Settore Inter blog

Il sito non ufficiale dell'interismo moderno

maggio 21, 2018
di settore
1.336 commenti

Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

share on facebook share on twitter

gennaio 28, 2018
di settore
789 commenti

Spal Ferrara-Gioaimari Milano 1-1

Handao Mario: 5. A parte un’uscita a vuoto tipo labirintite fulminante, vigila bene la porta per quasi novanta minuti fino all’azione del pareggio: sta per offrire il suo corpo alla scienza, poi pensa a chi glielo fa fare e si limita a sperare che Paloschi la tocchi male. Ottimista.

Dambrao Mario: 5. Al rientro cerca di tenere il campo con sicurezza e di non stressare il ginocchio. Gli riesce bene soprattutto la seconda cosa. Dalla sua parte Betty Kurtic fa un po’ troppo volume per poterlo assolvere.

Joao Marianda: 5. E’ tra i migliori, o i meno peggiori (la Crusca chiuda un occhio), ma è coinvolto nel disastro finale come un correntista di Banca Etruria: non ha colpe ma lo prende in quel posto.

Milao Skririo: 5. Lo Skriniar di due mesi fa nell’azione del pareggio sarebbe uscito da solo dall’area a testa bassa svellendo 15 spallini e involandosi in contropiede triangolando con se stesso e segnando il 2-0. Ma due mesi fa erano due mesi fa.

Joao Marielo Cancelao: 5. Vedi alla voce Miranda, oggi il 5 è il voto migliore che si può dare anche a chi si è guadagnato onestamente la pagnotta. E’ un mistero vivente: schierato a sinistra, gioca per 55 minuti col solo piede destro. Al primo cross di sinistro è gol. Questo incasinerà ulteriormente Spalletti, quindi 5.

Joao Borjao Valerio: 4. Facciamo volentieri alcune eccezioni al 5. Borja non può giocare male, non ce lo possiamo permettere. Infatti il nostro centrocampo sembrava la spiaggia di Dunkirk prima che arrivassero le barche civili e Tom Hardy.

Vecinao Mario: 5. Serenamente: lo stiamo rovinando. Lui non è Iniesta, ok, e quelli intorno a lui fanno ca-ca-re, roba che alla prossima partita gli viene l’attacco di panico mentre esce dal tunnel con il bambino per mano. E fa giocare il bambino.

Marceo Brozorio: 5. L’Inter ha fatto talmente schifo che lui sembrava interessato alle sorti della partita, quasi sbattersi. Ha scosso la testa il 24,2% in meno rispetto alla media delle partite precedenti.

Candrevao Mario: 4. E’ l’Hamsik dell’Inter, nel senso che ormai lo sostituiscono sempre per fare spazio a chiunque. La differenza è che nei 60-70 minuti in cui gioca Hamsik incide, segna, controlla, domina, penetra, difende (seguono altri 17 versi di intonazione positiva).

Ivanao Perio: 4. Ne azzeccasse una, santa madonna. Amnesty International ha chiesto alla Croazia se per caso sia stato maltrattato.

Maurao Icardario: 4. Il Capitano vive in un mondo tutto suo: cioè, gioca come se Candreva e Perisic fossero in gran forma, aspettando palle che non arriveranno mai. Non arrivano, si intristisce, triplice fischio, pullman, casa, Instagram, dormire.

Ederao Citadins Martirio: 5. Perfetta media tra la buona volontà (6), la simpatia (6), l’educazione (6), i risultati (4) e il profilo tecnico (3). Al campetto quelli come lui facevano furore. Ok, Ferrara è un campetto, ma non in quel senso.

Robertao Gaglialdirio: 4. E’ arrivato da un anno, da nove mesi tentiamo di recuperarlo da un leggero infortunio e da uno spaesamento senza confini. Uomo decisivo, per la Spal.

Rafinhao Rafinhario: s.v. Ha tre giorni per tornare al Barcellona, una clausola tipo Amazon che potrebbe risparmiargli un pessimo semestre.

share on facebook share on twitter

gennaio 22, 2018
di settore
183 commenti

Bomba o non bomba

Nell’ambito del Champions League Second Row Qualification Challenge – l’avvincente mini-torneo attualmente in corso fra tre società per due posti in Champions, che si protrarrà per i prossimi quattro mesi – si è disputato allo stadio Meazza di Milano lo scontro diretto tra Inter e Roma, le squadre meno in palla del mini-torneo e, per estensione, di buona parte del campionato. Due squadre che nelle ultime sei giornate, 12 partite complessivamente, hanno vinto una (1) volta, al 95esimo, rubando in barba ai nuovi dispositivi tecnici a disposizione (Roma-Cagliari).

