? Beh, non a Kovacic, il Ranocchia dei Balcani, eccelso giocatore e personalità ancora non pervenuta, uno che diventerà una grande giocatore lontano da Milano, incastonato in una squadra un po’ più strutturata, non in questa Inter così poco propensa – ma perchè, poi? perchè? – a tirare fuori i coglioni.

Rimarrebbe Icardi, uno che ha appena dato dei pezzi di merda ai suoi tifosi, non esattamente un comportamento da capitano. Perchè lui, peraltro, a conti fatti il miglior interista della stagione, la fascia la meriterebbe, se non altro a scopo terapeutico. Come a Guarin, un altro personaggio borderline cui una responsabilità vera non potrebbe fare che bene. Ma qui, forse, ormai siamo ai confini con la fantascienza. Se rimane, il capitano un giorno sarà Shaqiri: il miglior rapporto qualità/zebedei  è già suo, anche se nel febbraio 2015 all’Inter sarebbe facile primeggiare. Forse ce la farei anch’io, uno zuzzurellone se ce n’è uno.

 

 

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febbraio 1, 2015
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L’asterisco e il bromuro

Soccer: Serie A; Sassuolo-Inter

L’Inter, la squadra dell’asterisco (*strapazzati, ok, ma con un netto predominio nel possesso palla), spero non la passi liscia. Dopo una partita così servono talmente tanti chiarimenti (squadra-società, squadra-allenatore, allenatore-società, squadra-tifosi, squadra-squadra) che ora è il caso di lasciar volare qualche straccio. Cadrebbe a pennello una bella pausa del campionato, una di quelle pause che normalmente ci fanno cagare e che invece stavolta consentirebbe di sistemare un po’ di questioni con la giusta tempistica: io faccio il culo a te, tu lo fai a loro, loro se lo fanno a vicenda (bei tempi quando ci si appendeva nello spogliatoio, oggi sembra che a nessuno gliene freghi una cippa). Invece no, c’è fretta, la solita fretta: c’è ancora qualche ora di mercato e poi il Palermo all’orizzonte, il derby del cuore del presidente Mattarella che per noi diventa – dopo 1 punto in 3 partite, 10 punti in 10 partite nell’era Mancio – una partita da ultima spiaggia (quale spiaggia, poi? La Champions, l’Europa league, la mediocritas, la salvezza?)

Forse un giorno verrà fuori che un cameriere infedele mandato da Squinzi ci ha messo il bromuro nella colazione, la Figc aprirà un’inchiesta e l’Inter di Sassuolo verrà riabilitata agli occhi del mondo. Ma se questo non è avvenuto, e nessuno quindi con la frode ci ha bombato di sostanze deprimenti e sedative prima del calcio di inizio, tutto quello che è successo in campo non è scusabile. Non è scusabile, nell’ordine più o meno cronologico:

1) smettere di giocare mezz’ora nel corso del primo tempo (tutti)

2) marcare (?) in un certo modo due giocatori avversari che vanno al tiro (Vidic, Palacio) e che infatti segnano

3) opporsi da mammoletta ai suddetti due tiri (Handanovic)

4) prendere una buona iniziativa e poi perderne quattro cattive (Guarin, Kovacic)

5) inseguire nel secondo tempo un contropiede avversario – forse l’unico – con un atteggiamento da oratorio (sapete, quando tre non tornano, altri tre si fermano per gridare “tornate, cazzo!”, e gli altri quattro che si guardano in giro e pensano tra sè e sè “speriamo che non segnino”) (tutti tranne Handanovic)

6) sbagliare a fare un cambio, che neanche nel Csi sant’iddio, neanche nel Csi sono così storditi (Mancini e staff)

E poi, ciliegina, andare sotto la curva a lanciare le maglie che giustamente nessuno vuole, perchè hai fatto una partita di merda per le ragioni di cui sopra e nessuno deve sentirsi assolto dall’avere fatto un secondo tempo appena decoroso quantomeno per l’iniziativa, e quindi andare belli belli sotto la curva come a dire “ci hanno inculati, però avete visto che bel possesso palla”. E poi, ragazzi, Reggio Emilia è ‘na passeggiata de salute. ‘Ste scene della maglia si fanno in Islanda o in Kirgizia, non a Reggio Emilia, che fa ridere. Quanto al fatto che ci siano persone più a rischio vaffanculo di altre, ecco, questo mi spiace, così come non è bello sentire un coro contro un proprio giocatore, un coro quasi ultimativo, nel senso che ricomporre sarà dura. E qui, tra giocatori che si escludono da soli e altri che etichettiamo da pezzi di merda ad libitum, la rosa si assottiglia da paura.

