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Febbraio 10, 2020
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The great return of Pazza Inter

Nell’ultimo (quasi) decennio, quando ci era capitata una serata così? Riassumendo: derby in casa da vincere, sapendo che la Juve ha perso e che la Lazio ha vinto (nel senso che se vinci sei primo, se non vinci sei terzo); primo tempo di merda in balìa del Milan, di un tuo ex attaccante ormai quasi quarantenne eppure dominante e di un tuo ex allenatore dei tempi medio-bui; secondo tempo a coglioni sguainati per metterne tre, che potevano essere sei, rischiare il 3-3 e poi fare 4-2 con l’Uomo del destino, in un impazzimento generale.

La risposta è: mai. In tutto questi tempo ci siamo concessi qualche emozione, certo, ma sempre di seconda categoria, per non dire terza. Del tipo che in un certo senso siamo costretti a ricordarci come “epiche” partite con la Lazio e con l’Empoli, in cui all’ultimo secondo di campionato agguanti un quarto posto e con esso la Champions. Diciamo che possiamo segnare un discreto upgrade di status e di ambizioni nella sera in cui ribalti un derby che in anni recenti avresti perso 4-0, ritrovi squadra e gasamento dopo un periodo un po’ così e riagguanti un posto in classifica rimontando 4 punti alla Juve in tre settimane. Per molto meno c’è gente che è diventata cieca.

Non mi aspettavo tanto quando dieci giorni fa scrivevo del periodo che ci attendeva dal 9 febbraio all’8 marzo (nove partite in 29 giorni). Pensavo a Inter-Milan semplicemente come alla suggestiva prima partita di un mini-ciclo pazzesco in cui, così, senza tanti giri di parole, ci giochiamo la stagione. E invece il derby è stato – anche – il match della svolta, dopo un gennaio parecchio critico e in attesa di affrontare, step by step, una serie di partite parecchio decisive, alcune cruciali.

Conte voleva eliminare il concetto di pazza Inter, ma l’emozione più bella e violenta di questa già straordinaria stagione ci viene proprio nella serata più patologica, in cui passi dalla depressione del primo tempo al carosello del secondo, con un processo di trasformazione degno solo di alcune menti genialmente malate. La pazzia a fin di bene non può non restare il nostro marchio di fabbrica se i risultati sono questi.

Lukaku che issa la nostra bandiera è lo spot del nuovo decennio. La punizione di Eriksen è il trailer del nostro futuro. Avanti così, ora basta con le mezze parole, le frasette soffocate e le mani sui coglioni: l’Inter ha la sua forma, i nostri obiettivi hanno un nome.

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Dicembre 16, 2019
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Ridotti all’osso

Al netto degli irreparabili sperperi di Champions, a Firenze è andato in scena il nostro primo clamoroso spreco stagionale in campionato. Bicchiere mezzo pieno: primo spreco in quattro mesi, firmiamo ora per i prossimi quattro. Bicchiere mezzo vuoto: sono due punti buttati nel cesso al 92′ di una partita già vinta (e mai chiusa avendone avuto più volte la possibilità) sperando di non dovercene pentire amaramente già sabato, quando giocheremo una partita con una squadra disperata e con una rosa ridotta all’osso, senza – in aggiunta ai lungodegenti – due punti fermi come Brozo e Lautaro. Già sono percorso da brividi sinistri.

Potrei continuare con i bicchieri mezzi pieni, ma sarebbe un elenco inutile a fermare il vorticoso giramento di coglioni post-Fiorentina. Non che ci si possa lamentare di come l’Inter in campionato chiuda/non chiuda le partite (ne ha pur vinte – dunque chiuse – 12 su 16, sant’iddio), ma di sicuro abbiamo un problema. Forse solo con la Juve non c’è stato abbastanza da recriminare – l’hai persa e stop. In tutti gli altri casi, compresi Barcellona A e Dortmund – dove vincevi -, le partite potevi chiuderle e non l’hai fatto. Bicchiere mezzo pieno (scusa, ci risiamo): ci stiamo lamentando della capolista, e quasi ipotizziamo senza nemmeno sboronare troppo un percorso che poteva essere quasi netto, cioè una roba super-lusso. Bicchiere mezzo vuoto: tanti indizi fanno una prova.

