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Settembre 11, 2016
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Quel gran genio del mio amico

frank-de-boer

Quello in cui De Boer si è alzato dalla panchina e ha fatto tre cambi tutti insieme – e mettendo tre attaccanti, mica cazzi – è stato un momento del tutto irreale, come del resto irreale fino a quel momento erano il punteggio, la classifica, la stagione e il nostro stesso irragionevole interismo. In pratica: l’odierna fase della nostra vita in cui mendichiamo punti con Chievo, Palermo e Pescara.

Ecco, questo è il primo step.

De Boer ha fatto un gesto disperato e godurioso insieme. Praticamente – e senza rendersene conto, penso – ha miscelato le seguenti cose: 1) giocare il jolly a Giochi senza Frontiere nel gioco più difficile; 2) superare a destra Mourinho; 3) imitare De Niro e Walken nella scena della roulette russa nel Cacciatore; 4) fare boungee jumping senza controllare se il moschettone fosse stato effettivamente agganciato; 5) sperimentare bondage estremo con una vicina di casa pregiudicata; 6) mettere in pratica in diretta tv quella che poteva essere definita come la più classica della sboronata teorica da bar (“una volta ho fatto tre cambi tutti insieme, mettendo tre attaccanti”, “ma vai a cagare, bevi meno”).

Il secondo step è: a cosa è servito fare il fenomeno?

Ecco, poteva perdere 2-0, anche 3-0. Oppure fare 1-1, oppure anche 4-4 (sarebbe stato terribilmente in tono con la mossa dei tre attaccanti all together). No, perché adesso arriva la cosa complicata: ha vinto la partita. Non so come, giuro, ma questo è quello che è successo. L’ha vinta in rimonta con la doppietta dell’unico attaccante che non ha lasciato in campo e che noi avremmo preso tranquillamente a calci in culo come quelli sostituiti.

Ora, siamo tutti a un bivio. O la cosa a cui abbiamo appena assistito è catalogabile nel più classico dei colpi di culo, oppure Frank De Boer è un genio. Di sicuro, siamo già arrivati – solo alla terza giornata – all’over the top: più di tre cambi in contemporanea Frank non potrà fare, lo impone in regolamento Fifa, e già mi sembra dura accettare una così assurda limitazione avendo a disposizione un mister talmente scoppiettante, passato nel giro di 5 minuti da “ectoplasma olandese sulla rampa di lancio” a “Zanza degli allenatori Seminatore d’Oro”. Viva l’Inter, Juve merda e pure noiosa: la festa è qui.

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Agosto 30, 2016
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Il Supermario bianco

santon

(l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

Di quelle due magiche annate in cui Mourinho appoggiò il culo sulla nostra panca rendendo tutti noi uomini più felici, oltre ai trofei e agli orgasmi multipli restano storie che oggi – a sei, sette anni di distanza – possono apparire solo verosimili, se non addirittura leggendarie. In una parola: incredibili. Tipo che insieme agli uomini adulti e famelici che ci portarono in vetta al mondo c’erano due bambini cui lo Special One affidò spesso speranze, velleità e intere zone del campo, se non addirittura le chiavi della squadra, e quei bambini rispondevano presente e noi ci riempivamo di orgoglio.

La storia parallela dei due bambini ha preso una brutta piega, essa pure parallela.

Sul bambino numero 1, Pallone d’Oro in pectore per un tot di anni e ora ridotto all’accattonaggio, più che un libro si potrebbe scrivere una saga tipo Stieg Larsson, cinquemila pagine di romanzo di formazione e patologia criminale. Sul bambino numero 2, ieri, ammetto di avere fantasticato sette-otto minuti. Non durante la partita (non c’era più un cazzo su cui fantasticare), ma prima, durante il riscaldamento.

Qualcosa prendeva forma tra le mie sinapsi ormai lasse come certi legamenti. Trattavasi di una vicenda vagamente alla Schwazer, se la vicenda Schwazer benininteso si fosse chiusa con il medesimo ai nastri di partenza della gara olimpica. Una storia di redenzione e di resurrezione, la storia dell’ex bambino che nessuno vuole perchè non passa più le visite mediche e che invece torna miracolosamente abile per la squadra che lo voleva sbolognare a chiunque, e sgroppa, e difende, e si smarca, e si spreme, e spazza, chiude, crossa e bòn.