Questo è.

E’ stato un incontro non bellissimo, tra due squadre per le quali perdere contro l’altra sarebbe stata una sciagura, vincere sarebbe stato un Bingo oltre ogni aspettativa e pareggiare, beh, ecco qua, è stato pareggiare, prendersi un punto per uno e – come direbbe un commentatore dell’Australian Open – allungare il match.

Ho una visione sicuramente di parte delle cose, una visione da innamorato irragionevole, ma credo che la Roma oggettivamente stia peggio di noi (hanno messo via la maglia di Handanovic senza neanche lavarla, Alisson ha chiesto un ritocco dell’ingaggio). Soggettivamente – cioè per tutto il resto, che è tanto -, ci dobbiamo rassegnare all’evidenza che nessuno ci regalerà niente e dunque a metterci del nostro per scavare un solco nel mini-torneo, o comunque per rimanere in bolla fino alla fine. E se guardo alle sei partite senza vittorie continuo a pensare che non è tutto da declinare al brutto, tanto meno al pessimo. E’ stato un ciclo durissimo (Juve e Fiorentina fuori, Lazio e Roma in casa, la condizione in calo discendente, la Coppa Italia a complicare le cose di gambe e di testa) in cui abbiamo perso – male – le due più facili e pareggiato le più difficili, senza prendere gol da Juve e Lazio, prendendone uno dalla Fiorentina al 92′. Avessimo vinto anche solo una delle due partite facile, non saremmo qui col broncio generalizzato.

Il difficile è passato, adesso viene il difficilissimo. Cinque partite in cui torneremo ufficialmente a non avere scuse. Cinque partite pre-derby in cui bisognerebbe fare 15 punti e in cui l’uso del condizionale non dovrebbe essere ammesso. Cinque partite da vincere dopo sei senza vittorie (otto, considerando la Coppetta). Non ci sarà mercato di gennaio a cambiare le cose in maniera determinante nè per noi nè per gli altri (magari in peggio per la Roma, volesse il cielo), questi siamo e con questi arriveremo a domenica 20 maggio, arriveremo a Roma, bomba o non bomba.

Santon non migliorerà più, Gagliardini non diventerà Chuck Norris, Eder non segnerà mai,  Candreva non evolverà, Brozovic non terrà il collo fermo, eccetera, eccetera, eccetera, ecceterà. Questi siamo, nel mini-torneo, ce la possiamo giocare bene come ce la siamo giocata finora. La Lazio sembra il Barcellona ma non è il Barcellona, noi a volte sembriamo il Brescia ma siamo l’Inter e quando ce ne ricordiamo ci costruiamo dieci palle gol con la Roma e manco ce ne accorgiamo. E’ anche una questione di testa, comprese tutte le nostre da tifosotti non ancora settati a dovere.

Quindi, con serenità, attendiamo intanto il verdetto dei recuperi di mercoledì. La Lazio trova un’Udinese profondamente diversa da quella che stava per affrontare quel pomeriggio di pioggia (la fragilissima Udinese di Delneri). La Roma va a Genova con la Samp che, vincendo, potrebbe trasformare il mini-torneo a tre in un gironcino a quattro dove la terza dovrebbe armarsi di pannolone. La vita è bella, ragazzi, su con il morale.

share on facebook share on twitter

novembre 6, 2017
di settore
482 commenti

Veltroni e la variante Ciciretti

Partita veltroniana, da ripercorrere senza vergognarsi attraverso una sequela di “ma anche”. Magari non benissimo però abbiamo giocato, sì, ma anche il Toro ha giocato, eccome. Abbiamo rischiato di vincerla, ma avrebbe potuto farlo anche il Toro. L’1-1 va considerato in quest’ottica buonista: girano un po’ i coglioni ma poteva andare molto peggio, perchè altre Inter recentissime l’avrebbero persa e non è solo un modo di indorare la pillola. Il palo di Vecino sistema le statistiche del culo (8 pali a favore e 8 contro, entriamo ufficialmente in un terreno neutro, panico tra i commentatori) ed è un grande rimpianto, ma se Obi qualche minuto prima l’avesse messa da mezzo metro saremmo qui a piagnucolare e a commentare tra i singulti che moriremo tutti e arriveremo sesti se va bene.

