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Maggio 10, 2019
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Il paradosso di Warwick

Nel 1976 Adriano Panatta trionfò agli Internazionali di Roma battendo Vilas in finale, ma al primo turno rischiò l’impossibile vincendo al tie break del terzo set con Warwick, dopo avergli annullato 11 match point (sei sul 5-2, tre sul 5-4 e gli ultimi due al tie break: stavano 6-4 per Warwick e Panatta fece gli ultimi quattro punti). Il mese dopo vinse il Roland Garros, battendo Borg ai quarti e Salomon in finale, ma superò il primo turno battendo 12-10 al quinto set tale Utka, cui annullò un match point con una veronica.

No, era per dire che le vicende del Liverpool e (soprattutto) del Tottenham, finaliste in Champions dopo un percorso – diciamo così – accidentato, non sono certo un inedito nella storia dello sport. I loro gironi eliminatori (i più duri in assoluto, al limite della crudeltà) sono stati come i primi turni di Panatta: qualificati a parità di differenza reti per numero di gol segnati, è come fossero passati al tie break annullando qualche match point. L’Inter è il Warwick di Roma ’76: ha avuto un’infinità di palle per chiudere la partita e si è suicidata sull’ultima. E il Napoli è l’Utka di Parigi ’76: ad Anfield al 93′ ha avuto con Milik l’occasione di vincere il match, ma l’ha sbagliata.

Se ci aggiungiamo l’Eintracht, cui abbiamo steso un tappeto rosso negli ottavi di Europa League e sconfitto ai rigori in semifinale dal Chelsea, le suggestioni degli incroci del destino con l’Inter sono parecchie. Abbiamo regalato la qualificazione al Tottenham, potevamo esserci noi in finale a Madrid? Abbiamo sbagliato un rigore all’andata con l’Eintracht, potevamo esserci noi a Londra a giocarci la finale ai rigori?

Ehm, no.

Curiosamente, nell’anno in cui siamo tornati in Champions, mai come adesso possiamo dire di avere sperimentato le differenze. Che sono enormi. Poteva l’Inter post-vacanze di Natale (mobbing Perisic, Icardi degradato che sparisce per due mesi e si dà al porno, ecc. ecc.) essere protagonista del percorso del Tottenham cui abbiamo ceduto il posto? Cioè, tipo battere due volte il Dortmund, passare i quarti con il City andando a segnare tre gol a Manchester, e poi fare la pazzesca rimonta con l’Ajax andando a segnarne altri tre ad Amsterdam?

No.

E probabilmente non avrebbe passato nemmeno i quarti di Europa League con il Benfica, per non dire della semifinale con il pur malmostoso Chelsea. Probabilmente non avremmo messo insieme cinque rigoristi nemmeno per tentare la lotteria a Stanford Bridge. Ma questa in fondo era la Coppa di ripiego. Torniamo a quella vera. Nella Champions, dagli ottavi in poi, cosa avrebbe mai potuto fare l’Inter? Non la più che dignitosa Inter autunnale. No, quella delle due partite con l’Eintracht. O quella di Inter-Bologna, o di Cagliari-Inter, o di Inter-Lazio, o di Udinese-Inter?

Le partite che ci sono rimaste negli occhi e nel cuore degli ultimi due mesi di questa folle e meravigliosa Champions 2019 (le quattro pazzesche semifinali, ma anche City-Tottenham, Bayern-Liverpool, Juve-Ajax, Psg-United, Atletico-Juve e – sì, ammettiamolo – Juve-Atletico), parlando di Inter, ci restituiscono solo paragoni impietosi. Nell’anno della Champions riguadagnata, la Champions si è mostrata anche terribilmente distante dai nostri standard. Del resto non puoi pensare, a questi livelli, di stare fuori dai giochi per sette anni e rientrare come se nulla fosse. Questo, ovviamente, al netto delle differenze tecniche tra le rose dei singoli club. Differenze, anche queste, enormi.

