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settembre 17, 2017
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Eugenio Bersellini e la sua meravigliosa idea di Inter

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A noi che oggi ci lamentiamo del mercato Suning col freno a mano tirato, chissà che effetto avrebbero fatto gli eventi nerazzurri dell’estate del 1977, quando nel giro di pochi giorni l’Inter perse la finale di Coppa Italia col Milan (derby che si giocò a San Siro il 3 luglio!), in quella che fu anche la partita di addio al calcio di Sandro Mazzola, e ingaggiò come nuovo allenatore Eugenio Bersellini. Che, all’epoca, non solo era un trainer tutt’altro che trendy nei risultati e nell’immagine, ma era anche appena retrocesso in B con la sua Sampdoria in crisi sportiva e societaria, costretta a fare le nozze con i fichi secchi di una rosa ridotta all’osso, pessimo mix tra vecchie glorie e giovani di incerte speranze.

Chissà, forse fu l’estrema dignità di quel campionato, l’orgoglio sfoderato contro ogni evidenza, la quasi-rimonta del girone di ritorno vanificata proprio all’ultima giornata a conquistare il cuore del presidente Fraizzoli, che cercava un allenatore solido e senza grilli per la testa per completare la rifondazione post-Grande Inter. Mazzola aveva appena chiuso la carriera per diventare dirigente, Facchetti si apprestava a iniziare la sua ultima stagione: a fine campionato l’Inter si sarebbe ritrovata senza i nomi immensi del suo passato e ormai lanciata verso un futuro tutto da scrivere, ricco di scommesse, incognite e talenti da plasmare. Se ne stava andando un decennio vissuto così, cercando di spremere il possibile dall’eredità del recente passato e di trovare disperatamente i campioni di domani. Tutto questo mentre la Juve vinceva uno scudetto dopo l’altro e il Milan si stava preparando a prendersi quello della stella.

Ecco, fu in questo bel quadretto che Eugenio Bersellini fece il suo ingresso nella storia dell’Inter.

Era quel che oggi, così estraneo ai modi e ai i lussi estremi del suo stesso mondo, catalogheremmo come un proletario. Montanaro della val di Taro, lombardo ad honorem per una modesta carriera da calciatore quasi tutta giocata tra Brescia, Monza e Busto Arsizio, portava pure male i suoi anni (ne aveva 41 quando arrivò a Milano, ne dimostrava almeno dieci di più) ed era uno di quelli che se poteva (quasi sempre) andava in panchina in tuta, a fasciare le sue forme da ex sportivo e a sottolineare che lui la domenica era lì per lavorare e non per vestirsi della festa. Il nuovo mister dell’Inter aveva allenato “solo” Lecce, Cesena e Sampdoria, ma era già per tutti il “sergente di ferro”: per i modi sbrigativi – così apparentemente lontani dalla sua timidezza e dai suoi modi pacati -, il decisionismo, l’attenzione straordinaria alla preparazione fisica, la tendenza a non farsi impietosire da niente e da nessuno quando c’era da andare in ritiro, anche a lungo.

Ecco quel che cercava Fraizzoli: proprio un sergente di ferro, dopo i tanti brav’uomini (Invernizzi, Masiero, Chiappella) o monumenti del passato (Herrera, Suarez) che si erano avvicendati in panca dopo il glorioso scudetto del 1970/71, senza riuscire a evitare gli sprofondi (tanti quarti e quinti posti, addirittura un nono) di un rinnovamento a tratti poco coraggioso e a tratti inadeguato ai tempi e alle qualità degli avversari. Bersellini, anni più tardi, raccontò quel che chiese alla società: tempo, soprattutto. Tempo per un programma serio di ricostruzione, anche senza grandi nomi, per tornare a essere competitivi lanciando i giovani e un nuovo spirito nerazzurro.