Prova de che? Che siamo stanchi, principalmente. I quattro mesi a 200 all’ora cominciano a pesare, soprattutto se a giocare – per tutte le ragioni che sappiamo – sono stati quasi sempre gli stessi. Brozovic starà fermo un turno, altrimenti faceva causa per mobbing. Lautaro-Lukaku per la stessa ragione si separeranno per una partita dopo averne giocate un’infinità consecutive. In difesa De Vrij e Skriniar le hanno fatto praticamente tutte (e se il primo è in stato di grazia, il secondo avrebbe bisogno di un paio di settimane in un atollo del Pacifico). Gli infortuni ci hanno tolto rotazioni. Borja per tre mesi si era segnalato solo per l’acquisto di un cucciolo di labrador, poi è stato rispolverato a forza e a Firenze è stato il migliore. Che è un buonissimo segno per lui, ma pessimo per l’insieme.

Stanchi, laceri e contusi, i nostri si procurano anche a Firenze le loro belle occasioni per fare l’ottava vittoria consecutiva in trasferta ma le buttano via, per poi prendere un gol un po’ grottesco al 92′, dove nel breve giro di 5 secondi sbagli tutto quello che puoi sbagliare e puff, svanisce quella che a ragione avremmo considerato un’impresa (vittoria a Firenze, nelle condizioni in cui siamo, con la Juve sempre due punti dietro. Puff).

Essendo più lukakiano del fratello di Lukaku, faccio notare il miracolo del portiere Lebowski sul suo colpo di testa nel primo tempo (non so come l’ha presa) prima di disperarmi per la cannonata dritta sul piede di Lebowski nel secondo tempo mirando alla figura (big bro, ma perchè?). Per me Lukaku è sempre sul pezzo: certo, questi gol sbagliati pesano. Oggi pesano due punti.

Col Genoa stiamo pronti, potremmo essere tutti convocati. Io mi offro per il centrocampo, in un ruolo un po’ alla Gagliardini, defilato e poco incisivo (che ci vorrà mai?). Se ci sono punte di peso e registi con i controcazzi, mandate una mail a casting@inter.it con il certificato medico agonistico non scaduto. E non prendete impegni per sabato alle 18: se le vostre mogli/fidanzate vi rinfacceranno che avevate promesso di portarle all’Auchan, mandatele affanculo. Quella verso lo scudetto n. 19 non è una passeggiata de salute, meglio essere chiari da subito.

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Dicembre 2, 2019
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Primo: restare primi

Primi in classifica prima di Natale (quattordicesima giornata): non è bellissimo? Eh beh, certo, bellissimissimo. Però attenti, non è proprio inedito: è vero, nell’accidentato post-triplete – di cui ricordiamo principalmente le sofferenze – ci era comunque già successo anche di recente, molto di recente: In due stagioni diverse, con due allenatori diversi. Siamo stati primi, primi da soli, e non è finita benissimo.

Nel campionato 2014/15 (Mancini), il 12 dicembre, vincendo 4-0 a Udine (sedicesima giornata) ci trovammo incredibilmente in testa con 4 punti di vantaggio sulla seconda. Poi ci fermammo, alla diciannovesima potevamo ancora diventare campioni d’inverno battendo in casa il Sassuolo, ma perdemmo. Finimmo il campionato quarti, a 24 punti dalla prima.

Nel campionato 2017/18 (Spalletti), battendo in casa 5-0 il Chievo (quindicesima giornata), superammo di un punto il Napoli sconfitto a Torino dalla Juve (che era terza). Due giornate dopo puff!, eravamo già terzi. Finimmo il campionato quarti, a 23 punti dalla prima, e solo grazie all’incornata di Vecino a pochi secondi dal baratro.

Cosa distingue il campionato 2019/20 da questi due vicissimi (ed effimeri) precedenti? Beh, un po’ di cose. Intanto, il nostro mostruoso score parziale: 12 vittorie, un pari, una sconfitta, record assoluto per l’Inter nelle prime 14 giornate. Poi, il fatto che nelle due occasioni precedenti la Juve fosse partita molto male: stavolta no, ci ha sconfitti ed è tuttora imbattuta, ma noi le siamo davanti. Terza cosa, che riguarda tutti noi tifosotti: le altre due volte, più o meno, eravamo abbastanza consci che la nostra situazione fosse un pochino sopra le righe, un po’ oltre le nostre reali possibilità: stavolta no, ammettiamolo, siamo gasati abbestia.