L’Inghilterra, dopo anni sincopati, porta quattro club nelle due finali, un record. E nelle quattro – incredibile – non ci sono i due Manchester (passi lo United, stagione un po’ così, ma il City è in testa al campionato con 95 punti). Noi – l’Italia, intendo – quest’anno siamo stati la Juve, che vince il campionato con mille punti di vantaggio ma in Champions tra ottavi e quarti sbaglia completamente tre partite su quattro; la Roma, che non passa gli ottavi con il Porto; Inter e Napoli sfigate al sorteggio e sfigatissime nel verdetto dei gironi, ma poi pessime nell’approccio in Europa League alle prime difficoltà. Un velo pietoso su Milan e Lazio.

Ne dobbiamo mangiare di pastasciutta. Per ora, da calciofili, nell’inquieta attesa di Inter-Chievo (sì, proprio così: l’inquieta attesa di Inter-Chievo), godiamoci la bellezza altrui. La bellezza, la tecnica, l’intensità, la voglia, la fame, le palle, le gigantesche palle altrui. Tipo il Liverpool che ne fa 4 al Barcellona senza Salah, o tipo il Tottenham che ne fa tre all’Ajax senza Kane. Cioè, sarebbe come se noi giocassimo le partite più importanti e più impossibili della stagione senza Icardi*.

(*adoro chiudere i pezzi buttando lì un tema che fa incazzare).

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Dicembre 12, 2018
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Oltre

Nella mia personalissima tabella-qualificazione, avevo sfrondato tutte le possibilità secondarie e mi ero prefigurato due soli scenari per la sesta e ultima giornata del gironcino di Champions: 1) vinciamo, il Tottenham non vince a Barcellona, e quindi passiamo il turno; 2) vinciamo, ma vince anche il Tottenham e quindi pazienza, bravi, abbiamo fatto il nostro, usciamo alla pari con la seconda per una fottuta questione di gol facendo 10 punti in un girone del genere, sono triste, devastato ma orgoglioso e perciò lo accetto. Non mi ero nemmeno posto il problema che con il Psv si potesse non vincere – il Psv matematicamente quarto, eliminato e senza alcun obiettivo che non fosse quello di fare la sua dignitosa figura. Non me l’ero nemmeno posto dopo un quarto d’ora – palo per noi, gol loro, che sfiga, ma adesso li riprendiamo, che ci vorrà mai?, e poi il Tottenham sta pure perdendo, forza. Dopo mezz’ora invece ero disperato sul divano, perchè era evidente che stavamo facendo una partita di pessimo profilo, in preda all’agitazione, un’agitazione che era anche quella di dar via veloce la palla a un compagno a caso sperando che ce l’avesse lui, un’idea (ma nessuno ne aveva una), e con alcuni uomini che non giustificavano la loro presenza in campo e forse nemmeno nell’Inter in senso lato. Ho stancamente ripreso a smadonnare a secondo tempo inoltrato (quando almeno avevamo ricominciato a tirare, un barlume di lucidità, tirando può anche essere che si segni), sono imploso al gol del Capitano e poi mi sono afflosciato quando, poco dopo, ho visto la squadra fare melina a centrocampo invece di cercare il gol-sicurezza, un tiki-taka funebre che ha coinciso col pareggio del Tottenham – il minimo che potesse capitare – e allora giù, all’assalto, sperando nella garra charrua, nel caso, nel culo. Non va sempre bene. Sipario.

E noi, noi tifosotti?

Punto primo: non ci si può negare il diritto di esseremolto delusi e incazzati, perchè l’Inter ieri sera ha fatto una partita molto deludente che ci ha fatto, appunto, molto incazzare. E’ una situazione oggettiva, non è pianginismo, severgninismo, bertolismo, disfattismo, non è niente di tutto questo. E’ che butti nel cesso un sogno (magari a breve termine, ma chi se ne frega) insieme a un’opportunità servita su un piatto d’argento, quella di vincere una partita (non contro Barcellona, Real, City, no, in casa contro il Psv già eliminato) e di dare un significato a tutta una stagione. Adesso sei fuori dalla Champions e quel che è peggio fai sbiadire i ricordi epici di Lazio-Inter e Inter-Tottenham, che davano a tutti noi l’immagine nitida di una squadra imperfetta ma pazza e con i controcoglioni. Erano due ricordi Champions. E invece guarda che sfacelo concettuale, che merda.

