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Novembre 26, 2020
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Triste, solitario (non final)

Nel giorno in cui muore Maradona, cioè il calcio, era dura immaginarsi qualcosa che potesse competere in tristezza, ma noi ci siamo impegnati e ce l’abbiamo fatta. Non c’è paragone tra i due lutti, per carità, ma forse (perché non c’è nulla di meno definitivo del calcio giocato e da giocare) stasera è morta anche l’Inter di Conte, quella che doveva essere la non-pazza Inter (perchè volerci snaturare fino a quel punto?) e oggi, per rimanere alle patologie mentali, è una depressa Inter, prigioniera degli schemi e delle paturnie del suo allenatore, soprattutto della sua tristezza attuale, una palese infelicità, in questo legame senza senso tra datore di lavoro e strapagato dipendente che si regge solo sui soldi, una questione di vil denaro e di pelosa convenienza contabile di cui a noi non frega un cazzo – tranne il fatto di esserci dentro fino al collo.

Non c’entra la gobbitudine (qui scrive uno zuzzurellone che sin dall’inizio ha dichiarato che non sarebbe stata un problema, di fronte a un bene e a una missione superiore), c’entra che ormai è tutto piuttosto e drammaticamente chiaro: siamo nel gorgo di un allenatore che non prende più decisioni giuste manco per sbaglio e di una squadra che moralmente ha smesso di seguirlo.

Una squadra che si mette a giocare se va sotto di due gol o se rimane in dieci, perchè prima, secondo i piani prestabiliti, nessuno ha più voglia di metterci testa, gambe e palle di default. E un allenatore che ha smesso di stare antipatico, ha smesso di rompere i coglioni, ha smesso di trasfigurarsi, ha smesso di spremere rape. Un allenatore ha cercato di farsi esonerare due volte, non riuscendoci. E che ha cercato di transare, non riuscendoci. E’ ormai da qualche mese l’allenatore reluctant della non-pazza Inter. E’ un disastro, amici miei.

Conte non è più sopportabile così. E’ uno che si è ridotto a fare entrare Eriksen all’88esimo, come fosse un Pinamonti o un Esposito, perchè gli sta sul cazzo dal primo giorno che gli hanno detto che sarebbe arrivato, tanto da non essersi mai preoccupato di utilizzarlo al meglio. E’ stata una cosa da sfigato, queste ripicchette tra milionari fanno stracagare, queste umiliazioni in Eurovisione non sono accettabili. Certamente è arrivato all’88esimo con le palle girate, Conte, nella serata del tradimento definitivo di Vidal, l’uomo che ha inseguito per due mercati e guarda te cosa gli (ci) combina. Ma tra uomini di sport bisogna essere più seri nei momenti difficili. Hai il quinto cambio, all’88esimo di una partita irrimediabile? Piuttosto metti Padelli al posto di Lukaku, non Eriksen. Ma perché, cosa ti ha fatto?

E per quanto andremo avanti? Suning ha le sue ragioni, i soldi per l’esonero più oneroso della storia non ce li mettiamo noi ma loro. Ma io a uno così – così com’è oggi, che manco si fa più la barba – gli minerei l’autostima, cacciandolo e richiamando Spalletti, già a libro paga, una roba un po’ alla Preziosi, un po’ da squadretta pericolante, ma che liberazione sarebbe per tutti (anche per lui, così attaccato all’orgoglio e alla buonuscita). Invece siamo qui, nè carne nè pesce, in bilico tra duemila dubbi in una stagione in cui sarebbe bastato essere l’Inter dell’anno scorso. Siamo qui a sperare in un miracolo in Champions, se vinciamo le prossime due. Solo che purtroppo in Champions abbiamo perso 7 delle ultime 14 partite, un’altra statistica che ci inchioda e che ci dice che no, non siamo propriamente una grande squadra.

Ci vorrebbe un’altra situazione, un’altra motivazione, un’altra immagine di questa Inter. Ci vorrebbero occhi di tigre invece di questi sguardi smarriti. Era meglio pazzi che impanicati. Invece eccoci qui, ognuno ad aspettare che si muova qualcosa. Ma se Conte non lascia libera la sua sedia è probabile che non accada niente che (sospiro) ci cambi davvero la vita.