Fino a un paio di mesi fa, nonostanti la partenza sprint, continuavamo a dirci inferiori alla Juve e al Napoli. Sulla Juve, ovvio, è meglio usare tutte le cautele del caso e continuare ad ammettere (è così, del resto) che ci dividono dai gobbi alcune oggettività – su tutte, la sterminata rosa che noi non abbiamo. Ma il Napoli, oggi, il Napoli partito per essere l’anti-Juve e per arrivarci comodamente davanti è invece 17 punti indietro (17 punti in 14 giornate!), e forse proprio questa è una parziale ma clamorosa evidenza che qualcosa, rispetto agli anni scorsi, sembra essere davvero cambiato.

Altre cose? Suning si è progressivamente rivelata una proprietà sempre più munifica e incisiva, soprattutto ora che finalmente le ristrettezze del Fpf non ci devastano più l’esistenza: non ci possiamo lamentare, ma proprio no. Conte si sta riaffermando per quello che è, un allenatore con i supremi controcazzi, valore aggiunto come quell’altro che per scaramanzia non nomino. E il peso specifico della rosa è aumentato, con alcuni innesti oculati e importanti, per quanto ancora non sufficienti a darci una dimensione effettivamente compiuta, soprattutto in Europa (dove nonostante enormi passi in avanti rischiamo di uscire con le pive nel sacco, come un anno fa. Che beffa sarebbe).

Mancano 24 fottute partite alla fine del campionato, nelle cinque che mancano al giro di boa dobbiamo giocare con Roma, Napoli e Atalanta, poi ci saranno le altre 19 in cui nelle ultime stagioni ne abbiamo combinate di cotte e di crude, e quindi tutto il nostro estemporaneo onanismo potrebbe lasciare il posto a una botta di realismo che ci turberà le vacanze di Natale e l’approdo al 2020 e poi via via il percorso verso maggio. Ma queste 14 giornate di campionato, e anche le ondivaghe 5 partite di Champions, ci hanno fatto respirare un’aria che non sentivamo da un po’. Un’aria frizzante, che un po’ ti stordisce. Le suggestioni di una coppia d’attacco inattesa e fantastica, le stagioni più sottotraccia ma altrettanto clamorose di gente tipo Brozo o De Vrij, la scoperta di giocatori tipo Sensi e Barella di cui – questa è una cosa fantastica – riusciamo a fare a meno attingendo alle energie di giocatori che fino a qualche mese fa intimamente schifavamo: tutto questo ci sta issando a un livello di testosterone che al confronto Rocco Siffredi fa colazione con il bromuro.

La cosa migliore è darsi un contegno e vivere alla giornata. Il bello viene adesso. Potrebbe anche essere il brutto, come nelle passate stagioni. Ma noi ci crediamo, un po’ di più. E l’Inter è più forte, un po’ di più.

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Novembre 29, 2018
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Corsi, ricorsi e Tafazzi

Breve ripassino di storia. Anche nella gloriosa stagione 2009-2010 l’Inter si giocò l’accesso agli ottavi di finale della Champions all’ultima giornata del gironcino e tutti noi, per l’occasione, indossammo un elegante pannolone. Gironcino tosto anche quello (ma meno di quello attuale). Classifica alla quinta giornata: Barcellona 8, Inter 6, Rubin Kazan 6, Dinamo Kiev 5. Partite dell’ultima giornata: Inter-Rubin, Dinamo Kiev-Barcelona. Scenario: l’Inter doveva vincere per qualificarsi, punto. Differenze: il Rubin era ancora assolutamente in corsa e anche l’altra partita era decisiva (la Dinamo poteva qualificarsi battendo almeno 2-0 il Barcellona) a causa del clamoroso risultato della terza giornata, Barcellona-Rubin 1-2, che aveva mischiato orrendamente le carte di un raggruppamento che sembrava (quasi) scontato.  Noi avevamo pareggiato le prime tre partite (due in casa). Male male male. Vincemmo a Kiev la quarta (all’85’ eravamo ancora sotto 1-0 e virtualmente a casa, pensate a cosa ci saremmo persi), poi lo 0-2 a Barcellona senza vedere palla. E infine il 2-0 (Eto’o, Balotelli) al Rubin all’ultima giornata a San Siro. Il Barcellona vince a Kiev 2-1 (Dinamo in vantaggio dopo 5′, pareggio di Xavi a fine primo tempo, gol di Messi all’86’). Classifica finale: Barcellona 11, Inter 9, Rubin 6, Dinamo Kiev 5.