Punto secondo: adesso però facciamo tutti un bello sforzo – noi e la società, la squadra, l’universo Inter – e guardiamo oltre. Abbiamo trascorso una nottata a twittare su quanto è perdente Spalletti, su quanto fa schifo Perisic, su quanto è finito Nainggolan eccetera eccetera. Ecco, va bene tutto, ci siamo sfogati?, prendiamo atto e mettiamoci un punto. Un punto e virgola, almeno. Non è accettabile – dall’ultimo dei tifosotti in su – dire che “come ogni anno la nostra stagione finisce a dicembre”. Non è vero. La nostra stagione – la seconda parte, almeno – inizia tra tre giorni, ore 18, stadio Meazza, Inter-Udinese. Non è finito un cazzo a dicembre, se non la nostra Champions suicida. C’è da arrivare almeno quarti in campionato (e se ce l’abbiamo fatta l’anno scorso, sant’iddio…), c’è da andare avanti il più possibile nei giovedì di Europa League (o preferite Masterchef?), c’è da vincere (da vincere, punto) la Coppa Italia. C’è un sacco di roba da fare, se lo vogliamo almeno un po’. Se ci verrà il magone a sentire la musichetta suonare per gli altri, è solo per colpa nostra. Ma non continuiamo la nostra stagione a piagnucolare come sciampiste davanti a Beautiful. Il famigerato “percorso di crescita” non è solo questione di musichetta. E’ anche dimostrare la dignità, l’orgoglio, la forza di andare oltre ogni inciampo. Sennò cambiamo nome, e confondiamoci nel gruppo.

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Novembre 27, 2016
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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella.  E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno  13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol,  partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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Agosto 9, 2014
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Wikisector (tutto quello che avreste voluto sapere sull’Ungmennafélagið Stjarnan e non avete mai osato chiedere)

Un blog che si rispetti non deve mai perdere l’occasione di fare divulgazione, e quindi se l’Inter viene sorteggiata in Europa League con l’Ungmennafélagið Stjarnan io mi ci tuffo a pesce come se a Piero Angela portassero le prove di un asteroide non ancora classificato. Di questo Ungmennafélagið Stjarnan si sa solo che i giocatori fanno i fenomeni quando fanno gol, e ognuno di voi – sì, di voi, sì – avrà trascorso il pomeriggio a vedere le spettacolari esultanze su YouTube e avrà condiviso il video su Facebook eccetera eccetera. E quindi? Avete la coscienza a posto? No, dico: a parte queste buffonate (solo la cattura del salmone e il tizio che caga nel cesso sono esultanze degne di nota), sì insomma, per il resto, che cazzo ne sapete voi dell’Ungmennafélagið Stjarnan e della sua città, Garðabær, e di come si scrive e di come si pronuncia con tutti questi geroglifici danesi messi lì apparentemente a caso?

(per come si scrive ho fatto copincolla su Wikipedia. Per come si pronuncia, non ne ho la più pallida idea. Secondo me bisogna improvvisare, ci si mangia una vocale a caso e si strascica una consonante a caso, e più o meno si dirà così, gherobeer, vabbè, ma non è importante, è solo per fare una certa figura in società lasciando supporre che si mastichi qualcosa di islandese)

Garðabær (is. Garðahreppur) è un comune islandese della regione di Höfuðborgarsvæðið. La combinazione comune-regione ha il record mondiale di geroglifici del cazzo per numero di lettere normali. A tutto il 2007 la sua popolazione era di 10.000 abitanti. Dal 2007, essendo assai noioso mettersi lì a contare la popolazione di Garðabær (is. Garðahreppur), i demografi islandesi vanno a spanne. Secondo gli ultimi dati, saranno più o meno 10.900. La densità (concentrazione di abitanti per chilometro quadrato) è di 153,65. Per darvi un’idea, Rozzano ha 3445,20 e Tokyo 6941,40. Quindi si sta larghi, a Garðabær (is. Garðahreppur).