Purtroppo non è andata così.

Ora, c’è modo e modo di giocare male una partita. Contro il Palermo lo hanno fatto parecchi giocatori dell’Inter, nelle più varie modalità e sfumature. Puoi giocare male perchè non ne hai, non capisci, sei fuori forma, fuori ruolo, fuori (punto), hai problemi, sei demotivato, sei un corpo estraneo, un oggetto misterioso, un ragazzo troppo buono. La brutta giornata capita a chiunque e l’importante è affrontarla con onestà intellettuale: ragazzi, giuro, ci sto provando, ve lo assicuro, anche se magari non sembra, e oggi butta così, mi spiace per me, per voi e per questa gloriosa maglia a strisce, e spero tanto che la prossima volta vada meglio.

E tu, tifosotto, cosa fai, lo prendi a calci in culo? No: ti alteri un pochino, poi rifletti, capisci, perdoni. Magari segni tutto, ma perdoni.

E quindi in una domenica pomeriggio di agosto, con una temperatura assurda, nel presumibile sconcerto tecnico e umano di essere stato tirato in ballo quasi all’improvviso per l’infortunio di un compagno, nel baillamme di una squadra in totale cambiamento e nel microcosmo di uno stadio che romperebbe i coglioni anche a Pelè, ecco, voglio dire, ci sta che un Davide Santon giochi male.

E infatti il punto non è questo. Il punto è che, per tre secondi, per tre interminabili secondi, Santon si è trasformato nell’altro bambino, quello grande grosso e irritante, e questo ci è costato due punti netti e con essi quella iniezione di serenità che ti avrebbe dato vincere con il Palermo, invece che pareggiare e star qui a macerarti le carni.

Il gol assegnato a Rispoli in realtà è tutto di Santon, e trattandosi di un gol decisivo questo è già di per sè preoccupante e grave. E’ di Santon il rinvio molle da centro area che finisce tra i piedi di Rispoli, è di Santon la deviazione che spiazza Handanovic e dà l’1-0 al Palermo.

C’è anche modo e modo di deviare. Se Roberto Carlos ti mira gli zebedei o se Zaytsev ti schiaccia sul naso da un metro, ecco, nessuno verrà lì a farti delle questioni sulla deviazione, e al limite ti chiederanno se sei ancora vivo e virile. Santon no, l’ha deviata col tacco mettendosi in quella posizione snob (movimento a girarsi di schiena, culo in fuori, tacco proteso) che una volta faceva figo al campetto finchè qualcuno deve essersi incazzato sul serio e indotto tutti i campettisti dell’emisfero boreale a evitare quella pantomima. Nel caso specifico, se fai una mezza cazzata (rinvio da femminuccia) e poi tenti di ripararla (andando a opporsi al tiro dell’attaccante), devi buttarti a corpo morto, non imitare Petrolini mentre fa Gastone, santa madonna.

Culo e tacco in fuori, come fosse scontato che per un Luciano Rispoli al tiro bastasse mettersi in mezzo così, alla cazzo di cane. Invece il tiro – un normalissimo, elementare tiro da fuori – prende proprio il tuo tacco da gagà da balera e puff!, la partita è buttata nel cesso.

Anche quando giochi male, Daviduccio nostro, devi tenere la schiena dritta e il cervello acceso. La gente magari ti insulterà lo stesso, ma almeno sarai in pace con la coscienza. E adesso non ti puoi lamentare, caro il mio Supermario bianco, se il video del gol tuo e di Rispoli lo proietteranno nelle scuole calcio per far vedere all over the world come non ci si oppone a un tiro.

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Agosto 28, 2016
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Cozza Inda

icard

Si possono affermare, più o meno serenamente, due cose altrettanto vere: 1) questa squadra e il suo allenatore hanno bisogno di tempo, probabilmente molto; 2) pur con tutta la pazienza di questo mondo, non si può non vincere con questo Palermo, no, no e poi no. Quindi, dopo essersi contraddetti nel breve volgere di due righe, bisogna decidere per cosa bisogna rassegnarsi: 1) all’attesa, nella speranza di vedere qualcosa di buono il più presto possibile, e fare un tifo responsabile quasi zen; 2) alle incazzature, o alle delusioni, che già ci ammorbano l’attesa di cui sopra (un punto contro Chievo e Palermo, cioè, si sono visti inizi migliori).