Poi, certo, si potrebbero accampare scusanti di un certo peso, tipo quello di avere fuori mezza difesa, tipo quello di essere stati anche un po’ sfigati (palo di Shaqiri). Il Mancio ha detto che non c’è problema fisico. Bene, ci dica qual è il problema: perché un problema ci deve pur essere. Apprezzo che a differenza del suo precedessore il Mancio tenti in ogni modo – anche il più apparentemente scomposto – di cambiare le cose anche in corso d’opera, ma mi lascia basito la sicumera con cui afferma che non meritiamo mai di perdere e che il dato del possesso palla dice molte cose. A me continua a dire un cazzo, soprattutto se in classifica segniamo zero ogni volta. Teniamo palla, facciamo la partita, manteniamo il controllo e intanto ci prendiamo delle tranvate che urlano vendetta: la classifica piange e noi con lei.

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gennaio 12, 2015
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Il mio nome è Riccardo

Soccer: Serie A; Inter-Genoa

In ordine a un adeguato sentimento di accoglienza nei confronti dei due nuovi arrivati in casacca neroazzurra, e in virtù di un singolare orario di svolgimento che non entrava in collisione con i rispettivi impegni, io e Gigi Furini decidemmo di acquistare in prevendita il titolo di ingresso per la partita di giuoco calcio tra Internazionale e Genoa in programma allo stadio Giuseppe Meazza in Milano. Ci recammo quindi venerdì 9 gennaio al botteghino dove l’addetto, qualificandosi come juventino viscerale, con uno sgradevole sorrisino del cazzo ci chiedeva i documenti e compilava stancamente il modulo sul calcolatore elettronico, stampandoci indi i biglietti del primo anello blu nell’apposito supporto cartaceo.

La giornata di domenica iniziava con Pavia avvolta in una suggestiva nuvola di nebbia che gelava anche i coglioni. Mi reco al luogo dell’appuntamento dove, con la visibilità ridotta a 50 metri, scambio Furini prima per un venditore ambulante di torroni e poi per una badante ucraina, che quasi faccio salire in macchina al grido di “Ciao Gigi, santamadonna, forza Inter, ti sei inchiattato parecchio!” prima di accorgermi che era un donnone di Donetz in libera uscita.

Si parte. All’arrivo sull’antistadio, sotto un sole cocente che mi fa pensare che Pavia almeno dal punto di vista microclimatico sia un posto veramente di merda, Furini mette mano al portafoglio per distribuire i biglietti. Prende il suo, leggendo “Furini Luigi”, e mi allunga il mio leggendo “Torti Riccardo”. Ahahahah, il solito buontempone, dico io. Ma dal suo sguardo attonito capisco che non è uno scherzo. Il bigliettaio gobbo ha scritto davvero “Torti Riccardo”.

biglietto

Infame maledetto, muoia tra atroci pene, o almeno Iddio e l’Asl gli facciano chiudere il bar. Mi trovo così in fila al cancello sudando freddo, avvicinandomi via via allo steward e prefigurandomi la scena: lui che vede che biglietto e documento non coincidono, lui che chiama i gendarmi e io che vengo perquisito sul posto e quindi tratto in arresto, io che arrivo a San Vittore e chiedo di avere una cella singola, o almeno con Sky, per assistere almeno al secondo tempo in attesa del mio avvocato.

Tocca a me. Deglutisco. Allungo biglietto e documento.

“Torti Riccardo o Torti Roberto?”

“Ti spiego. Io mi chiamavo Torti Riccardo, ma non sopportavo più il mio nome che mi ricordava Alvarez. Ho chiesto alla Corte di Cassazione di cambiare identità e la Corte ha emesso la relativa sentenza proprio venerdì pomeriggio. I biglietti li avevo fatti la mattina con il nome vecchio”.

“E come mai la patente è Torti Roberto?”

“L’ho rifatta ieri mattina, ho un amico in Motorizzazione”.

“Ah ok, allora puoi andare”.

Il primo tempo è poi trascorso in un’estasi calcistica, determinata dalla visione di una squadra trasformata, di un Podolski alto di gamma, di un Palacio ritrovato, di un Guarin che non pare più quel Guarin, di Vidic e Andreolli che sono vivi, di Shaqiri che scalpita in panca, di bei passaggi, di bei fraseggi eccetera eccetera eccetera. L’intervallo è poi trascorso scattando foto a Furini e ai suoi fans, compreso uno che mi fa:

“Scusa capo, ma tu sai come faccio a scattare le foto? Inquadro solo la mia faccia con questo cazzo di telefono, mi sa che mi hanno fregato, cinesi di merda”.