Inter-Torino è in questo senso un pareggio perfetto, perchè l’intreccio dei “ma anche” si sovrappone alla prestazione oggettivamente buona – o non cattiva – dei nostri (uè, abbiamo vinto partite giocando molto peggio) e ti fa dire, come poche altre volte accade, che va bene così.

Quindi potresti girare pagina con il cuore quasi leggero se non ci fossero le altre. Tipo la Roma, che proprio con il turno più difficile ha fatto l’impresa (ed è sempre più in corsa per qualsiasi cosa), rimontando due punti a Napoli e Inter. Nel club delle elette-che-le-vincono-tutte, siamo l’unica squadra ad avere perso punti per due volte fuori dagli scontri diretti (prima col Bologna, ora col Toro; hanno perso due punti la Lazio con la Spal, la Juve con l’Atalanta e il Napoli, appunto, col Chievo). E’ la prima volta che due squadre scialano nella stessa giornata, e forse è un piccolo segnale che qualcosa – poco, ma tant’è – si va incrinando. Anche perchè per qualche decina di minuti ha tremato anche la Juve: la variante Ciciretti (un gol imprevisto, come le successive difficoltà a rimediare) diventa la mina vagante nel futuro delle grandi, l’unica teorica speranza di scompaginare qua e là un copione noioso.

Adesso, vabbe’, bisogna fermarsi per la Nazionale e per noi va bene così, soprattutto con Icardi sofferente e qualche uomo che se rilassa un po’ i garretti è tutta salute. Ma è un peccato per il pathos, perchè dopo 12 giornate arriva finalmente un turno veramente cazzuto e ci toccherà aspettarlo due settimane. Roma-Lazio, Napoli-Milan e Sampdoria-Juventus sono tre partite che in qualche modo potrebbero ridisegnare la classifica e noi con l’Atalanta abbiamo un incrocio meno insidioso eppure difficile lo stesso, perchè con le squadre della terra di mezzo finora è andata bene ma non benissimo. Vabbe’, nel frattempo godiamoci lo spettacolo dello spareggio mondiale: chè se si perde la Russia, ci resta davvero solo l’Inter.

share on facebook share on twitter

settembre 25, 2017
di settore
322 commenti

Vedi l’Inter e dici boh

La cosa fantastica – e al tempo stesso spaventosa, a pensarci bene – di questo inizio di campionato dell’Inter è che nessuno, dico nessuno, da Zhang fino all’ultimo relitto da bar sport (e passando da figure-chiave tipo Spalletti e me, voi, noi tutti) sembra averci minimamente capito qualcosa. O meglio, sembra poter essere in grado di mettere in seria relazione la realtà (terzi in classifica quasi a punteggio pieno, miglior difesa del campionato) con il percepito (una squadraccia che mediamente gioca di merda e che salva il culo in qualche modo prima che l’arbitro fischi tre volte).

Se una cosa possiamo spremere dalle fredde cifre e da quello che si è visto finora è che l’Inter sta viaggiando pericolosamente in bilico tra gli altari e la polvere. E pericolosamente in bilico anche tra gli umori della tifoseria, ormai già borderline dopo appena sei giornate, tra la stupefatta esaltazione da zone alte della classifica e le indicibili perplessità su due terzi della rosa e, in generale, sul futuro del nostro campionato. Dopo tre partite in casa sono già partite le sentenze dei fischiatori, che rischiano di assottigliare ancora di più la rosa, quantomeno la sua sanità mentale. Ok la pazza Inter, ma qui siamo già al mezzo delirio collettivo.

E in effetti c’è da diventarci pazzi. Prendi i gol. Partiamo da quelli fatti: 12, media perfetta di 2 a partita, e fin qui tutto ok. Nove (9), cioè i tre quarti, sono stati segnati negli ultimi 20 minuti. Bene o male? Bene: la squadra ci crede fino alla fine, riesce a risolvere le partite nel finale? O male: non riusciamo mai a sbloccare, siamo lenti e inconcludenti fino a quando abbiamo l’acqua alla gola? Boh.