Il quadro è piuttosto drammatico, parlandone oggettivamente. Un mese – 30 preziosissimi giorni – l’abbiamo perso dietro le paturnie di Mancini. Fisicamente, siamo delle mozzarelle: le tournée porteranno anche soldi,  ma guarda come ti riducono (tantopiù se  il tuo allenatore dell’epoca si comporta da dead man walking e tu non sai che cazzo fare). Poi arriva un nuovo mister che non parla italiano, non conosce il calcio italiano e – non potrebbe essere altrimenti – di fronte a questo popò di casino chiede tempo. E gliene o occorrerà parecchio, con altri due giocatori nuovi da inserire e quelli vecchi da risistemare.

Ecco: quelli vecchi sono al momento la vera profonda delusione. Mettici pure tutte le attenuanti, mettici  anche che chiudi gli occhi e fai oohhhhmnmmmmmmm perchè hai deciso di metterti in stand by (la faccenda dell’attesa). Ok, perfetto, ma c’è una percentuale di impresentabili che ti mette una certa angoscia. Ragazzi, noi aspettiamo, per carità. Ma voi datevi una mossa.

Rispetto al nulla di Verona, oggi si sono viste le occasioni: perlomeno abbiamo riprovato il brivido antico di tirare verso la porta avversaria, quel gesto tecnico che con un po’ di culo può produrre il gol. Che la metà di queste occasioni sia capitata a Medel, ecco, meriterebbe un’ulteriore riflessione, o una disamina tecnica che non sono in grado di affrontare.  Cinque-sei occasioni più che nitide, ma anche cinque-seicento passaggi sbagliati. Faceva caldo? E vabbe’ ragazzi, avete le maglie tecniche, vi danno da bere: è uno sforzo che, alla vostra età, si può fare senza grossi rischi.

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Agosto 21, 2016
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Il calendario deboeriano

Inter's coach coach Frank De Boer (C) during the Italian Serie A soccer match AC Chievo vs Inter FC at Bentegodi stadium in Verona, Italy, 21 August 2016. ANSA/FILIPPO VENEZIA

Quando, sul 2-0, il Chievo ha messo dentro un ragazzo per farlo esordire in Serie A, ecco, è come se avesse segnato il 3-0. E un 3-0 morale è il giusto risultato della partita, perchè il 2-0 non va stretto al Chievo: va stretto a noi. Niente, non ci siamo, non ci siamo proprio, non ci siamo stati. Questa del resto è la conseguenza matematica del nostro grottesco precampionato, trascorso da società ed ex allenatore a farsi i dispetti tipo due fidanzatini rancorosi. De Boer c’entra poco, probabilmente zero. Lui non ha ancora capito dov’è finito e i giocatori – come è clamorosamente, manifestamente emerso – non hanno capito lui, ma proprio per niente. Un mese buttato nel cesso. E’ come se fossimo al 21 luglio, in un ipotetico calendario deboeriano. E abbiamo giocato come si solito si gioca il 21 luglio. Serve tempo. Pensavamo – speravamo – di non averne perso. Non era così.

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Agosto 19, 2016
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Viva viva la Serie A

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(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In queste ore qualsiasi tv, radio, sito tarocco e giornale roseo sta facendo le sue belle previsioni sulla Serie A che riparte domani. Quindi, chi siamo noi per non farlo? Cioè, qui ognuno dice la sua e noi no?

ATALANTA. Non tante novità ma abbastanza significative, su tutte Gasperson in panca e Paloschi centravanti. Ma perchè sprecare tempo a parlare dell’Atalanta? Farà il suo solito campionato, buono ma non buonissimo, come gli ultimi quindici-venti. Previsione: dal nono al quindicesimo posto, fate voi.

BOLOGNA. Donadoni ha ormai la sua bella esperienza a gestire squadre più scarse rispetto alla stagione precedente. Ha ceduto il migliore (Giaccherini) per puntare su tre-quattro scommesse belle e buone. Donadoni ce la farà, ha avuto anche di peggio. Posizione medio-alta della parte a destra della classifica.