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Novembre 22, 2020
di settore
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Barba non facit allenatorem

Conte non si è nemmeno fatto la barba. E mica solo lui. Tutta l’Inter per un’ora è sembrata un Conte con la barba di due giorni, reduce da un paio di notti agitate, o semplicemente preda di quello spleen mattutino da giornata uggiosa, quando fai fatica ad alzarti, fai fatica a farti la doccia e, soprattutto, fai fatica a farti la barba. Ti guardi allo specchio, scruti le tue occhiaie, guardi la tua barba di due giorni e dici:

“Fanculo”

e dopo vaghi pensieri di morte cerchi di convincerti che con la barba di due giorni non sei poi così male, in fondo va un po’ di moda, non casca il mondo se non te la fai, ti dà quell’aria un po’ vissuta, un po’ stropicciata, un po’ Conte con la barba, simbolo del suo tormento, un milione al mese per cercare di vincere uno scudetto e una Champions League prendendo due gol a partita e vivere infelice, con la barba lunga e la faccia di chi non si sarebbe alzato per vedersi Inter-Torino nemmeno gratis da bordo campo per poi ricordarsi che l’allenatore è lui, e al limite per guadagnare dieci minuti di serenità prima di uscire non si fa la barba.

La prima ora di Inter-Torino è stata molto brutta. Contro una delle più assurde squadre del campionato, priva oltretutto del suo uomo migliore, ci siamo fatti allegramente prendere a pallate. Reduci da una vittoria in otto partite, più fuori che dentro in Champions, più brutti che belli in campionato, ci ripresentiamo impresentabili dopo la sosta per le nazionali come se sostanzialmente non ci interessasse nulla: il Torino, il campionato, l’amor proprio, la barba. Per svegliarci dobbiamo andare sotto 0-2 con mezz’ora da giocare, e lì – considerando che giochiamo contro quasi nessuno – ne mettiamo quattro e via, tutto è bene quel che finisce bene.

C’è una chiave molto banale e sicuramente verosimile per decrittare questa partita: con nove partite da giocare nei 30 giorni che verranno, e soprattutto a tre giorni dalla partita con il Real che al 90 per cento deciderà il nostro destino in Europa, bisogna che ci abituiamo al turn over e agli sbalzi di rendimento. Certo, sapere che un ciclo spaventoso di 10 partite in 33 giorni inizia con 62 minuti allucinanti con il Torino, beh, qualche dubbio sul nostro futuro lo legittima. E nessuno di questi dubbi è inedito (eufemismo). I giocatori si rendono conto della situazione? E l’allenatore è del tutto dentro il progetto – il suo, il nostro – o lascia parlare la sua faccia di oggi, con la barba di uno che non voglia di farsi la barba (figurarsi sbattersi per una causa che non lo prende più di tanto)?

Ormai giubilato Eriksen senza praticamenter averci mai creduto – comunque sia, uno spreco senza precedenti -, restiamo un cantiere aperto quando pensavamo tutti che la conferma di un top-allenatore inviso a mazza tifoseria fosse di per sè la base sicura per un fulgido avvenire. Domani mattina va a finire che la barba non me la farò nemmeno io. E avanti di questo passo avremo tutti delle facce orribili, tipo quegli allenatori che prendono due gol fissi a partita e per vincere devono farne sempre tre o quattro, una vitaccia di merda che non faremmo manco per un milione al mese.

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Novembre 8, 2020
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Una su otto

Delle ultime otto partite (5 in campionato e 3 in Champions), giocate in 35 giorni, l’Inter ne ha vinta una (2-0 fuori casa con il Genoa), pareggiate cinque e perse due. In estrema sintesi: non meritavamo di perdere le due che abbiamo perso, ci è andato stretto il pari nelle cinque che abbiamo pareggiato (in alcuni casi, meritavamo proprio di vincere), se non per rarissimi spezzoni di partita ci siamo trovati sotto nel gioco, e però è andata così. Rispetto alle nostre ultime medie abbiamo preso un sacco di gol e quasi tutti su azione, e ne abbiamo segnato una miseria rispetto al cumulo delle occasioni create. Che si tratti di segnare il gol sicurezza o di non prendere il gol inculata, abbiamo perso totalmente la confidenza con il concetto di “chiudere la partita”.