Quelli subiti, due (Dzeko e Verdi), dicono che siamo la miglior difesa del campionato. Ed è un dato strabiliante se pensiamo che solo su due uomini (Handanovic e l’incredibile Skriniar) oggi mettono tutti d’accordo, mentre sul resto – a cominciare da un Miranda non brillantissimo – si naviga a vista. Mentre preghiamo in tutte le lingue che la coppia centrale goda di infinita salute, abbiamo iniziato un’altra stagione con l’eterno problema degli esterni, con D’Ambrosio che diventa uomo irrinunciabile, con Nagatomo che (rumore di tuoni in sottofondo) dobbiamo ringraziare di esistere (no, sennò chi giocava in un paio di partite?). I nuovi sono eterei: Cancelo subito lungodegente, Dalbert ancora in pieno cantiere fisico e mentale (sarà veloce di gamba, ma a prendere una decisione ci mette mezz’ora). E quindi: boh.

A centrocampo siamo in un discreto marasma. Non ce n’è uno che potresti salvare al 100 per 100, non uno. Borja Valero non arriva in fondo alle partite (e anche sul durante avremmo da ridire), Vecino alterna buoni lampi a lunghe mediocrità, Gagliardini (che si era perso) deve tornare “quel” Gagliardini, così come Brozo deve tornare il Brozo che un tot di volte tutti giuriamo di aver visto, senza incaponirsi nei suoi scioperi bianchi o nei suoi ingobbimenti  a vuoto. Joao Mario è un mistero, perchè nel breve lasso di sei partite lo abbiamo visto entrare e cambiare tutto, ma anche un paio di volte giocare per gli altri. Eppure, è il centrocampo dei terzi in classifica. Boh.

In attacco i punti fissi sono Perisic e Icardi (che nelle ultime due partite avrà toccato tre palloni, di cui uno in difesa che sembrava Sergio Ramos. Avere Icardi e non mettergli un pallone decente, boh). Candreva – entrato come Brozo nel girone dei fischiati, da cui storicamente non è facile uscire – è sprofondato nel loop dei cross inutili e forse bisognerebbe toglierlo da lì. Sta uscendo come un gigante Eder, no dico, Eder!, l’emblema del “non è da Inter” ma che almeno ci mette una garra che tre quarti dei compagni si sognano. Poi succede che entra un ragazzo mai sentito nominare prima che lo comprassimo e San Siro prova palpiti di eccitazione. Beh, è il minimo data la situazione. Due gol a partita, l’attacco dei terzi in classifica ti perlime da morire. Boh.

E poi c’è il mister, anche lui in bilico come la squadra e tutti noi. In bilico tra le cifre che gli danno ragione e i fatti che lo mettono di fronte a un lavoro ancora lungo. In bilico tra le nozze e i fichi secchi, laddove un allenatore può limitarsi a fare il suo oppure a diventare valore aggiunto. Spalletti è geniale a non farsi capire dal mondo ma a farsi capire dalla squadra (almeno a non rinunciare mai a farlo). Il suo “smettila di scuotere la testa” detto a Brozo dalla panchina è la miglior indicazione tecnico-umana uscita dalla nostra panchina da mesi, forse anni. Facciamo come lui: crediamoci.

L’Inter di oggi è un deja-vu recentissimo: due anni fa l’inguardabile Inter manciniana arrivò fino a Natale da capolista (anche con 4 punti di vantaggio) e rischiò di girare da campione d’inverno prima di vedersi ridimensionare le sue forse eccessive ambizioni. E anche questa Inter deve decidere di che morte morire, nel senso che dietro due squadre probabilmente inarrivabili si gioca un sottocampionato che si può vincere, se l’ingranaggio si mette a funzionare davvero. Oggi siam qui a chiederci quanto pesa il culo sui nostri 16 punti, ma intanto li abbiamo messi in saccoccia. Il campionato vero sono le dieci partite contro le uniche cinque avversarie vere, e per ora siamo a punteggio pieno. Adesso andiamo a mietere il grano a Benevento: a metà ottobre, dopo la pausa, nel giro di dieci giorni il trittico Milan-Napoli-Samp dirà chi siamo davvero.

 

share on facebook share on twitter

febbraio 14, 2017
di settore
362 commenti

Il campionato avulso

In questo spezzatino da calcio moderno, càpita che si debba aspettare il lunedì sera per tracciare il bilancio di una giornata di campionato. Non per altro, ma non era una giornata qualunque e quindi l’attesa era giustificata: 1) conclusi tutti i recuperi, si tornava finalmente alla pari; 2) era la giornata-ponte dei due terzi di campionato; 3) per l’Inter, il risultato di Lazio-Milan non era per niente indifferente.