“No, amico, basta che fai così”.

“Capo, sei un mago della telefonia e dell’informatica. Sei hai l’Iban ti faccio una donazione, mi hai salvato la vita”.

“Ma no, figurati”.

Il secondo tempo è poi trascorso in maniera meno serena, ma l’importante è avere vinto, avere rivisto il gioco – il gioco! -, avere respirato aria nuova. Mentre esco torna il tizio a cui ho girato il verso del mirino con un semplice clic.

“Ti prego, fammi fare qualcosa per te, sei l’angelo della telefonia, #jesuistortiriccardo, hai salvato me e il mio telefono tarocco, ti prego”.

“No fratello, va in pace e tifa Inter”.

Festeggiavo quindi la vittoria con una focaccina cotto e fontina del costo di soli 4 euro, non molto più cara di un cornetto Algida allo stato semiliquido. E’ davvero un nuovo corso.

Inter - Genoa

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novembre 24, 2014
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Il fattore Gio

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Abbiamo tutti sognato di giocare il jolly come a Giochi senza Frontiere: no more Mazzarri, allenatore nuovo, vincere, inculare il Milan, beh, sarebbe stato bellissimo. Ci siamo autocontagiati di un entusiasmo forse al di sopra delle nostre possibilitá, e adesso siamo qui un po’ barzotti a rimirare, tra le rossastre nubi, un risultato che non sappiamo bene come valutare, se un mezzo successo o una mezza delusione. Il ritorno del Mancio, comunque sia, qualche risultato lo ha prodotto.

1. Considerazione banale ma necessaria: che Mancini potesse stravolgere la squadra in una settinana era una pretesa bella e buona anche per dei tifosotti strapazzati e delusi e vogliosi come noi. Un anno e mezzo di Mazzarri non si cancella con un colpo di ciuffo, forse nell’atteggiamento ancor più che negli schemi.

2. Il ritorno dell’entusiasmo – nella squadra e nel popolo – è un fatto, ed è fondamentale. Faccio sommessamente notare che, se non ci fosse stata la svolta, saremmo arrivati al derby dopo due settimane di Mazzarri sotto ultimatum. Roba che ti pigliava l’ansia anche per una rimessa laterale.

3. La squadra è questa, e i problemi restano tutti. Ma qualcosa si è visto e una strada nuova è stata aperta. Il Mancio ha fatto i suoi esperimenti, non tutti riusciti (Kovacic). Ma se solo recuperasse Guarin e sistemasse la difesa, l’Inter tornerebbe in pista. Seriamente.

4. Gioia e gioco. Chiamiamolo il fattore Gio. Sono due cose che avevamo perduto, noi e la squadra. Sono le prime cose su cui Mancini ha messo mano. Con la Roma sará un test micidiale. Ma in fondo quello che ci vuole per entrare nel vivo di tutto, dei casini e delle potenzialitá represse. O preferivate i seimila passaggi laterali a partita? Il gioco si fa duro e abbiamo la testa più sgombra. Il prossimo step è diventare cinici quando c’è da metterla. Come dar torto al Mancio? Se Wando Naro faceva meno la fighetta, porca troia, forse adesso stavamo qui a masturbarci con l’effetto Mancini.

 

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ottobre 20, 2014
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Ricomincio da sette

A conti fatti, addì 19 ottobre 2014 e al termine di una partita che ci ha lasciati – diciamo così – un pelo perplessi, l’Inter ha dato il primo vero segno di vita della stagione. Non considereremo vittorie vere quelle dell’Europa League, no? E nemmeno considereremo partitoni le due vittorie in campionato (il mitico Sassuolo e l’Atalanta), in cui la pochezza degli avversari ha superato la nostra eventuale buona vena, no? Bòn, rimarrebbero i due pessimi pareggi in trasferta e le due atroci sconfitte con Cagliari e Fiorentina, intervallati da una partita di Coppa in cui, contro una squadra di incerta nazionalità, cadevamo a turno come pere per i crampi. E così quella con il Napoli, confronto diretto con una delle (ex) favorite del campionato, al netto di cose che sapevamo già (palle stupide  perse da un centrocampo sempre al limite dell’affanno, errori difensivi da rimanerci secchi), è stata la nostra miglior prova. Almeno si è vista la squadra provarci e riprovarci, e recuperare due volte lo svantaggio nell’ultimo quarto d’ora di partita è tutt’altro che banale. Magari ci avessimo messo gli stessi coglioni a Palermo o a Torino, magari avessimo giocato così a Firenze, magari avessimo avuto lo stesso barlume di lucidità con il Cagliari. Magari.