Tutto, in questa strana Inter di questo periodo di merda, è leggibile in vari modi. Una vittoria nelle ultime otto partite è un bilancio in rossissimo, ma nelle otto partite in questione hai giocato con Lazio (fuori), Milan, Atalanta (fuori) e tre volte in Champions (due fuori) (sempre se ha senso con gli stadi vuoti parlare di casa e fuori): insomma, non proprio un ciclo tranquillo. Che la partita la faccia quasi costantemente tu, è certamente un bene. Che non la chiudi mai, ma proprio mai, è invece una cosa che ormai sfiora l’inconcepibile. Quando Conte dice che “finchè si gioca in questa maniera” non c’è da preoccuparsi, a 31 giornate dalla fine del campionato può anche avere ragione. Però, a giocare in questa maniera (quale, poi? dominare e non vincere mai?), ci siamo probabilmente fottuti la Champions, ancora recuperabile ma senza possibilità di altri passi falsi. E noi, nelle ultime otto partite, di passi falsi ne abbiamo fatti sette.

Certo, la sfortuna, certo, gli arbitri… E poi gli stadi vuoti, il Covid, le convocazioni nelle nazionali… le altre grandi hanno gli stessi problemi (magari non gli arbitri e la sfortuna, gli altri sì), i tamponi non li fanno solo a noi. E noi “grandi” non lo siamo per niente, perchè le sei partite importanti di questo ciclo di otto non le abbiamo vinte, nemmeno una, producendo sempre tanto e raccogliendo sempre poco, o zero. Non si capisce bene quale pressione stia patendo la squadra: voglio dire, dalla tribuna rossa o arancione non brontola nessuno. Ma dopo le (brevissime) vacanze siamo un disastro: dal computo delle partite ne mancano solo due, le prime due, entrambe vinte, miracolosamente quella con la Fiorentina, ordinariamente quella col Benevento (cinque gol subiti in tutto, tutti su azione). E non è un volere ma non potere, è il contrario: noi possiamo tanto, forse tutto, ma non vogliamo.

Il nostro simpatico Conte ha appena dato dell’ubriaco a chi lo critica e lo vede moscio. E vabbe’, la grinta gli viene fuori a spot, non incide ma fa il permaloso (sospiro). Poi ha detto una cosa interessante: io le partite le preparo, poi però non vado in campo e le situazioni le devono risolvere i giocatori. Beh, non ci deve più essere tutto quel feeling con lo spogliatoio. Eriksen non lo ha fatto nemmeno scaldare. E noi qui, a non capire se questa squadra può vincere tutto o se è già iniziata la dismissione. Sogniamo lo scudetto e, guardando il calendario, ci accorgiamo che è novembre e, come tante volte in tempi recenti, quando è tornata l’ora solare e l’autunno volge verso l’inverno ci trema già la sedia sotto il culo.

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Ottobre 28, 2020
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Questi siamo noi

Tutto in una notte. Nel senso che non ci poteva essere una partita più rappresentativa di cosa è l’Inter oggi, alla fine di ottobre di questa merda di periodo. Più che una partita di Champions sembrava un trailer, o uno di quei filmati corporate, quei video che proiettano all’inizio e poi ti danno il dvd con la cartella stampa quando esci. “Oppure lo puoi scaricare a questo link”. “Grazie!”.

Andiamo per ordine. Intanto, il primo tempo è stato molto buono. Due traverse, tante occasioni, tanto possesso, tanto gioco, tanto tutto. Non a livelli stratosferici, ma quanto sarebbe bastato per andarsi a bere un tè sul 2-0 e nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi. E saremmo primi nel girone, per dire.