Solo per dire che giocarsi la qualificazione all’ultima giornata di un girone di Champions (tanto più se è equilibrato verso l’alto: vedi quello micidiale del Napoli) è la normalità. Così com’è del tutto normale, nel caso specifico, che alla resa dei conti l’Inter arrivi con 7 punti, l’esatto obiettivo minimo (vincere in Olanda, battere il Tottenham in casa, fare almeno un punto con il Barcellona: fatto). Dobbiamo battere il Psv, punto. E fare zapping con il Camp Nou per vedere cosa succede là: se il Tottenham vince dove nessuno in Champions riesce a farlo da 5 anni e mezzo, beh, complimenti. Non capisco quelli che parlano di biscotto: biscotto per eliminare l’Inter e far passare il Tottenham? Mah. Il Tottenham che vince a Barcellona, ci sta. Il Barcellona che lascia vincere al Camp Nou chicchessia no, non ce lo vedo proprio. Vabbe’, ne parleremo.

Il paragrafo precedente possiamo anche intitolarlo “bicchiere mezzo pieno”. Passiamo al resto. Siamo arrivati a 10′ dal filotto, giocando una partita per lo 0-0 e quasi riuscendoci, pagando cara una distrazione collettiva (i colpevoli del gol sono almeno 4 o 5) che ci è costata una rete grottesca (vedere Sissoko scortato dai nostri per 40 metri mi ha fatto venire in mente il gol di Sassuolo-Inter dell’anno scorso). E’ stato un vero peccato, perchè potevamo festeggiare la qualificazione raggiunta con una giornata d’anticipo eliminando la terza del campionato inglese, uno squadrone fatto e finito a cui avremmo concesso solo un punto in due partite. E invece siamo qui come nel complicato tardo autunno del 2009, a cercare il pannolone della nostra misura.

Se nelle tre partite “normali” abbiamo fatto il nostro, nelle due “super” è emerso un gap che però non possiamo far finta di vedere solo quando ci fa comodo. E’ un gap che esiste, che esiste anche se diamo tre pere al Frosinone, che dipende anche da sei anni senza Champions e da una mentalità da ricostruire, oltre che da una rosa che è molto buona ma non è al livello delle top, ovvio, lo sanno anche i bambini dell’asilo. A Barcellona e a Londra abbiamo fatto zero punti, ne potevamo al limite fare uno (sarebbe stato decisivo), dando una discreta impressione di noi nella fase “sto coperto, riordino le idee e porto a casa il culo” e un’immagine un po’ più offuscata nella fase “sto coperto, se serve la tiro anche in tribuna ma provo a vincere” che ci è riuscita molto meno, quasi niente.

Non c’è bisogno di discutere per giorni e giorni su Nainggolan. Era l’uomo che serviva per partite come queste, ma è completamente fuori condizione per le ragioni che sappiamo e Spalletti lo rischia perchè non ha alternative (il FPF ci ha decimato il centrocampo), salvo poi scoprire che il sostituto diventa il migliore in campo (quindi un’alternativa c’era, mannaggia). Ma non sarebbe cambiato granchè. Eravamo settati per fare lo 0-0 qualificazione e non ce l’abbiamo fatta per un pelo. Sennò adesso saremmo qui a fare onanismo sulla nostra partita attenta, sui nostri centrali impenetrabili e sugli acquisti più azzeccati dall’estate 2009.

Dico solo che abbiamo ancora un match point e fare disfattismo per due settimane – avendo nel frattempo anche Roma e Juve da andare a trovare – è un po’ da Tafazzi. Giochiamoci ‘ste partite e poi tiriamo le somme. Tirarle prima, e in negativo, più che altro è da coglioni.

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Novembre 3, 2018
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Fratelli di Gaglia

Inter-Genoa 5-0. Ci sarebbero molte cose da dire, ma per brevità passiamo direttamente alle pagelle.

Handanovic: 8. Il David Copperfield della Slovenia, per scacciare la noia, si dedica al suo hobby preferito: far cagare addosso 7 milioni di persone facendo giocoleria di piede. Vale da solo il prezzo del biglietto, ideale complemento di una partita senza pensieri. Houdini, quando si liberava dalle catene a testa in giù immerso nell’acqua, creava meno pathos.

