Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

novembre 3, 2018
di settore
456 commenti

Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

share on facebook share on twitter

febbraio 22, 2018
di settore
45 commenti

Dio mio, come sono caduta in basso!

“In questo momento”, “E’ un momento così”, “Ultimamente”: se un marziano avesse ascoltato con attenzione le dichiarazioni del povero Spalletti nel dopo-partita di Genoa-Inter, si sarebbe potuto fare un’idea della nostra crisi come di una faccenduola di un paio di settimane, e che sarà mai, e sarebbe tornato su Marte dicendo che i terrestri si lamentano un casino per delle cazzate. Invece da quella partita un po’ sborona con il Chievo – quella della tripletta di Perisic e del coast-to-coast di Skriniar, due cose sborone in sè – sono ormai passati due mesi e mezzo, quasi tre.

Che in effetti non sembra, no? Oltre a far cacare in Coppa Italia, abbiamo fatto 9 punti in dieci partite di campionato, roba da bassifondi, eppure siam sempre lì, dieci giorni fa eravamo addirittura terzi da soli, e quindi il tempo sembra non passare mai mentre siamo tutti intenti a cercare il bandolo della matassa, da Spalletti in giù fino all’ultimo dei tifosotti (perchè da Spalletti in su la cosa sembra interessare meno, e non si capisce bene il perchè, boh).

Due mesi e mezzo fa, comunque, stavamo vivendo una settimana di attesa molto barzotta, cercando il low profile e sognando nel contempo di andare a Torino ad abusare della Juve. Anche perchè eravamo noi i primi in classifica, la Juve era terza, neanche seconda, terza. No dico, è tutto vero, anche se sembra fantascienza parlarne oggi che stiamo attendendo seduti sul water la prossima partita.

Il Benevento. In casa.

Cioè, incontro interisti terrorizzati, manco dovessimo andare a Manchester City con otto titolari fuori per gastroenterite. “Ciao”, “No, ti prego, non dire niente, non dire niente…”, ma si può vivere così?

Che poi appena distogli lo sguardo da una cosa ti cade l’occhio sull’altra. Tipo che il Corriere dello Sport, non sapendo chi intervistare, chiama Wanda Nara e si fa dire delle cosette distensive tipo che “in quest’ultimo periodo si sono avvicinate un paio di squadre importanti che hanno mostrato di apprezzare Mauro. E io che mi occupo del suo futuro devo almeno ascoltarle, valutare le condizioni e la situazioni. Come dico sempre, non si sa mai cosa può riservarti il futuro. Io continuo a lavorare e il mio compito è quello di trovare le migliori condizioni per Mauro”.

Ah, bene. Il giornale romano che mette zizzania nella squadra avversaria delle due romane per la prossima Champions. Uhm, come se la Gazza avesse chiamato Totti per chiedergli se è contento di fare il soprammobile, o Felipe Anderson per chiedergli se non si è rotto i coglioni di Lotito, Tare e Inzaghino.

Allora, appunto, cerco conforto nella milanese Gazza. Chissà come massacrerà la Roma, mi dico ingenuamente. Titolo in prima sulla sconfitta della Roma in Champions: “La Roma è viva”. Provo a pensare quale sarebbe stato il titolo su un’ipotetica Shakhtar-Inter con identica dinamica: “Inter, e adesso?”, “Inter sul baratro”, “Inter, no, scusa, ma ti rendi conto?”, no vabbe’, lasciamo stare.

Nel tentativo di non pensare troppo nè alla Gazza nè al Benevento appiccio quindi il computer, e prima di passare a YouPorn do un’occhiata di sfuggita alle ultime notizie. Qui, mi appare Kondogbia.

Kondogbia.