Ok, proseguiamo con le cose belle. Non abbiamo preso gol. Vabbe’, per gran parte della partita quelli non li abbiamo visti avvicinarsi nemmeno alla tre quarti. Diciamo che fa testo, ok, è pur sempre una trasferta di Champions, ma fino a un certo punto. Ok, altra cosa bella… Ecco… allora…

Niente.

Passiamo alle cose brutte. Intanto, non abbiamo segnato. Ora, senza tirare un ballo Romelu, che Iddio ce lo conservi, la capacità offensiva del resto della truppa è un pianto: nel secondo tempo siamo stati irritanti, scelte sempre sbagliate, decine di palloni buttati nel cesso. E’ una squadra tanto potenzialmente forte quanto attualmente frenata dall’incertezza, qualche volta divorata dall’ansia. Come sia uscito un secondo tempo così orribile – al netto di un rigore negato, che sarebbe stato comunque un episodio – dopo un primo tempo tanto promettente, boh, è un mistero. Oppure, paradossalmente, è molto chiaro: non siamo tranquilli, non abbiamo confidence, ma neanche un po’. I giocatori si trasmettono l’un l’altro una dose di panico più ci si avvicina all’area avversaria. Sembra di vedere i ragazzini che giocano a “suora tua senza ritorno”.

A questo punto, penso a Conte. Ma non era il re dei motivatori? Lo spremitore di sangue dalle rape? Il creatore di progetti vincenti anche contro le evidenze? Le sue conferenze stampa stanno diventando sempre più inverosimili. L’uomo che digrignava i denti e replicava scocciato a qualunque critica non necessariamente fuori luogo adesso è sempre sereno, sempre contento, sempre soddisfatto, la squadra lavora, la squadra cresce, non posso dire niente ai ragazzi, ho visto tante cose buone. Che ti verrebbe voglia di alzarti dal fondo della sala e dire “Scusi, mi fa l’elenco dettagliato delle cose buone del secondo tempo?”, ma lo sai che sei sul divano e tieni la domanda per te

Siamo stati sfortunati, il primo tempo poteva finire diversamente e adesso saremmo forse qui a dire che siamo andati là per vincere e lo abbiamo fatto, come succede alle grandi squadre. Ma non è successo, e peccato per il concetto di “grande squadra” che ci sfugge sempre appena ci avviciniamo, zac!, come il codino delle giostre. Siamo stati sfortunati e prima o poi ‘sta cazzo di ruota magari girerà, la legge dei grandi numeri è dalla nostra parte. Però non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui tireremo due centimetri più sotto, o qualche stinco ci rimetterà in gioco, o troveremo arbitri migliori.

Vorrei discutere davanti a una birra con Conte delle sue mosse, ma purtroppo i bar chiudono alle 18. Quando c’è da cambiare la partita, quando c’è da dare una mossa alla truppa, una rimescolata alle carte, Conte sceglie spesso l’opzione più farlocca. Come si possa pensare di essere più pericolosi togliendo Lautaro e mettendo Perisic, boh, è troppo difficile per me. E se vuoi minimamente provare a vincere una partita, hai Eriksen in panchina e lo metti all’80’, beh, stai solo restringendo il campo di una possibile chance, oltre a perdere un giocatore già un po’ perso di suo. Ma chi non sarebbe un po’ confuso e demotivato in questa Inter condotta da un allenatore dai princìpi incorruttibili e dal sorriso sospetto? Sa qualcosa che noi non sappiamo?

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Giugno 15, 2020
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Quelli che il Co-lcio (de insopportabilitate sprecorum)

Oggi, che è lunedì, si capisce già meglio la differenza. Cioè, se sabato sera avessimo passato il turno (un’impresa che, abbiamo visto, si poteva fare con una gamba sola), oggi staremmo aspettando una finale con la Juve. Lo spreco, col passare delle ore, sta diventando una roba insopportabile. Una finale con la Juve, buttata nel cesso un po’ così, un po’ credendoci e un po’ no, un po’ provandoci e ogni tanto distraendosi. Oggi, dopo una domenica di dolce riposo, saremmo all’antivigilia di una finale di Coppa Italia con la Juve, staremmo aspettando partita con la Juve con una coppa in palio, una roba fighissima dopo tre mesi di merda a non-pensare al calcio e a dimenticarsi come avevamo fatto a sprofondare così in classifica dopo aver rispirato aria purissima.