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Bersellini cominciò con quel che c’era (non tantissimo) più i primi due acquisti a sua immagine e somiglianza: un ragazzo molto magro e dai grandi numeri, Altobelli, e un jolly totale, Scanziani. Dopo due giornate, giusto per far capire l’andazzo, lanciò in prima squadra il 19enne Baresi. Finì con un quinto posto e vincendo in rimonta la Coppa Italia con il Napoli, all’Olimpico, una finale che la Rai manco trasmise in diretta: gol di Restelli pareggiato da Spillo, risolve Bini che la mette a tre minuti dalla fine. Per noi il primo titolo dopo sette anni. Pochi giorni dopo inizieranno i Mondiali di Argentina: ci andrà un solo interista, per dire com’eravamo messi (Bordon, portiere di riserva).

L’anno dopo la triade Bersellini-Beltrami-Mazzola completa la rifondazione, pescando ancora in provincia e nel vivaio: arrivano Beccalossi e Pasinato, la coppia Altobelli-Muraro affila le punte. Ma sarà una stagione difficile: quarti in campionato (colpa anche delle tre sconfitte nelle ultime tre giornate), eliminati ai quarti di finale in Coppa delle Coppe dal Beveren e in Coppa Italia dalla Juve. Mentre l’altra metà di Milano, nel salutare Rivera, festeggia ahinoi lo scudo.

Ma l’Inter di Bersellini aveva preso forma. Quella del campionato 1979/80 è una squadra che ha ormai metabolizzato il credo berselliniano, un calcio poco estetico (a parte il Becca), nuovo, diverso, frenetico, totale, che può permettersi di reggere grazie a una preparazione atletica maniacale rispetto alla media italiana di quei tempi. Nessuna follia sul mercato: al mister basta innestare su un impianto giovane un jolly esperto con molto sale in zucca (Caso) e un centrale di difesa stagionato (Mozzini) con cui dar cambio adeguato a Bini e Canuti. E’ un’Inter fresca, simpatica, molto lombarda, un cocktail di atletismo e di talento. Parte sparata in campionato e in quel magico autunno assesta una spallata a tutto e tutti: nel giro di quindici giorni 2-0 al Milan con la magica doppietta di Beccalossi e 4-0 alla Juve con i gol, tutti nel secondo tempo, di Altobelli (3) e Muraro. Sarà una cavalcata solitaria, con un finale di pura amministrazione di un enorme vantaggio e di un carburante ormai quasi finito. Il gol scudetto (il 27 aprile, terzultima giornata, Inter-Roma 2-2) lo segna Mozzini, a 2′ dal termine, con una ciabattata dal limite nemmeno tirata con il suo piede: un gol enormemente simbolico di cos’era quell’Inter e di cos’era Bersellini.

Io c’ero, seduto sulla gradinata opposta, l’odierno primo blu, un ragazzotto che esulta al suo primo scudetto dal vivo, abbraccia suo zio e gli rompe gli occhiali. Lo zio che oggi compie 90 anni, tu guarda gli scherzi del tempo.

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Niente sarà più come prima. Fu l’ultimo campionato senza stranieri. Fu, soprattutto, il campionato del calcio scommesse, degli arresti a bordo campo, delle maxi squalifiche, del Milan in serie B, della Juve incredibilmente preservata, della verginità perduta di un movimento che si scoprì sporco oltre ogni immaginazione. Uno scandalo che non sfiorò l’Inter e i suoi uomini tutti di un pezzo, da Fraizzoli a Bersellini, personaggi d’altri tempi, sempre e comunque.

Prima di andarsene, dopo cinque anni spesi bene, Bersellini non riuscì più a spingere l’Inter oltre l’aurea mediocritas in campionato (ancora un quarto e un quinto posto), ma arrivò a un passo dalla finale di Coppa dei Campioni (sconfitti nel doppio confronto dal Real) e a vincere un’altra Coppa Italia (contro il Torino) salutandoci alzando un trofeo. Tornerà a Genova a completare il lavoro (una Coppa Italia anche lì), lascerà un gran ricordo di sè anche a Torino sponda granata. A noi lascia quello di uno scudetto strepitoso, vinto contro ogni logica contemporanea sotto la guida di un tipo tosto, grassottello, stempiato e – diremmo oggi – terribilmente cazzuto. La terra (e il prato sopra) le sia lieve, mister.