Avete presente? Me lo ricordo – faceva caldo, era tipo luglio – fare un autogol da duecento metri in amichevole col,Chelsea, quelle cose tipo Bob Beamon che poi è difficile rifarle, poi più nulla, un giorno di fine agosto lo vedo con una maglia che non è più nostra, stop, un addio indolore dopo due anni di training autogeno generale per convincerci che era molto forte. Ora da Valencia, dove conferma di essere tanto felice, ci tiene a farci sapere che “il problema di cui soffre l’Inter è principalmente uno: lo squilibrio. In due anni ho avuto 4-5 allenatori e compagni di squadra che cambiavano continuamente. La situazione era un po’ caotica, un bordello. Un calciatore, specialmente se giovane, trova grande difficoltà a integrarsi in queste condizioni. Un club ha bisogno di stabilità: è difficile avere un buon rendimento se c’è una rivoluzione continua”.

Ci avessi mai risolto un problema, Kondo, ce ne avessi mai risolto uno. Così gli direi, se potessi, e quando lui replicherebbe guardandomi storto che “se solo avessi i soldi, il mio riscatto fissato a 25 milioni di euro li pagherei di tasca mia”, io gli risponderei che se solo avessi 25 euro comprerei tipo 5 cornetti Algida semisciolti e festeggerei la notizia del riscatto sugli spalti con quattro tifosi presi a caso e increduli per la mia generosità.

Ecco come ci avviciniamo alla partita del secolo, ecco il clima frizzante e positivo che titilla le froge. La moglie manager di Icardi ci dice che Maurito se ne andrà, Kondogbia ci dice che piuttosto di tornare se lo fa tagliare a fette, e il Benevento delle meraviglie, in serie positiva da ben una partita (cioè una più di noi), affida a Sandro la chiosa di questo bel pezzone rassicurante: “Sabato abbiamo una grande partita contro l’Inter a Milano, è molto difficile ma è possibile”.

Certo che è possibile. E io, se solo avessi 25 milioni di euro, col cazzo che prenderei uno sky box a San Siro. Una baita, mi prendo, e senza la parabola.

share on facebook share on twitter

settembre 25, 2017
di settore
322 commenti

Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

share on facebook share on twitter

dicembre 12, 2016
di settore
306 commenti

Doppio Brozo Star

Il primo sussulto statistico della stagione (sei vittorie di fila in casa: Southampton, Torino, Crotone, Fiorentina, Sparta, Genoa) ti costringe a guardare la classifica e a chiederti come mai una squadra che ne vince sei di fila in casa abbia una classifca che fa tanto cagare. Semplice: nelle ultime otto trasferte (Sparta Praga, Roma, Atalanta, Sampdoria, Southampton, Milan, Hapoel, Napoli) l’Inter  ha fatto un (1) punto, e siccome quel punto è arrivato nel derby, dunque in suolo amico, si può dire che non facciamo punti lontano da San Siro dal 21 settembre, Empoli-Inter 0-2, che son tre mesi e sembrano 33.

E’ un ruolino di marcia che fa molto provinciale, te lo aspetti – chessò – dal Cagliari, e invece la squadretta che fa punti in casa e fuori si scioglie siamo proprio noi. Dal 21 settembre a oggi, insomma, otto trasferte e un punto, 8 gol fatti (uno a partita, appena sufficiente) e 18 subiti (più di due a partita, disastro assoluto). Otto trasferte e due buone partite (Roma e Milan, totale un punto) più sei demmerda proprio. Otto trasferte affrontate con tre allenatori diversi (4 De Boer, 1 Vecchi, 3 Pioli) ma spesso con lo stesso atteggiamento, quello di una squadra senza palle e con molto timor panico.

Praticamente sono due mesi e mezzo che andiamo avanti così, vincendo in casa e perdendo fuori, che vuol dire veleggiare a metà classifica in campionato – a meno 8 dalla Champions e meno 7 dall’Europa League nello stretto giro di 16 partite – e uscire ingloriosissimamente in coppa, in un girone normale e in cui è bastato scoprire che una squadra israeliana sapeva mettere insieme tre passaggi consecutivi per andare completamente nel pallone.