CAGLIARI. Insieme all’Inter, è l’unica squadra il cui destino dipende da una donna. Nel caso del Cagliari, Belen. Se Borriello ingrana, i rossoblù si toglieranno più di una soddisfazione. Se non ingrana, possiamo comunque fare l’abbonamento a Novella 2000. Dal settimo al diciessettesimo posto, tutto è possibile.

CHIEVO. Un’estate epica: l’allenatore che se ne vuole andare ma poi resta, qualche cessione di secondo piano, unico acquisto un portiere brizzolato. Boh. Naturalmente ce la becchiamo noi all’esordio. Quindi diciamo che è fortissima, la mina vagante del campionato. Dalla seconda giornata in poi, rischia grosso: occhio alle spalle.

CROTONE. L’abbiamo lasciato a maggio come il Leicester del Sud Europa, e quindi (CR70 insegna) parte per non retrocedere. Esce dal mercato con un perfetto mix tra semisconosciuti confermati e perfetti sconosciuti acquistati. E’ una bella favola eccetera eccetera, ma davanti ne ha diciassette-diciotto, a occhio. Dal sedicesimo (non compreso) in giù.

EMPOLI. Si muove bene sul mercato con innesti di forze giovani e fresche (Gilardino e Pasqual) per compensare la partenza di un paio tra i più buoni. Vabbe’, ma il campionato italiano è quello che è e l’Empoli, con un po’ di culo, potrebbe fare ancora la sua porca figura. Non andrà in Europa, non retrocederà: il resto è vita.

FIORENTINA. Giocherà con nove-dieci decimi della squadra della scorsa stagione, il che ha un suo perchè. Se Kalinic segna, se (seguono altri quindici se), può arrivare in alto. Non in altissimissimissimo. In alto, stop, tipo l’ultima volta. Zona Europa League: sotto difficile, sopra praticamente impossibile.

GENOA. Squadra simbolo del calcio italiano: non potendo prendere una star (Simeone) prende il figlio. Solita accozzaglia di giocatori di potenzialità incerte, in un prepotente mix con allenatore esordiente e ruvido. Non saprei dire niente di minimamente attendibile su nessuno dei nuovi acquisti, quindi stop. Boh, fate voi: tra il settimo e il diciassettesimo, indicativamente.

INTER. Ragazzi, che splendida estate: il capitano che si offre a mezzo mondo, l’allenatore che guarda i porno e poi risolve il contratto ad agosto. A parte questi piccoli inceppi, abbiamo un’autostrada davanti, un percorso lastricato di gloria verso l’eternità. Se il parametro è “vorresti mai incontrare di notte in un vicolo Banega, Medel e Melo?” non ce n’è per nessuno. Scudetto. Oppure zona Champions, ma con il sapore del fallimento. Oppure zona Europa League, e ci suicidiamo tutti come una setta giapponese.

LAZIO. Partono senza Klose, Mauri e Candreva, che gli abbiamo ciulato noi. Hanno preso Immobile e un’accozzaglia di nomi dall’incerto avvenire. Però mantengono l’impianto della scorsa stagione che, in Italia, è già un mezzo lusso. Solita mina vagante. Europa League o appena sotto, dipende dall’entusiasmo e da una dozzina di altre variabili.

MILAN. Ma è iscritta al campionato? Sì? Ah, vabbe’. Se arriva in Champions, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarà derubricata a “trucchetto tipo David Copperfield”. E’ da Europa League, forse.

NAPOLI. Va premesso (vale anche per tutte le altre, naturalmente) che il mercato non è ancora finito. Al momento, la strategia è stata: cedo il mio centravanti da 36 gol a stagione non a una squadra a caso ma proprio alla Juventus, sì, così, perchè mi va, e anche perchè mi intasco 90 milioni e questo contribuisce a convincermi che posso fare a meno di quel ciccione. Bravi. Non vincerà mai: arriverà tra il secondo e il quarto posto. Preparate i fazzoletti.