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gennaio 27, 2015
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Quel biondino coi calzettoni giù

cerilli

Dovessi tenere domani una lezione su “Efficacia di Facebook nelle relazioni del mondo contemporaneo”, cederei probabilmente all’enfasi nel raccontare che un giorno scrivo un post su una partita di Coppa Italia dell’Inter, facendo un ragionamento stralunato sulla gamma degli idoli – dagli idoli duraturi giù giù fino agli idoli di un giorno -, e 24 ore dopo, mentre sono al lavoro, sento “plin!”, apro Fb e vedo che a scrivermi è uno degli idoli in questione.

Beh, la vita non è bella? Franco Cerilli io l’avevo idealmente lasciato là, in mezzo al prato di San Siro, il capello biondo, la testa alta e il calzettone abbassato, e ritrovarlo 40 anni dopo che mi scrive su Facebook (gli ex idoli smanettano su Facebook, ecco, questo bisogna appuntarselo per la lezione) è una di quelle cose che ti fanno andare a casa contento. “Com’è andata?” “Da dio, mi ha scritto Cerilli”.

Cosa mi scrive Cerilli? Ragazzi, è tutta una meravigliosa melassa interista che se Zuckerberg ci avesse intercettato si sarebbe commosso fino alle lacrime e poi ci avrebbe incaricato di tenere – insieme – la lezione su “Efficacia di Facebook nelle relazioni del mondo contemporaneo” in diretta universale con tradizione simultanea, io da Pavia, Cerilli da Chioggia, Zuckerberg da sailcazzo e il mondo attonito ad ascoltare. Cerilli mi ringrazia delle belle parole e di essermi ricordato a distanza di 40 anni di quella partita e, in particolare, della sua partita. Io lo ringrazio di esistere e di aver disputato quella partita, proprio quella, cui ho assistito dai distinti dietro la porta (oggi primo anello blu) seduto tra i miei zii e non so chi altro, abbagliato come tutto lo stadio da quel ragazzotto fenomenale e semisconosciuto che nella sua prima partita da titolare nell’Inter faceva i numeri da palati fini. Il fatto che quella partita sia rimasta un’unica, isolata impresa ha sempre reso mitico, e mistico, quel momento, uno dei più particolari che ho mai vissuto allo stadio. Tu sai chi era Cerilli? No? Io sì.

cerilli5Stagione 1975/75, una delle peggiori del dopoguerra per l’Inter. Arrivammo noni. 30 partite: 10 vinte, 10 pareggiate, 10 perse. 26 gol fatti e 26 subiti. Che cifre precise, nevvero? In compenso, era l’Inter a essere imprecisa. Un’Inter di passaggio, all’esatta metà tra due scudetti distanti nove anni: c’erano Facchetti e Mazzola della Grande Inter, c’erano Boninsegna, Bertini, Vieri (ormai riserva di Bordon) e Giubertoni dello scudetto del 1971, c’erano i giovanissimi Oriali e Bini alle prime prove da titolare verso lo scudetto nel 1980 (esordirono anche Canuti e Muraro, giusto qualche minuto), e poi c’erano un po’ di giocatori che ci siamo dimenticati. Cerilli fu l’unico acquisto di quell’anno in cui Fraizzoli non volle spendere. Il campionato, per dire, iniziò con una sconfitta per 2-0 a Varese, che poi arrivò ultimo. Nelle quattro partite con Milan e Juve abbiamo fatto un punto. Anche nelle quattro partite con Roma e Napoli abbiamo fatto un punto. Ma per due volte, all’andata e al ritorno, prendemmo a pallate la Lazio scudettata. A Roma, il 3 novembre 1974, vincemmo 2-1. A San Siro, il 2 marzo 1975, c’eravamo io e Cerilli e finì 3-1.