Viene quasi da dare ragione alla curva, non tanto nei modi e nei tempi della contestazione, quanto nell’uso della parola culo*. L’Inter è una squadra che sembra prenderti per il * e andrebbe effettivamente presa a calci nel *. Anche Pioli non ha saputo ancora cosa fare con questo mal di trasferta, e anzi ha firmato due delle peggiori partite dell’anno (Bersabea e Napoli, tre pere/partita). E’ una squadra che dovrebbe farsi il * e invece spesso dà la sensazione opposta.

Ci sono ancora due partite prima della sosta, due buone occasioni per spezzare le serie negative (a Sassuolo, alle 12.30, quanti ricordi) e continuare quello positive (Lazio prenatalizia, un anno fa fu l’apocalisse). Nel frattempo, nel sempre spossante tentativo di capirci un cazzo di qualcosa in questo campionato sincopato, segniamo nella casella “dati di fatto” che l’epurato da De Boer è diventato l’eletto di Pioli. Col Genoa un pochino di culo, rimanendo ampiamente in credito. Gabigol sta conquistando la fiducia di tutti ed è ormai pronto al ri-debutto: se a Sassuolo dovessimo come tradizione vincere 7-0, potrebbe entrare già dopo il quinto gol.

brozovic

share on facebook share on twitter

aprile 20, 2016
di settore
141 commenti

Ubi De Maio Inter cessat

image

L’Inter non sbloccava la situescion mentre la Roma, per due volte, stava sotto con il Toro: tutto questo, oltre a frustrarmi un casino, mi sembrava giá terribilmente simbolico di una stagione che si è dipanata così, tra molte aspettative e pochi gol segnati – le aspettative e i gol devono essere direttamente proporzionali, sennò sono cazzi.

Quando De Maio, il cantante dei Fine Young Cannibals, marcato da Telles come se avesse la scabbia purulenta fulminate da contatto della minchia di mio zio in carriola demmerda argh!, De Maio, dicevo, canticchiando “Johnny come home” segnava il gol del Genoa – De Maio non segnava da un anno – e contemporaneamente il Pupone sistemava le cose a Roma, il quadro si componeva di brutto. L’affidabilità offensiva e morale di questa squadra non è ancora adeguata agli obiettivi, sennò da certe partite (quella di stasera come giá in altre sette-otto occasioni)  usciresti in un altro modo. Non scornato così, dopo aver annusato l’odore di Chiampions e, nello stretto giro di mezz’oretta, rinunciandovi per sempre.

Una sera ti prendi quasi gioco del Napoli e, quattro sere dopo, non riesci a metterla contro una squadra giá mentalmente fuori dalle paturnie di campionato. E vabbè’, questi siamo e non è una novitá. Li amo lo stesso, di default. Mi sta prendendo la rilassatezza da fine campionato, uno spleen calcistico agevolato dall’insopportabilitá del quinto scudo dei gobbacci di merda e dai 12 Ringo al cioccolato che mi sono mangiato nel secondo tempo, porca puttana, che mi ci vorranno trenta chilometri a buttarli giù.