E infatti il pareggio è stata la ciliegina di una giornata che rischiava di essere neutra: avevano vinto tutte, ma proprio tutte, e per la parte sinistra della classifica si rischiava di fare un copincolla. E invece no: torniamo quarti e questa cosa fa bene al cuore e alla mente. Ci aspettano altre 14 giornate così, a cercare di vincere e poi a sbirciare sugli altri campi. Qual è la novità? Beh, quest’anno è un po’ diverso dal solito.

Questa è stata la giornata-prototipo di quello che temo sarà il campionato da qui alla fine. Se la lotta per non retrocedere resterà virtuale (con tre squadre inferiori, isolate, lontane e piuttosto depresse), già oggi – a metà febbraio, con 14 giornate ancora da giocare – ci sono 12 squadre su 20 a non avere obiettivi. Restano quelle in corsa per scudetto e/o coppe. Juve, Roma, Napoli, Inter, Atalanta e Fiorentina hanno vinto partite con poca storia, contro squadre che non sono andate molto al di là dell’ordinaria amministrazione. A muovere la classifica – per sottrazione, come meglio non ci si poteva augurare – è stato non a caso l’unico scontro diretto.

Sarà un campionato così, con gli scontri diretti che invece di valere doppio varranno il triplo e con le partite con “le altre” che saranno una specie di trappolone random: per la maggioranza morbide o comunque poco complicate finchè non ti arriva  l’imprevisto come è successo alla Roma,  che ti becca la Samp in giornata da fenomeni e ci lasci il culo e metà delle speranze scudetto.

Nel prossimo mese, prima della pausa per la Nazionale, ci aspetta un mini-ciclo di 5 partite piuttosto particolare: tre trasferte contro squadre senza obiettivi (Bologna, Cagliari e Torino, che oggi è a 10 punti dall’Europa League) e due scontri diretti in casa, Roma e Atalanta. Sono 5 partite in cui ci giocheremo moltissimo, perchè contro “le altre” non bisognerà perdere punti (ma sono pur sempre trasferte), e contro le dirette concorrenti ci presentiamo con il curriculum immacolato delle 8 vittorie consecutive a San Siro.  Arrivare quanto più vicini al bottino pieno ci porterebbe in zona Champions. Perdere punti (in generale, e con la Roma in particolare) sarebbe una discreta mazzata (eufemismo). Sabato 18 marzo, dopo Torino-Inter, la nostra classifica avrà una fisionomia ben definita. Speriamo anche che sia bella.

Nel campionato avulso delle prime otto, da qui al 19 marzo si giocheranno anche Milan-Fiorentina, Napoli-Atalanta, Atalanta-Fiorentina, Roma-Napoli, Juventus-Milan. Più i nostri due, fanno 7 scontri diretti in cinque giornate. La Juve ne ha solo uno, e in casa. L’Atalanta tre. Le altre due.

Forza Inter, qui si fa l’Italia o si è avulsi.

share on facebook share on twitter

gennaio 15, 2017
di settore
533 commenti

L’ebbrezza del budino

A un certo punto ho ceduto e, intorno al sessantesimo minuto, ho mangiato un budino dell’Esselunga. Non si è trattato del convulso triturare l’Orociok, ma di una tranquilla degustazione di un surrogato. Uno sfizio, più che una necessità. Il Chievo conduceva ancora 1-0 contro ogni logica e io non riuscivo né ad arrabbiarmi né a farmi salire l’ansia. Affondavo il cucchiaino nel budino, portavo alla bocca e facevo schioccare la lingua. E’ probabile che durante la degustazione, che ho effettuato in totale concentrazione – quindi chiudendo gli occhi durante l’ingoio -, mi sia addirittura perso uno dei 400 tiri in porta di questa partita assurda, dominata restando in svantaggio fino al 69′, costretti alla rimonta pur giocando con un’imbarazzante superiorità. Avessi avuto i Choco Leibniz, non li avrei aperti. Ero impaziente, non ansioso. Doveva solo entrare quella fottuta palla, bastava una volta su venti tentativi, un inghippo statistico più che tecnico. Alla fine è successo.