D’Ambrosio: 7. Il Ciro Di Marzio della fascia destra gioca una partita attenta, considerato che con il peggior Genoa degli ultimi 15 anni avrebbe giocato una partita attenta anche mio cugino. Secondo l’International Federation of Football History & Statistics, è il terzino che si spettina meno dell’emisfero boreale. Quando si mette il gel, un pellicano in Patagonia muore.

Skriniar: 8. Il Chuck Norris dei Carpazi gioca in pura scioltezza e nell’intervallo chiede ad Ausilio se così, per onestà intellettuale e professionale, può restituire lo stipendio di novembre o almeno devolverlo in beneficenza. Per fortuna Juric al 50′ mette Piatek e il buon Milan si sente più utile.

De Vrij: 7,5. Il Materazzi dei Paesi Bassi si diverte come può: calci, calcioni, craniate, sterno, pube, naso, nuca, orecchio. Contro questo Genoa è bullismo. Meritava il gol, ma era il sabato dei casi estremi e quindi rinuncia in favore dei compagni meno fortunati.

Dalbert: 8. Il Pasquale dell’Amazzonia inizia timido, senza strafare, e finisce che sembra Carlos Alberto. Gli si svita una caviglia ma resuscita tipo Warren Beatty nel Paradiso può attendere. E nel finale fa una chiusura difensiva a metà tra Beckenbauer ed Enzo Paolo Turchi che la gente si alza in piedi, urla e si abbraccia. Incredulità.

Gagliardini: 9. Il Gerrard della val Trompia passa dalla dichiarazione di morta presunta al partitone liberatorio. Secondo l’Iffhs, l’Inter è la squadra con più centrocampisti al massimo della forma al mondo. Spalletti sta pensando al modulo 4-5-3-1 per farli giocare tutti, poi gli hanno fatto notare che la matematica non è un’opinione. Gaglia, rottamato in pectore, intanto ricorda di esserci e gioca col sorriso, e noi con lui, sorridenti di quel sorriso un po’ beota ma così sereno. Un voto in meno perchè ne poteva fare quattro, e se ne faceva quattro boh, non so.

Brozovic: 9. A Madrid, facendo ultime pagelle, hanno definito Modric “il Brozovic del Prado”. Non ci sono più parole per lui. Lo volevano vendere al macello e invece è il più forte di tutti. E’ diventato persino bello, Jude Law al confronto sembra Belfagor.

Joao Mario: 9. Il Benjamin Malaussène della Lusitania completa la sua trasformazione da “uomo che ogni interista voleva ammazzare a mani nude” a “uomo che ogni interista assurge a suo modello personale”. Vederlo correre, muoversi, passare, contrastare, proporsi, rincorrere, incidere costantemente sulla partita, segnare un gol – segnare un gol! – è stata una roba tipo Cecchinato che prende a pallate Djokovic a Parigi.

Politano: 8,5. Il Littbarski di Tor Pignattara fa impazzire il Genoa da solo per un’oretta buona, sgroppa che è un piacere, sopravvive a un trauma cranico, scava un solco sula destra che adesso dovranno rizzollare il campo e forse non si fa in tempo per il Barcellona.

Lautaro 6. Il Rodolfo Valentino di Appiano Gentile sbaglia un gol dopo un minuto e non si riprende più. Oggi sembrava quello che nelle feste mette su i dischi: intorno tutti ridono, bevono, ruttano e limonano, lui è seduto in angolo a guardare. Verrà il suo turno, speriamo. Lo spera anche lui.

Perisic: 7. Il Buster Keaton della Croazia, con saggezza, decide di non mettersi anche lui a infierire inutilmente. Non servivano gli effetti speciali, gli basta un paio di finte alla Elvis the Pelvis per prostrare i poveri rossoblu e giustificare la sua presenza in campo, di lotta e di governo.

Keita Balde 7. Il Diego Forlan del terzo millennio riesce a essere meno vacuo del solito, anche perchè entra e va nel suo posto preferito. Quando farà gol dopo sessanta metri di contropiede, si compirà un disegno meraviglioso. Avessero segnato anche Dalbert e Keita, toccava mettere una lapide fuori dallo stadio.