Inter: Bordon, Fedele, Scala; Bertini, Facchetti, Bini; Mariani, Mazzola, Boninsegna, Cerilli, Nicoli. All. Suarez

Lazio: Pulici, Ghedin (6′ Petrelli), Martini; Wilson, Oddi, Nanni; Garlaschelli,  Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. All. Maestrelli.

Arbitro: Ciacci.

Reti: 13′ e 63′ Fedele, 88′ Boninsegna (rig.), 90′ Chinaglia.

cerilli3Nel nostro breve scambio di reciproci complimenti su Facebook, in un attimo di lucidità, chiedo a Cerilli se gli andasse di sentirci 5 minuti al telefono per una chiacchierata su quei fottuti vecchi tempi. Ma certo, mi fa Cerilli, segnati il numero. No, dico: Cerilli che mi dà il numero. Altro che Scarlett Johannson: il mio idolo Cerilli! Ci diamo appuntamento per lunedì alle 10,30. Alle 10, 30 minuti e un millesimo di secondo chiamo.

Franco, tu non mi vedi ma sono inginocchiato. Intanto prendo due appunti sul pavimento.

Vai sereno, parliamone.

Mi hai scritto su Fb: sono sorpreso che qualcuno 40 anni dopo si ricordi ancora di me e di quella partita. E io sono sorpreso che tu ti sorprenda.

Beh, ne è passato di tempo… Comunque è un bel ricordo. E sono contento di avere dei bei ricordi, vuol dire che qualcosa ho fatto, no?

Allora, 2 marzo 1975, partitone della madonna, San Siro che intona il coro Cerilli-Cerilli, credo che sia il sogno di qualsiasi uomo da Neanderthal a oggi.

Fu bellissimo, in effetti. Direi i giorni più belli della mia vita, tenendo conto che due giorni dopo, il martedì, il 4 marzo, nacque mia figlia.

Che filotto!

Giorni indimenticabili. Quella partita a San Siro, i complimenti, l’abbraccio dei compagni, i giornalisti che mi cercavano, mi figlia che nasce.

Avessi anche segnato quel gol durante Inter-Lazio, porco cane, sarebbe venuto giù lo stadio.

E io avrei davvero coronato nel modo migliore il momento più incredibile che mi sia mai capitato. Peccato, io ero tutto sinistro e la palla mi capitò sul destro. Vabbe’, mi posso accontentare.

Me lo ricordo, io ero dietro la porta.

Non si può avere tutto, fu fantastico lo stesso.

cerilli2Franco, avevi illuminato San Siro, ti giocavi finalmente la tua chance (ti avevano preso in estate e lì eravamo già a marzo) ma poi le cose non sono andate altrettanto bene.

La domenica successiva c’era il derby e Suarez mi schierò di nuovo titolare. Il problema è che non mi mise nel mio ruolo, là in mezzo, tipo con la Lazio, ma sulla fascia. Dovevo tamponare le discese di Sabadini. Ma tu l’hai presente Sabadini? Un terzinone vecchio stampo, era il doppio di me, correva il doppio di me. Che ci facevo lì a difendere? Sai, poi con il tempo ho ripensato a questa cosa e ho trovato la risposta, forse.

Dimmela, ti prego.

Allora, quando giocavo alla Massese tutte le domeniche ero visionato dalle squadre di serie A. C’era l’osservatore della Fiorentina, c’era quello dell’Inter, e c’era anche quello del Genoa.

Chi era?

Suarez.

Maddai.

Anni dopo venni a sapere che Suarez mi aveva bocciato. Che poi, intendiamoci, fu la mia fortuna: il Genoa lasciò perdere e si fece sotto l’Inter, no? E infatti vado all’Inter, e chi ti trovo come allenatore?

Suarez.

Ecco.

Cioè, insomma, non ti vedeva molto.

Ecco.

E l’anno successivo con Chiappella?

Chiappella era molto legato ai senatori della squadra, la vecchia guardia giocò un’altra stagione da titolare. E poi quell’anno arrivò Marini, titolare anche lui. E arrivò Pavone, titolare anche lui. Insomma, non avevo molto spazio. E quindi l’anno dopo passai al Vicenza.