Sono sensazioni antiche, quelle di non inquietarsi troppo sullo 0-1 a mezz’ora dalla fine perchè sai che prima o poi la vinci, non può andare in un altro modo perché sarebbe troppo assurdo. E quindi va bene così, ti godi il contesto, un attacco che produce, un centrocampo che galoppa (Kondo è recuperato, Gagliardini è fortissimo, tanto che di Brozo non senti la mancanza) e la placida convizione di essersi ormai ritrovati. A 18 giornate dalla fine, comincia il recupero del tempo perduto. Forza Inter, forza Viola.

 

share on facebook share on twitter

dicembre 8, 2016
di settore
123 commenti

La vergogna è quella cosa che

sparta

In cinque mesi ne son successe di cose (tipo cambiare quattro allenatori, per dire, o fare i casting in albergo, o presentare hollywoodianamente un marziano, o battere la Juve e farsi arrotare due volte da una squadra mai sentita) e ciononostante troviamo sempre qualche spunto nuovo. Possiamo lamentarci di un sacco di cose, noi interisti, ma non della varietà delle situazioni. Magari ci giranole palle, ma non ci annoiamo.

Prendiamo Inter-Sparta Praga. Si comincia con una bella contestazione in piena regola. Nella più inutile delle partite del nostro peggior girone di coppa ever, la curva è rimasta vuota. Tutti al Baretto. Sugli spalti solo un chilometrico striscione: “4 sconfitte in 5 partite… Questo è quello che vi meritate per il vostro impegno indecoroso… Vergognatevi!!!” Bello preciso, circostanziato, inappuntabile.

Curioso, però. Tre mesi fa – bei tempi, c’erano ancora 30 gradi e speranze ancora intatte – sull’uso del verbo “vergognarsi” il mondo interista si era clamorosamente ribellato. Fu la Gazza a titolare “Inter, non ti vergogni?” dopo Inter-Beer Sheva 0-2 (in effetti, insomma, per dire, io mi ero chiuso in casa e avevo staccato il telefono) e noi a mettere giù il muso. E fu la Gazza, 15 dopo, non paga, a fare dopo Sparta Praga-Inter 3-1 un giochino peloso su Twitter con il concetto di vergogna (del tipo: “Avete visto che avevamo ragione, cari followers? Dai, fate un bel titolo sull’Inter che ci divertiamo”) e noi a incazzarci di brutto.

Tre mesi appena, e la vergogna è diventata un affare interno. Non c’è bisogno che la Gazza ci scarichi addosso la solita razioncina di letame (altri al primo pezzo ostile tolgono gli accrediti – vergognoso pure quello eh? – e noi incassiamo tutto, sempre). Stasera la Curva ha ribadito il concetto con la forza dei numeri e dell’evidenza, uno striscione “specifico” (la vergogna è da riferirsi, come da statistica, all’Europa League) anche se in campionato le cose non è che vadano alla stragrande. Ma ok, una vergogna per volta.

A proposito di vergogna. Su Wikipedia – sotto la voce Psicologia – la definizione è illuminante:

La vergogna è un’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri. Dunque, va spezzata una lancia in favore della cara vecchia Gazza. In effetti non aveva titolato “Inter vergognosa”, che era un giudizio tranchant. Ci poneva invece correttamente un problema di auto-valutazione: “Inter, non ti vergogni?”. Tre mesi dopo eccola, l’autovalutazione. Era giusto pensarci su, è stato giusto contestare ‘sti quattro scioperati.

Da una parte è un’emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta rispetto a quello che avremmo desiderato. Sul fatto che i nostri beniamini di sentano inadeguati, mmmh, avrei qualche dubbio. Che si rendano conto di essere considerati in maniera opposta a quello che vorrebbero, ecco, lì ci siamo. Un titolo efficace della Gazza a tale proposito potrebbe essere: “Inter, non ti ci ha mai mandato nessuno a fare in culo?”

A differenza dell’imbarazzo, che si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri, ci si può vergognare da soli e per lungo tempo. Questo noi non lo sappiamo. Li giudichiamo male, ma magari si vergognano nell’intimo. Ovvio, mica te lo vengono a dire. Però lo fanno. Riflettiamo. Forse sono migliori di quello che crediamo.