share on facebook share on twitter

dicembre 5, 2015
di settore
210 commenti

Un po’ slavi e un po’ cinesi

inter-genoa

E’ la cosa che ci riesce meglio, perchè non replicarla – anche all’infinito, ragazzi, per me non c’è problema – ? Siamo i cinesi di noi stessi: ci copiamo, e sempre un pochino meglio. Ci siamo sfogati col Frosinone, ci siamo dati una dimensione adulta nella sera della sconfitta di Napoli: bene, basta seghe, ora torniamo alla nostra principale occupazione e inclinazione: vincere per 1-0 indignando gli amanti del bel giuoco, gli esteti dalla vita tormentata – una vita ad rosicandum, perché così brutti non siamo, e che cavolo. Il rumore dei nemici si avvicina, in serate come questa, ai decibel di una segheria Ikea. Non che ce ne sia poi il motivo: manca un numero astronomico di partite, il Natale e la Juve fanno la stessa cosa – si avvicinano -, quasi sei mesi di campionato sono ancora da giocare, uh, è tantissimo, quasi troppo. Ma insistere sulla provocazione dell’1-0 è diabolico, perchè perseveriamo, e questo ci piace. Vogliamo battere il record degli 1-0, vogliamo battere il record del truciolato per chilometro quadrato, vogliamo battere – no, non vogliamo, ma ormai sarà così, è scritto – il record del rapporto negativo tra falli fatti ed espulsioni subite, o quello del numero di cannonieri slavi e decisivi. Vogliamo tanto, tutto. E mi raccomando: giocando male, che è più bello.

share on facebook share on twitter

maggio 23, 2015
di settore
348 commenti

L’uovo di Cracco

han

1 – Palla persa a centrocampo, 2 – Ranocchia e Handanovic che si ostacolano a vicenda, 3 – gol subito. A me questa cosa, il gol del 2-2, è piaciuta un sacco. Cioè, voglio dire, è l’enciclopedia della nostra stagione. E’ come Pavarotti che canta Nessun dorma, è come Keith Richards che fa uno dei suoi riff, è come Benigni che ti recita la Commedia, è come Cracco che viene a casa tua e ti cucina un tuorlo d’uovo marinato con fonduta leggera di parmigiano. E’ la specialità, la nostra specialità. E allora tu vedi perdere un pallone alla cazzo a centrocampo, vedi Ranocchia e Handanovic piombare su quel pallone in netto anticipo ma all’unisono come due bambini dell’asilo di 90 chili spaventandosi a morte l’un con l’altro, vedi la palla dirigersi lemme lemme verso il primo avversario che passa di lì e che ovviamente segna, e tu cosa fai?

Niente, applaudi.

Mi sono alzato in piedi e ho detto: Sublime! Bravi! Bravissimi!

L’arte va capita, e questa è la nostra arte. E’ stato un momento bellissimo. Del resto cosa dite se Paul McCartney vi canta Let it be davanti al naso? O se Carl Lewis vi salta otto metri e mezzo nel lungo nel vostro giardino? O se Totò vi recita la Livella? O se Houdini si libera da settanta catene? O se la Juve fa un bel comunicato stampa? Niente, fate così, applaudite, sublime!, sublime!, perchè è la summa, il meglio. La specialità.

E poi pali, traverse, gol sfiorati, gol annullati, rigori non dati, cagate in difesa, stronzate a centrocampo. E poi l’inculata finale, altra specialità di un campionato trascorso piegati a novanta.

Sublime. Grazie ragazzi per questa partita-bigino, per questa partita-riassunto, per questa partita-dimostrazione, per questa partita-powerpoint. La prossima volta avvertiteci prima, chè ci evitiamo le precedenti trentasei.

share on facebook share on twitter

gennaio 12, 2015
di settore
30 commenti

Il mio nome è Riccardo

Soccer: Serie A; Inter-Genoa

In ordine a un adeguato sentimento di accoglienza nei confronti dei due nuovi arrivati in casacca neroazzurra, e in virtù di un singolare orario di svolgimento che non entrava in collisione con i rispettivi impegni, io e Gigi Furini decidemmo di acquistare in prevendita il titolo di ingresso per la partita di giuoco calcio tra Internazionale e Genoa in programma allo stadio Giuseppe Meazza in Milano. Ci recammo quindi venerdì 9 gennaio al botteghino dove l’addetto, qualificandosi come juventino viscerale, con uno sgradevole sorrisino del cazzo ci chiedeva i documenti e compilava stancamente il modulo sul calcolatore elettronico, stampandoci indi i biglietti del primo anello blu nell’apposito supporto cartaceo.