Borja Valero: 7. L’Abate Faria della Castilla si fa sempre trovare pronto. Sembra sempre così sciupato, ma in realtà ha le analisi del sangue di Eliud Kipchoge.

Nainggolan: 8. Il Lazzaro della Vallonia si alza dal letto, scrocchia il metatarso e segna di testa. Zeffirelli ha fatto un film per molto meno.

Spalletti: 10. Vincere 5-0 una partita con Gagliardini, Dalbert e Joao Mario contemporanemente in campo e autori complessivamente di tre gol, e con ciò vincere la settima partita di fila prendendo un solo gol nelle ultime cinque, cambiando modulo secondo le evenienze e mantenendo sul pezzo l’intera rosa. Spalletti ora è atteso a nuove e più rutilanti esperienze: camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, portare lo spread sotto quota 100.

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Maggio 21, 2018
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Il rinnovo di Eder e il mistero di Owen Wilson

Eri al cinema a vedere Dogman? Eri alla comunione di tuo nipote? Eri al matrimonio di tuo cugino? Eri al ristorante a festeggiare il tuo anniversario? Eri al motel con l’amante?  Non temere: questo è un blog di servizio e come tale ti aiuterà a rivivere minuto per minuto l’avvincente partita dell’Olimpico tra Lazio e Inter.

Primo tempo.

1′. Perisic crossa per Icardi che cerca il gol del secolo. Mentre arriva il pallone si gira verso Ausilio per concodare un ritocco e l’azione sfuma.

4′. Candreva tira da 25 metri, Strakosha aspetta il pallone già coricato.

6′. La Lazio aggredisce, Luis Miguel sbaglia un gol fatto.

10′. Cross da sinistra, Milinkovic Savic vola di testa, miracolo in tuffo di Handanovic, l’azione prosegue, palla a Marusic che tira in faccia a Perisic, mandibola piena, autogol. Handanovic non si tuffa: “Mi ero già tuffato prima”.

15′. Vecino tira alla Candreva, Strakosha fa 30 secondi di plank e para.

20′. La Lazio domina, contropiede dell’Inter, Cancelo lancia Icardi che tira zappando la terra, palla fuori e niente ritocco.

24′. Punizione dal limite, Diego Armando Milinkovic Savic Mazzanti Viendalmare colpisce il palo. Handanovic immobile: “No, io Handanovic. Immobile è quel tizio biondo con la faccia da terrone”.

29′. La Lazio, durante un calcio d’angolo, si riunisce in area a parlare del premio Champions. Brozovic furbescamente calcia prima della fine della trattativa, palla a D’Ambrosio, naso, tibia, nuca, orecchio, gol. La Lazio protesta: “Ha segnato senza aspettare che il portiere si rialzasse come vorrebbe il fair play”. L’arbitro del Var, Angelo Roncalli, dice a Rocchi che il gol è valido.

41′. Felipe Anderson recupera palla al limite della sua area e corre fino al limite della nostra. Nel frattempo aveva dato palla a Lulic che gliel’aveva restituita mentre D’Ambrosio e Miranda guardavano ammirati la linearità del contropiede. Tiro, gol. Handanovic non esce nè si tuffa: “Cioè, pretendete troppo”.

44′. Milinkovic Savic tira, Handanovic respinge di pugno: “E allora? Gne gne gne”.

Fine primo tempo. Pagelle Inter: Handanovic 5.5; Cancelo 5.5, Skriniar 6, Miranda 5.5, D’Ambrosio 6; Vecino 4, Brozovic 6.5; Candreva 4, Rafinha 5, Perisic 6; Icardi 4. All. Spalletti 5

Secondo tempo

4′. Cross di Tiberio Murgia, Handanovic si tuffa e la tocca, Miranda stupefatto la mette in angolo.

10′. Cross di Brozovic, Perisic di testa impegna Strakosha che para stoppando di petto e facendo juggling.

15′. Cambio nell’Inter: esce Candreva, dentro Eder. Ausilio chiama l’Uefa per chiedere notizie sulle qualificate di Estonia, Lettonia, Lituania, Moldova e Lapponia.

16′. Cross di Brozovic per Eder che di testa manda di poco alto. Strakosha aveva chiesto il medical timeout ed era in bagno.

18′. Felipe Anderson tira sull’esterno della rete, Handanovic si inginocchia: “Beh, ci stava”.