No, guarda, quasi non ci credo. Ce la potevamo fare e non ce l’abbiamo fatta. Sabato sera, a partita finita, ero normalmente deluso: “E vabbe’, niente, amen”. Oggi mi girano i coglioni. Domani sembreranno pale di ventilatore, mercoledì decollerò in verticale come un elicottero mentre scenderà in campo il Napoli al posto nostro. Che ce la saremmo potuti vedere con la Juve, e invece no, niente.

Per il resto, il ritorno al calcio è fotografato bene da audience mostruose e partite poco mostruose. Ne avevamo voglia, noi. Ma loro ne hanno voglia? Sono pronti? Delle prime due, più delle prodezze (Ospina, purtroppo, e poco altro) mi ricordo le cagate: CR7 che sbaglia un rigore (non ho letto speciali sulla Gazza sui rigori non entrati per un pelo), Bruce Rebic Lee che tenta invano un omicidio, Sven Goran Eriksen che segna direttamente da calcio d’angolo (bravo Ospina), noi che prendiamo un gol da rinvio del portiere (sempre Ospina) (Pallone d’Oro a Ospina?) con NESSUNO al posto giusto.

Per me, questo resta un altro calcio. O una versione diversa di un certo sport, tipo i Gran premi quando piove, le tappe del Giro quando nevica, le partite di tennis quando tira vento, gli arbitraggi quando c’è la Juve. Chiamarlo Co-lcio (Calcio Covid) è offensivo, ma il concetto è quello. Senza pubblico, senza pathos, senza orari, è un’altra cosa. In fondo, non mi dispiace. Da tifosotto fesso e appassionato cercherò di non perdermi nulla. Ma quando mi perderò qualcosa tirerò un sospiro e mi dirò: e vabbe’, chi se ne frega.

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Febbraio 17, 2020
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Male, non malissimo

All’Olimpico si affrontavano due squadre che non perdevano in campionato da 18 e da 16 partite, è stata un gran bella partita ed è finita in maniera un po’ random, cioè dove la pallina della roulette si è fermata dopo essere rotolata un po’ di qua e un po’ di là. Non c’è nulla di cui disperarsi. Il triello Juve-Lazio-Inter non finisce qui, però questa serata si presta a un bel po’ di interpretazioni e considerazioni, non tutte rassicuranti.

Ciclo di ferro. Il ciclo di ferro dell’Inter – 9 partite in 29 giorni – comincia con una vittoria e due sconfitte consecutive. Maluccio, cioè. Di queste tre partite ci restano due tempi scintillanti (il secondo con il Milan, il primo con la Lazio) e quattro più o meno mosci. Rispetto a soli otto giorni fa abbiamo perso due posizioni in campionato e siamo con un piede fuori dalla Coppa Italia. Non benissimo. Per carità, restano 14 partite di campionato e la Lazio – se esiste una legge di compensazione fisica, o il karma – prima o poi pagherà pegno. Ma intanto noi adesso inseguiamo, ne abbiamo due davanti e tra due settimane si va a Torino.

Black out. Conte si è incazzato per quei passaggi a vuoto che ci sono costati la partita, per i due gol regalati, per l’incapacità di gestire un prezioso vantaggio (già amaramente vista, rimanendo a partite-chiave, a Barcellona e Dortmund, oltre che nel meno prestigioso ma comunque doloroso ciclo dei pareggini). Tutto vero. Però qualche scelta diversa non la si potrebbe fare? Io voglio bene a Skriniar come fosse mio cugino, ma sta giocando una stagione disastrosa rispetto agli standard cui ci aveva abituato: deve giocare sempre? Ed Eriksen, invece, continuiamo a giocarcelo nell’ultimo quarto d’ora, al netto dei suoi presunti problemi di inserimento (o la sua presenza implica un cambiamento troppo invasivo per il talebano Conte)? Ce lo giochiamo negli ultimi 15 minuti anche dopo aver tirato nello specchio due volte nei precedenti 75?