Dove avresti fatto un secondo posto in campionato, altra tappa fondamentale della carriera. Torniamo all’Inter: cosa ti porti ancora dietro di quei due anni?

Tutto. Fu un momento fondamentale per me, non solo come calciatore ma anche come uomo. Per dire: un giorno andiamo a Fano per un’amichevole. Nello spogliatoio Mazzola si siede accanto a me e mi dice: ragazzo, ricordati che hai addosso la maglia dell’Inter e che devi onorarla sempre, anche se giochi contro una squadra di serie C. Sai, sono cose che poi non ti dimentichi.

Ho conosciuto un tuo compagno di squadra di allora, Roselli, quando ha allenato qui a Pavia. Anche lui arrivava dalla C, anche lui due anni all’Inter e poi via dopo una manciata di presenze. Mi ha detto: peccato, forse ero troppo giovane.

Sì, forse potrei dirlo anch’io, ma di quei due anni non rinnego niente. Mi sono trovato a giocare accanto a miti del calcio, gente che appena qualche mese prima vedevo giusto sull’album della Panini. Una sera, non molto fa, sto guardando la tv con mia moglie e incappo in un programma su Mexico ’70. Resto un po’ lì e poi le dico: ma ti rendi conto che con Mazzola, Facchetti, Boninsegna e Bertini ci ho giocato anch’io?

Hai conservato qualche contatto?

Ogni tanto capita di sentirsi o di incrociarsi da qualche parte. L’ultimo è stato Bonimba, ci siamo telefonati dopo non so quanti anni e mi ha fatto un grandissimo piacere. Che giocatore, ragazzi: in campo era cattivo come una bestia, fuori un uomo di una dolcezza incredibile.

Oggi per chi fai il tifo?

Tutte le mie squadre le ho nel cuore. Inter, Vicenza, Padova, tutte.

Senti, ma quei calzettoni abbassati? L’Inter aveva appena ceduto Corso e tu sembravi il nuovo Corso, uguale uguale.

In realtà il mio era un omaggio a Sivori. Imitavo lui.

Dio mio Franco, non è che per caso sei stato (lampi, rumore di tuoni) juventino?

No no, non ero juventino, ero sivoriano. Tant’è che quando Sivori è andato al Napoli io sono rimasto sivoriano. Per me Omar è stato il più forte di tutti i tempi. L’ho visto per la prima volta allo stadio, ero con mio padre, avrò avuto 12 o 13 anni. Ne fui folgorato. No, dico, vai su Youtube e guarda Sivori. Sì, certo, Pelè, Maradona, Messi, potremmo stare qui a discuterne per settimane, ma il più forte per me era Sivori.

Adesso il calzettone abbassato non esiste più. A me dava sempre un brivido.

Eh, adesso è vietato. Ma allora si poteva. Dicevano che era una sfida: vieni, picchiami, non ho paura di te, non ho nemmeno i parastinchi. In realtà io volevo solo assomigliare a Sivori. Ma già da ragazzo, eh? Un giorno, giocavo a Sottomarina, il presidente mi fa: ehi bambino, tira su le calze, dove cavolo credi di essere? L’ho fatto, poi appena entrato in campo li ho tirati giù”.

cerilli4Franco, e come butta lì a Chioggia? Che fai oggi?

Alleno. Fino a due anni allenavo nei dilettanti, ora mi occupo dei bambini tra i sei e gli otto anni. Mi piace, è bello stare in campo con i bambini.

Non solo perchè sei nonno.

No no, perchè mi piace insegnare come si gioca. Oggi il calcio è troppo fisico, tutti palestrati, la tecnica passa in secondo piano. Hai visto l’Inter col Toro? Si infortunano tutti perchè sono ipersollecitati, c’è un’esasperazione della fisicità che solo in parte comprendo. Il calcio è tecnica”.

Quanto hai ragione.

“Il calcio non è palestra. ‘scolta, il calcio è un’altra cosa”.

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