PALERMO. Non è ancora ben chiaro come cazzo abbia fatto a salvarsi nella scorsa stagione, riparte con un allenatore licenziato e riassunto già una dozzina di volte e dopo aver ceduto tutti i migliori. Come non adorarli? Dal sedicesimo (compreso) in giù, in omaggio al genio di Zamparini e all’arte di arrangiarsi.

PESCARA. Non è la peggiore tra le candidate a sprofondare in Serie B. Anzi, tutto sommato sembra messa meglio di altre. Oddo è di per sè una bella scommessa, noi seguiremo con simpatia Manaj, ci sono Biraghi, Caprari e Cristante… Mah, non malaccio. Retrocedenda naturale, ma con qualche colpo in canna: può farcela.

ROMA. E’ la squadra dell’anno scorso ma con la difesa praticamente rifatta, con Strootman recuperato, Perotti e il Faraone dall’inizio… certo, resta Dzeko, ma qui siamo al top del nostro sgarrupatissimo campionato. Squadra antipatica se ce n’è una, sarà bello giocarcela con questi bellimbusti. E’ la seconda predestinata, da lì in giù sarebbe una delusione.

SAMPDORIA. Incognita totale. Ha l’allenatore più bravo e più instabile del mondo, ha fatto un mercato da giramento di testa, ha sacrificato qualcuno buono (ma la scorsa stagione, i buoni poi dov’erano?). E ha Alvarez. Dal settimo al quindicesimo posto, random, con licenza di uccidere e anche di fare un mucchio di cazzate.

SASSUOLO. Ha dato via Vrsaljko e Sansone, due che in Serie A ci stavano eccome. Ha preso gente da Sassuolo e un usato quasi sicuro (Matri) per restare in alto in Italia e provarci in Europa. L’allenatore è bravo bravo. Quindi, il Sassuolo rimarrà il Sassuolo. Parte della classifica a sinistra, dal quinto ai decimo, facciano loro.

TORINO. Ha ingaggiato un allenatore a sua immagine e somiglianza, salutato due simboli del recente cuore Toro (Glik, prima di tutto, e Bruno Peres) prendendo qualche giocatore interessante compreso il nostro amico Ljajic. Venderanno cara la pelle come al solito, magari viaggiando a quote un po’ più altre rispetto all’anno scorso. Vedi Sassuolo e copincolla.

UDINESE. Come al solito fanno e disfano, smontano e rimontano, vendono comprano e frullano il tutto. Non ci sarà più Di Natale a parare il culo alla compagnia, che resta come da tradizione consolidata una delle più inclassificabili del campionato. In definitiva: sembra scarsotta come l’anno scorso. Dall’undicesimo in giù, occhio alla linea di galleggiamento.

JUVENTUS. Il Re è nudo. E’ bastata una mezza frase di circostanza di De Boer (“E’ da vedere se si sono davvero rinforzati”) per mandarli in crisi: “Ci siamo rinforzati, certo che ci siamo rinforzati! Non vedete come ci siamo rinforzati? Argh! Pezzi di merda!”. Vediamo come si sono rinforzati: ceduti Pogba, Morata e soprattutto Padoin, hanno preso un centravanti grande obeso, un centrocampista che si infortuna molto, un anziano terzino brasiliano sempre attaccato allo smartphone e un giovane fantasista di cui nessuno ha ancora imparato la pronuncia. Ha ragione De Boer: è da vedere. Ricorda certi Real Madrid, che partivano per fare punteggio pieno e arrivavano quinti. Interessante il duello con Crotone, Pescara e Palermo, ma può arrivare all’Intertoto.

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Agosto 17, 2016
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Prima esegesi del deboerismo

deboer

(questo pezzo l’ho scritto per Il Nero e l’Azzurro)

In piene Olimpiadi, la Gazzetta dello Sport dedica oggi all’Inter le prime cinque pagine e c’è quasi da stropicciarsi gli occhi. Il paginone dell’intervista a De Boer è pieno di cose interessanti e anche di cose che volevamo sentirci dire. Frank l’oggetto misterioso, almeno nei propositi, dimostra idee chiare. E con eleganza va dritto al punto senza mandarle a dire.