Il futuro. Seconda sconfitta in campionato, a metà febbraio (due sconfitte in quasi sei mesi, astenersi disfattisti). Abbiamo perso con le due squadre che ci precedono, una circostanza coerente con i valori del campionato e al contempo un po’ inquietante (saremo mica più deboli?). La corsa scudetto non deve finire qua. Abbiamo davanti un’ottima Lazio che sta procedendo a un ritmo infernale e un po’ oltre le speranze e le possibilità: se continua così, chapeau; più realisticamente, è lecito pensare che prima o poi il meccanismo – anche del culo – si inceppi (a loro favore gioca il fatto di non avere più impegni di coppa). E abbiamo davanti la Juve, una squadra tanto forte quanto spesso inguardabile, alle prese con problemi di spogliatoio non del tutto consueti da quelle parti. I gobbi restano favoriti, ma se fossi nella Lazio e nell’Inter non lascerei nulla d’intentato: le crepe ci sono, bisogna essere pronti ad approfittarne.

E noi? E noi adesso dobbiamo cambiare passo. Il ciclo di ferro è iniziato con tre punti in tre partite, una media salvezza. E invece dobbiamo vincere lo scudetto. In una sera resa amara dalla sconfitta io non ho perso un briciolo di speranza. C’è tempo per recuperare punti, forze, convinzione, cazzimma. Certo, non dobbiamo più sbagliare, ma l’Inter del primo tempo con la Lazio non deve temere niente e nessuno. Quella del secondo tempo invece è da prendere a calci in culo, ma a quello spero ci pensi il mister: 11 milioni non glieli danno mica per altro.

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Febbraio 12, 2020
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La punizione di Eriksen (l’avesse tirata Ronaldo)

Se la punizione di Eriksen nel derby l’avesse tirata Cristiano Ronaldo, alla Gazzetta sarebbe successo questo:

FASE 1. ALLARME ROSSO

Il caporedattore convoca la task force CR7 composta da un titolista, uno statistico, un fisico, un laureato in scienze motorie, un aedo (in caso di assenza/ferie, un rapsode), un esperto di gossip. La task force agisce nell’immediato e imposta anche il lavoro per i due giorni a venire. Il caporedattore assegna il tema: “CR7 ha preso l’incrocio dei pali (brusio di disapprovazione) ma è stato il più bell’incrocio dei pali di sempre (applausi)“. Ok, al lavoro!

FASE 2. IL TITOLO

Per la Gazza è il momento più delicato della serata, perchè d’intesa con il grafico si deve disegnare immediatamente la prima pagina cercando di non ripetersi con le circa 500 prime pagine già dedicate a Cristiano Ronaldo dal luglio 2018 a oggi. Il caporedattore mette una mano sulla spalla del titolista che sta cercando la miglior concentrazione. “Dunque, CR7, la punizione, l’incrocio dei pali, fammi pensare…” Il titolo gli viene subito: “CR AL SETTE”. Il caporedattore lo bacia in fronte, il grafico inizia a elaborare la prima: CR7 vestito da uomo cannone si protende verso l’incrocio dei pali, raffigurato come una capitello corinzio che si sgretola.

FASE 3. L’AEDO (o il RAPSODE, all’occorrenza)

La cronaca della partita passa in secondo piano di fronte alla nuova impresa di CR7, l’incrocio dei pali più bello di sempre. In 30 righe, impaginate a parte, il cantore descrive il gesto del campione: “Il muscolo guizza quando il cervello dà l’impulso, dal garretto tornito e bronzeo si sprigiona la potenza e il dardo è scoccato…” (il trucco del mestiere del cantore è: sparala più grossa che puoi, ma usa un italiano desueto e ogni dieci parole infilaci un “guizza”, “bronzeo”, “dardo”, robe così)