Non saremmo qui, per esempio, ad aspettare il posticipo di stasera (Empoli-Genoa, buahahahaha), per dare l’esatta dimensione della nostra classifica. Stasera ci ritroveremo dietro o alla pari con il Genoa, o alla pari con l’Empoli, e son quelle cose che ti creano l’esatto contesto, you know. Inter-Napoli – un pareggio così ci può stare, aggiungici pure una discreta dose di rimpianto – è la prima partita coerente del nostro campionato. Coerente con le nostre possibilità e le nostre aspettative.  Se ci giriamo indietro vediamo un calendario con le prime 5 partite da red carpet in cui, invece di fare minimo 13 punti, ne abbiamo fatti 8. Vediamo almeno 4 partite (su 7, non male) di merda. Due vittorie (su 7): appunto, siamo nella fascia del Genoa e dell’Empoli, ben ci sta.

Intorno (anzi, sopra) è tutto uno schiaffo morale. Il terzo posto (i primi due non consideriamoli nemmeno più, è stratosfera) è a 6 punti (dopo 7 partite: minchia!): ed è la Samp, mica il Bayern. Il Milan (il Milan!) è 5 punti avanti, col miglior attacco in campionato, una partita in trasferta in più di noi, 11 gol segnati fuori casa e noi 1 (uno). Strama è ancora 4 punti avanti, la Lazio data per morta è 3 punti sopra. Sarebbe bello – meglio tardi che mai, in fondo ne mancano ancora 31) che il nostro vero campionato fosse iniziato ieri, in una partita che recuperi non si sa bene come, in uno sforzo finalmente corale di tirarsi fuori dalla palta. Si tratta di prendere il ritmo e di pensare – come in una maratona – a fare bene un chilometro dopo l’altro, senza guardare se gli altri adesso ti scappano via. Possiamo fidarci? Boh, questa è una domanda che – dopo 7 giornate -richiede troppo sforzo fisico e morale: è una domanda da calo di zuccheri, e gli orociok non posso mangiarli anche fuori partita.

hernanes

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settembre 14, 2014
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Squinzi Jones

Gli darei un cinque, a Mazzarri. Ah già, si è rotto una mano. E nemmeno io scherzo. Più che l’incontro di Teano sarebbe la coda per il ticket in Ortopedia. Vabbe’, trattasi comunque di roba simbolica. Gli farei i complimenti e gli chiederei scusa a nome di tutti noi, perchè oggi a San Siro c’era un allenatore testone il doppio o il triplo di lui, uno che ordinava di pressare alto sullo 0-0, poi sullo 0-1, poi sullo 0-2, e attacca, e tieni alto, e sali, e 0-3, sali, 0-4… Perchè la vita, la vita vera, non è così? E così, andando in porta col pallone come nemmeno accade nelle amichevoli con la Guanzatese, teniamo così alta la nostra media – 4 partite ufficiali, 16 gol fatti e zero subiti – che all’Iffsh il computerone starà facendo beeeeep beeeeep e segnalerà queste performance d’altri tempi. Certo, il mondo non è fatto di squadre islandesi e squinzesi – e infatti con l’unica squadra appena normale, benché priva di attacco, abbiamo fatto 0-0 – ma perchè tenere per forza a bada l’endorfina in domeniche così serene? E lasciamola fluire, perdio, prima di andare giovedì al fronte e domenica a Palermo e vedere se davvero ci troviamo bene con le squadre un po’ così e meno bene con le squadre che almeno un pochino si coprono. Boh, si vedrà. Mi rassereno per la vena di Kovacic, per la voglia di Icardi, per il killer instinct di Medel. Stop. Non riesco ad affrontare una seria disamina con davanti il faccione di Squinzi Jones, uno che tifa Milan, compra dalla Juve e si fa inculare dall’Inter. No, non ci riesco. E’ la nostra mascotte e ci tiene alto il Pil, ormai gli vogliamo bene e speriamo di incontrarlo più spesso, come quegli amici con cui si passa bene il tempo anche se li vedi solo due volte l’anno e te ne rammarichi. Grazie Squinzi, spero che almeno ti riducano l’Irap. Ad majora.

Inter - Sassuolo

 

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