Gennaio. “Vedremo la mia Inter dopo 4 mesi, questa è la normalità. A gennaio sapremo veramente chi siamo”. Del resto, cosa chiedere a uno che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio del campionato? Piuttosto, un auto-appello a noi tifosi: se in questi quattro mesi le cose non andassero proprio benissimo, evitiamo ingenerosi confronti col il pari periodo 2015 del Mancio 2 (i quattro mesi migliori del suo mandato). Esigenti e pazienti, finchè si può.

Undici. “Si gioca in undici, anzi con tutta la rosa. Bisogna seguire una direzione, seguirla e coinvolgere l’intero gruppo”. Messaggio preciso, non solo a uso interno ma anche per il mondo Inter. De Boer riparte subito dal più evidente fallimento di Mancini, quello di aver perso feeling (anche) con la squadra.

Il 4-3-3. “E’ vero, preferisco il 4-3-3, ma possiamo fare pure altro, come il 4-2-3-1. Non c’è nulla di male a cambiare. Voglio che la mia squadra sappia cambiare due-tre sistemi anche nella stessa gara, ma occorre una crescita generale dei ragazzi: ogni cosa passa dalla disponibilità e dalla qualità dei giocatori”. Certo che non c’è nulla di male a cambiare. E’ un verbo che ci spaventa un po’ dopo gli eccessi di fantasia del Mancio, ma con De Boer confidiamo in un’evoluzione. Se il transito è dal sistema random a quello organizzato, siamo tutti con lui.

Il contropiede. (domanda riferita al marchio di fabbrica di Herrera e Mourinho) “Non voglio cambiare la storia dell’Inter, ma dobbiamo attaccare e difendere insieme. Se ci sono momenti in cui si è stanchi, si può anche giocare a tratti in contropiede. Ma mai tutti dietro e due là davanti a risolvere le cose…”. Difficile attendersi una risposta diversa da un olandese che ha giocato anche 150 partite nel Barcellona. Un tempo l’avremmo chiamato calcio totale, adesso non so. Di sicuro, alla sua squadra chiederà di fare gioco, sempre. Spalanca una porta aperta.

Attaccanti. “I miei attaccanti segnano molto, ma devono garantire il giusto apporto anche in fase difensiva. Ronando al Psv fece 30 gol ma non vinse nulla”. Problemi di orecchie che fischiano per Maurito (nell’intervista questo è solo il primo messaggio rivolto a lui). Il centravanti ideale di De Boer è la sintesi tra l’Icardi delle ultime due stagioni e il Pellè di Italia-Spagna. E Maurito ha tanti pregi ma gladiatore ancora non è, proprio no.

Icardi. “Ha solo 23 anni e ha segnato tantissimo. Sa che non è solo merito suo, ma di tutta l’Inter. Ogni giorno deve arrivare ad Appiano per diventare un giocatore migliore, in campo e fuori, curando pure il cibo e ogni altra cosa che possa alzare l’asticella. Il giorno in cui pensi di aver raggiunto il top allora sei finito”. Amen.

Icardi 2. “I suoi movimenti sono già fantastici, magari a volte deve capire che è meglio proteggere la palla e giocare semplice per l’interesse della squadra”. C’era bisogno di uno che gli facesse un po’ il culo, diciamolo.

Quelli bravi. “Banega è un giocatore fantastico, può fare tutto: giocare a ridosso di Icardi, ancor meglio qualche passo indietro, bravo pure da regista. Ha qualità, è ciò che ci serve. Uomini come lui, Candreva e Perisic sono fondamentali, perchè io amo la gente che sa giocare la palla a prescindere”. No, perchè uno dà per scontato che l’allenatore faccia giocare quelli buoni a prescindere, ma non è sempre così… Arriviamo da 20 mesi in cui lo è stato a brevi tratti, e per il resto 1-2-3 casino.

Obiettivi. “Entrare in Champions, non ci sono storie. Il resto dobbiamo vederlo, ci proveremo”. Molto bene. E speriamo che Frank non sia uno che deprime le ambizioni, fossero anche eccessive. “Ci proveremo” ci piace.

La Juve. “Non è così sicuro che sia più forte dell’anno scorso. Non sappiamo se i grandi nomi sapranno anche essere squadra”. Con l’ottimismo e la positività siamo già avanti. Adesso gol, gioco e zebedeos. Cioè, viene il difficile. Tocca a te, Frank.

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