Inoltre, mentre l’imbarazzo sorge per l’infrazione di regole sociali che possono anche non essere condivise, la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali personalmente si aderisce. In effetti, amici, voi dovreste giocare bene, segnare, vincere, sudare, muovervi a tempo, entrare decisi su qualche caviglia, meritarvi lo stipendio, trascinarci allo stadio, onorare la maglia. E non vi dovete offendere se il segnale di rottura arriva dai nostri coglioni, perchè è così dalla notte dei tempi, è anche questa una regola del gioco.

A proposito: Inter-Sparta Praga 2-1, doppietta di Eder, sai, tipo la maxi-luna, cose che accadono ogni tot. Da giovedì prossimo possiamo guardare più tranquilli Rischiatutto.

share on facebook share on twitter

ottobre 23, 2016
di settore
116 commenti

Girarsi e non trovare nessuno

deb23-1024x615

A un certo punto – guardavo Mediaset Premium, dopopartita – quando De Boer durante l’intervista si è girato verso la sua sinistra per farsi suggerire la parola che non gli veniva in italiano, e a sinistra non c’era nessuno, e la parola gliel’ha suggerita il conduttore dallo studio, ho avuto la palpabile impressione che il destino del nostro caro – e assai confuso – Frank sia già segnato, già deciso, questione solo di dettagli, di tempi tecnici, di npassagi burocratici. Il segnale, l’ultimo, che tutto il bel castello che ci eravano trovati di fronte dopo Inter-Juve sia lì lì per crollare. O che forse è già crollato: resta un cartonato davanti, dietro è tutto una maceria.

Inter-Juve (18 settembre 2016) sembrava essere lo spartiacque della stagione: sciambola, già superata la crisi da cambio di allenatore e via, con un’autostrada davanti. De Boer era arrivato da poco più di un mese, e poco più di un mese (35 giorni) è trascorso nel frattempo da Inter-Juve. In questo lasso di tempo abbiamo giocato 7 partite, vincendone 2 (di cui una, col Southampton, con un tiro in porta), pareggiandone una e perdendone quattro, 8 gol fatti e 10 subiti. Passando quattro volte in svantaggio per primi, prendendo quattro volte gol negli ultimi 5 minuti, tenendo una media gol ridicola per una squadra che vorrebbe essere catalogata come offensiva.

Un punto nelle ultime quattro partite in campionato.

In tutto questo, siamo al 23 ottobre. Ad agosto, dopo Chievo-Inter, e anche dopo Inter-Palermo, ammantati di un lodevole deboerismo tutti noi – tifosi e tifosotti – ci auto-predicavamo pazienza e buon senso. Non giudichiamo, non rompiamo i coglioni fino a ottobre, macchè, fino a novembre, serve tempo, diamo tempo. Peccato che poi sia arrivata la sbornia di Inter-Juve, la partita che non ci aspettavamo, il segno che tutto si stava componendo con grande anticipo e che l’era Suning iniziava come meglio non ci si poteva augurare.

(sospiro)

35 giorni dopo, una cosa è purtroppo chiara: in uno score stagionale che dice 4 vinte, 2 pareggiate e 6 perse su 12 partite, la vittoria con la Juve è stata più che mai un’eccezione e la regola si è rivelata purtroppo un’altra. Che poi sarebbe la regola che avevamo messo in conto: quella di una stagione che poteva iniziare in un certo modo – con tante possibili difficoltà, quelle che sappiamo a memoria – e per la quale ci eravamo diligentemente messi nell’ordine di idee di aspettare, pazientare, prendere il tempo che ci voleva.

Oh, qui non si tratta di saltare o scendere da carri, nè di rimangiarsi cose dette o pensate. Perchè tutte le migliori intenzioni sbandano quando accadono cose che escono dai binari di tutta la nostra bella, nobile e teorica costruzione.

Tipo, il primo tempo di Atalanta-Inter.

Che oggettivamente non è accettabile. Nè da noi poveri utenti finali, nè dalla società, nè da De Boer, nè dai giocatori, nè dal dio del calcio. Così come le partite di Coppa – anche quella vinta – e altre esibizioni che ti fanno vacillare pesantemente. Stavamo per bollare frettolosamente De Boer come il nuovo Zeman, ma per essere offensiva – o addiritura troppo offensiva – una squadra dovrebbe tirare in porta un tot. Essere zemaniano e non tirare in porta è un po’ come dichiararsi un play boy e non uscire la sera.

Quindi, chi siamo?