FASE 4. L’ESPERTO DI GOSSIP

L’esperto di gossip può agire nell’immediato o anche il giorno successivo, scrive cose superflue che saranno tra le più lette, e nessuno le contesterà mai se saranno simpatiche e positive. Ergo: chiama la sua fonte – l’amministratore di condominio del fruttivendolo del cugino dell’agente di CR7 -, si fa dire due parole e scrive con perizia cose inconfutabili, del tipo “Georgina ha esultato dal divano di casa, mandando baci verso il televisore” e “CR7 junior, palleggiando sul tappeto, ha urlato Siuuuuuuu papà!”. Con un abile ritaglio, l’esperto di gossip ricava da una foto di famiglia del Natale 2018 un particolare dello stipite della porta del soggiorno di casa CR7, “l’incrocio dei pali sotto il quale spesso si bacia con Georgina”.

FASE 5. LO STATISTICO

E’ il compito più difficile e ingrato. Lo statistico ha davanti solo una ventina di ore per trovare quale nuovo record può avere infranto stavolta CR7, operazione che spesso richiede una notte insonne con cui verrà ricompensato con due giorni di riposo, come gli infermieri professionali. Il lavoro porta quasi sempre a molteplici spunti, alcuni da usare subito e altri da tenere disposizione in caso di nuove imprese (quindi per la partita successiva). Nel caso in esame, lo statistico partorisce le seguenti opzioni (miglior incrocio dei pali mai colpito da un giocatore portoghese nella settimana del suo compleanno; miglior punizione non vincente di un giocatore europeo nato in un isola ma residente in una città senza sbocco al mare; miglior tiro da lontano di CR7 con la nuova pettinatura) da sottoporre all’ufficio centrale.

FASE 6: IL FISICO

Il fisico trascorre la notte davanti al pc per scomporre il movimento di CR7 e trovarne ogni sintomo di perfezione. In ossequio alla serietà e alla fatica dei suoi studi, il fisico vorrebbe parametrare il tiro di CR7 in base al principio di uguaglianza tra lavoro ed energia, “la potenza misura la quantità di energia scambiata nell’unità di tempo, in un qualunque processo di trasformazione”, poi – sarà il cinquantesimo gol di Ronaldo che gli chiedono di interpretare secondo le leggi della fisica – si rompe il cazzo e va a dormire. Il mattino seguente prepara una relazione in cui, in buon italiano, stende un testo da inframmezzare con tre formulette da terza liceo e da qualche aggettivo a sensazione, “sovrumano”, “impressionante”, robe così, e spedisce. Il caporedattore su Whatsapp gli manda un cuoricino e un pollice alzato.

FASE 7. IL LAUREATO IN SCIENZE MOTORIE

Come fa Ronaldo a tirare così? Quanto bisogna essere seri professionisti per colpire un incrocio dei pali del genere? Come si arriva a 35 anni in queste condizioni? Quanto, come, dove e perchè ci si deve allenare per poter colpire gli incroci dei pali con tale perfezione? Il laureato in scienze motorie (per gli over 45, leggasi “professore di ginnastica”), amico del caporedattore, si presta da tempo con vari pseudonimi a brevi interviste sull’argomento e tiene pronti alcuni schemi che, opportunamente adattati, consentono di rispondere a tono nel giro di pochi minuti, con successo. L’importante è non dimenticare aggettivi del tipo “professionale”, “fantastico”, “meraviglioso” e concetti del tipo “talento innato” e “capacità immense”. Solo una volta, sbagliando file, il laureato in scienze motorie aveva rischiato di creare un grosso casino. Il caporedattore lo aveva richiamato con tono interrogativo: “Scusa, cosa vuole dire che non deve uscire nelle ore calde e deve bere molto?”. “Perdonami, ti ho spedito le risposte sul caldo killer”.

Comunque, la punizione l’ha tirata Eriksen e la reazione è stata questa: “Wow che mina! (sbadiglio) Oh, questo non segna mai. Ci facciamo una birra?”