Nel comune, continua Wikipedia, ha sede uno studio televisivo di 5067 m², che contiene una delle strutture più avanzate d’Europa per l’HDTV (la cosa curiosa è che il comune stesso, o forse l’Islanda stessa non è molto più larga di 5067 m²) . Inoltre a  Garðabær si trova l’unico negozio Ikea in Islanda. Questa è un’informazione più interessante. E’ assai probabile, date le dimensioni di Garðabær, che mezza squadra e mezza tifoseria abbiano stretti rapporti con l’Ikea: tipo che ci vanno o ci lavorano o ci sono dei familiari o degli amici che ci lavorano. Del resto la vicinanza con l’Ikea è testimoniata da alcuni particolari: 1) nello stemma societario nel 2004 è stata introdotta una piccola brugola; 2) nella sede societaria gli antichi mobili islandesi sono stati sostituiti con divani Klippan e librerie Expedit; 3) durante una partita con il Kravstjallunszellung i giocatori hanno presentato un’esultanza particolare – dopo il gol hanno montato dietro la porta una cucina Nexus/Factum – che, protrattasi per 45 minuti, ha causato l’ammonizione di tutti gli 11 uomini in campo.

In origine, quando l’Islanda venne colonizzata nel IX secolo, sull’area dell’odierna Garðabær erano presenti due fattorie. I loro nomi erano Vífilsstaðir e Skúlastaðir. Vífilsstaðir prendeva il nome da Vífill, un ex schiavo di Ingólfur Arnarson, il primo colonizzatore dell’Islanda. Skúlastaðir prendeva il nome da Skùla, la protagonista di un vecchio fumetto porno che veniva venduto in accoppiata con Laaandoo.

Ci sono molte riserve naturali nella regione dell’Höfuðborgarsvæðið. Il paesaggio, indipendentemente dal punto di Garðabær in cui lo si guarda, è suggestivo: ad ovest è infatti possibile ammirare il ghiacciaio Snæfellsjökull, mentre verso nord si può avere una buona vista di Kópavogur, Reykjavik e, sullo sfondo, della catena montuosa Esja. In breve, ci si rompe i coglioni molto in fretta. Per questo gli abitanti di Garðabær si sono appassionati al calcio. L’Ungmennafélagið Stjarnan è stata fondata nel 1960. E’ stata promossa per due volte in serie A (o come cavolo si chiamerà), la prima volta nel 1989 (vincendo il campionato di B) e la seconda volta nel 2008 (arrivando seconda). Quello con l’Inter sarà il quarto turno di preliminare per loro: cioè scusa, da quanto cazzo stanno giocando, da maggio? Hanno vinto due volte 4-0 col Bangor City (pensavo fosse una squadra indiana, invece è del Galles) (anche perchè cosa ci farebbe una squadra indiana in Europa League?), poi hanno buttato fuori il Motherwell (2-2 in casa e 3-2 in Scozia, dove hanno esultato bevendo whisky e molestando una steward) e infine il Lech Poznan (1-0, 0-0),  una delle nostre squadre del cuore da quando recentissimamente ha eliminato quegli sfigati della Juve in Europa League. Tutto questo ci deve indurre alla massima prudenza: stanno giocando da mesi e hanno inculato il Leh Poznan, quindi occhio. Il loro stadio è lo Stjörnuvöllur che può ospitare circa 1000 spettatori, cioè un decimo della popolazione, o un quinto dei clienti dell’Ikea. Col piffero che giocheremo lì, figuriamoci, 1000 spettatori, tzè. In occasione dell’incontro con i pittoreschi islandesi, anche l’Inter ha preparato un’esultanza particolare in occasione dei gol: Osvaldo spaccherà la faccia a M’Vila, Medel e Icardi.

islandesi

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