Mah, non è ben chiaro. E finchè ce l’abbiamo poco chiaro noi, bòn, chi se ne frega? Non siamo tutti allenatori dell’Inter nel profondo delle nostre povere sinapsi, pur sapendo di non contare un’emerita cippa nell’immane disegno del destino nerazzurro? Il problema è che non ce l’hanno chiaro tutti quelli che compaiono nella distinta. Anche De Boer, sempre più in balia di se stesso e degli eventi (non si spiegherebbero certe scelte di formazione e certi cambi).

Se il problema fosse “solo” De Boer e se tutto intorno ci si muovesse nella stessa direzione, potrebbe essere solo questione di tempo, di fortuna, di sincronia. Ma intorno, a corto e lungo raggio, c’è confusione. C’è la solita maledetta aria da ammutinamento o da scoglionamento. C’è il primo tempo di Atalanta-Inter (un obbrobrio) a dirti che c’è qualcosa di pesante che non va.

Già. De Boer si gira e non c’è nessuno.

share on facebook share on twitter

aprile 23, 2016
di settore
342 commenti

Con quelle facce da stranieri

Per alcuni minuti ho pensato che annullassero la partita.  Cioè, ‘sta cosa che non c’erano italiani in campo la stavano mettendo giù dura da dio. Che poi, porca puttana, era solo colpa nostra? Cioè, l’Udinese non poteva mettere dentro un italiano e sanare ‘sto guazzabuglio? Tocca per forza a noi? Non ci può essere un po’ di fair play, santa polenta? Cioè, ci si telefona prima, “senti, non hai un qualche scarto di italiano da mettere, così non ci cagano il cazzo?”, “mah, adesso vedo… Tu non puoi mettere Eder, per dire?”, “ma vale Eder?” “figa se vale, giuoca in nazionale!”, “la nostra?”, “giuro!”, “vvabbe’, verifico, ma tu non puoi mettere tipo Di Natale?” “Di Natale chi?”.

Niente, poi si fa la distinta e bòn, ventidue stranieri e via. Non era mai capitato nella storia. La mia prima reazione è:

“Minchia!”

La seconda è:

“E allora?”

La terza è:

“Ma santiddio, fate sei ora di coda al padiglione del Giappone e adesso venite a rompere le palle a noi?”

Ma lo scandalo è ormai esploso. I commentatori a quel punto sbroccano e io che sono sensibile vado in confusione: adesso l’arbitro cosa fa, rinvia la partita? La dá persa a tutte e due?  Chiama l’esercito e fa rastrellare il campo?

No. Si gioca. Sub judice, forse, ma si gioca.

Ogni tre minuti inquadrano Thohir, indonesiano. Al suo fianco c’è Zanetti, argentino. Sotto c’è Bolingbroke, inglese, insieme a un sacco di cinesi. Io, tutto sudato, mi alzo in piedi sul divano e urlo:

“Cazzo, ma c’è un italiano? Uno?”

In quel momento segna Thereau, francese. In dialetto pavese Thereau significa “individuo tipicamente meridionale”. Forse è italiano, mi dico. Comunque poi pareggia Jovetic, montenegrino, e siccome nessuno sospende la partita comincio a pensare che sia tutto regolare in culo agli autarchici del mio membro virile.

Regolare, si gioca. Quindi, bisogna vincerla. Poi al limite Mediaset Premium fará ricorso, ma intanto portiamola a casa. Quando l’Udinese mette dentro Pasquale, è ormai chiaro che la partita ha tutti i crismi di regolarità. Jovetic segna di tetta, Kondo sembra risorto, Brozo spunta dappertutto, poi entrano D’Ambrosio ed Eder è ormai è festival italiano, pizza e mandolino, mafia, moda, spaghetti, uè uè uè, che bello il calcio italiano, che bella l’Italia, eccetera.

Le inquadrature in tribuna, non-luogo multietnico, diventano più fitte. Ogni minuto inquadrano Thohir e i cinesi. Alla fine son tutti lá che brindano, cin cin, cui en lai, cin cin, mentre io sono steso sul pavimento stravolto dal mancato pareggio dell’Udinese.

“Ha segnato Eder!”

“Ma quando? Ma chi? L’italiano? Il nostro?”

Figa, non si può vivere così. Adesso aspettiamo l’omologa del risultato. Non ho altro da dire se non Juve merda, così, per partito preso. Viva il calcio italiano.

image

 

share on facebook share on twitter