La giornata di domenica iniziava con Pavia avvolta in una suggestiva nuvola di nebbia che gelava anche i coglioni. Mi reco al luogo dell’appuntamento dove, con la visibilità ridotta a 50 metri, scambio Furini prima per un venditore ambulante di torroni e poi per una badante ucraina, che quasi faccio salire in macchina al grido di “Ciao Gigi, santamadonna, forza Inter, ti sei inchiattato parecchio!” prima di accorgermi che era un donnone di Donetz in libera uscita.

Si parte. All’arrivo sull’antistadio, sotto un sole cocente che mi fa pensare che Pavia almeno dal punto di vista microclimatico sia un posto veramente di merda, Furini mette mano al portafoglio per distribuire i biglietti. Prende il suo, leggendo “Furini Luigi”, e mi allunga il mio leggendo “Torti Riccardo”. Ahahahah, il solito buontempone, dico io. Ma dal suo sguardo attonito capisco che non è uno scherzo. Il bigliettaio gobbo ha scritto davvero “Torti Riccardo”.

biglietto

Infame maledetto, muoia tra atroci pene, o almeno Iddio e l’Asl gli facciano chiudere il bar. Mi trovo così in fila al cancello sudando freddo, avvicinandomi via via allo steward e prefigurandomi la scena: lui che vede che biglietto e documento non coincidono, lui che chiama i gendarmi e io che vengo perquisito sul posto e quindi tratto in arresto, io che arrivo a San Vittore e chiedo di avere una cella singola, o almeno con Sky, per assistere almeno al secondo tempo in attesa del mio avvocato.

Tocca a me. Deglutisco. Allungo biglietto e documento.

“Torti Riccardo o Torti Roberto?”

“Ti spiego. Io mi chiamavo Torti Riccardo, ma non sopportavo più il mio nome che mi ricordava Alvarez. Ho chiesto alla Corte di Cassazione di cambiare identità e la Corte ha emesso la relativa sentenza proprio venerdì pomeriggio. I biglietti li avevo fatti la mattina con il nome vecchio”.

“E come mai la patente è Torti Roberto?”

“L’ho rifatta ieri mattina, ho un amico in Motorizzazione”.

“Ah ok, allora puoi andare”.

Il primo tempo è poi trascorso in un’estasi calcistica, determinata dalla visione di una squadra trasformata, di un Podolski alto di gamma, di un Palacio ritrovato, di un Guarin che non pare più quel Guarin, di Vidic e Andreolli che sono vivi, di Shaqiri che scalpita in panca, di bei passaggi, di bei fraseggi eccetera eccetera eccetera. L’intervallo è poi trascorso scattando foto a Furini e ai suoi fans, compreso uno che mi fa:

“Scusa capo, ma tu sai come faccio a scattare le foto? Inquadro solo la mia faccia con questo cazzo di telefono, mi sa che mi hanno fregato, cinesi di merda”.

“No, amico, basta che fai così”.

“Capo, sei un mago della telefonia e dell’informatica. Sei hai l’Iban ti faccio una donazione, mi hai salvato la vita”.

“Ma no, figurati”.

Il secondo tempo è poi trascorso in maniera meno serena, ma l’importante è avere vinto, avere rivisto il gioco – il gioco! -, avere respirato aria nuova. Mentre esco torna il tizio a cui ho girato il verso del mirino con un semplice clic.

“Ti prego, fammi fare qualcosa per te, sei l’angelo della telefonia, #jesuistortiriccardo, hai salvato me e il mio telefono tarocco, ti prego”.

“No fratello, va in pace e tifa Inter”.

Festeggiavo quindi la vittoria con una focaccina cotto e fontina del costo di soli 4 euro, non molto più cara di un cornetto Algida allo stato semiliquido. E’ davvero un nuovo corso.

Inter - Genoa

share on facebook share on twitter