20′. Cambio nell’Inter: esce Rafinha, dentro Karamoh. Il Barcellona chiama Ausilio: “Tenetelo, non c’è problema”.

25′. Radu cade in area, la sfiora con la mano e Icardi, che era lì vicino, capisce di essere finalmente inquadrato dopo 65′ di assenza e protesta con veemenza per rispettare il bonus contrattuale: “Protestare con veemenza almeno una volta a partita”.

26′. Corner, cross, Milinkovic Savic la prende con non si sa cosa, Rocchi dà il rigore, non può essere vero. Infatti l’arbitro del Var, Piero Pacciani, dice che non lo è. Milinkovic Savic cerca di calmare gli animi: “Non l’ho presa col braccio, è che ho la clavicola lunga”.

30′. I primi tifosi interisti abbandonano l’Olimpico in lacrime, alcune migliaia in piena depressione lasciano pub e case di amici, altre migliaia davanti alla tv girano su Fazio o Un giorno in pretura: “Ma dove cazzo andiamo, dai, ma quale cazzo di Champions, è già tanto se ci siamo salvati… Squadra di merda, portiere inguardabile, Icardi e Vecino fanno cagare e quel deficente abbronzato mi mette dentro Eder… il Real mette Asencio e noi mettiamo Eder… Minchia, ha fatto il partitone pure De Vrij… e naturalmente te lo mettono sempre nel culo, un rigore non te lo danno manco morti…”.

31′. Eder di prima lancia Icardi in area, De Vrij interviene tipo Chuck Norris. Rigore, confermato dall’arbitro del Var Florence Nightingale. Batte Icardi, gol. 2-2.

31′ 30″. Migliaia di interisti tornano frettolosamente all’Olimpico, al pub, a casa degli amici, in posizione eretta sul divano e su Premium o Sky.

33′. Lulic entra in scivolata su Brozovic e lo stende. Al confronto del fallo di Pjanic sembra una seduta di petting avanzato, ma Rocchi che fino a quel momento ha fischiato anche le scoregge non può esimersi dall’estrarre il secondo giallo. Lazio in 10.

33’05”. Il popolo interista ribolle come ai vecchi tempi: l’espulsione di Lulic ricompatta le fila, adrenalina alle stelle, urla, strepiti, cori, blandi abusi sessuali, piccoli vandalismi casalinghi, introduzione della flat tax, richieste di rinnovo di contratto per Eder.

35′. Assalto. Karamoh cerca di uccidere Perisic e sfiora il gol. Alla carica! Juve merda!

36′. Fuori D’Ambrosio, dentro Ranocchia.

36’10”. Ranocchia entra come un ossesso alla Materazzi e va direttamente nell’area della Lazio, schierata in attesa del corner. Panico. Musica di Ennio Morricone. Brividi alti così.

36’20”. Corner. Pum! Palla sul primo palo, Ranocchia si libra in volo alla Baryshnikov e confonde le idee alla già confusa Lazio, Vecino la prende in piena fronte e la mette sull’altro palo.

36’21”. GAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA. 2-3.

39′. Inzaghi si gioca la carta Nani, esce De Vrij che in lacrime si siede direttamente nella panchina dell’Inter e gioca a Fifa 2018 con Pinamonti.

40′. Conclusione di controbalzo dal limite di Milinkovic-Savic, palla che esce di un soffio. Handanovic si tuffa per sporcarsi un po’ anche la coscia destra.

45′. Eder svaria alla Garrincha e la mette in area per Icardi che inciampa come un bambino dell’asilo e fallisce il 4-2: “Non è giusto infierire sugli avversari, e poi non avevo fissato l’extra bonus per i 30 gol”.

47′. Rocchi espelle Owen Wilson, non si sa a quale titolo seduto nella panchina della Lazio.

49′. Rocchi fischia la fine, l’Inter è in Champions League, la Lazio in Estonia Moldova Prussia Bielorussia.

Pagelle finali Inter: Handanovic 8; Cancelo 7.5, Skriniar 8 (31′ st De Vrij 9), Miranda 8, D’Ambrosio 8 (36′ st Ranocchia 8,5), Vecino 9, Brozovic 9; Candreva 6 (16′ st Eder 8.5), Rafinha 6 (23′ st Karamoh 8), Perisic 8.5; Icardi 9. All. Spalletti 9

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