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Febbraio 10, 2020
di settore
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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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Gennaio 31, 2020
di settore
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I guanti di Eriksen e il numero di Jennifer

Ora c’è l’Udinese, poi una settimana normale. Tra domenica 9 febbraio
a domenica 8 marzo (29 giorni), invece, giocheremo 9 partite: cinque
domeniche e quattro turni infrasettimanali. E non partite qualsiasi.
Nell’ordine: 9/2 Milan, 12/2 Napoli (Coppa Italia, in casa), 16/2 Lazio
(fuori), 20/2 Ludogorets (Europa League, fuori), 23/2 Inter-Sampdoria
(casa), 27/2 Ludogorets (ritorno, casa), 1/3 Juve (fuori), 5/3 Napoli
(ritorno, fuori), 8/3 Sassuolo (casa). In 29 giorni ci giochiamo il
primo turno in Europa, la qualificazione alla finale di Coppa Italia e –
in maniera quasi crudele – buona parte delle chance di campionato, con
gli scontri diretti per i primi tre posti e con il derby col resuscitato
Milan.

Non c’è la Champions, purtroppo. Ma per ritrovare un tale livello di
stress e un tale livello di competizioni (oggi siamo secondi in
campionato e in semifinale di Coppa Italia, più la Europa League da
iniziare) dobbiamo tornare all’ultima nostra stagione vincente, la
2010/11, quella post-Triplete, in cui – peraltro con il Mondiale per
club e la Supercoppa italiana già in saccoccia – nello stesso snodo
della stagione ce la giocavamo con il Milan per lo scudo, eravamo in
corsa per la Coppa Italia (che poi avremmo vinto) e difendevamo la
Champions (fino a quello sciagurato quarto con lo Shalke).

Nel bene e nel male, non c’è molto di casuale in quello che è
successo fin qui. La nuova Inter di Suning, quella dei cordoni della
borsa aperti e delle ambizioni assecondate, è nata con l’arrivo di un
top allenatore, è proseguita con il mercato estivo e – stabilito che ci
mancava qualcosa, non per capriccio ma per bisogno, bisogno di upgrade –
si completa in questi giorni. Da luglio a oggi alla nostra rosa si sono
aggiunti due top player assoluti (che si aggiungono al già nostro
giovanotto di belle speranze diventato top in corso d’opera), due stelle
un po’ in declino (ma chissà, magari no), due nazionali italiani (più
uno che lo diventerà), ora due laterali di qualità (uno di molta
qualità). Il tutto innestato nel meglio che avevamo.

Intorno, c’è uno stadio sempre pieno. E più intorno ancora, un
entusiasmo da tempi antichi, pur filtrato dalle nostre solite e
patologiche tendenze autolesionistiche e da mille questioni di principio
– dall’inaccettabilità di Conte alla pippaggine di Lukaku – che ogni
tanto andrebbero accantonate per interismo, o per pudore.

Non ho visto il gol di Caceres, mercoledì sera, perchè – come buona
parte dello stadio – ero impegnato a vedere Eriksen che correva verso la
panchina a riscaldamento completato e, rallentando a pochi passi da
Conte, ha accennato all’atto di sfilarsi i guanti, e io non avevo mai
visto centinaia e centinaia di persone – me compreso – esultare perchè
uno si toglie i guanti. “Si toglie i guanti, entra! entra!”.

E’ la spia di un gasamento innaturale, dopo anni di stenti. Abbiamo
trattato un top player nel mercato invernale e lo abbiamo preso. Lui –
finalista dell’ultima Champions e stella della Premier – è venuto a
Milano carico di entusiasmo, come Lukaku. Con una proprietà solida e un
allenatore di grande livello abbiamo ripreso quota anche nella
considerazione e nella reputazione. Adesso tocca a noi. A loro, sì, ma
anche a noi.

Quello che accadrà da febbraio in poi (e in special modo nelle
quattro settimane di fuoco tra il 9 febbraio e l’8 marzo) dipende da
tutti. E’ un grande sforzo corale per la nuova Inter, mai così in alto,
mai così rampante, mai così competitiva da nove anni a questa parte.
Mattoncino dopo mattoncino, forse ci siamo. Dovremmo essere più
pazienti? Beh, non pretendete troppo: prendere Eriksen e chiederci di
essere pazienti è come darci il numero di Jennifer Lawrence e pregarci
di non romperle i coglioni.

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